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Vendola, Microsoft e i cantinari

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La frase non e' decontestualizzata, se e' questo che intendi. Sia nel protocollo che nella lettera transpare ignoranza sia su come si fa innovazione, sia su cosa sia l'IT, sia sull'open source. E' su quella ignoranza che sono rimasto colpito ed e' quell'ignoranza che ho voluto sottolineare.

Ho voluto anche io leggere per bene i due post di Vendola. Nel secondo dice in effetti molte cose vere e condivisibili.

Mettendo da parte il merito della discussione su Microsoft vs. Open source, Vendola però propone anche teorie ben strane! Sulla generale ignoranza del settore, mi sento di appoggiare l'opinione di Alessio. Scrive infatti Vendola:

[...] 4. Infine, la cosa più importante. La grande partita della Larga Banda, che costituisce – a mio avviso – il vero fattore scatenante nelle politiche di superamento del divario digitale e di rafforzamento delle competenze. La rete in rame è un collo di bottiglia per le idee. Va sostituita al più presto.
[...] Io molto semplicemente penso che la rete in fibra ottica ci consentirà di affrontare una riforma, quella del sistema dei diritti di autore, che è nato nell’800 per tutelare l’ingegno.

Io non credo che oggi il digital divide italiano sia da attribuirsi alla lentezza delle connessioni, causato da una ipotetica carenza di banda larga. Le dorsali dei maggiori carriers nazionali sono tutte in fibra e sono ben capienti, visto anche che alcune aziende (Telecom, Fastweb, Infostrada) hanno a suo tempo investito per progetti di sviluppo sulla televisione via web, che come noto mangia parecchia banda anche quando la tecnologia è bandwidth-saving (multicast).
Per fare un esempio numerico sul sottoutilizzo delle infrastrutture, una delle maggiori server houses italiane ha oggi banda proprietaria per 50 Gbps raccordata ai network internazionali, e ne occupa meno della metà.

Il mio punto di vista è che sia la diffusione dell'uso di internet, come strumento quotidiano per informarsi e usufruire di servizi, che in Italia è ancora limitato rispetto agli altri paesi europei. Qui in Italia concetti come leggere il quotidiano esclusivamente online, o prenotare i biglietti ferroviari via web, sono ancora appannaggio di minoranze. Agli italiani che al più navigano su Facebook e siti porno, avere a disposizione 100 o 1.000 Mbps di banda non cambia nulla, proprio per niente. Idem per le aziende, in special modo le PMI, che molto poco utilizzano piattaforme B2B o di integrazione informatica dei sottosistemi aziendali (esistono le eccezioni ovviamente). Al più se esiste un problema di collo di bottiglia è nei piccoli centri periferici, dove gli investimenti nella posa di fibra ottica non è detto siano remunerativi (c'è l'alternativa del WiMAX).

Né per affrontare una riforma del diritto d'autore servono i 100 Mbps come sostiene Vendola. Perché mai? La "crisi" del diritto d'autore, le reazioni delle majors discografiche, i movimenti pro-pirateria, il caso Napster, son tutta roba che esisteva negli anni '90 con i modem a 36.6kps (per i più giovani: così lenti che oggi non ci potresti guardare neppure un video su Youtube!). Anzi, ancor prima c'erano fotocopie e cassette registrate. Che c'entra la banda larga, o larghissima?

La dietrologia è pratica antipatica, e non voglio essere tra quelli che, come scrive Vendola, passano al setaccio ogni sua parola "alla ricerca di pretesti per polemiche". Però delle due: o ha un'idea del digital divide italiano che non condivido per nulla per i motivi detti; oppure al solito, il fascino della spesa pubblica non manca di irretire anche i poeti rivoluzionari, dato che il costo di impianto della fibra ottica (una stima comunicatami tempo addietro da tecnici Fastweb parlavano di cifre attorno a 150€ per metro lineare, all inclusive) permetterebbe di far girare discrete somme di danaro pubblico.