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Due idee per Mariastella e chi verrà dopo di lei

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Io parlo esclusivamente per me, com'è giusto ed ovvio, dunque non entro nel merito della querelle che sollevi nei confronti di Michele Boldrin, che a me pare - personalmente - poco interessante.

Nemmeno voglio - hic et nunc - inserirmi nella discussione relativa a tecnicalità e possibili effetti del provvedimento legislativo di riforma dell'università, per il banale motivo che preferisco leggere altri che qui si confrontano - liberamente, si noti, come non ovunque avviene - con una cognizione di causa ben maggiore della mia.

Io, però, sono curioso: ciò comporta, tra l'altro, che mi piace anche farmi un'idea di chi siano gli interlocutori con cui ho a che fare e come la pensino in generale. Perciò, ti ho cercato in facebook: al di là del prevedibile ruolo professionale, mi ha attratto un post sulla tua bacheca che suggerisce - a partire proprio dalla segnalazione del citato Sylos Labini - un'articolo di Guglielmo Forges Davanzati, quale viatico per meglio comprendere la questione. Per l'esattezza, trovo scritto:

 

Il DDL Gelmini, come è noto, è apertamente sostenuto da Confindustria, ed è di fatto pensato dal Ministero dell’Economia. Per comprendere le ragioni del sostegno imprenditoriale alla riforma è opportuno partire da alcuni dati. Ottimo articolo: da leggere!

 

Ora, il signore in questione abitualmente si distingue - affatto legittimamente, s'intende – per assumere posizioni che definire poco amiche delle imprese e degli imprenditori suonerebbe come un eufemismo da campionato del mondo di understatement. Comunque - sempre giacché sono curioso - l'ho letto, e ti chiedo se condividi in toto quelle parole: il motivo della mia domanda - senza polemica, solo a titolo informativo - è l'evidenza che ne esce, per me che conosco il sistema delle piccole imprese italiane odierno, di una posizione che parte da alcune considerazioni note e corrette sulla dimensione e la storia di esse ma da queste - non inaspettatamente - deriva conclusioni che potrebbe trarre solo chi ne sa ben poco, e ne parla - generalizzando, gravissimo errore! - sulla base di luoghi comuni caratterizzati da una chiarissima connotazione ideologica.

Non sto uscendo (troppo) dal tema. Là si legge, infatti, che agli imprenditori piacerebbe la nuova norma - e perciò ne avrebbero spinto l'approvazione - perché:

  • sono ignoranti e non capiscono il valore di una laurea

  • vogliono carne da macello per puntare sui bassi costi e non sull'innovazione

  • gradiscono l'inevitabile penalizzazione del sud, e rimane oscuro il motivo

Ecco, francamente non saprei se ridere di tante sciocchezze o piangere per l'insipienza di chi vorrebbe interpretare il ruolo di maître à penser, non avendo le informazioni che descrivono correttamente la realtà o rifiutandole perche confliggono con le proprie convinzioni. E nemmeno saprei da dove iniziare una replica: senza negare che vi siano anche situazioni come quelle descritte - peraltro destinate a perdere la competizione - potrei dire di non confondere i laureati in lettere con gli ingegneri che molti imprenditori cercano all'estero, oppure che i ruoli pesantemente carenti sono quelli tecnici intermedi, od ancora che troppo spesso si ritiene che siano le imprese a dover adeguare la propria attività ad obiettivi programmati altrove senza seguire i mercati. Potrei anche portare l'esempio personale - simile a molti altri di mia conoscenza - citando il fatto di essere coinvolto in un programma di ricerca europeo insieme ad altre SME ed a due istituti di ricerca, uno in UK ed uno in Svezia. Nessuno italiano, pur se mi pare ovvio che lo preferirei, se non altro per comodità.

Però, all'autore di quell'articolo - così utile a capire la questione ….. - sono certo non interesserebbe: il gentiluomo è alacremente occupato a cambattere la sua guerra. E tu?

Gentile Franco Bocchini,

cerco di rispondere ai suoi commenti.

Ora, il signore in questione abitualmente si distingue - affatto legittimamente, s'intende – per assumere posizioni che definire poco amiche delle imprese e degli imprenditori suonerebbe come un eufemismo da campionato del mondo di understatement. Comunque - sempre giacché sono curioso - l'ho letto, e ti chiedo se condividi in toto quelle parole: il motivo della mia domanda - senza polemica, solo a titolo informativo

Non sono incline a condividere in toto le parole di qualcuno. Preferisco valutare le argomentazioni e nello stesso articolo posso condividere alcune parti e altre no. Ritengo che Guglielmo Forges Davanzati (che non conoscevo prima di leggere i suoi articoli) abbia il merito di esporre un'ipotesi di lavoro degna si attenzione anche alla luce dei riscontri obiettivi che cita. Credo che valga la pena di leggerlo ed anche criticarlo (come tutti). Al momento, la sua analisi (http://www.economiaepolitica.it/index.php/universita-e-ricerca/luniversita-e-il-mito-meritocratico/) mi sembra offrire una ragionevole interpretazione dei dati disponibili, ma a fronte di argomenti migliori che la smentiscano sarò il primo a cambiare parere.

 - è l'evidenza che ne esce, per me che conosco il sistema delle piccole imprese italiane odierno, di una posizione che parte da alcune considerazioni note e corrette sulla dimensione e la storia di esse ma da queste - non inaspettatamente - deriva conclusioni che potrebbe trarre solo chi ne sa ben poco, e ne parla - generalizzando, gravissimo errore! - sulla base di luoghi comuni caratterizzati da una chiarissima connotazione ideologica.

Mi sfugge dove sia la "chiarissima connotazione ideologica": sarebbe così gentile da spiegarmi meglio?

Non sto uscendo (troppo) dal tema. Là si legge, infatti, che agli imprenditori piacerebbe la nuova norma - e perciò ne avrebbero spinto l'approvazione - perché:
    •    sono ignoranti e non capiscono il valore di una laurea
    •    vogliono carne da macello per puntare sui bassi costi e non sull'innovazione
    •    gradiscono l'inevitabile penalizzazione del sud, e rimane oscuro il motivo

Mi spiace dirlo, ma mi sembra un riassunto caricaturale dell'analisi di Forges Davanzati. Ci sono dati OCSE che mostrano che le PMI Italiane non brillano per capacità innovative. Di seguito, faccio riferimento alla sintesi presentata nel rapporto "Scienza e Tecnologia in Cifre" pubblicato da CERIS-CNR (http://www.cnr.it/sitocnr/IlCNR/Datiestatistiche/ScienzaTecnologia_cifre.html). In particolare le  Fig. 11.7 e Fig. 11.8 del rapporto riportanto  le pmi che collaborano in attività innovative e le le pmi innovatrici che hanno introdotto prodotti nuovi per il mercato. Il posizionamento delle pmi italiane non mi sembra buono.  Temo che questo influisca sul livello di qualificazione che viene richiesto ai dipendenti. Sempre nello stesso rapporto (Fig. 4.10), però si vede che La spesa per R&S delle pmi  nella fascia 50-249 addetti, è decisamente maggiore di quella delle pmi con meno di 50 addetti (si parla sempre di raffronti internazionali). Questo sarebbe un dato che meriterebbe un'analisi più dettagliata che va al di là delle mie competenze (le pmi nella fascia 50-249 sono più vitali? altro?). Cerchiamo di essere costruttivi: se c'è un problema nella formazione universitaria bisogna diagnosticarlo e porvi rimedio senza cadere nella caccia alle streghe. Allo stesso modo se le pmi italiane fanno fatica ad innovare (come  sembra, ma se ci sono dati che smentiscono, ben vengano!), bisogna ragionare su come rendere innovative e competitive queste imprese.

Ecco, francamente non saprei se ridere di tante sciocchezze o piangere per l'insipienza di chi vorrebbe interpretare il ruolo di maître à penser, non avendo le informazioni che descrivono correttamente la realtà o rifiutandole perche confliggono con le proprie convinzioni. E nemmeno saprei da dove iniziare una replica: senza negare che vi siano anche situazioni come quelle descritte - peraltro destinate a perdere la competizione - potrei dire di non confondere i laureati in lettere con gli ingegneri che molti imprenditori cercano all'estero, oppure che i ruoli pesantemente carenti sono quelli tecnici intermedi, od ancora che troppo spesso si ritiene che siano le imprese a dover adeguare la propria attività ad obiettivi programmati altrove senza seguire i mercati.

Credo che l'approccio più corretto sia citare le fonti che forniscono le informazioni corrette che sono state trascurate dal presunto "maître à penser".

Potrei anche portare l'esempio personale - simile a molti altri di mia conoscenza - citando il fatto di essere coinvolto in un programma di ricerca europeo insieme ad altre SME ed a due istituti di ricerca, uno in UK ed uno in Svezia. Nessuno italiano, pur se mi pare ovvio che lo preferirei, se non altro per comodità.
Però, all'autore di quell'articolo - così utile a capire la questione ….. - sono certo non interesserebbe: il gentiluomo è alacremente occupato a cambattere la sua guerra. E tu?

Non mi interessano le guerre. Anch'io sono coinvolto in Progetti di Ricerca europei nei settori delle nanotecnologie e farmaceutico con multinazionali italiane e non. Ho meno esperienza con le PMI, ma sono consapevole del ruolo fondamentale nel panorama italiano. Auspico interventi legislativi e regolamentativi che aiutino le università e le imprese (grandi, medie e piccole) a fare meglio il proprio lavoro nella formazione e nella ricerca, anche in collaborazione. Non ho ideologie da difendere ma cerco di confrontarmi il più possibile con l'evidenza sperimentale. Non nego che la mia esperienza personale (ingegnere, professore universitario, ricercatore nell'automazione e nella bioingegneria) influisca sul mio modo di inquadrare l'evidenza sperimentale, ma cerco di essere pronto a modificare i miei paradigmi quando sono contraddetti dai dati. Nulla più.

 

Cordialmente

 

GDN

 

La tua risposta, a mio avviso, presenta un problema: cercherò di evidenziarlo.

Sono anch'io ingegnere, oltre che imprenditore fortemente impegnato nell'attività associativa - dalla cui consistenza in ambito nazionale, mi concederai, deriva una buona conoscenza di questa particolare realtà - dunque tendo a ragionare in maniera logica e basata sui fatti. Occorre, però, partire da una premessa, che dovrebbe essere ovvia sebbene talvolta sia trascurata: i dati e le statistiche sono necessari per descrivere una situazione, ma è l'interpretazione il passo successivo - senza il quale essi rimangono numeri privi di reale significato - e questa può essere sbagliata. Solitamente ciò avviene perché non si conosce bene la realtà che si vuole descrivere, e non di rado - purtroppo - anche perché si conduce un'analisi ponendosi l'obiettivo non di capire ma di convalidare un'idea preesistente, che ha radici nelle proprie convinzioni filosofiche.

Veniamo al tema. Io non contesto l'affermazione che le piccole imprese italiane siano carenti negli investimenti in R&D - sebbene non tanto quanto risulta dalle statistiche, per vari motivi - ed è abbastanza ovvio che ciò dipenda molto proprio dal fattore dimensionale - a cui la disponibilità di risorse è chiaramente collegata - così come è naturale che la grande diffusione di questa tipologia d'impresa, che caratterizza il tessuto produttivo italiano, incida pesantemente sui numeri globali.

È pure corretto considerare i settori di mercato nei quali sono presenti le nostre imprese. Anche qui, mi stanno bene i tuoi dati: la quota di operatori in settori “maturi” è tradizionalmente superiore rispetto a Paesi simili, al contrario di quanto si riscontra per l'alta tecnologia. Ancora una volta, ciò ha a che fare - non solo, ma anche - con la piccola dimensione media (e la scarsa capitalizzazione, in parte frutto di un sistema fiscale che ha sempre fornito incentivi sbagliati, ma questo è un discorso diverso pur se collaterale).

Da queste statistiche, però, tu trai un non sequitur: probabilmente la poca conoscenza specifica delle PMI - e di opinioni ed obiettivi che in esse sono prevalenti - ti spinge ad affermare che vi sia una preferenza per la destinazione di risorse economiche pubbliche ad altro anziché all'attività formativa di alto livello, a causa di una supposta idea di competizione basata solo sul contenimento dei costi. Perciò, con un salto mortale carpiato e rovesciato (coefficiente 3.0), si dovrebbe concludere che Confindustria - in quanto rappresentante di quegli interessi - scientemente appoggi una riforma dell'università che voglia esclusivamente risparmiare, così facendo colpevolmente danno alla nazione tutta.

Ebbene, questa tua convinzione è clamorosamente sbagliata. Proprio all'interno di questo sistema associativo - senza dubbio quello in cui la presa di coscienza del problema è maggiore - è tutto un fiorire di proposte e tentativi di procedere nella direzione del cambiamento basato sull'innovazione, anche con varie modalità di aggregazione per affrontare meglio il passaggio: davvero ti pare logico che, in relazione a tale situazione, l'input autolesionistico sia di trascurare l'alta formazione?

Invece, la percezione sul campo che la qualità media dei nostri laureati - intesa come capacità di essere produttivi a fronte di uno stipendio, come ben ti spiega l'amico Gilberto Bonaga - non sia adeguata, e che il mix di competenze fornite si discosti significativamente da quanto necessario all'industria è la molla che fa supportare il DDL Gelmini, considerato alquanto imperfetto (e peggiorato nel corso dell'iter) ma comunque un passo nella giusta direzione. Sei naturalmente libero di giudicare diversamente il provvedimento, ma direi che l'attribuzione a Confindustria di fini antipopolari vada lasciata alla propaganda politica di personaggi come Forges Davanzati, sul cui essere chiarissimamente ideologico ti pregherei di evitare finti stupori, che suonano come tentativi di nascondersi dietro ad un dito. Sempre che - come dici, e come mi aspetto - lo scopo di questo dialogo non sia il medesimo di quel signore.

Gentile Bocchini,

ti ringrazio per le tue osservazioni che credo ci portino vicino al cuore del problema. Ci sono due questioni aperte:

A. Quale è il senso complessivo del DdL Gelmini?
B. Perché  le imprese appaiono favorevoli ad un DdL?

Procedo per ordine

A. Quale è il senso complessivo del DdL Gelmini?
Anche i sostenitori ormai riconoscono che sia alquanto imperfetto (e peggiorato nel corso dell'iter) ma lo ritengono comunque un passo nella giusta direzione. Insomma, si finisce per premiare l'impegno più che il risultato finale. Le parole d'ordine sono l'eliminazione degli sprechi, meritocrazia, efficienza, spazio ai giovani. Se le cose sono andate diversamente, si tratta di incidenti nel percorso legislativo che non cancellano le buone intenzioni. I sostenitori tengono la questione dei tagli separata dal DdL. I detrattori vedono il DdL come parte di un disegno il cui esito finale è il ridimensionamento del sistema universitario statale e sottolineano la sinergia tra tagli e DdL. Confesso che propendo per i detrattori del DdL per una serie di motivi che provo ad esporre.

