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Parliamo seriamente di Vendola (II). Concorrenza e mercato

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D'accordo, Sandro. Solo un appunto: non direi sia corretto definire deludente la proposta economica di Vendola. La delusione, infatti, discende dalla mancata corrispondenza alle aspettative: really, ti pare possibile averne di credibili?

Sono d'accordo. Alla fine l'analisi appare un pò scontata: i politici oggi da Tremonti a Vendola non sono in grado di mettere insieme una proposta di azione economica che abbia senso secondo quello che voi pensate vada fatto.

A parte i distinguo su soggettività ed oggettività dell'analisi, che non mi sembra abbiano poi grande importanza (siamo su questo Forum, mi aspetto che sosteniate comunque con veemenza la vostra posizione, fa parte della vostra "offerta"... o forse addirittura del "brand" nFA), mi incuriosisce invece un'altra questione, ribaltando un po' il ragionamento: qualsiasi sia la politica economica "da fare" in questo momento, quale può essere il margine di manovra "politico"?

La mia impressione è che questo sia apparentemente sempre più piccolo: la democrazia dovrebbe quindi andare dunque forzatamente verso una gestione "tecnica" della cosa pubblica? La politica così com'è è inutile?

Se voleste per caso commentare, vi prego di astenervi tutti da etichettare l'intervento come di dx o di sx, di troll, di folletto o di grande studioso di econometria: sono solo una persona che cerca di capire e lo sforzo di etichettare tutti a qualsiasi costo (peraltro prerogativa quasi esclusiva di questo forum...) mi inizia a dare la nausea.

La politica così com'è è inutile?

La politica, come ricorda anche Sandro, si deve preoccupare delle regole, si potrebbe anche occupare anche di cose "pubbliche": istruzione, sanità, difesa, giustizia e sicurezza interna, ma per il resto non è inutile: è dannosa.

Parlare di "bene supremo" può andar bene per un capo religioso, ma la politica che c'entra? Ricordo che la parola repubblica deriva dal latino "res publica" ,cosa pubblica, di quello si può occupare la politica. E basta. Questa è la miglior manovra che può fare la politica in Italia.

Scusa Marco, così siamo nel Paese delle Meraviglie... Riformulo e semplifico:

La politica, attraverso i suoi delegati ovvero deputati e senatori, vota dal 1946 una legge di bilancio, ovvero il documento che decide la spesa dello Stato ed il suo orientamento. Se la spesa, il livello di indebitamento ad essa correlato ed i singoli capitoli etc., dovrebbe secondo voi essere deciso dai principi dell'economia e quindi da tecnici (per esempio dagli econometristi) e non dalla politica, i politici cosa ci stanno a fare?

E, una volta data una risposta a questa domanda, come si può fare affinché "si convincano" che questo è il loro ruolo? Mi spiego ancora meglio (o forse no...): qual'è una vera linea di condotta comune a tutti che può essere accettata realisticamente dagli stakeholders di questo scenario di "war game" e che non sia science fiction?

Non mi pare che i politici vadano (o anzi NON vadano) a Montecitorio per sostenere le istanze di coloro che li votano ed intascarsi uno stipendio, la posta è ben più alta. La mia "impressione" di conseguenza è che stiamo facendo una chiacchiera da bar, gli interessi in gioco sono troppo alti, e quindi la realtà purtroppo è difficilmente sanabile con il raziocinio ed il confronto civile.

La politica, attraverso i suoi delegati ovvero deputati e senatori, vota dal 1946 una legge di bilancio, ovvero il documento che decide la spesa dello Stato ed il suo orientamento. Se la spesa, il livello di indebitamento ad essa correlato ed i singoli capitoli etc., dovrebbe secondo voi essere deciso dai principi dell'economia e quindi da tecnici (per esempio dagli econometristi) e non dalla politica, i politici cosa ci stanno a fare?

