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Due idee per Mariastella e chi verrà dopo di lei

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Tu dici che il/un problema italiano è la bassa propensione allo spostamento (non solo nell'Università). D'accordissimo. Immagino che ti riferissi agli spostamenti in Italia. Io ci aggiungerei anche quelli verso altri paesi (europei e non).

Sicuramente influisce molto la mentalità italiana, però qualche incentivo per invitare gli studenti ad allargare i propri orizzonti si può trovare. Gli spostamenti all'interno del paese aumenterebbero se ci fossero meno facoltà, più grandi, meglio attrezzate, con più strutture, ricercatori e professori (ci sarebbero meno costi amministrativi, i gruppi di ricerca più grandi intercetterebbero molti più fondi e parteciperebbero a più progetti). Invece di averle tutte sotto casa.

Quelli all'estero aumenterebbero se l'esperienza di studio e/o lavoro in un buon ateneo straniero favorisse la carriera nelle nostre università (se fosse una condizione di preferenza per assunzioni, incarichi, assegni di ricerca ecc...) e nella pubblica amministrazione. Qualcosa di simile stanno facendo in Spagna, ad esempio.

Credo que meccanismi simili aiuterebbero ad avere un salutare ricambio, piuttosto utile nell'Italia di adesso, direi.

Non mi convince molto questa storia della "bassa propensione allo spostamento" intesa univocamente come "difetto". OK, non per fare il retorico, ma non si può trattare i soggetti esattamente alla stregua di "beni".  Hanno una funzione di utilità, se in quella degli italiani c'è "vivere vicino a casa", la policy dovrebbe prenderne atto (IMHO, of course) perché è complicato costruire una teoria normativa "naturale" che includa lo spostarsi frequentemente come variabile sempre positiva. Ricade in quei comportamenti che, per essere incentivati, richiedono un mega-nudge - e io, forse da italiano anarcoide nel cuore, non voglio che lo stato si intrufoli nelle mie preferenze più di quanto già ora fa. 

Non mi sembra che si sia detto né implicato che le persone si debbano o possano trattare come merci. Almeno io non lo penso affatto. Però qui si parla di studenti universitari, e nel mio commento ho accennato ai ricercatori. Mi pare assodato che in ambito universitario (studenti, ricercatori, professori) le esperienze in altri atenei, gruppi di ricerca, ed in particolare all'estero, sono estremamente utili e anzi direi imprescindibili per crescere professionalmente e svolgere bene il proprio lavoro. E non solo nel mondo "globalizzato" di adesso, ma da sempre. Noi abbiamo un'accademia particolarmente ingessata e "locale", in cui scambi e ricambi di personale sarebbero oltremodo salutari. Purtroppo però non abbiamo una mentalità anglosassone o nordeuropea, paesi in cui si tende in generale ad affidare gli incarichi alle persone più adatte a svolgerli (senza tante norme e codicilli), e dove è prassi comune spostarsi per studiare e lavorare (ma dove se uno preferisce stare vicino casa ed è in gamba nel suo lavoro una collocazione adeguata è probabile che la trovi comunque).

Per questo penso che un meccanismo simile a quello adottato in Spagna (favorire la carriera di chi è stato in buone Università/centri di ricerca/enti/aziende estere) potrebbe essere utile anche da noi.

Poi io penso che ampliare i propri orizzonti sia utile in generale, anche al di là dell'Università. Certo non sarebbe male se poi, per chi vuole, l'Italia offrisse anche la possibilità di tornare.