Titolo

La fine della scuola come la conoscevamo

2 commenti (espandi tutti)

Francamente, mi sembra una sciocchezza.

L'istruzione online va benissimo come complemento e approfondimento, ma le creature umane, come tutti gli altri animali sociali giovani, per imparare "davvero" hanno bisogno dell'adulto-maestro da imitare e con cui identificarsi. Oltre che degli altri giovincelli con cui collaborare-competere.

Se no si creano situazioni come quella dei genitori americani che fanno causa alla Disney perchè i loro pupi parcheggiati davanti al televisore a vedere i DVD "Baby Einstein" non diventavano tutti geni.

No, davvero, i maestri servono: cerchiamo di averne quanto migliori possibile, con tutti i ragionevoli aiuti complementari, certo. Per quanto riguarda Khan academy, ho visto qualche video sui temi di mia competenza, ma resto francamente underwhelmed. Crerdo di fare un lavoro migliore coi miei studenti.

Ma certo! I sussidi didattici (la tecnologia fortunatamente ne mette a disposizione sempre di più) non sono la scuola.  Il ruolo della scuola non si riduce certo all’istruzione di un robot. Peraltro quelle che oggi appaiono le migliori istruzioni  potrebbero essere anacronistiche domani.

La scuola deve mettere nelle condizioni di saper camminare con le proprie gambe.

Mi auguro che l’efficientismo non si riduca a spersonalizzazione e disumanizzazione.

I sussidi non possono sostituirsi alle relazioni umane tra docente e discenti e dei discenti tra di loro in una comunità che è, va bene un po’ retoricamente, palestra di vita.

Che ruolo ha giocato la seduzione negli insegnanti (“maestro” è per come la vedo io troppo pretenzioso e mi evoca la figura che non mi piace del professor Keating) che ancora ricordiamo? E poi essa è capacità di attrarre non solo a sé, ma, anche per questo tramite,  alle discipline di insegnamento per le quali si è riusciti a trasmettere la passione (non le discipline, ché il modello trasmissivo delle stesse vien oggi aborrito, magari a torto, ma tant’è)

 

E poi non di sole nozioni e/o competenze e/o abilità vive l’uomo, ma magari queste trovano il loro humus germinale in un ragazzo che ha ricevuto tutte le dovute attenzioni.

Insieme alla famiglia, che ha un ruolo incommensurabilmente prioritario (il primo nutrimento è l’affetto, poi la strada è tracciata da regole dimostrate con l’esempio, non predicate), la scuola dovrebbe contribuire a dare solidità all’io, in una fase della vita molto delicata e in cui tutto è ancora possibile nel bene o nel male, per evitare di mettere in circolazione potenziali disadattati, anche se magari ben istruiti. Al centro c’è la persona, e poi, ma soltanto poi, il futuro professionista, magari proprio perché questo abbia domani maggiori possibilità di successo. E visto che qui si assegna una particolare attenzione ai costi, proviamo ad interrogarci sui costi sociali del disadattamento.

--------------

Ne approfitto visto che gli argomenti si legano, non è compito della scuola formare medici o architetti o ingegneri ecc.: a quel compito sono preposti specifici corsi di laurea. La scuola fornisce proprio cultura generalista (non è scadente, non in blocco almeno, bisogna discernere, per appurare che le falle non sono intrinseche al sistema), con accentuazioni variabili in rapporto alla caratterizzazioni dell’indirizzo, ma se è una buona scuola, a prescindere dalla caratterizzazione disciplinare, renderà lo studente flessibile e in grado di intraprendere qualsiasi successivo percorso universitario.

Il test di accesso a un corso di laurea deve selezionare il miglior candidato possibile per intraprendere un certo corso di studi. Quindi dovrà, prima di tutto, verificare che sia in grado di studiare testi complessi; per questo il candidato dovrà dimostrare di saper comprendere, interpretare e inferire: questo è il requisito imprescindibile, tutto il resto viene dopo. Poi verificherà la cosiddetta “cultura generale” (questo è il terreno sdrucciolevole su cui si possono innestare, e di fatto si sono storicamente innestati, quesiti bizzarri e contestabili) e le conoscenze basilari propedeutiche a un certo corso: non può certo pretendere di verificare conoscenze specifiche che saranno state acquisite alla vigilia della discussione della tesi.

Ora, se si parte dal presupposto che sia necessario il numero programmato per corsi di laurea presi d’assalto che non sarebbero in grado di reggerne l’urto se non si discernesse per escludere e per ammettere, e che dunque sia necessaria una selezione, è evidente che si debba somministrare un test, invece di valutare la carriera scolastica pregressa.

Non perché quest’ultima opzione non sia in astratto valida, ché anzi sarebbe la migliore per  ridurre il margine di aleatorietà,  ma perché le valutazioni scolastiche e il voto di diploma, come è noto, sono regolate da criteri che variano in rapporto a molti fattori (neppure questa estate è stata risparmiata dall’annosa polemica).

Già, malgrado le evidenti sperequazioni, al diplomato a pieni voti sono attribuiti concreti vantaggi materiali, che, data la situazione, finiscono per essere iniqui, si vuole aggravare ulteriormente l’ingiustizia e incentivare per l’avvenire la generosità docimologica di taluni?

Il test ha il pregio dell’oggettività e della trasparenza, ma, è vero, ha anche difetti, e soprattutto limiti. La prima correzione non può che consistere nell’estromissione di quesiti “un po’ originali”. Si può perfezionare lo strumento, non abolirlo, ameno che non si contesti l'esigenza stessa della programmazione e della selezione in accesso .

Dati non ne ho, ma geni esclusi o asini ammessi non ne ho incontrati.