Il sacco bucato. Non si può trascurare la narrazione complessiva in cui è inserita la riforma. Secondo il Ministro Gelmini, l'università italiana è un sacco bucato in cui non vale la pensa di infilare altre risorse. Gli argomenti a dimostrazione dello sfascio sono stati ripetuti fino alla nausea. Ecco una delle tante interviste:

http://www.studenti.it/universita/riforma/miur-ecco-gli-sprechi-dell-universita-italiana.php

Non importa che la gran parte degli argomenti siano falsi. Per fare un esempio, i famosi 37 corsi di laurea con un solo studente, originariamente denunciati da Stella e Rizzo ne "La casta" erano frutto di errori materiali come  rivelato da Mentana in una puntata di Matrix:

http://www.flcgil.it/rassegna-stampa/nazionale/la-bufala-dei-37-corsi-della-gelmini-finalmente-svelata.flc

Eppure l'argomento è stao ripreso acriticamente dalla Gelmini senza nemmeno controllare i database del ministero.

Nei seguenti articoli vengono demistificate la gran parte delle leggende metropolitane sull'università italiana:

http://ricercatoriprecari.wordpress.com/2008/12/17/la-leggenda-dello-studente-unico/
http://unipiblog.wordpress.com/2010/11/05/alcune-%E2%80%9Cleggende-metropolitane%E2%80%9D-sulluniversita-italiana/
http://unipiblog.wordpress.com/2010/11/11/i-riformatori-bugiardi/
http://unipiblog.wordpress.com/2010/12/10/numeri-che-contano/

Comunque sia, il sito del Governo conclude in modo molto chiaro:

Tutti questi fatti, inconfutabili, noi li chiamiamo sprechi e proprio qui il Governo Berlusconi intende operare i tagli ormai necessari e non più rimandabili.

Alla luce di questa narrazione ("il sacco bucato"), riforma e tagli vanno a braccetto. Anche gli editoriali di Giavazzi,  uno dei consiglieri della Gelmini (http://www.loccidentale.it/articolo/per+mi+%C3%A8+un+natale+speciale.+con+emma,+la+mia+famiglia+e+la+riforma+sotto+l%27albero.00100396), ribadiscono la stessa narrazione con un interessante retroscena: il piano è quello di risolvere gli sprechi smobilitando risorse, ma in modo graduale, non con la brutalità di Tremonti:

va dato atto al ministro Gelmini di aver fatto un importante passo avanti. La legge riconosce che i corsi devono essere ridotti, le università snellite, alcune chiuse. Ma si propone di farlo gradualmente, con un piano di sostituzioni solo parziali dei professori che vanno in pensione: altri 5.800 nei prossimi cinque anni
http://www.corriere.it/editoriali/10_ottobre_24/un-paese-fuori-corso-edi...

A fronte della brutalità di Tremonti, Giavazzi sbotta:

I deputati della maggioranza non esigono che i tagli all'università (1.200 milioni, un ulteriore 15% in meno il prossimo anno) siano cancellati: chiedono che siano ridotti della metà, per consentire alle università di funzionare. Neppure questo è compatibile con i vincoli di bilancio?Allora si abbia il coraggio di spiegare alle famiglie che non possiamo più permetterci un'università quasi gratuita, cioè rette che coprono meno di un terzo del costo degli studi

Lo stesso Giavazzi aveva precedentemente dichiarato che il sistema era non riformabile (http://www.lavoce.info/articoli/pagina821-351.html) e che era meglio abbatterlo e ricostruirlo da zero, portando ad esempio il CNR:

Il ministro Letizia Moratti, per un istante, è stata coraggiosa e ha commissariato il Cnr, che ha 6.300 dipendenti, di cui mille addetti a mansioni amministrative, e uno su tre impiegato nel Lazio. Ma il suo coraggio è durato lo spazio di un mattino: anziché chiudere l'ente, riassumere i ricercatori bravi in una nuova struttura e liquidare quelli scadenti insieme a quasi tutti gli amministrativi, ha dato mandato ad Adriano De Maio di riformarlo. Non cambierà nulla e già De Maio chiede fondi per "rafforzare il Cnr".

In base a queste citazioni appare lecito vedere il DdL come uno strumento per smobilitare risorse in modo graduale, per evitare di ripetere l'errore fatto dalla Moratti  che non ha avuto coraggio di tagliare il CNR. L'effetto è lo stesso dei tagli di Tremonti, che vengono criticati solo per motivi tattici (troppo precipitosi: suscitano opposizione sociale e politica).

Bisogna dire che la campagna denigratoria è stata devastante (una vera macchina del fango) ed è penetrata in profondità persino nella comunità accademica. Io stesso sono stato sorpreso quando ho scoperto che secondo gli indicatori internazionalmente accettati (pubblicazioni e/o citazioni) l'Italia è stabilmente ottava con una presenza percentuale che cresce a livello europeo e rimane stabile a livello mondiale (cosa non facile a fronte dell'ascesa della Cina): slides 6 e 8 in http://www.slideshare.net/giuseppedn/the-scientific-impact-of-italy (dati tratti da www.scimagojr.com). Questo contrasta con la crisi delle imprese italiane che continuano a perdere terreno sul fronte delle esportazioni nei settori ad alta tecnologia, vedi Fig. 10.2 di http://www.cnr.it/sitocnr/IlCNR/Datiestatistiche/Datiestatistiche_file/S&Tincifre2010_ITA.pdf. Anch'io davo per scontato che ci fossero troppi atenei. Poi ho scoperto che il numero di atenei rapportato alla popolazione non è particolarmente alto rispetto agli altri paesi, http://unipiblog.wordpress.com/2010/12/10/numeri-che-contano/. Quando ho cominciato a studiare i dati OCSE ho visto che l'Italia è al trentesimo posto per percentuale di laureati nella fascia 25-34 anni su 36 nazioni considerate, vedi Chart A1.1 in http://www.oecd.org/edu/eag2010.  Ho scoperto che la spesa per formazione universitaria è molto bassa sia come percentuale del PIL che come spesa pro-capite per studente, Charts B2.2 e B1.5 di http://www.oecd.org/edu/eag2010. Ho scoperto che, rispetto agli altri paesi, abbiamo pochi ricercatori in generale e pochissimi nelle aziende, vedi Fig. 1.12 e  4.9  di http://www.cnr.it/sitocnr/IlCNR/Datiestatistiche/Datiestatistiche_file/S&Tincifre2010_ITA.pdf.. Da tutto ciò ho dedotto che la metafora del sacco bucato maschera la realtà: un paese che non innova e che spende troppo poco per la sua università e la sua ricerca, in cui, nonostante tutto, l'università mantiene indici di efficienza più che ragionevoli.

L'eccesso normativo ed il centralismo burocratico. Il coacervo di regolamentazione e decreti attuativi (500 norme, che richiederanno 100 regolamenti attuativi, 35 dei quali emanati solo dal Governo), pone fine all'autonomia universitaria e decreta il ritorno al centralismo ministeriale. Quale sviluppo (o anche solo sopravvivenza) è pensabile in queste condizioni se si aggiunge il problema della scarsità delle risorse? Gli atenei privati, che pure godono di finanziamenti pubblici, non saranno sottoposti a questo eccesso di regole.

Il sostegno al diritto allo studio. Il sostegno al diritto allo studio diventa nominale: non si indica né l’ammontare delle borse di studio, né l’ammontare complessivo dei fondi. Si prescinde dal reddito e si guarda al solo merito: questo comporta una riduzione delle probabilità di ottenere una borsa di studio per gli studenti a reddito familiare basso se non vi sarà un aumento nell’ammontare complessivo dei fondi. Si imbocca la strada dei prestiti di onore: per uno studente poco abbiente la laurea diventa una scommessa da ripagare. Se si considera la diffusa precarietà, anche tra i laureati, è verosimile che l'accesso all'università si restringerà in base al censo.

Reclutamento dei docenti universitari e baronie. E’ falso che il DDL introduca la meritocrazia nelle procedure di reclutamento dei docenti universitari. E' prevedibile che l'idoneità nazionale, essendo a lista aperta, non sarà particolarmente selettiva. Il momento determinante diventeranno le chiamate da parte dei dipartimenti. In questo modo, c'è il forte rischio di  rafforzare il potere delle baronie locali. Sulla "tenure-track" fasulla c'è poco da dire: nella sua versione autentica presuppone la disponibilità dei fondi per l'assunzione fin dall'inizio del percorso (anche se il candidato deve comunque guadagnasela). Il DdL crea nuove figure precarie rendendo meno appetibile la carriera accademica ai laureati brillanti. Una forma di incentivo alla fuga dei cervelli. Il Politecnico di Zurigo è vicino e paga molto bene persino i dottorandi.

Le corsie preferenziali per le università telematiche. La meritocrazia è stata sbandierata per motivare la chiusura di atenei e corsi di laurea non virtuosi. Come si concilia con il trattamento di favore alle università telematiche? Il parere del CUN (http://www.cun.it/media/106292/pa_2010_12_17_001.pdf) sulla Bozza di Programmazione Triennale è impressionante. Il CUN denuncia "l’incomprensibile asimmetria fra atenei statali e non statali nella gestione delle modifiche dell’offerta formativa" che sottopone gli atenei statali ad una  regolamentazione tale da costringerli a ridurre l'offerta formativa. Al contrario, "nella maggior parte dei casi le università telematiche sono state “accreditate” con Decreto del Ministro, malgrado il parere negativo espresso dal CNVSU e che in tutti i casi in cui sono state predisposte le verifiche ispettive previste dell’art. 7 comma 3 del Decreto Interministeriale 17 aprile 2003 i pareri espressi sono risultati negativi, senza che siano stati per questo assunti provvedimenti conseguenti." Inoltre, si sta proponendo " una procedura autorizzativa molto semplificata che consente l’istituzione di una nuova tipologia di Università, attraverso un canale autonomo e parallelo al sistema esistente, alla sola condizione che essa disponga di una piattaforma tecnologica tecnicamente idonea a fornire didattica a distanza, ma senza che siano definiti i requisiti di qualità necessari e previsti gli indispensabili controlli e garanzie.". Il CUN conclude paventando un "fenomeno di proliferazione delle università operanti in Italia, difficilmente prevedibile nelle sua portata e suscettibile di squilibrio e irrazionalità nel sistema e insieme tale da favorire l’espansione della formazione superiore non statale con il contestuale ridimensionamento del sistema pubblico, rispondente esclusivamente a motivazioni di contenimento della spesa pubblica e senza adeguate misure che garantiscano la qualità delle nuove Università, evitando il degrado progressivo della formazione superiore in Italia."

Un altro incidente di percorso, oppure l'ennesima dimostrazione che la meritocrazia è solo di facciata?

La riduzione del'offerta formativa. Con un progressivo irrigidimento dei requisiti minimi (Decreto Ministeriale 17: http://attiministeriali.miur.it/anno-2010/settembre/dm-22092010.aspx) si stanno costringendo gli atenei statali a chiudere o accorpare i corsi di laurea. Si noti che non si tratta di corsettini  dai nomi strani tenuti in università dall'oscura reputazione. Nella facoltà di Ingegneria di Pavia (prima in Italia nella classifica CENSIS-Repubblica 2010: http://www.universando.com/blog/classifica-facolta-universitarie-censis-2010/), non saremo più in grado di proporre un corso di laurea triennale in Ingegneria Informatica distinto da quello di Elettronica. Stiamo riportando l'offerta formativa indietro di 10-20 anni. Con queste regole l'Ingegneria Informatica e la Bioingengeria non sarebbero mai nate ed avremmo ancora la sola laurea in Ingegneria Elettronica. Nulla di tutto ciò viene imposto alle università private.

Il congelamento delle progressioni stipendiali. Sono stati congelati per un triennio tutti gli scatti  stipendiali dei ricercatori e dei professori, a prescindere da qualsiasi valutazione di produttività. Il trattamento è decisamente più penalizzante di quello inflitto ad altre categorie (magistrati, forze dell'ordine, dirigenza pubblica). In particolare, gli effetti del congelamento sono perenni e ciò comporta un minor reddito nel corso della carriera che può anche superare i 100 000 euro: http://www.rete29aprile.it/ultime/effetti-perpetui-della-manovra-finanziaria-correttiva-2010-tassa-tremonti-sulle-retribuzioni-degli-universitari.html. Credo che sia stato saggio rinunciare a protestare contro questa ingiustizia (anche se nelle fasi critiche ci sono state proposte di recupero parziale tese a smorzare la protesta dei ricercatori) e concentrarsi sulla difesa dell'istituzione universitaria prima ancora che dei propri redditi. Mi interessa di più il messaggio simbolico di questi tagli agli stipendi: i professori sono quasi tutti dei fannulloni e se tagliamo i loro stipendi più di qualsiasi altra categoria del pubblico impiego stiamo solo riducendo uno spreco. L'università e chi ci lavora sono considerati un peso per la società. Se fosse possibile, si azzererebbe tutto per ripartire da zero (vedi il comento di Giavazzi sul CNR). Ancora una volta, tutto ciò si spiega solo alla luce del "sacco bucato".

I poteri del CdA e la sua composizione. E' chiara la volontà di ridurre l'autoreferenzialità degli atenei spostando il centro del potere dal Senato Accademico al CdA con una presenza minima di 3 esterni su 11. Chi saranno questi esterni? Presi dal mondo della politica (amministrazioni locali)? L'esempio del controllo politico delle ASL non è rassicurante.  Presi dal mondo delle aziende? Nelle classifiche internazionali, le aziende italiane se la passano peggio delle università dato che sono il fanalino di coda per capacità di innovazione e per investimenti in ricerca e sviluppo. Sperabilmente, si cercherà di far buon viso e di puntare sulle aziende più lungimiranti, ma prevedo qualche problema a coprire degnamente queste poltrone su tutto il territorio nazionale.  Presi da ex-rettori in pensione? Non riesco ad esultare. Quale sarà poi la procedura di designazione? Se fosse nelle mani del rettore, tutto si ridurrebbe ad un rafforzamento dei suoi poteri.   Molto meglio sarebbe stato lasciare maggiore autonomia agli statuti locali riguardo alla composizione del CdA. Preoccupa anche il potere decisionale sulle strategie concentrato in un organismo così ristretto e che non può riflettere adeguatamente la ricchezza culturale di molti atenei. Se togliamo il rettore, i 3 membri esterni ed il rappresentante degli studenti, possono bastare 6 membri a rappresentare un ateneo con 10 o più facoltà? Ad essere sincero, non mi aspetto grandi cambiamenti, ma solo un controllo ancora più ferreo degli atenei da parte dei soliti circoli di potere locale. Che questo apra la strada a politiche di rinnovamento coraggiose? Ho qualche dubbio.

B. Perché  le imprese appaiono favorevoli al DdL?
La seconda questione aperta è capire perché nel loro complesso le imprese (Confindustria in prima linea) appaiono favorevoli ad un DdL che secondo molti non giova all'università e nemmeno a loro. Sono forse autolesioniste? A mio parere, questo atteggiamento favorevole nei confronti del DdL potrebbe avere due ordini di motivi.