Il senso è che occuparsi di quello che Marco (che cito perchp concordo con la sua opinione) chiama res publica è che oggi, e da molto tempo, chi fa politica si occupa di economia ed imprese non per introdurre regole che poi sarebbe il suo compito, ma per entrare a gamba tesa. Un parlamewnto che si occupa di DOC, ad esempio, mi fa ridere e dall'altro piangere perchè per questa via aumenta l'intermediazione pubblica, moltiplica i costi, la spesa e danneggia i consumatori. 

Un parlamento che si occupa di DOC, ad esempio, mi fa ridere e dall'altro piangere perchè per questa via aumenta l'intermediazione pubblica, moltiplica i costi, la spesa e danneggia i consumatori.

Fa ridere (o piangere) anche a me. Detto ciò: qual'è la linea di demarcazione? Questa gente si fa eleggere proprio perché poi va a decidere le DOC (e molto altro...), perché questo rappresenta, lo vogliamo o no, un potere, piccolo o grande che sia, traducibile in favori, soldi, ragazze, gite premio, chi più ne ha più ne metta. Se togliamo questo, cosa rimane? O meglio, cosa vogliamo che rimanga?

Eppoi:

non per introdurre regole che poi sarebbe il suo compito, ma per entrare a gamba tesa

scusa, ma la DOC è un esempio di regola...

scusa, ma la DOC è un esempio di regola...

No, la DOC è un esempio di entrata a gamba tesa, dato che oltre a stabilire le modalità perchè un prodotto si possa fregiare di una denominazione, attribuisce ai consorzi e ai suoi intermediari la possibilità di limitare l'offerta arrivando anche a bloccare le vendite, e di controllare i prezzi. In questo ha la stessa funzione degli ordini professionali, che sono un altro esempio di entrata a gamba tesa.

Scusa, questa è la tua interpretazione. Molti non la vedono così, anche in altri Paesi. Stiamo girando in tondo... Qual'è il limite di intervento della politica? Possibilmente senza ambiguità, volute o meno.

La DOC è un esempio, tra i tanti, di regolazione del mercato. Garantisce i consumatori o i produttori? Non sono sicuro della risposta: i consumatori dovrebbero essere sicuri che il Rosso Oltrepo DOC è prodotto secondo certi criteri condivisi, rispettosi della tradizione locale, mentre un IGT della stessa zona può essere diverso; i produttori della DOC si impegnano a rispettare quei criteri, ma non si vincolano a non produrre IGT o vino comune e neppure a mantenere gli stessi prezzi. Bisogna vedere se davvero i Consorzi limitano l'offerta, non ho dati al riguardo.

In ogni caso, la DOC non è un'invenzione italiana ma è diffusa almeno in tutta l'UE.

Prescindendo dal caso specifico: cosa si deve pensare della regolazione dei mercati? Chi usa il nick Phileas ne direbbe peste e corna; qualcun altro la troverebbe un fenomeno positivo: almeno buona parte di quelli che, su questo blog, sostengono la prevalenza degli interessi collettivi su quelli individuali. 

La regolazione è, di solito, giustificata da market failures: ma esistono davvero? Gli illustri economisti espatriati vogliono degnarsi di dirci qualcosa al riguardo e, magari, fornircene qualche esempio?

A mo' di provocazione: buona parte della regolazione a protezione di consumatori ed investitori si giustifica invocando l'asimmetria informativa tra imprese e consumatori; qualcuno ha, invece, osservato che la c.d. asimmetria informativa non è altro che un effetto della divisione del lavoro e, pertanto, è insopprimibile. Che ne pensano gli amerikani?

 

 

Fa ridere (o piangere) anche a me. Detto ciò: qual'è la linea di demarcazione? Questa gente si fa eleggere proprio perché poi va a decidere le DOC (e molto altro...), perché questo rappresenta, lo vogliamo o no, un potere, piccolo o grande che sia, traducibile in favori, soldi, ragazze, gite premio, chi più ne ha più ne metta. Se togliamo questo, cosa rimane? O meglio, cosa vogliamo che rimanga?

