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La riforma anti bamboccioni

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Negli studi classici ha ragione Artemio Keidan (settore delle humanities è molto generico). Il livello da cui si parte è quello che al di fuori dell'italia si raggiunge dopo qualche anno di università.

Ma i risultati finali ci sono?  A me risulta che la produzione umanistica degli studiosi italiani tenda ad essere iper-specialistica e provinciale, mentre nei Paesi avanzati il lavoro di ricerca e pubblicazione e' piu' rigoroso e di maggiore qualita'. C'e' qualche evidenza quantitativa - obiettiva del vantaggio italiano negli studi classici?  Per fare un esempio, gli italiani dovrebbero essere avvantaggiati nello studio della linguistica romanza, tuttavia una delle opere piu' importanti sul tema e' di uno studioso tedesco, G.Rohlfs, mentre i lavori italiani appaiono rimanere in secondo piano.

Per fare un esempio, gli italiani dovrebbero essere avvantaggiati nello studio della linguistica romanza, tuttavia una delle opere piu' importanti sul tema e' di uno studioso tedesco, G.Rohlfs, mentre i lavori italiani appaiono rimanere in secondo piano.

La linguistica romanza è sempre stato un campo "dei tedeschi", anche perché la linguistica tutta, nell'800, era perlopiù una scienza "tedesca". Quindi, hanno accumulato un vantaggio, così che Rohlfs scrisse i suoi tre volumi sui dialetti italiani molto prima che l'argomento cominciasse a essere studiato in Italia.

Ma non c'entra né con il liceo classico ne con gli studi di classics oggi: infatti, al liceo non si insegna per niente la storia della lingua italiana (se non passivamente, come effetto delle letture di Dante ecc.), e tanto meno alcunché di filologia romanza. Viceversa, la preparazione propriamente classica è tale per cui gli studi universitari proseguono a partire da un livello già avanzato, anziché dall'insegnamento di latino e greco elementari, come avviene altrove.