Motivi soggettivi. Il DdL viene apprezzato, più che per la sostanza (ritenuta deludente anche da molti degli esperti che lo hanno sostenuto) per le motivazioni: taglio degli sprechi, meritocrazia, fine dell'autoreferenzialità, etc. I responsabili delle aziende, se si sono informati attraverso Sole24Ore, Corriere della Sera e reti televisive poco o nulla sanno del merito dell'articolato che, come già spiegato, aiuta ben poco a raggiungere gli obiettivi o è addirittura nocivo per il sistema. La metafora del sacco bucato gioca un ruolo assai importante nell'accettazione del DdL: se il sistema è allo sfascio, non fare nulla sarebbe criminale ed anche una riforma molto imperfetta va bene: anche se si commettono degli errori, sarà difficile fare peggio (e invece al peggio non c'è limite). Non è per nulla chiaro all'opinione pubblica che sul fronte della ricerca e sviluppo l'università italiana compete bene a livello internazionale a differenza delle aziende che sono  in gravissimo ritardo. Anzi, si ritiene che l'università debba imparare dalle imprese. Sia chiaro: bisogna essere disposti ad imparare da tutti, ma sul fronte della ricerca e dell'innovazione le imprese italiane non hanno grandi titoli da esibire. Una ragione in più per non dare deleghe in bianco e per entrare nel merito tecnico dei singoli provvedimenti (il tema è complesso e nessuno degli attori ha i titoli per ritenersi depositario di ricette magiche). Al contrario, il governo è stato bravo a raccogliere consenso puntando sui connotati ideologici: ci si riconosce in alcune parole chiave e si accetta la riforma in nome di queste, anche se i  contenuti del DdL e le politiche governative le smentiscono (come si concilia la meritocrazia e la lotta agli sprechi con le corsie preferenziali per le università telematiche?). Da notare la tecnica di replica usata dall'esecutivo: a chi contesta il contenuto della legge non si replica nel merito ma si lancia l'accusa (ideologica) di essere contro la meritocrazia, di non vedere gli sprechi di essere strumentalizzato dai baroni, ecc. Condivido l'esasperazione degli studenti che, avendo sollevato obiezioni concrete e circostanziate, hanno atteso invano delle risposte, ricevendo sempre la stessa litania di slogan. Non posso che giudicare negativamente il servizio reso dei principali organi di informazione (reti tv e testate a grande diffusione): tanta retorica sul sacco bucato (incluse parecchie falsità) e tanti slogan favorevoli al decreto, ma pochissimi fatti e pochissime analisi razionali.

Motivi oggettivi. Il prevalere di un'adesione al DdL di natura "ideologica" è allo stesso tempo sintomo ed effetto del ritardo delle aziende sul fronte della ricerca e sviluppo. Un sistema più proiettato verso l'innovazione e più abituato a praticarla giudicherebbe la riforma con lenti più pragmatiche e meno ideologiche. Non metto in dubbio le  buone intenzioni sul fronte imprenditoriale, ma quando leggo che il vero problema è risparmiare qualche mese nella formazione dei neolaureati e che è meglio concentrarsi sullo sviluppo dei prodotti già esistenti perché l'innovazione non dà garanzie di successo, vedo orizzonti troppo limitati. Una visione del genere (la percezione sul campo che la qualità media dei nostri laureati - intesa come capacità di essere produttivi a fronte di uno stipendio ... - non sia adeguata, e che il mix di competenze fornite si discosti significativamente da quanto necessario all'industria) vede la pagliuzza e si trova a suo agio nella metafora del sacco bucato e nella politica del contenimento dei costi, ma mi sembra inadeguata alle esigenze della competizione globale. E' giusto impegnarsi per rispondere alle esigenze delle industrie (e ti assicuro che io e i miei colleghi lo facciamo) ma è anche giusto riconoscere che alcune esigenze sono di corto respiro (il laureato pronto all'uso) e che l'università deve anche giocare d'anticipo fornendo una formazione che sappia adattarsi alle esigenze future che le imprese non sanno prevedere (come è possibile, dirai? fornendo una solida preparazione di base attenta agli sviluppi della ricerca internazionale). L'idea che gli unici investimenti degni siano quelli che danno un ritorno immediato alle imprese è asfittica e caratteristica di chi ha poca consuetudine con l'innovazione. In ogni caso, è sbagliato generalizzare: ci sono imprese che innovano, collaborano abitualmente con le università, partecipano a progetti europei, finanziano progetti di ricerca, borse di studio e dottorati di ricerca. Però, i numeri dicono che sono ancora troppo poche. Confindustria non ha corretto il tiro nemmeno a fronte della presa di posizione del Rettore del Politecnico di Milano (home page http://www.polimi.it/ modificata fin da ottobre per reindirizzare gli utenti ad una lettera agli studenti e alle famiglie, critica nei confronti del DdL). Siamo arrivati al punto che i dipendenti del Politecnico si sono autotassati per acquistare una pagina del Corriere della Sera al fine di esprimere il loro dissenso nei confronti del DdL, http://www.ilpost.it/2010/11/24/la-protesta-del-politecnico/. Posso assicurare che il Politecnico ed il suo rettore non non sono mai stati antigovernativi per partito preso (anzi). Mi sentirei di affermare che, in quanto a cultura dell'innovazione, il Politecnico di Milano è più avanti della media delle imprese italiane e che le sue prese di posizione siano campanelli di allarme da non trascurare. Credo che in altri paesi, a fronte di un episodio simile (la più famosa università tecnica che dissente in modo clamoroso),  le aziende avrebbero messo in discussione il loro appoggio alla riforma (se pure lo avessero dato in precedenza) ritenendo poco costruttivo negare ascolto alle università che forniscono le conoscenze e formano il capitale umano indispensabili per innovare. Difficile pensare che il coacervo di norme del DdL ed il centralismo ministeriale siano il modo più efficiente di organizzare e potenziare didattica, ricerca, innovazione e collaborazione con le imprese. Un'imprenditoria moderna e innovativa si renderebbe conto che il DdL non mantiene ciò che promette semplicemente perché, attenta ai propri interessi, ascolterebbe i chiari segnali che vengono dalle università con cui collabora. Un'imprenditoria moderna e innovativa si renderebbe conto che i media di riferimento (Sole24Ore e Corriere della Sera, in particolare) stanno affrontando i problemi dell'università e della ricerca in modo inadeguato.

In conclusione, mi sembra esagerato affermare che Confindustria ... scientemente appoggi una riforma dell'università che voglia esclusivamente risparmiare, così facendo colpevolmente danno alla nazione tutta. Piuttosto, ci sono motivi soggettivi (fiducia negli scopi propagandati) ed oggettivi (ritardi culturali sul fronte della ricerca e dello sviluppo) che la portano (poco scientemente, spero!) ad appoggiare una riforma che invece di stimolare imbriglia le potenzialità di sviluppo (la denuncia del Politecnico di Milano!). A proposito di ritardi culturali, ammetto che anche l'università non se la passa bene se ci sono docenti universitari che dicono che con la cultura non si mangia oppure scrivono, come Zecchi sul Giornale, che la formazione universitaria è un lusso, suggerendo il ritorno all'artigianato.

Abbiamo un'università sottofinanziata ma che compete bene nella ricerca internazionale e delle imprese con pochissimi ricercatori e in forte ritardo sul fronte dell'innovazione. Ha senso che la soluzione passi attraverso la denigrazione dell'intero sistema universitario, la penalizzazione economica degli atenei e degli stipendi di chi ci lavora, il taglio delle borse di studio, la riduzione del turn-over, l'eliminazione dell'autonomia universitaria, la compressione dell'offerta formativa nel settore statale e le corsie preferenziali per le università telematiche? In questo contesto, che credibilità ha la riforma appena approvata? Quale modello di sviluppo stiamo seguendo?

Cordialmente

GDN

Post Scriptum

 Sei naturalmente libero di giudicare diversamente il provvedimento, ma direi che l'attribuzione a Confindustria di fini antipopolari vada lasciata alla propaganda politica di personaggi come Forges Davanzati, sul cui essere chiarissimamente ideologico ti pregherei di evitare finti stupori, che suonano come tentativi di nascondersi dietro ad un dito. Sempre che - come dici, e come mi aspetto - lo scopo di questo dialogo non sia il medesimo di quel signore.

Non avendo ideologie da difendere, cerco di giudicare in base alle argomentazioni. Ribadisco che non conoscevo  Forges Davanzati prima di aver letto il suo articolo (sono un ingegnere e fino a pochi mesi fa mi dedicavo ad altro). Se anche fosse il diavolo (spero di no ;-)), mi sembra meglio argomentare nel merito piuttosto che evocare la propaganda politica.  Se ci sono ragionamenti o dati sbagliati, se ne discute (come sempre).

Non si può scrivere un post così lungo alle 7 di sera del 31 dicembre. Se uno lo legge salta il cenone e anche il brindisi di mezzanotte.

Infatti, adesso stacco e mi dedico ad altro :-)

Buon 2011!

 

GDN

Grazie, grazie davvero per il tempo che ha dedicato a questo intervento. Puntuale ed esauriente.

E buon anno

 

Un momento, un momento ….. hai postato un commento lunghissimo, nella cui corposa prima parte sostanzialmente riporti argomentazioni fornite da fonti unilaterali al fine di esprimere un'opinione contraria al provvedimento governativo. Benissimo, la tua posizione è sempre stata chiara - magari condivido alcune motivazioni e non altre - ma dovrebbe esserti chiaro non mi interessi entrare nel merito: lascio l'eventuale approfondimento a chi, eventualmente, vi si volesse ancora dedicare dopo un lungo dibattito, non ostante tutte le posizioni siano rimaste esattamente quelle di partenza.

Discuto la parte finale, invece, che attiene all'oggetto del mio iniziale intervento. A questo tema vorrei riportarti, per l'ultima volta, sebbene mi appaia ormai piuttosto chiara la tua aprioristica identità di vedute con il citato - e scioccamente ideologico - Forges Davanzati: ti chiedevo di confermare o meno la tua condivisione delle sue opinioni, avendone tu segnalato l'articolo quale corretta lettura della situazione, e così hai fatto.

Certo, concedendo - bontà tua - che anche nell'università ci sia qualcosa da cambiare - pur se naturalmente tu ed i tuoi colleghi lavorate con il massimo impegno (tutti, e tutti con ottimi risultati, immagino), ma mostrando di considerare l'imprenditoria italiana una congrega di arretrati ed ignoranti, di “boccaloni” che credono alla propaganda, d'imbecilli che si rifiutano di vedere la realtà anche quando ci sia qualcuno che si faccia graziosamente carico di abbassarsi ad un tal misero livello per spiegarla. Ne prendo atto, con il rammarico di dover constatare la chiusura mentale di cui si può esser capaci e, se me lo permetti, con un consiglio finale: rileggiti la stupenda ironia di Giuseppe Bottacin, che ha ben colto questa tua visione manichea ed al quale hai curiosamente risposto di esser d'accordo, senza alcuna coerenza nei fatti …...

Nemmeno è polemica, la mia. Solo tristezza.

 

Un momento, un momento ….. hai postato un commento lunghissimo, nella cui corposa prima parte sostanzialmente riporti argomentazioni fornite da fonti unilaterali al fine di esprimere un'opinione contraria al provvedimento governativo.

Non credo che le fonti da cui provengono i dati possano essere considerate unilaterali. Nella mia risposta e negli articoli citati i dati provengono da:

1. OCSE
2. Banca Mondiale
3. Statistiche consultabili del MIUR
4. Statistiche sulle pubblicazioni prese dai database più accreditati (dati SCOPUS elaborati da SCImago)
5. Statistiche sulle pubblicazioni prese da National Science Foundation

Inoltre, ovunque possibile cito i documenti originali di

1. Ministero
2. Consiglio Universitario Nazionale

Per quanto riguarda il Ministro Gelmini e Francesco Giavazzi, cito tra virgolette e riporto i link alle loro affermazioni. Non è mia abitudine riportare argomentazioni al fine di esprimere un'opinione precostituita. Prima di tutto mi sono documentato su fonti affidabili. Poi ho elaborato i dati a disposizione per formarmi un'opinione. Da ultimo ho messo a disposizione di chi legge le mie argomentazioni citando le fonti.

Discuto la parte finale, invece, che attiene all'oggetto del mio iniziale intervento. A questo tema vorrei riportarti, per l'ultima volta, sebbene mi appaia ormai piuttosto chiara la tua aprioristica identità di vedute con il citato - e scioccamente ideologico - Forges Davanzati:

Alla luce di quanto detto sopra non credo che la mia opinione sia da considerare aprioristica. Mi sembra basata su dati, fatti e documenti affidabili. Non sta a me difendere Forges Davanzati, ma mi sembra che considerarlo "scioccamente ideologico" senza entrare nel merito (attraverso la citazione di dati, fatti e documenti) sia aprioristico.

ma mostrando di considerare l'imprenditoria italiana una congrega di arretrati ed ignoranti, di “boccaloni” che credono alla propaganda, d'imbecilli che si rifiutano di vedere la realtà anche quando ci sia qualcuno che si faccia graziosamente carico di abbassarsi ad un tal misero livello per spiegarla.

Non ho mai considerato alcuna categoria (e tanto meno l'imprenditoria italiana) una congrega di arretrati ed ignoranti, di “boccaloni” e non sento di essermi abbassato, ma solo di aver provato a dialogare civilmente. Il ritardo sul fronte dell'innovazione sta nei dati OCSE. Sarebbe ingenuo e poco scientifico dedurne un giudizio sugli imprenditori. Nessuno può competere con l'Intel di punto in bianco e nessuno lo pretende. Piuttosto, si dovrebbe aprire una riflessione sulle cause di questo ritardo nazionale per capire come recuperare terreno. Non sono un esperto, ma, tra le altre cose, credo che i bassissimi investimenti di venture capital (Fig. 5.4 in http://www.cnr.it/sitocnr/IlCNR/Datiestatistiche/Datiestatistiche_file/S...) possano meritare un approfondimento.

Ne prendo atto, con il rammarico di dover constatare la chiusura mentale di cui si può esser capaci

Ho esposto un parere motivandolo ampiamente. Dove sta la chiusura mentale? Nel non condividere le opinioni del mio interlocutore? Se ho riportato dati sbagliati o ragionamenti errati, aspetto una replica nel merito.

Cordialmente

GDN

Ultimo intervento nei tuoi confronti, per quanto mi riguarda, perché non amo discutere con chi sostiene di non aver fatto ciò che invece è chiaramente riscontrabile, solo andando a rileggersi gli interventi precedenti.

Pur dichiarando - e ribadendo ora - di avere nessun interesse a dibattere con te la riforma Gelmini, dal momento che ti avevo posto un altro quesito, al quale ho avuto (miserevole) risposta nei fatti che smentiscono le parole, ti ho fatto osservare come tu abbia riportato argomentazioni fornite da fonti unilaterali. Ribatti che

i dati provengono da:

1. OCSE
2. Banca Mondiale
3. Statistiche consultabili del MIUR
4. Statistiche sulle pubblicazioni prese dai database più accreditati (dati SCOPUS elaborati da SCImago)
5. Statistiche sulle pubblicazioni prese da National Science Foundation

Converrai ch'è cosa diversa. Just for the record, gli articoli sono:


http://www.flcgil.it/rassegna-stampa/nazionale/la-bufala-dei-37-corsi-della-gelmini-finalmente-svelata.flc
http://ricercatoriprecari.wordpress.com/2008/12/17/la-leggenda-dello-studente-unico/
http://unipiblog.wordpress.com/2010/11/05/alcune-%E2%80%9Cleggende-metropolitane%E2%80%9D-sulluniversita-italiana/
http://unipiblog.wordpress.com/2010/11/11/i-riformatori-bugiardi/
http://unipiblog.wordpress.com/2010/12/10/numeri-che-contano/

Vedi un po' tu .......

Inoltre, alla mia amara constatazione che tu mostri di considerare l'imprenditoria italiana una congrega di arretrati ed ignoranti, di “boccaloni” che credono alla propaganda, d'imbecilli che si rifiutano di vedere la realtà anche quando ci sia qualcuno che si faccia graziosamente carico di abbassarsi ad un tal misero livello per spiegarla, ribatti affermando:

Non ho mai considerato alcuna categoria (e tanto meno l'imprenditoria italiana) una congrega di arretrati ed ignoranti, di “boccaloni” e non sento di essermi abbassato, ma solo di aver provato a dialogare civilmente.

