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Non solo produttività: lezioni dalla Polonia

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Ludovico, per quanto riguarda la Polonia non ci hai detto nulla a) del livello salariale di questi nuovi posti b) della situazione contributiva. Naturalmente in rapporto ai livelli a tempo indeterminato polacchi. Mi sembrano dati necessari per comprendere meglio.

Poi e' gia stato chiesto, ma non ho letto risposte sufficientemente chiare: La liberalizzazione polacca in cosa sarebbe differente dalla situazione Italiana?

A me risulta che un mio caro amico lavori da anni per una società' di servizi con contratti annuali a progetto. Va in ufficio ogni giorno con orari da dipendente, durante l'anno lo spostano da un progetto all'altro secondo le esigenze dell'azienda, e tutti gli anni gli fanno un nuovo contratto a progetto. Nella sua azienda su un centinaio di dipendenti circa 90 sono a progetto, molti da anni e anni a questa parte.

In generale ho l'impressione che i contratti a progetto vengano impiegati più' per ridurre il costo del lavoro (dal lato contributivo e fiscale) che per la flessibilità' del lavoro stesso. E che una buona fetta dell'impresa Italiana sia piu' interessata ad aumentare i margini abbattendo il costo del lavoro piuttosto che innovando/aumentando la produttivita'. Ci sono cifre in grado di smentirmi?

 

Putroppo paesi come la Polonia (o ancora di più come lo stato italiano) hanno una situazione di conti pubblici che non consente una generosità scandinava con i propri disoccupati. Per questo una liberalizzazione alla polacca può essere la soluzione per far ripartire un mercato del lavoro stagnante. Ciò consentirebbe di aumentare il gettito fiscale ed alleggerire gli onerosi costi per lo stato di una disoccupazione cronica, risparmiando così risorse da utilizzarsi poi per l’implementazione di un sistema scandinavo di servizi sociali.

Certo, nella speranza che 1) il mercato riparta davvero (ma mi sembra che in molti settori - soprattutto servizi ed alta tecnologia, correggetemi se sbaglio - in Italia di fatto ci sia di già' una flessibilità' comparabile con i contratti a progetto) e 2) che poi i soldi del gettito extra non si perdano per strada ma rientrino davvero come sussidi per la disoccupazione e formazione per riqualificare i licenziati. Vista la situazione italiana ne dubito, e ho l'impressioni che quello che tu proponi finirebbe, as ever, per favorire una parte della popolazione (la più' skilled e/o benestante e/o ammanicata) penalizzandone l'altra (povera e unskilled).

A mio parere l'unico modo accettabile per liberalizzare ulteriormente il mercato del lavoro in Italia consista nell'introdurre contestualmente (e non a babbo morto) una contribuzione previdenziale seria, sussidi efficaci e investire sulla riqualificazione dei lavoratori disoccupati. Tipo la proposta di Ichino.

Ho letto quasi tutto. Domani rispondo (anche se non ho tutte le risposte) perche' adesso ho giornate di fuoco.

aggiungerei anche che, se liberalizzazione deve essere, valga per tutti. Non che continuino protezioni perenni per gli insider e flessibilità/precarietà a oltranza per gli outsider