L'interessamento ai beni comuni: difesa, sanità, legalità e poco altro. Non a caso il post parlava dell'approccio vendoliano che, secondo me, non è tanto dissimile dal tremontismo e dal bigottume alla sacconi.

L'interessamento ai beni comuni: difesa, sanità, legalità e poco altro. Non a caso il post parlava dell'approccio vendoliano che, secondo me, non è tanto dissimile dal tremontismo e dal bigottume alla sacconi.

Glielo dici tu? A me vien da ridere... Questi hanno i canini infilati fino alle gengive nella carcassa e tu mi parli di bene comune? Torno a lavorare e produrre, mi sa che qui perdo tempo.

Torno a lavorare e produrre, mi sa che qui perdo tempo.

E' sempre una buona soluzione. Faccio solo notare che la chiusura della tua frase che ho riportato ed evidenziato era: "...cosa vogliamo che rimanga?". Alla domanda ho dato la mia risposta. E torno a lavorare anch'io

Si, Luzo48, va tutto bene, possiamo avere un "libro dei sogni", forse però bisogna pure essere un pò più pragmatici e concreti, o no? Comunque interessante, mi aspettavo risposte più articolate, mi sa che non abbiamo abbastanza tempo.

Comunque interessante, mi aspettavo risposte più articolate, mi sa che non abbiamo abbastanza tempo.

Intanto penso che sia utile porsi obiettivi ambiziosi e capisco bene che quanto ho sostenuto lo sia. Ma quanto a tempo ed articolazione di un ragionamento, mi pare che neppure ............... hanno i canini infilati fino alle gengive nella carcassa ..........sia esaustivo dell'argomento. Lo dico senza polemica, davvero, e mi spiace, a meno di essermi sbagliato, di aver colto il senso di una replica sprezzante che non avrebbe motivo di essere.

Se disappunto era manifestato, voleva essere in direzione della situazione attuale "in toto" e della incapacità sostanziale a disegnare e discutere un modello "sostenibile", soprattutto da quelli che da queste parti sono invece pronti in altre occasioni a spaccare il capello in quattro. A me personalmente Vendola interessa poco, quello che mi piacerebbe sarebbe invece vedere costruire un'iniziativa concreta che però indirizzi davvero la situazione attuale.

Le domande, rese più esplicite, credo non siano solo le mie ma sono piuttosto di generazioni di cittadini...:

- E' possibile costruire un'idea "tecnica" di gestione della cosa pubblica che venga condivisa o addirittura adottata (nei fatti, non a parole) dalla politica?

In teoria mi sembra possibile costruire un'idea basata sui "doveri", es. vincoli dovuti rispetto al debito pubblico, ma assai più difficilmente mi sembra si possa influenzare la politica quando si tratta di ridistribuire le risorse, dove i giochi sono inevitabilmente di parte e quindi "più intervengo più mangio".

- E' possibile che quest'idea sia "oggettivamente" condivisibile, e dunque che tuteli realmente gli interessi di base della maggioranza dei cittadini?

Come per l'esempio "spontaneo" più su della DOC, una regola può essere applaudita in quanto aiuta una definizione qualitativa del prodotto ed i consumatori (ma anche i consorzi...) e criticata in quanto "gamba tesa" verso gli imprenditori. Dunque anche qui non vi è speranza, vince il più forte nello specifico momento storico...

- E' possibile costruire su questi principi un nuovo modello di funzionamento dello Stato?

Anche qui in teoria si, a meno però di ridefinire le competenze di tutti gli attori in gioco, cosa di conseguenza irrealizzabile date le cardinalità oggi in gioco, come sta dicendo casualmente Vaime in questo momento.

Questo dovrebbe spiegare perché alla fine Tremonti e Vendola non siano così lontani, o no? Forse semplifico troppo, ma a mio modesto avviso queste sono domande senza risposta positiva, in particolare in Italia, e quindi teniamoci i politici (e gli economisti) che ci meritiamo, ben sapendo che tutti cercano di portare acqua al proprio mulino, e navighiamo a vista...