Lasciamo che siano i lettori a giudicare, sulla base delle tue parole, alle quali io facevo riferimento e che sono le seguenti:

Il DdL viene apprezzato, più che per la sostanza per le motivazioni: taglio degli sprechi, meritocrazia, fine dell'autoreferenzialità, etc. I responsabili delle aziende, se si sono informati attraverso Sole24Ore, Corriere della Sera e reti televisive poco o nulla sanno del merito dell'articolato

sul fronte della ricerca e sviluppo l'università italiana compete bene a livello internazionale a differenza delle aziende che sono  in gravissimo ritardo [.....] sul fronte della ricerca e dell'innovazione le imprese italiane non hanno grandi titoli da esibire. Una ragione in più per non dare deleghe in bianco e per entrare nel merito tecnico dei singoli provvedimenti

Confindustria non ha corretto il tiro nemmeno a fronte della presa di posizione del Rettore del Politecnico di Milano (home page http://www.polimi.it/ modificata fin da ottobre per reindirizzare gli utenti ad una lettera agli studenti e alle famiglie, critica nei confronti del DdL

ed infine

ci sono motivi soggettivi (fiducia negli scopi propagandati) ed oggettivi (ritardi culturali sul fronte della ricerca e dello sviluppo) che la portano (poco scientemente, spero!) ad appoggiare una riforma che invece di stimolare imbriglia le potenzialità di sviluppo (la denuncia del Politecnico di Milano!)

Adieu.


P.S. Non riesco ad esimermi da una piccola cattiveria finale: è curioso che un ingegnere, docente universitario e ricercatore impegnato in programmi europei in collaborazione con svariate imprese tecnologicamente avanzate non sia in grado di utilizzare correttamente il pulsante di blockquote per rendere più evidente quali siano le affermazioni che controbatte.

Nemmeno fosse un Forges Davanzati od un Sylos Labini - per non dire un Vendola - qualunque ..... :-)

P.S. Non riesco ad esimermi da una piccola cattiveria finale: è curioso che un ingegnere, docente universitario e ricercatore impegnato in programmi europei in collaborazione con svariate imprese tecnologicamente avanzate non sia in grado di utilizzare correttamente il pulsante di blockquote per rendere più evidente quali siano le affermazioni che controbatte.

Il problema e' che non esiste alcun pulsante di blockquote (il "blockquote" rimane un po' nascosto tra le possibili formattazioni :-)

In effetti, da questo punto di vista, altri portali (p.es. Spinoza o i vari wiki) hanno un'interfaccia piu' intuitiva.

Tra l'altro, scrivendo questo commento, mi sono accorto che esiste anche un meraviglioso tasto "html" per manipolare direttamente la sorgente plain html (estremamente utile tutte le volte che l'interfaccia WYSIWYG diventa un vero pain in the ass): sarebbe possibile renderlo piu' evidente?

PS: nel merito, ovvero riguardo all'inadeguatezza  dell'informazione dei media mainstream a proposito della riforma (e sulle conseguenze di queste distorsioni mediatiche), penso che le osservazioni di GDN siano pertinenti, ed andrebbero prese in considerazione piu' seriamente (e con maggior distacco).

nel merito, ovvero riguardo all'inadeguatezza  dell'informazione dei media mainstream a proposito della riforma (e sulle conseguenze di queste distorsioni mediatiche), penso che le osservazioni di GDN siano pertinenti, ed andrebbero prese in considerazione piu' seriamente (e con maggior distacco).

 

Quali media mainstream? Confesso che non guardo i telegiornali in chiaro (salvo talora Mentana). SKY è stato abbastanza equilibrata. Dei giornali che leggo Corriere abbastanza favorevole, Sole molto favorevole e Repubblica del tutto ostile. Almeno questo è il quadro negli  ultimi tempi, quando la riforma è divenuta un argomento di dibattito  politico. Il problema vero è che capire questa riforma (come molte altre)  implica una competenza tecnica che nessun giornalista ha. E' una cosa da addetti ai lavori, che però in genere hanno interessi personali e/o pregiudizi idelogici. Si aggiunga la faziosità politica dei giornali (per Repubblica tutto quello che fa il governo è pessimo, per Libero è ottima) ed il particolare clima politico legato alla possibile sfiducia. Un cocktail micidiale che ha impedito di migliorare i molti punti  discutibili (anzi ha fatto peggiorare in molti punti la legge)

 

Vedi, io il pulsante Blockquote l'ho trovato :-)

Quali media mainstream?

Io penso ai grandi giornali come Corriere, Stampa, Sole24Ore, ma anche Repubblica. Sul TG1 (e la TV in genere, a partire da Annozero) meglio sorvolare (anche perche' forse il mezzo televisivo non e' l'ideale per discutere di argomenti complessi e controversi).

Confesso che non guardo i telegiornali in chiaro (salvo talora Mentana). SKY è stato abbastanza equilibrata.

Neanche io guardo la TV: a casa non ho il televisore. Ma una volta, dai suoceri, ho assistito al TG1 di Minzolini.

Dei giornali che leggo Corriere abbastanza favorevole, Sole molto favorevole e Repubblica del tutto ostile. Almeno questo è il quadro negli  ultimi tempi, quando la riforma è divenuta un argomento di dibattito  politico.

La classifica andrebbe fatta non tanto sul segno delle opinioni, ma in base alla capacita' di spiegare in maniera comprensibile i contenuti e le conseguenze della riforma. Da questo punto di vista il Sole24Ore  e' stato nettamente meglio del Corriere (ma anche di Repubblica); tra i giornali generalisti il migliore (tra quelli che bazzico) e' stata la Stampa (grazie agli approfondimenti di Flavia Amabile).

Il problema vero è che capire questa riforma (come molte altre)  implica una competenza tecnica che nessun giornalista ha. E' una cosa da addetti ai lavori, che però in genere hanno interessi personali e/o pregiudizi idelogici. Si aggiunga la faziosità politica dei giornali (per Repubblica tutto quello che fa il governo è pessimo, per Libero è ottima) ed il particolare clima politico legato alla possibile sfiducia.

Concordo. Per questo sarebbe interessante riuscire a trovare un luogo dove si possano confrontare visioni anche radicalmente diverse.

Un cocktail micidiale che ha impedito di migliorare i molti punti  discutibili (anzi ha fatto peggiorare in molti punti la legge)

Francamente l'impressione che ho avuto e' che di migliorare la legge non fregasse un bel niente a nessuno, Governo in primis. Che senso ha avuto accelerare alla Camera, per poi mandare i deputati due settimane in vacanza? Boh!

Vedi, io il pulsante Blockquote l'ho trovato :-)

L'ho trovato anche io. Ma non credo che ricevero' la medaglia Fields per questo.

Mah, anche questa mi sembra un po' tirata.

Da quanto vedo l'informazione tecnica sulla riforma Gelmini mi è sembrata MOLTO, ma MOLTO superiore a quella che gli stessi media forniscono per altre leggi importanti, tipo finanziaria, riforma cosidetta "federalista", e via cantando. O no?

[...] Da quanto vedo l'informazione tecnica sulla riforma Gelmini mi è sembrata MOLTO, ma MOLTO superiore a quella che gli stessi media forniscono per altre leggi importanti, tipo finanziaria, riforma cosidetta "federalista", e via cantando. O no?

Caro Michele,
                   non essendo un tuttologo, avrei difficolta' a dare risposta alla tua domanda.

Le manchevolezze dell'informazione riguardo alla riforma universitaria mi appaiono evidenti perche' ci sono dentro fino al collo (e subisco, direttamente o indirettamente, le conseguenze delle scelte del legislatore). Sulla finanziaria non ho altrettanti strumenti per confrontare la realta' dei fatti con la loro narrazione. E la riforma federalista e', se possibile, ancor piu' terra incognita.

Caro Giuseppe, il tuo intervento e' interessante e ricco di dati e riferimenti, faccio una replica veloce sperando di aver tempo di approfondire in particolare alcuni dati quantitativi in seguito.  Non mi sembra che i tuoi argomenti, pur migliori e con dati e riferimenti, siano interamente corretti nel presentare la situazione dell'universita' italiana. Potrebbero essere migliorati nei punti che ti elenco.

Premetto alcune cose:

  1. secondo me l'universita' italiana ha vari e seri problemi ed e' scadente nel confronto con quelle di Stati comparabili col nostro, anche considerati i costi;
  2. ho visto in TV esponenti della maggioranza e del governo argomentare sui difetti dell'universita': sono stati spesso penosi e patetici nel reiterare ridicoli aneddoti come quello della ricerca sull'asino dell'Amiata oppure dati occasionali e di scarso significato come quelli sul numero dei corsi, e si sono mostrati incapaci di presentare dati aggregati oggettivi a supporto delle loro opinioni
  3. Giavazzi e' frequentemente superficiale e facilone nell'esposizione dei dati, ma non tutto quello che scrive e' da buttare; inoltre le ritengo le critiche di Perotti sostanzialmente corrette

Tu scrivi:

Io stesso sono stato sorpreso quando ho scoperto che secondo gli indicatori internazionalmente accettati (pubblicazioni e/o citazioni) l'Italia è stabilmente ottava con una presenza percentuale che cresce a livello europeo e rimane stabile a livello mondiale (cosa non facile a fronte dell'ascesa della Cina): slides 6 e 8 in http://www.slideshare.net/giuseppedn/the-scientific-impact-of-italy (dati tratti da www.scimagojr.com)

Non sono questi i numeri con cui si deve confrontare l'univerista' italiana con quella estera, perche' tra i ~200 Stati esistenti al mondo l'Italia, oltre ad essere ~20o come PIL pro-capite ha anche un elevato numero di abitanti, che pur pubblicando e venendo citati relativamente poco possono superare Stati molto piu' avanzati ed efficienti come Olanda e Svizzera solo grazie alla forza del numero.  Il confronto corretto che si deve fare e' sul numero di pubblicazioni / citazioni per milione di  abitanti.  Immagino che l'Italia graviti intorno alla 20a posizione, come per PIL pro-capite e indice di sviluppo umano.  La retorica del 7o o 5o paese piu' industrializzato del mondo va lasciata ai politicanti e al circo mediatico: la realta' italiana e' quella di un Paese al ~20o posto nel mondo come livello economico, ma con piu' abitanti rispetto a Stati molto piu' civili e avanzati come Svezia, Svizzera, Olanda, Canada e cosi' via.

Quando ho cominciato a studiare i dati OCSE ho visto che l'Italia è al trentesimo posto per percentuale di laureati nella fascia 25-34 anni su 36 nazioni considerate, vedi Chart A1.1 in http://www.oecd.org/edu/eag2010.  Ho scoperto che la spesa per formazione universitaria è molto bassa sia come percentuale del PIL che come spesa pro-capite per studente, Charts B2.2 e B1.5 di http://www.oecd.org/edu/eag2010.

I laureati sono pochi sia per lo storico ritardo di alfabetizzazione dell'Italia, sia per l'inefficienza degli Atenei dove in passato il 66% degli studenti non riusciva ad ottenere una laurea, e molte lauree sono conseguite con molti anni fuori corso, oltre i 25 anni, contrariamente agli altri Paesi avanzati. Fra l'altro se calcoliamo il costo per laureato del sistema universitario italiano secondo me troviamo costi ai vertici mondiali, piu' ancora dei costi calcolati da Perotti per studente equivalente.  E ci sono studi che mostrano che il livello medio dei laureati italiani e' anche scadente nel confronto internazionale.

Non e' corretto confrontare la spesa per universita' in rapporto al PIL, perche' ci sono grandi differenze tra i tassi di natalita', l'Italia sta intorno a 1.3 figli per donna, mentre Francia, USA, UK stanno intorno a 2. Le differenze nel numero degli studenti potenziali non sono trascurabili.

I numeri corretti da confrontare sono: spesa per studente equivalente (e qui io conterei esclusivamente quelli in regola, escludendo il numero   abnorme italiano di fuori-corso) e percentuale dei 18enni o dei diplomati che si iscrivono all'universita'.

Riguardo ai costi dell'universita', non si puo' negare che gli stipendi lordi degli ordinari di elevata anzianita' sono spropositati nel confronto internazionale, con l'aggravante dell'assenza di ogni controllo reale sulla qualita' di detti ordinari, e questa anomalia si combina con compensi miserabili delle posizioni non strutturate e dei giovani strutturati specie al livello di ricercatore.

Riguardo la produttivita' della spesa per universita' e ricerca dell'Italia, in un passato intervento ho esaminato le stime di produttivita' dei ricercatori italiani a partire dai dati di King e le elaborazioni di Perotti.  A me risulta che gli italiani abbiano molte pubblicazioni e molte citazioni, ma con impatto inferiore a quello di altri Paesi (es Germania, UK) come qualita' (citazioni/pubblicazione).  Aggiungo il link quando ho tempo, e' su nFA, "la produttivita' scientifica dell'Italia".

Ho scoperto che, rispetto agli altri paesi, abbiamo pochi ricercatori in generale e pochissimi nelle aziende, vedi Fig. 1.12 e  4.9  di http://www.cnr.it/sitocnr/IlCNR/Datiestatistiche/Datiestatistiche_file/S&Tincifre2010_ITA.pdf.. Da tutto ciò ho dedotto che la metafora del sacco bucato maschera la realtà: un paese che non innova e che spende troppo poco per la sua università e la sua ricerca, in cui, nonostante tutto, l'università mantiene indici di efficienza più che ragionevoli.

Il problema piu' grave dell'Italia e' che le imprese private investono circa 4 volte in meno in ricerca rispetto ai Paesi avanzati. Lo Stato, secondo stime spannometriche che ho fatto in passato, investe in ricerca il ~25% in meno rispetto alla media UE15.  Questo e' un problema, ma non e' il solo ne' il piu' grave problema, secondo me prima ancora di chiedere piu' soldi l'universita' italiana dovrebbe emendarsi almeno degli scandali piu' evidenti, come quella dei parenti fatti professori dal barone capo nello stesso corridoio o dipartimento o facolta'.  Poi ci sono molte altre cose, come l'inbreeding, la scarsa internazionalizzazione, l'assenza quasi totale di valutazioni di consuntivo, i concorsi barzelletta...

 

 

Io stesso sono stato sorpreso quando ho scoperto che secondo gli indicatori internazionalmente accettati (pubblicazioni e/o citazioni) l'Italia è stabilmente ottava con una presenza percentuale che cresce a livello europeo e rimane stabile a livello mondiale (cosa non facile a fronte dell'ascesa della Cina): slides 6 e 8 in http://www.slideshare.net/giuseppedn/the-scientific-impact-of-italy (dati tratti da www.scimagojr.com)

 

Non sono questi i numeri con cui si deve confrontare l'univerista' italiana con quella estera, perche' tra i ~200 Stati esistenti al mondo l'Italia, oltre ad essere ~20o come PIL pro-capite ha anche un elevato numero di abitanti, che pur pubblicando e venendo citati relativamente poco possono superare Stati molto piu' avanzati ed efficienti come Olanda e Svizzera solo grazie alla forza del numero.  Il confronto corretto che si deve fare e' sul numero di pubblicazioni / citazioni per milione di  abitanti.

Credo di dover dissentire nel merito e nel metodo. Il numero di pubblicazioni/citazioni per milione di  abitanti misura un risultato ma non tiene conto delle risorse che sono state impiegate per ottenerlo. Appare più corretto svolgere un'analisi ingresso-uscita, ovvero misurare i risultati (articoli oppure, ancora meglio, citazioni) a fronte delle risorse investite. Di seguito riporto i risultati di 4 analisi simili tra loro.

