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Vennero per gli zingari e non ero zingaro

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Ho trovato sul web questa lettera, molto recente, di concittadini di De Corato.

Mi è piaciuta la lettura di questo racconto di Primo Levi.

E di questo articolo pubblicato su la Stampa.

Per chi avesse voglia (e tempo) esiste una buona bibliografia su gli “zingari”.

Pare siano anche persone capaci di scrivere libri, fare film…: ne parlano loro stessi QUI e QUI.

Diversi anni fa a mia moglie, preside di scuola media, è stato proposto di seguire un gruppo di ragazzi rom provenienti dalla scuola elementare. Erano seguiti da operatori del Comune. Mi raccontava delle difficoltà quotidiane ma anche dei piccoli successi. Difficoltà dovute soprattutto alle loro peculiarità culturali. Un lavoro improbo per gli insegnanti, ma lo facevano. Abbiamo anche visto in quegli anni che alcune di quelle ragazzine avevano poi trovato piccoli lavori in attività artigianali. Poi il comune non li ha seguiti più. Non so se ancora ci siano ragazzi rom che qui vadano a scuola.

Ah, dimenticavo: i miei due figli hanno studiato per breve tempo a Napoli, anni fa, in periodi diversi. Uno era al primo anno d’università. Viveva nel terrore dopo due episodi di “violenza”: una volta un ragazzo napoletano gli aveva puntato una pistola in faccia e lo aveva derubato di tutto quel poco che aveva. L’altro frequentava un master del Mef. Una sera un ragazzo napoletano gli aveva puntato un coltello in gola, gli aveva tolto la somma appena prelevata dal bancomat per pagare l’affitto, gli aveva rubato il bancomat. Né noi né i ragazzi abbiamo mai pensato che le disavventure, per loro terrorizzanti, dipendessero dal dna dei napoletani.

grazie per aver linkato la lettera e il racconto di Levi.

 

Ps: belle foto nel tuo blog.

"Né noi né i ragazzi abbiamo mai pensato che le disavventure, per loro terrorizzanti, dipendessero dal dna dei napoletani."

infatti hai pienamente ragione. purtroppo nessuno applica i propri filtri ideologici sulla propria stessa comunità.  è il famoso etnocentrismo.


Né noi né i ragazzi abbiamo mai pensato che le disavventure, per loro terrorizzanti, dipendessero dal dna dei napoletani.

Purtroppo c'è chi invece lo pensa ed agisce di conseguenza. Intendo che, quando si crede sia una questione di DNA, automaticamente non si investe più nel recupero culturale e sociale che è l'unica strada che puo portare risultati nel lungo periodo. Purtroppo mi sembra che in Italia nel dibattito ci si limiti nei due opposti estremismi: o son tutti ladri con il "DNA malato", o son tutti "buoni", portatori di una cultura millenaria vittime della società capitalista.

PS

Grazie per i link anche da parte mia!