A. Rizzuto & Rochow.
Carlo Rizzuto, Università di Genova, e Regina Rochow, "Quale è il rendimento della spesa di ricerca nelle Università (e nella ricerca pubblica):qualche evidenza dai dati statistici", Conferenza CRUI 12/6/03, www.miur.it/UserFiles/3249.pdf
 
Nel documento citato (usando dati Eurostat), si mostra che l'Italia è in posizione 13 come numero di ricercatori (Full Time Equivalent) per milione di abitanti (attivi) (Figura 2.a)  e posizione 14 come numero di pubblicazioni per milione di abitanti (attivi) (Figura 4.a presa da KeyFigures UE del 2002). Il primo numero è un dato di input (risorse umane normalizzate per la popolazione e dimostra che non spendiamo molto. Il secondo numero è un dato di output (risultati) e mostra che non brillliamo come risultati normalizzati per la popolazione. Aggiungo che sarebbe difficile aspettarsi il contrario, viste le poche risorse impegnate. Se però valutiamo l'efficienza dividendo la seconda cifra per la prima saliamo in posizione 6 (Figura 4.b). Per essere ancora più corretti, gli autori ripetono il calcolo usando come come denominatore solo i ricercatori pubblici e universitari. In tal caso l'Italia è in posizione 10 con efficienza 14.8, poco sotto la Germania (15.1) e davanti a Francia, Finlandia, Spagna, Giappone, Grecia e Portogallo (Fig. 6.b). Rizzuto e Rochow usano la metafora dei Km per litro di un automobile: la macchina della ricerca italiana macina un numero di chilometri (pubblicazioni) commisurato ai litri di benzina (ricercatori) messi nel motore. Io aggiungerei che scaricare la colpa sul motore e lesinare ulteriormente la benzina non porta lontano.
Da notare che le nazioni più efficienti di noi sono nell'ordine: USA, NL, UK, Svezia, Danimarca, Irlanda, Belgio, Austria, Germania. A parte USA, UK e Germania, le altre hanno sistemi della ricerca di dimensioni più piccole del nostro. Per un sistema di grandi dimensioni è più difficile essere più efficiente di sistemi più piccoli e agili. Un quasi pareggio con la Germania e far meglio di Francia, Spagna e del Giappone appare un risultato decoroso. Per affinare questo tipo di analisi, bisognerebbe perfezionare il conteggio del numero di ricercatori che producono letteratura scientifica. In particolare, gli stessi autori evidenziano anche "elementi interessanti, che emergono da una analisi delle posizioni degli altri Paesi. Ad esempio, la posizione sempre alta del Regno Unito, che è collegabile, come abbiamo detto, all’alto numero di dottorandi, la posizione molto alta degli USA nella figura 6b), che indica come si abbia una forte attività pubblicistica anche da parte dei ricercatori privati (a differenza degli altri Paesi)". Lungo questa direzione di approfondimento, segnalo anche il seguente articolo relativo al "caso svedese":

Jacobsson, Staffan & Rickne, Annika, "How large is the Swedish 'academic' sector really?: A critical analysis of the use of science and technology indicators," Research Policy, Elsevier, vol. 33(9), pages 1355-1372, November 2004. http://linkinghub.elsevier.com/retrieve/pii/S0048733304001209

B. King.
D.W. King “The scientific impact of nations: what countries get for their research spending”. Nature, vol. 403, 15 jul. 2004, pp. 311-316, http://www.nature.com/uidfinder/10.1038/430311a

King mostra che in termini di efficienza (articoli per ricercatore oppure citazioni per ricercatore) l'Italia viene dopo UK e Canada ma prima di USA, Francia, Germania e Giappone (Fig. 5). Rispetto allo studio di Rizzuto, nel calcolo dell'efficienza si considerano tutti i ricercatori (non solo quelli pubblici e universitari) e credo che questo spieghi le differenze ed in particolare la diversa posizione in classifica degli USA.

C. Leydesdorff & Wagner. Per aggiornare l'analisi di Rizzuto e Rochow ed evitare i problemi relativi alla determinazione del numero di ricercatori, può convenire usare come input la spesa invece che il numero dei ricercatori. Ciò ha un duplice vantaggio:

1. Diventa possibile valutare l'efficienza del sistema della ricerca dal punto di vista del contribuente: cosa ottengo a fronte dei soldi che vengono spesi?
2. Da un ricercatore ben pagato e con maggiori fondi di ricerca è giusto aspettarsi maggiori risultati.

Questo tipo di analisi può essere trovato nel seguente studio:

Loet Leydesdorff & Caroline Wagner, Research Funding and Research Output: A Bibliometric Contribution to the US Federal Research Roadmap,Science and Development Bulletin, Issue No.50 – April 2009, http://www.sciencedev.net/Docs/uss.PDF

Come variabile di input, viene usato l'HERD (Higher Education expenditure in R&D). Viene mostrato (Table 1) che per l'Italia il costo per pubblicazione è relativamente basso (fonti: ISI: Web-of-Science e  OCSE). Infatti, ci sono 14 nazioni che hanno un costo per pubblicazione maggiore di quello italiano (tra cui Giappone, Canada, USA, Francia, Svezia, Germania, Australia):

Japan* 237,973 ($ ppp/publication)
Austria 209,165
Norway 193,157
Canada 191,004
Singapore* 179,017
USA 175,284
EU-27* 163,216
France 156,271
Turkey* 154,728
Sweden 154,456
Germany 153,373
Denmark 148,556
Finland 141,476
Argentina 137,901
Australia* 137,798
Italy* 132,441
Portugal 137,362
Korea* 132,019
Spain* 128,119
Netherlands 124,708
UK* 123,110
Romania 115,938
Belgium 115,328
Taiwan* 111,104
Israel 108,408
Ireland 106,923
Greece 100,054
CzechRep 97,939
China* 89,638
Luxembourg 89,202
Hungary 87,047
Poland* 70,954
Russian Federation 62,763
Slovenia 58,081
SlovakRep 55,320

D. De Nicolao. Qualche tempo fa, ho cercato di verificare questa analisi modificando tre punti:

1. Utilizzare come  indice di risultato le citazioni invece dei lavori scientifici per evitare di premiare la quantità invece della qualità.
2. Usare i dati bibliometrici di SCOPUS che coprono un maggior numero di sedi di pubblicazione ed hanno il vantaggio di essere liberamente consultabili e scaricabili sul sito di SCImago:

http://www.scimagojr.com/countryrank.php?area=0&category=0&region=all&year=2008&order=ci&min=0&min_type=it

3. Limitare l'analisi ad un campione relativamente omogeneo costituito dalle prime 15 nazioni nel ranking scientifico costituito dalle citazioni dei papers 2008: USA, UK, Germania, Cina, Francia, Giappone, Canada, Italia, Australia, Spagna, NL, Svizzera, Svezia, Corea del Sud.

La mia analisi è reperibile su:

  http://www.slideshare.net/giuseppedn/the-scientific-impact-of-italy

I fatti salienti sono:

1. Come citazioni l'Italia si colloca all'ottavo posto
2. Come intensità di R&D (spesa globale in R&D su PIL) siamo ultimi nel campione
3. Come HERD siamo ottavi
4. Come efficienza (citazioni/HERD) siamo noni davanti a Germania, Francia, USA, Canada, Corea del Sud e Giappone che erano meno efficienti di noi anche secondo Leydesdorff e Wagner (da tener conto che io ho usato le citazioni prese da SCOPUS mentre Leydesdorff e Wagner si sono basati sul numero di papers presi da ISI Web of Science).

Alla luce di queste 4 analisi, la ricerca italiana esce bene dal confronto internazionale. A fronte della benzina messa nel motore, macina i suoi chilometri. Criticare la ricerca italiana perché il numero di pubblicazioni (o citazioni) per abitante è inferiore a Olanda e Svizzera, sarebbe come prendersela con il Chievo perché non vince la Champions League.

 Immagino che l'Italia graviti intorno alla 20a posizione, come per PIL pro-capite e indice di sviluppo umano.  La retorica del 7o o 5o paese piu' industrializzato del mondo va lasciata ai politicanti e al circo mediatico:

I dati aggregati servono per calcolare i km/litro, ma sono importanti anche per avere una percezione più realistica delle dimensioni del sistema dell'università e della ricerca. Questo non è irrilevante, perché è diffusa l'idea che l'università e la ricerca italiana siano un granellino di sabbia residuale e di pessima qualità, una vergogna per la nazione.
Come PIL siamo settimi/ottavi. In quanto a spese in R&S siamo noni (ottavi come spese in R&D nel settore Higher Education), http://www.slideshare.net/giuseppedn/the-scientific-impact-of-italy. La quota della ricerca italiana rispetto alla ricerca mondiale è ottava. Per essere precisi, produciamo più del  3% della ricerca mondiale, rimanendo stabili nel tempo e nel periodo 1996-2008 siamo passati dall'11% al 12% della ricerca europea, come illustrato dal grafico "Relative Production" nel seguente link:

http://www.scimagojr.com/countrysearch.php?country=IT

 Mi sembrano dati che fanno capire anche ai non esperti alcuni fatti importanti:

1. La ricerca italiana nel suo complesso rappresenta una quota non irrilevante della ricerca mondiale sia per articoli che citazioni (più avanti discuteremo anche gli indici di qualità).
2.  Dal punto di vista delle dimensioni, i risultati della nostra ricerca (ottavi) sono allineati con quelli della nostra economia (settimi/ottavi ma noni, ottavi come HERD).
3. Non è in atto un declino o un crollo.  Abbiamo guadagnato terreno (dall'11% al 12%) nella nostra quota europea. Inoltre, la stabilità della nostra quota mondiale è un dato positivo, visto che molte altre nazioni stanno arretrando nella loro quota a causa della Cina che aumenta la sua quota di ricerca mondiale.

Sono fatti che ridimensionano la metafora del "sacco bucato" che ha avuto indubbiamente una notevole rilevanza nel dibatttito sullo stato dell'università e sulla riforma. Ovviamente, stiamo parlando di quella parte di ricerca italiana che pubblica su riviste internazionali ed è pertanto misurabile tramite gli strumenti bibliometrici. E' possibile (e certamente da investigare) lo stato di salute dei settori "invisibili" a questi indicatori bibliometrici. Tuttavia, anche se questi altri settori fossero in grave crisi, l'esistenza di una parte di università che compete bene a livello internazionale, in particolare nei settori scientifici  e tecnologici, sarebbe un dato importante che è stato trascurato nel dibattito pubblico.

I laureati sono pochi sia per lo storico ritardo di alfabetizzazione dell'Italia, sia per l'inefficienza degli Atenei dove in passato il 66% degli studenti non riusciva ad ottenere una laurea, e molte lauree sono conseguite con molti anni fuori corso, oltre i 25 anni, contrariamente agli altri Paesi avanzati.
Fra l'altro se calcoliamo il costo per laureato del sistema universitario italiano secondo me troviamo costi ai vertici mondiali, piu' ancora dei costi calcolati da Perotti per studente equivalente.

Svolgo la risposta in 3 punti.

1. Costo cumulativo per studente. I costi per studente equivalente calcolati da Perotti (L'Università truccata, Einaudi) mi sembrano controversi: non è fornita la fonte del coefficiente di correzione (0.483, relativo all’anno 2003)  e correggere il dato OCSE di una sola nazione rende impropri i confronti internazionali. Esiste un indicatore che è insensibile alla percentuale di fuori corso: si tratta della spesa per studente, calcolata cumulativamente nel corso della sua carriera. Infatti, come precisato dall’OCSE http://www.oecd.org/edu/eag2010:

“Austria and Italy: No distinction is made between part-time and full-time studies at the university level. However, for expenditure over the duration of studies the effect balances out, since reporting  part-time students as full-time students leads both to an underestimate of annual expenditure and to an  overestimate of the duration of studies.”

In quanto a spesa cumulativa per studente, l’Italia si colloca al sedicesimo posto su 24 nazioni considerate [Education at a Glance 2010 - OECD Indicators, Tabella B1.3b, pag. 205, http://www.oecd.org/edu/eag2010]. Non sembra un costo ai vertici mondiali.

2. Tasso di (in)successo. La scarsa efficienza intesa come rapporto tra immatricolati è laureati è un problema autentico (e storico), vedi Fig. 8 di www.miur.it/UserFiles/3249.pdf. Se facciamo riferimento alla Fig 7.a dello stesso studio, vediamo che per  numero di Annual Graduations/Million Active Population, l'Italia e 14-esima seguita solo da Austria e Grecia. Tuttavia, se cerchiamo di valutare i "Km/litro" calcolando il rapporto Annual Graduations/Teachers, si vede che l'Italia diventa nona, davanti a Spagna, Danimarca, Belgio, Grecia, Germania, Svezia, Austria (Fig. 7.b). Un risultato per nulla disastroso. Inoltre, come discusso al punto seguente, sembrano esserci segnali di miglioramento riguardo al completamento degli studi.

3. Gli esiti del 3+2. E' appena uscito un'articolo che analizza gli effetti del 3+2 sulla base dei dati raccolti da Alma Laurea:

Andrea Cammelli Perché la riforma universitaria non è fallita,“il Mulino”, n. 5/2010, pp. 767-776.

Riporto alcuni passaggi che contengono dati e valutazioni interessanti, in controtendenza rispetto alle valutazioni oltremodo pessimiste che circolano con poco o nessun supporto di dati statistici.

"l’età alla laurea scende da 27,2 a 25 anni dal 2001 al 2009: 23,9 per i laureati di primo livello; 25 per gli specialistici; 26,1 per gli specialistici a ciclo unico. Quasi 29 laureati di primo livello su cento concludono gli studi prima di avere compiuto 23 anni.

 La regolarità, la capacità cioè di concludere gli studi nei tempi previsti (comprendendo, come di consueto,la sessione di esami invernale, diversamente da quanto viene fatto dal Cnvsu), si è dilatatata complessivamente quattro volte nell’intervallo: da 9,5% nel 2001 al 39,2% di laureati nel 2009 (su valori ancora più confortanti quella dei laureati di secondo livello: 50,1%), mentre un ulteriore 25% conclude entro un anno di ritardo.

La consistenza degli abbandoni che si verificano già nel primo anno d’iscrizione all’università è un segnale, rilevante, del tanto che resta ancora da fare, soprattutto sul terreno dell’orientamento. Ad esserne coinvolti è, infatti, poco meno di un quinto degli immatricolati, in misura perfino più consistente lungo i percorsi di studio, quelli scientifici, nei quali il Paese ha un grave ritardo anche nel confronto internazionale.

Al di là del numero consistente di titoli di studio universitario rilasciati (da 172.000 del 2001 a 293.000 del 2009, +71%), in parte rilevante dovuto alla duplicazione dei titoli, è significativo l’incr mento degli anni di formazione universitaria portati a termine (+22,5%), con un miglioramento dell’efficienza delle università. Nel periodo post-riforma (2001- 2007), mentre le spese (rivalutate) sostenute dalle università (statali) sono cresciute del 23%, le annualità di formazione raggiunta (dal sistema universitario statale) sono aumentate del 36%.

Il fatto che fra i giovani più freschi di laurea quasi 55 su cento (61 fra i laureati di primo livello) concludano i propri studi vantando nel proprio bagaglio formativo un periodo di stage in azienda, riconosciuto dal corso di studi (un numero triplo di quello registrato fino al 2000, prima dell’avvio della riforma), è il segnale importante di una nuova stagione confronto, di riconoscimento reciproco e di collaborazione fra le forze più attente e sensibili del mondo universitario e del mondo del lavoro e delle professioni

ciò che emerge con chiarezza anche nel confronto con i risultati dei migliori laureati pre-riforma nel 2001 (la comparazione è stata fatta con i laureati pre-riforma che avevano concluso gli studi con al massimo un anno di ritardo; poco più di un quarto dell’intera popolazione dei laureati). Il 50,1% dei laureati specialistici 2009 ha concluso gli studi in corso; durante gli studi, il 53,3% ha svolto stage (contro il 25%); oltre il 14% è andato al- l’estero con programmi europei (contro l’11%); il 71% dichiara di conoscere bene l’inglese (contro il 64%)."

 

 

  E ci sono studi che mostrano che il livello medio dei laureati italiani e' anche scadente nel confronto internazionale.

Mi interesserebbe avere la citazione.

 

I numeri corretti da confrontare sono: spesa per studente equivalente (e qui io conterei esclusivamente quelli in regola, escludendo il numero   abnorme italiano di fuori-corso) e percentuale dei 18enni o dei diplomati che si iscrivono all'universita'.

Ho già riportato il costo cumulativo per studente (posizione 16 su 24 nazioni) che non risente dei fuori corso. Per quanto riguarda la spesa in rapporto al PIL, siamo in posizione 30-32 (a pari merito) su 33 paesi considerati. Pur con tutte le correzioni del caso è un dato indicativo di una nazione che scommette molto poco sulle sue università.

Riguardo ai costi dell'universita', non si puo' negare che gli stipendi lordi degli ordinari di elevata anzianita' sono spropositati nel confronto internazionale, con l'aggravante dell'assenza di ogni controllo reale sulla qualita' di detti ordinari, e questa anomalia si combina con compensi miserabili delle posizioni non strutturate e dei giovani strutturati specie al livello di ricercatore.

Mi sembra giusto notare che le tabelle teoriche degli stipendi lordi degli ordinari di elevata anzianità non riflettono la realtà. Per raggiungere i limiti della progressione stipendiale, bisogna diventare ordinari in giovane età e questa non è la norma. Tra i migliori dati recenti a disposizione riguardo alle retribuzioni reali, citerei quelli del rapporto della Commissione Europea Remuneration of Researchers in the Public and Private sectors (Aprile 2007) http://ec.europa.eu/eracareers/pdf/final_report.pdf.
E' uno studio dettagliato di oltre 200 pagine che descrive la metodologia adottata e fornisce una mole di statistiche. In particolare dalla Tabella 17 è possibile recuperare la classifica delle remunerazioni dei ricercatori italiani in funzione degli anni di esperienza:

0-4 years Ranking: 25
5-7 years Ranking 22
7-10 years Ranking: 21
11-15 years Ranking:  20
 > 15 years Ranking: 17

Mi sembra di poter dire che i ricercatori italiani non se la passano bene. E' vero che classifica della retribuzione migliora con l'aumentare dell'esperienza, ma non vanno oltre  la diciassettesima posizione (in Europa).

Riguardo la produttivita' della spesa per universita' e ricerca dell'Italia, in un passato intervento ho esaminato le stime di produttivita' dei ricercatori italiani a partire dai dati di King e le elaborazioni di Perotti.  A me risulta che gli italiani abbiano molte pubblicazioni e molte citazioni, ma con impatto inferiore a quello di altri Paesi (es Germania, UK) come qualita' (citazioni/pubblicazione).  Aggiungo il link quando ho tempo, e' su nFA, "la produttivita' scientifica dell'Italia".

Ho qualche perplessità sull'uso del rapporto citazioni/pubblicazione nella compilazione di classifiche sia a livello individuale che collettivo. Mi spiego attraverso due paradossi:

1. Lo scienziato A scrive 10 articoli che ricevono globalmente 100 citazioni a testa. Lo scienziato B scrive 20 articoli. I primi 10 articoli di B ricevono 100 citazioni a testa mentre i secondi 10 ne ricevono 50 a testa. Se uso come criterio di qualità il rapporto citazioni/pubblicazione A risulta migliore di B pur avendo scritto meno articoli ed avendo ricevuto meno citazioni. Un evidente paradosso, reso ancora più evidente se ipotizziamo che i dieci articoli di A siano scritti in collaborazione con B. In tal caso A è completamente dominato da B perché l'insieme degli articoli di A è un sottoinsieme di quelli di B.

2. Proviamo a compilare una classifica delle nazioni usando come criterio il rapporto citazioni/articolo. La classifica è disponibile al seguente link (ho considerato il periodo 1996-2008):

http://www.scimagojr.com/countryrank.php?area=0&category=0&region=all&year=2008&order=cd&min=0&min_type=it

Per comodità riporto la classifica:

1. Virgin Islands (British)
2. Andorra
3. Comoros
4. Tonga
5. American Samoa
6. Virgin Islands (U.S.)
7. Cape Verde
8. Haiti
9. Gambia
10. Bermuda
11. Gibraltar
12. Faroe Islands
13. San Marino
14. Switzerland
15. Denmark
16. Mozambique
17. Iceland
18. Tuvalu
19. Samoa
20. Panama
...
E' chiaro che così non funziona. Bisogna inserire una soglia minima sul numero di papers o sul numero di citazioni, ma con quale criterio? E' chiaro che la classifica dipenderà dalla soglia selezionata.

In effetti, esiste una proprietà che deve essere soddisfatta da ogni "indice di qualità" sensato. Dato un insieme A di articoli (ognuno corredato del suo numero di citazioni), un indice di qualità Q(A) è una formula di calcolo che restituisce un numero reale che misura la qualità dell'insieme A. Per evitare esiti paradossali, la logica impone che un indice di qualità soddisfi il seguente criterio.

Criterio di Ammissibilità. Un indice di qualità è ammissibile se Q(A) ≤ Q(B) ogni qual volta l'insieme A è incluso in B.

Si vede facilmente che il rapporto citazioni/pubblicazione non soddisfa il criterio di ammissibilità. Pertanto, può essere riportato a scopo informativo, ma non dovrebbe essere adottato per classificare individui, istituti di ricerca o nazioni. Per fare un esempio, l'impossibilità di un uso a scopo di valutazione concorsuale è evidente. Si noti che anche una parte delle valutazioni di Perotti nel Capitolo III.2 dell'Università Truccata (Einaudi) sono inficiate dall'uso di un indice di qualità  (il fattore di impatto normalizzato) che non soddisfa il Criterio di Ammissibilità.  Di seguito, esamino alcuni indici di qualità alternativi che invece soddisfano il Criterio di ammissibilità

1. Highly cited papers. Per esempio, è possibile contare il numero "Top 1% highly cited publications" come  riportato nella Table 1 di

D.W. King “The scientific impact of nations: what countries get for their research spending”. Nature, vol. 403, 15 jul. 2004, pp. 311-316, http://www.nature.com/uidfinder/10.1038/430311a

Vengono considerati due periodi: 1993-1997 e 1997-2001. Inoltre,vengono riportati tre dati:

- numero di papers
- numero di citazioni
- numero di "Top 1% highly cited publications"

Fatti salienti per l'Italia:

a) Nel tempo, i papers passano da 3.67 a 4.05% (mondiale)
b) Le citazioni passano da 3.71% a 4.39% (mondiale)
c) "Top 1% highly cited publications" passano da 3.32% a 4.31% (nel gruppo di confronto)
d) L'Italia è settima in tutti i casi tranne che per "Top 1% highly cited publications"  nel periodo 1993-1997 (ottava preceduta dalla Svizzera). Le nazioni che precedono l'Italia sono: USA, UK, Germania, Giappone, Francia, Canada. Sono nazioni che hanno sempre speso più dell'Italia in R&D e HERD (R&D "accademica")  e non c'è da attendersi di poter ottenere risultati migliori a con minor spesa a meno di non essere molto più efficienti. Non veniamo superati da nessuno che spenda meno di noi.

In conclusione, nella Tabella di King questo indice di qualità pone l'Italia al settimo posto, la stessa posizione che occupa per numero di papers e numero di citazioni. Siamo superati da nazioni che mettono più benzina nel motore della ricerca (fondi, numero dei ricercatori, retribuzioni). Non siamo superati da chi mette meno benzina di noi.

2. H-index nazionale. E' possibile calcolare l'H-index di un istituto di ricerca o di una nazione con la stessa procedura usata per gli individui. E' un modo per premiare la produzione di articoli eccellenti largamente citati e di penalizzare la produzione di una moltitudine di articoli che raccolgono ciascuno poche citazioni. Al seguente link, è disponibile la classifica degli H-index nazionali nel periodo 1996-2008 (come sempre SCImago usa i dati bibliometrici di SCOPUS):

http://www.scimagojr.com/countryrank.php?area=0&category=0&region=all&year=all&order=h&min=0&min_type=it

Per comodità riporto le prime nazioni in classifica:

1. USA
2. UK
3. Germania
4. Francia
5. Canada
6. Giappone
7. Italia
8. Svizzera
...

La Cina è solo 18-esima perché questa finestra temporale include la fase iniziale di crescita in cui prevaleva la quantità sulla qualità. E' sicuramente destinata a scalare posizioni anche nella classifica dell'H-index. Mi sembra interessante che prima cresca la quantità e poi la qualità. Potrebbe essere un pedaggio inevitabile ma temporaneo quando si decide di espandere le proprie attività di R&D. 

Conclusione: entrambi gli indici di qualità che soddisfano il Criterio di Ammissibilità non evidenziano particolari ritardi da parte della ricerca italiana. La collocazione al settimo/ottavo posto mondiale sembra un invariante sia per gli indici aggregati (pubblicazioni, citazioni) che per gli indici di qualità (Top 1% cited papers, H-index).

Il problema piu' grave dell'Italia e' che le imprese private investono circa 4 volte in meno in ricerca rispetto ai Paesi avanzati. Lo Stato, secondo stime spannometriche che ho fatto in passato, investe in ricerca il ~25% in meno rispetto alla media UE15.  Questo e' un problema, ma non e' il solo ne' il piu' grave problema, secondo me prima ancora di chiedere piu' soldi l'universita' italiana dovrebbe emendarsi almeno degli scandali piu' evidenti, come quella dei parenti fatti professori dal barone capo nello stesso corridoio o dipartimento o facolta'.  Poi ci sono molte altre cose, come l'inbreeding, la scarsa internazionalizzazione, l'assenza quasi totale di valutazioni di consuntivo, i concorsi barzelletta...

Sono certamente d'accordo che la parentopoli, l'imbreeding e i concorsi truffa vadano combattuti (con i fatti, però). Inoltre, chi lavora bene (e i dati dimostrano che non sono pochi) ha tutto il diritto di non essere penalizzato.

Cordialmente

GDN

Vedo con piacere che, quando l'argomento ti riguarda, sei molto attento alle "sottigliezze", tipo come vengono misurate le cose, come e quanto vengono finanziate e se ci sono trucchi che alterano i risultati.

Mi astengo da qualsiasi commento nel merito dato che non conosco la materia.

Voglio solo mettere in evidenza questa tua frase:

... la stabilità della nostra quota mondiale è un dato positivo, visto che molte altre nazioni stanno arretrando nella loro quota a causa della Cina che aumenta la sua quota di ricerca mondiale.

Mi risulta (vado a memoria) che si possa applicare pari pari all'export dell'Italia.

Sarà tutto merito del low cost...

Che ci vuoi fare, Beppe, trattasi solo di banale spocchia ..... ben miscelata con un pizzico di consueta cultura anti-industriale italiota, e con l'approccio - peraltro notoriamente molto diffuso - secondo il quale un'opinione differente dalla propria può derivare solamente da:

  • ignoranza

  • incapacità di comprendere

  • interesse personale

Il tutto coincide esattamente con i comportamenti tipici della politica – che, in fondo, fotografa la realtà - come il raffinatissimo epiteto berlusconiano - "coglioni" - rivolto agli elettori della parte avversa e la spiegazione che la sinistra abitualmente fornisce per le sconfitte elettorali, che sarebbero dovute all'incapacità dell'elettorato di comprendere e non all'inadeguatezza della proposta .....

A me, francamente, non piace confrontarmi in simili condizioni: non me l'ha ordinato il medico, dunque ho chiuso .....

Franco dissento sul tuo "ho chiuso": ho partecipato poco a questo interessante dibattito, De Nicolao ha portato degli argomenti a suo sotegno sulla "qualità della ricerca", io gli chiederei un ultimo, vero sforzo:

Quanti brevetti e/o disegni di utilità industriale porta questo, secondo lei, elevato livello della ricerca ?

Come siamo posizionati nel mondo in questo ? Perchè ricercare l'essenza dei peli di gatto e scoprire che i peli stessi portino allergie in individui geneticamente predisposti può essere gratificante per il ricercatore, può portare a un paper di alto livello, ma non servire lo stesso...

[...] Quanti brevetti e/o disegni di utilità industriale porta questo, secondo lei, elevato livello della ricerca ?

Come siamo posizionati nel mondo in questo ? [...]

Questa mi sembra una buona domanda: riguarda il problema del trasferimento tecnologico, ovvero un campo a cavallo tra universita' e impresa.

Non ho una risposta, e faccio un'ulteriore domanda: esistono in Italia delle best practices al riguardo?

Quali sono le realta' che funzionano?
Dove le cose non funzionano, di cosa sentono la mancanza le imprese?

Il 3+2 era (nominalmente) inteso come uno sforzo nel verso della professionalizzazione; ma mi sembra che mediamente non piaccia: quali sono le critiche delle imprese?

Criterio di Ammissibilità. Un indice di qualità è ammissibile se Q(A) ≤ Q(B) ogni qual volta l'insieme A è incluso in B.

Dubito che questo sia un criterio intuitivamente accettabile, a meno che non si voglia imporre che il funzionale Q(.) debba essere del tipo "max", "min", "sum of absolute values" .... insomma misuri valori estremi o totali, che sono pessimi indicatori della qualità di un insieme perché non tengono in conto l'effetto size, la varianza, le code della distribuzione, eccetera.

In generale tale assioma produce risultati assurdi perché esclude gli indici più ovvi di qualità, come la media, per esempio.

Infatti: Sia Q(A) la media aritmetica dei valori degli elementi di A, idem per Q(B). Se A è quel sottoinsieme di B che contiene i due elementi di B con i valori più alti dell'indice in questione, e B ha più di due elementi, allora per certo Q(B) ≤ Q(A). Infatti, l'insieme A è, in media, composto di elementi migliori dell'insieme B (nel caso di specie questo vale "pointwise", ma questo è perché ho costruito un esempio particolarmente semplice).

In termini banali: il criterio che GdeN suggerisce (e che utilizza per far classifiche oltre che per squalificare le analisi di Roberto Perotti) è assurdo. E, come ci insegnarono, ex absurdum sequitur quod libet.

P.S. Non ho tempo in rete per controllare i dettagli dei dati ... per cui mi soffermo al momento sulla logica. Che mi sembra faulty, quando diventa precisa ed estremamente imprecisa otherwise.

In un concorso universitario ho due candidati. Il candidato A ha un solo lavoro con 100 citazioni. Il candidato B è coautore di A  e ha scritto un secondo lavoro che ha ricevuto 80 citazioni. Risulta che le citazioni medie sono

 

A: 100/1=100 citazioni/paper

B: 180/2= 90 citazioni/paper

 

Se uso la media come criterio di ranking faccio vincere il candidato A che ha prodotto meno (1 solo paper contro 2) ottenendo anche meno riconoscimenti internazionali (100 citazioni contro 180).

Paradossalmente, il candidato B dovrebbe occultare il suo secondo paper in modo da essere almeno alla pari con A. Non ha senso usare criteri di ranking secondo i quali posso salire in classifica occultando parte del mio output valutabile. Il Criterio di ammissibilità impedisce che si verifichi questo paradosso: essere superato da qualcuno che ha un sottoinsieme delle mie pubblicazioni. Un criterio di ranking che rende possibile questo sorpasso appare inconsistente.

Ovviamente, la media (e altri indicatori) sono utilissimi per caratterizzare la tipologia di produzione ma non per fare classifiche. L'H-index nasce proprio dalla volontà di introdurre un ranking che non fosse solo quantitativo (citazioni totali) ma che tenesse conto anche della qualità (si premia chi pubblica lavori ad alta visibilità). Non dico che l'H-index sia la bacchetta magica della valutazione bibliometrica, ma almeno non è soggetto a inconsistenze logiche.

Cordialmente

GDN

A me non pare giusto che le citazioni di pubblicazioni con più autori siano accreditate ad ogni coautore come se il paper fosse suo al 100%.

Nel tuo esempio fossero divise equamente fra i due coautori vincerebbe B.

Più intelligente sarebbe dare un peso decrescente e predeterminato agli autori secondo l'ordine di firma.

Ho visto lavori di medicina con più di dieci autori e sempre con la firma del "capo".

In ogni caso il sistema si presta ad un interessato scambio delle citazioni che in qualche modo lo snatura.

Ho lavorato per anni nel privato e la cosidetta "valutazione oggettiva" ha sempre prodotto il solo risultato di arricchire gli studi di consulenza che l'avevano ideata e proposta.

Io penso che la cosa migliore sia valutare i risultati di tutta la struttura ; risultati negativi dovrebbero comportare la rimozione dei vertici e questo dovrebbe garantire che questi valutino in modo corretto e meritocratico i collaboratori.

Ho lavorato per anni nel privato e la cosidetta "valutazione oggettiva" ha sempre prodotto il solo risultato di arricchire gli studi di consulenza che l'avevano ideata e proposta.

that's very interesting

qualche dettaglio in piu`? (se possibile)

 

 

un esempio : il Management By Objectives ( M.B.O.) annuale.

se lo applichi ad un capo divisione funziona

come scendi ai livelli funzionali nascono i conflitti 

produttività ( Operation Manager ) vs qualità ( Q.A. Manager )

puntualità di consegne ( Production Control Manager ) vs volume vendite ( tramite lead times attraenti - Sales Manager )

Volume di vendite ( Sales Manager ) vs Sales Margin ( Business Manager )

ecc.

Senza contare che azioni e risultati non sono quasi mai sincroni : un nuovo Manager bravo può pagare errori di chi lo ha preceduto , uno mediocre godere di azioni del suo predecessore.

Per porre un obiettivo proprio ad ognuna di queste funzioni , affinché non venga massimizzato a scapito di obiettivi di altri , devi fare un trattato pieno di "purché" ed il tutto diviene praticamente ingestibile. 

La cosa più ragionevole è fissare gli obiettivi al capo divisione che avrà il compito di bilanciare correttamente gli ingredienti del successo e l'interesse a giudicare in modo meritocratico i managers che a lui riportano.

grazie, interessante, si direbbe ``o pesce fete d'a capa''

ti segnalo la relazione ``Citation Statistics'' (A report from the International Mathematical Union (IMU) in cooperation with the International Council of Industrial and Applied Mathematics (ICIAM) and the Institute of Mathematical Statistics (IMS) ) e anche la discussione svolta su questo sito a commento dell'articolo ``perche' la riforma Gelmini non era (e`) tutta da buttare''

Sembra esserci una difficoltà ad intendere l'argomento altrui. Ci riprovo.

1) Io  NON ho proposto la media come unico criterio di valutazione. Io ho solo provato che il criterio suggerito da GdeN porta a conclusioni assurde perché esclude la media, che mi sembra una statistica da prendere in considerazione quando si cerca di valutare performances, o no?

2) Fosse per me, sia chiaro, le valutazioni le lascerei fare al mercato che, come l'evidenza mostra, le fa meglio di tutti i sistemini burocratici che vi andate inventando. Ma questo è un altro discorso.

3) Nel caso specifico dell'esempio considerato nel commento precedente è OVVIO che si sta applicando in modo distorto il funzionale "media". La pubblicazione con 100 citazioni ha due autori. Quindi la media di A è 50, quella di B è 65, vince giustamente B.

Morale 1: il criterio suggerito da GdeN rimane assurdo e le sue implicazioni vuote di senso.

Morale 2: gli indici occorre capirli prima di usarli.

marcomariotti (http://www.noisefromamerika.org/index.php?module=comments&func=display&cid=59301&objectid=2111&modid=151&itemtype=1&thread=1#d59301) ha afferrato perfettamente il ragionamento:

Sul punto specifico, personalmente la proprieta' proposta da Denicolao mi sembra piu' che accettabile, mentre la media mi sembra inaccettabile (intesa come indice di qualita').

Pensaci Michele: sei Francis Crick e hai scritto due dei papers piu' fondamentali della storia della scienza, sulla struttura del DNA (oppure sei proprio Michele Boldrin e hai scritto due noti lavori sull'accumulazione del capitale). A questo punto scrivi altri papers, sempre fantastici, citatissimi e ben sopra alla media nazionale, ma non al livello quasi irraggiungibile degli altri due: se un moloch valutativo usa la media come criterio per giudicarti, devi immolare quegli altri tuoi pur bellissimi lavori per non 'abbassare la tua qualita'!

 

 

Per quanto riguarda l'osservazione sul numero degli autori dei papers, non basta dividere le citazioni per il numero di coautori per evitare il paradosso. Nell'esempio specifico, basta ipotizzare che  il secondo paper di B sia in collaborazione con un terzo studioso C. Pur di introdurre i cambiamenti in grassetto, il paradosso rimane tale e quale:

 

In un concorso universitario ho due candidati. Il candidato A ha un solo lavoro con 100 citazioni. Il candidato B è coautore di A  e ha scritto un secondo lavoro (insieme ad un altro autore C diverso da A) che ha ricevuto 80 citazioni. Risulta che le citazioni pro capite medie sono

 

A: 100/2/1=50 citazioni/persona/paper

B: 180/2/2= 45 citazioni/persona/paper

 

Se uso la media come criterio di ranking faccio vincere il candidato A che ha prodotto meno (1 solo paper contro 2) ottenendo anche meno riconoscimenti internazionali (50 citazioni pro capite contro 90 citazioni pro capite).

Paradossalmente, il candidato B dovrebbe occultare il suo secondo paper in modo da essere almeno alla pari con A. Non ha senso usare criteri di ranking secondo i quali posso salire in classifica occultando parte del mio output valutabile. Il Criterio di ammissibilità impedisce che si verifichi questo paradosso: essere superato da qualcuno che ha un sottoinsieme delle mie pubblicazioni. Un criterio di ranking che rende possibile questo sorpasso appare inconsistente.

 

 

 

Per quanto riguarda l'osservazione sul numero degli autori dei papers .........

a me pare che il baco sia considerare la media delle citazioni invece del numero assoluto

autore A 1 pubblicazione 100 citazioni : media 100 ; valore assoluto 100

autore B 10 pubblicazioni 8 con100 citazioni , 2 con 50 : media 90 ; valore assoluto 900

e qui non ci sono dubbi che , accettato il criterio delle citazioni , con la media B soccomberebbe pur essendo il più valido.

Così nell'esempio :

A : con la media 50 ; valore assoluto 50

B : con la media 45 ; valore assoluto 90

ciò detto io non credo che se una istituzione è marcia possa essere bonificata applicando algoritmi automatici

è come credere che il tanto sbandierato federalismo possa "smarcire" la società italiana.

Auguri

Avete mai pensato alla dipendenza del numero di citazioni dal numero degli articoli pubblicati sullo stesso argomento? Leggo ora un articolo su Notices of the American Mathematical Society, Dicembre 2010, pag. 1421, che non parla di citazioni, ma che riferisce, ad esempio, che nell'ambito della "group theory" sono usciti nell'ultimo decennio un numero di articoli pari al 2,63 % di tutti gli articoli pubblicati (e recensiti da MathSciNet) di matematica. Per contro, ad esempio, si deduce da un grafico che sono classificati come "partial differential equations" l'8,8% degli articoli pubblicati nello stesso periodo. Ci si dovrebbe aspettare la stessa proporzione per le citazioni. Anche qui dovremmo "normalizzare"? Aggiungo che non basterebbe normalizzare per "settore scientifico disciplinare" perché, ad esempio "partial differential equations" e "abstract harmonic analysis" appartengono allo stesso settore scientifico-disciplinare italiano (MAT05 Analisi matematica), ma la sproporzione tra numero di articoli pubblicati è ancora maggiore: (approssimativamente lo 0,5% dei lavori di matematica pubblicati è classificato come "abstract harmonic analysis").

Mi sembra ragionevole, ma non facile da implementare.

Lo stesso fenomeno si osserva considerando la lista dei matematici "top", come ho osservato qui

Non facile da implementare, ma nemmeno troppo difficile per la matematica. E' facile contare gli articoli pubblicati in ognuno dei settori associati alle prime due cifre della classificazione di MathReviews, mettiamo per un certo numero di anni, ad esempio pubblicati in un triennio non troppo vicino al 2011 e posteriore al 2001. Più difficile è contare le citazioni di questi articoli. Ma per una stima del numero di citazioni si potrebbe considerare, invece dell'universo dei lavori recensiti da MathReviews, un campione aleatorio stratificato per settore. All'interno di questo campione aleatorio, molto più ridotto,  si potrebbero contare direttamente le citazioni di tutti gli articoli.  La mia congettura è che il numero di citazioni medio in ciascuno dei settori determinati dalle prime due cifre della classificazione, sia proporzionale al numero degli articoli pubblicati nello stesso settore. Se questa congettura fosse verificata in questo contesto, aiuterebbe a comprendere il significato che possiamo dare al numero di citazioni come misura della qualità, anche in altri campi dove non abbiamo banche dati complete come quella di MathReviews. Naturalmente il numero delle citazioni influenza tutti gli altri indici "bibliometrici" dall'indice H allo Impact Factor. Infine è bene osservare che è anche possibile sostenere che gli articoli di migliore qualità sono quelli che si occupano di problemi ai quali si interessa il maggior numero di studiosi. Non è una opinione da scartare a priori. Si può anche ritenere però che chi segue le mode o le grandi scuole finisca per rinunciare ad essere particolarmente originale. La mia opinione è più orientata su quest'ultimo versante e temo che l'enfasi sul numero delle citazioni abbia conseguenze negative sule scelte dei giovani (matematici) che, quando sono bravi, dovrebbero cercare di arrivare a risultati veramente nuovi ed originali, invece di svolgere esercizi di ricerca al seguito delle grandi scuole.

Avete mai pensato alla dipendenza del numero di citazioni dal numero degli articoli pubblicati sullo stesso argomento?

Assai. È fenomeno noto. In economia, per esempio, i migliori papers di teoria hanno un numero miserrimo di citazioni rispetto anche (mediocri) papers di cose "applicate", specialmente microeconometria dell'area cosidetta di "labor" ...

Un'altra ragione per cui indicatori monotoni lasciano molto a desiderare.

Valutare un ricercatore sulla base del numero medio di citazioni lo indurrebbe a pubblicare solo quando ritenesse di fare meglio che in passato: non mi sembra il migliore incentivo possibile. Se invece il ricercatore può scegliere quali pubblicazioni mettere in gioco, allora lo si sta valutando sulla base del numero di citazioni ricevute dal suo articolo migliore: mi sembra più utile ad assegnare un posto nella storia che ad attribuire uno stipendio. All'altro estremo c'è il semplice conteggio delle pubblicazioni (che tiene conto solo della quantità e ignora completamente la qualità). In medio stat virtus? Con tutti i limiti, si intende, che l'uso delle citazioni per misurare l'importanza di un articolo porta con sé.

marcomariotti (http://www.noisefromamerika.org/index.php?module=comments&func=display&cid=59301&objectid=2111&modid=151&itemtype=1&thread=1#d59301) ha afferrato perfettamente il ragionamento:

[...]

Mi dispiace, siete in due ora a non capire. Comincio ad avere dubbi ...

Ci provo, per l'ultima volta.

Il criterio che suggerite ha svariati difetti perché, ripeto, è un criterio MONOTONO rispetto alla dimensione dell'insieme. Questo implica che è un criterio che valuta la QUALITA' di un ricercatore (o, ancor meglio, gruppo di ricercatori) concentrandosi sui valori massimi raggiunti da questi e tralasciando tutte le bad performances. Questo è platealmente assurdo. Si considerino due casi, frequenti.

- Una persona ha un random hit, con tantissimi citazioni e tutto il resto, e poi scrive solo cazzate il resto della sua vita. Anzi, scrive cose sbagliate, non lavora più, ha idee assurde, rovina gli studenti, e via dicendo. Esempi del genere abbondano. Secondo il vostro criterio questo soggetto dovrebbe essere valutato solo perché, per un qualche caso, un giorno ha scritto una cosa buona. Assurdo: scrivere puttanate è socialmente negativo e va "punito" da un criterio di valutazione appropriato.

- Lo stesso vale per un gruppo. Il vostro criterio nemmeno controlla per la dimensione dell'insieme: chi scrive tanto ha per definizione tanti punti, assurdo. Dipartimenti o gruppi grandi hanno indici più alti semplicemente perché mettendo assieme tanta gente aumenta la probabilità di avere un qualche paper che ha avuto successo. Gli incentivi che questo criterio induce, per la selezione del personale, sono estremamente distorti. Direi pessimi. Induce a costruire centri enormi i cui membri, dopo aver fatto un lavoro decente, hanno tutto l'interesse a non fare mai niente.

- Soprattutto, non sembrate cogliere l'aspetto "incentivi": ogni meccanismo di valutazione induce incentivi di un certo tipo. Quello che suggerite induce, a livello di gruppo, l'incentivo che ho appena descritto. Ossia alla creazione di gruppi pletorici alla ricerca del colpo di genio casuale, senza alcuna penalizzazione all'inattività o, peggio ancora, alla produzione di cazzate! Se avessi seguito questo criterio non avrei mai scritto più nulla dopo la mia tesi di PhD: un paper contenuto in essa è di gran lunga la cosa, dal punto di vista strettamente teorico, più importante che abbia mai scritto! Bell'incentivo del menga avrei avuto.

Infine, ripeto per l'ennesima volta, io NON ho detto che le valutazioni si fanno SOLO in base alla media. Ho solo detto che il criterio suggerito da GdeN è assurdo (e lo ribadisco) e che ANCHE la perfomance media deve far parte di un criterio socialmente ammissibile di valutazione.

OVVIAMENTE un funzionale di valutazione della qualità non può non essere composto di svariati indici, con differenti pesi (e qui sta la complicazione oltre che la ragione per cui sono a favore del mercato). Infatti, personalmente lo trovo un problema molto complicato e, per questa ragione, rifuggo dalle soluzioni semplici e chiaramente incongrue come quella che ci e' stata qui suggerita.

Sul mercato sono d'accordo con te (proprio perche' i criteri 'oggetivi' sono soggettivi, come questa discussione ben dimostra).

Sul punto in questione continuo ad essere d'accordo con Denicolao. Se X scrive un top paper e poi cose leggere, e Y un top paper e poi niente, la proprieta' non vieta di dare lo stesso punteggio ad entrambi (sto identificando i due top papers come lo stesso oggetto per evitare discussioni sul coautoraggio, che e' yet another issue). La tua obiezione e' che tu vuoi che X sia attivamente punito, non semplicemente che la sua pubblicazione leggera non conti nulla. Boh, cosa vuoi che ti dica, a me questo sembra francamente assurdo, ma let's agree to disagree.

Sugli incentivi, non vedo come

Induce a costruire centri enormi i cui membri, dopo aver fatto un lavoro decente, hanno tutto l'interesse a non fare mai niente.

o

Se avessi seguito questo criterio non avrei mai scritto più nulla dopo la mia tesi di PhD:

risulti dalla Denicolao-monotonicity. Mi sembra che ti dia la zappa sui piedi con questi esempi perche' (come sottolineato da un altro lettore) e' proprio la media ad avere questo effetto di incentivo: una volta fatto lo hit, ogni cosa abbassa la media.

Secondo me nella foga della discussione stai forse dando una rappresentazione un po' caricaturale di come funziona la ricerca e i gruppi di ricerca, e stai trascurando le motivazioni intrinseche. In Italia c'e' ogni tipo di perversione perche' nel sistema si e' infiltrato un numero enorme di persone che sono motivate da cose che non sono la ricerca, e per eliminarle puoi pescare un indice a caso, media, moda, massimo, che tanto va bene, tanto sono scarsi.

Secondo me nella foga della discussione stai forse dando una rappresentazione un po' caricaturale di come funziona la ricerca e i gruppi di ricerca, e stai trascurando le motivazioni intrinseche. In Italia c'e' ogni tipo di perversione perche' nel sistema si e' infiltrato un numero enorme di persone che sono motivate da cose che non sono la ricerca, e per eliminarle puoi pescare un indice a caso, media, moda, massimo, che tanto va bene: tanto sono scarsi.

Ecco, questo mi sembra il punto chiave.

Incaponirsi a cercare il metodo perfetto rischia di generare discussioni interminabili, finendo per portare acqua al mulino di chi, temendo la valutazione, vuole spostarla oltre la linea dell'orizzonte: questa strategia dilatoria ricorda l'astuzia di Bertoldo, il quale riusci' ad ottenere di scegliere la pianta alla quale venir impiccato... :)

Marco, rispondo per l'ultima volta perché mi sembra che "nella foga della discussione" anche tu abbia preso l'abitudine di non leggere quello che uno scrive. Rileggiti (sulla media e sui criteri di valutazione) il mio commento a cui rispondi. Non so che farci se né tu, né "l'altro lettore", non riuscite a capire la differenza fra

(A) Usare un criterio che ESCLUDE la media come indice di qualità (la negazione di questa proposizione è usare criteri che AMMETTONO la media come uno degli indici di qualità.)

(B) Usare un criterio che IMPONE la media come indice di qualità (la negazione di questa proposizione è usare un criterio che NON IMPONE la media come indice di qualità).

Il dibattito è (A), mentre sia tu che il lettore continuate a far finta che sia (B).

Sul resto, sembri non ricordare cose che credevo chiare e limpide fra chi si occupa di questi argomenti. Le riassumo brevemente:

- Un mostrare che un assioma è "cattivo" basta mostrare che porta a risultati assurdi in istanze ragionevoli. Il fatto che in altre istanze funziona, prova nulla.

- L'idea che la qualità di un insieme sia funzione crescente della sua dimensione è platealmente assurda sul piano intuitivo. Confonde, banalmente, quantità e qualità!

- Se tu leggessi quanto ho scritto capiresti che le mie affermazioni sugli incentivi "distorti" sono una critica al TUO esempio, ossia al caso del signore che scrive una cosa geniale e poi valanghe di minchiate e che, secondo te, dovrebbe essere valutato in base alla cosa geniale. In generale, il criterio del max, che sembra piacerti, induce la seguente stopping rule: once you hit a home run do not write anything anymore. Non so come tu non possa cogliere questa banale implicazione

Infine, nota che gli esempi del genio che scrive un grande paper e poi una sequenza di mediocrità soddisfano solo "debolmente" il criterio di GdeN. Infatti, di per se, il criterio che GdeN si è inventato, con l'unico e plateale scopo di poter così evitare di confrontarsi con i risultati del lavoro di Roberto Perotti, è un criterio utile per definire un indice di QUANTITA', non di QUALITA'!

Non so ragazzi, mi sembrate davvero partiti per la tangente ideologica. Siete, apparentemente, dell'opinione che il sottoinsieme dei 10 migliori giocatori di scacchi del paese debba avere una qualità inferiore (nel gioco degli scacchi) dell'insieme di tutti i cittadini del paese X!

Caro Michele, al contrario, leggo con molta attenzione quel che scrivi. Riassumendo:

DeNicolao cercava un indice di valutazione individuale (i tuoi esempi sui gruppi, scacchisti, eccetera fanno solo confusione in una discussione gia' difficile, perche' l'aggregazione delle valutazioni individuali e' un problema ulteriore), e ha proposto una proprieta' per questo indice.

Tu hai detto che la proprieta' e' assurda perche' 'esclude la media'.

Io e altri abbiamo detto che la media e' un cattivo indice e che la proprieta' e' sensata.

Tu hai a questo punto hai specificato che non hai mai proposto SOLO la media, ma che la media deve far parte di un (fantomatico) insieme di criteri. (Non hai perso l'occasione per accusarmi di non capire la logica elementare ne' cosa significa un assioma).

Rassegnati: io continuo serenamente a pensare che, per la ricerca individuale, la media sia un indice cattivo e vada escluso.  Per il semplice motivo che se (nel periodo di valutazione) scrivo un paper con 100 citazioni non mi sembra giusto che il mio indice cada se ne scrivo un altro con 50 citazioni, e che starei meglio se non facessi nulla. Non mi sembra un concetto difficile da capire ne' un'idea strampalata.

Tre chiarimenti finali:

1) La 'tangente ideologica' per cui sarei/emmo partiti esiste, per quel che mi riguarda, solo nella tua testa perche', non inizio neanche a capire di quale ideologia stai parlando: sto parlando di monotonicita', punto.

2) Tu dici che a me piace il max, cosa che non e' vera. Di nuovo, se scrivo un paper con 100 citazioni e uno con 50 secondo me e' meglio che se ne scrivo solo uno con 100, e se ne scrivo due da 100 e' meglio che se ne scrivo uno solo. Mi cadono le braccia a dover chiarire queste cose.

3) Per me e' una discussione puramente teorica: non sono un fan degli indici; non sono un fan delle citazioni; credo come Fausto e gli altri matematici che gli indici siano soggettivi e che solo chi e' abbagliato dai numeri possa considerarli oggettivi; credo infine che per quanto riguarda l'Italia, come ho gia' detto piu' volte, la discussione sia ancora piu' irrilevante, per i motivi spiegati da GF.

 

E' una discussione astratta anche per il semplice motivo che assume che io possa prevedere a priori il numero di citazioni che un paper può ricevere. Ovviamente questo è impossibile. E' già difficile prevedere in quale rivista sarà accettato e dopo quanto tempo e quante faticose revisioni.

Son d'accordo - ma a me le discussioni astratte, anche se portano poche citazioni, piacciono :)

A rischio di dire stupidaggini, e denigratemi senza pietà se lo sto facendo, a me sembra che l'incentivo a scrivere un paper in più sia più forte per la media che per il max. Ammesso che ci sia un costo marginale positivo, un ricercatore scrive un paper solo se aumenta il ritorno in termini di valutazione (aumenta l'indice di valutazione). Nel caso della media, il ritorno aumenta se si aspetta di ottenere più citazioni dal paper della sua media attuale, nel caso del max se si aspetta di ottenere più citazioni del miglior paper. Tutti i papers che si scrivono col criterio del max si scrivono col criterio della media, mentre non è vero il contrario. O no?

Yup. Grazie Luigi.

Caro Luigi, quello che scrivi e' vero anche se purtroppo non ci vincerai il Nobel....

Chiarisco che io non ho proposto il max come criterio: quello era solo l'uso da parte di Michele di un noto artificio retorico (attribuire all'interlocutore  una cosa X che non ha detto e poi attaccare X per denigrare l'interlocutore). Comunque, nel contesto di esempi estremi (parti con una cosa geniale e poi solo minchiate), ogni articolo successivo a quello geniale abbassa la media.

anche se purtroppo non ci vincerai il Nobel....

c'ho rinunciato da tempo, punto sullo scudetto del Napoli come soddisfazione personale.

Nel caso della media (e non in quello del max) il ritorno può essere negativo.

Direi dunque che la validità della tua affermazione dipende dalla maggiore o minore propensione al rischio del ricercatore.

È vero l'opposto visto che mean(A) ≤ max(A) ... se il payoff è positivo rispetto a max, lo sarà di certo rispetto a mean

Nel caso della media, se il ritorno è incerto e la prospettiva di abbassarla mi spaventa più di quanto mi lusinghi la prospettiva di aumentarla, sceglierò di non pubblicare; con il massimo, invece, pubblicando non corro alcun rischio (pago solo il costo di pubblicare).

Credo che possiamo concordare sia sull'incertezza del ritorno che sul ragionamento (eventualmente formalizzandolo) così come credo concordiamo sul fatto che le motivazioni importanti per scrivere o non scrivere sono altre (e altre devono rimanere).

Ai fini pratici, poi, ma lo scrivo solo perché ho voglia di scriverlo, mi pare ci voglia poco per mettere le cose a posto: si può considerare la media delle migliori 10 pubblicazioni, dove 10 è un arbitrario numero scritto in base se stesso e proporzionale alla durata dell'attività di ricerca... usiamo una sorta di media, abbiamo la proprietà di monotonia, bilanciamo quantità e qualità (con un po' di clemenza nei confronti delle fesserie "a margine") e non permettiamo ad alcuno di sedersi sugli allori; certo, non lo nego, abbiamo bisogno di un'opinione esperta per stabilire quanto vale 10... ma davvero se ne può fare a meno?

accettando le citazioni come misura della preparazione di una persona le varianti fin qui proposte non mi rislvono un dubbio

immaginiamo A e B attivi da 15 anni

citazioni di A primo quinquennio 100 secondo 50 terzo 20

citazioni di B primo quinquennio 20 secondo 50 terzo 100

dovendo promuovere , assumere o quanto altro A o B tutti gli indici fin qui elaborati direbbero che sono pari

io invece , integrando l'automatismo con un mio giudizio soggettivo , preferirei B

sbaglio? Oppure gli indici automatici da soli non funzionano ( sempre ammesso che siano costruiti su misure valide : e penso sempre alle pubblicazioni di medicina con 10 coautori fra i quali sempre il "capo").

Caro Lallo, dipende per cosa usi gli indicatori bibliometrici, e come li usi. Ti faccio un esempio pratico.

Attualmente  da noi (ogni anno, per la ripartizione dei fondi d'ateneo) ciascuno viene giudicato  considerando la produzione scientifica che cade nella finestra degli ultimi 5 anni (ovvero l'attivita' recente): questo dovrebbe mitigare l'inconveniente che segnali.

Tra l'altro, il fatto di lavorare con una "finestra mobile" garantisce  che non basti fare un lavoro ottimo per vivere poi di rendita.

Certo: se questo criterio dovesse essere l'unico strumento di un'ipotetica valutazione che deve decidere se e' meglio A o B,  l'inconveniente che segnali (e molti altri) non potrebbero essere trascurati.

l'incertezza non la stavo proprio considerando a dire il vero, assumevo che il ricercatore sa esattamente quante citazioni ottiene dall'articolo in più.

E' bellissimo che nella ricerca dei chimerici indici 'oggettivi' di qualita' questa discussione sottolinei cosi' bene la loro totale soggetivita': due persone ragionevoli non sono d'accordo nemmeno sulle proprieta' fondamentali che un indice di qualita' deve possedere! 

Sul punto specifico, personalmente la proprieta' proposta da Denicolao mi sembra piu' che accettabile, mentre la media mi sembra inaccettabile (intesa come indice di qualita').

Pensaci Michele: sei Francis Crick e hai scritto due dei papers piu' fondamentali della storia della scienza, sulla struttura del DNA (oppure sei proprio Michele Boldrin e hai scritto due noti lavori sull'accumulazione del capitale). A questo punto scrivi altri papers, sempre fantastici, citatissimi e ben sopra alla media nazionale, ma non al livello quasi irraggiungibile degli altri due: se un moloch valutativo usa la media come criterio per giudicarti, devi immolare quegli altri tuoi pur bellissimi lavori per non 'abbassare la tua qualita'! 

Sulla questione di base della valutazione della ricerca in Italia, poi, concordo con la filosofia espressa mi sembra da Giovanni Federico: la situazione e' talmente patetica che anche mettendo paletti bassissimi, e usando criteri/indici qualsivoglia, si farebbe comunque una selezione mostruosa (stiamo parlando di gente che ha zero papers nell'universo di riviste che hanno, con qualsiasi possibile e soggettivo ma sensato criterio, un minimo di credibilita' internazionale).

 

 

[...] Sulla questione di base della valutazione della ricerca in Italia, poi, concordo con la filosofia espressa mi sembra da Giovanni Federico: la situazione e' talmente patetica che anche mettendo paletti bassissimi, e usando criteri/indici qualsivoglia, si farebbe comunque una selezione mostruosa (stiamo parlando di gente che ha zero papers nell'universo di riviste che hanno, con qualsiasi possibile e soggettivo ma sensato criterio, un minimo di credibilita' internazionale).

Cio' che dici mi sembra abbastanza saggio. Del resto non ha molto senso rincorrere l'indicatore perfetto: meglio usare indicatori sensati ma imperfetti, tarati con un po' di tolleranza.

Puoi usare il metodo automatico  quando c'e' da prendere una decisione binaria (tipo: scatto di stipendio meritocratico, eleggibilita' come commissario, etc.), o per valutazioni aggregate (anche se qui le cose diventano piu' delicate).

Se invece devi decidere chi vince un concorso, puoi usare il metodo automatico al massimo per fare una scrematura, non per determinare il vincitore.

Puoi usare il metodo automatico  quando c'e' da prendere una decisione binaria (tipo: scatto di stipendio meritocratico, eleggibilita' come commissario, etc.), o per valutazioni aggregate (anche se qui le cose diventano piu' delicate).

Quindi siamo d'accordo. Ho sempre parlato di indicatori  automatici per la distribuzione dei fondi fra Università o  Università + settori disciplinari (la soluzione da me preferita) o per la valutazione di produttivtà scientifica indivuale (la legge Gelmini, che è una soluzione inferiore ma comunque meglio dell'arbitrio)- mai per i concorsi.

Se invece devi decidere chi vince un concorso, puoi usare il metodo automatico al massimo per fare una scrematura, non per determinare il vincitore.

Guardi che il concorso  è stato abolito dalla legge Gelmini. RIP. Devo dire che non provo alcuna nostalgia. Ho visto  troppe porcate (non a Matematica, ovviamente, e neppure a Fisica Teorica) in nome della valutazione personale da parte dei commissari Ora si parla di abilitazione nazionale (scrematura) più selezione locale.

RIP

Carlo Carminati 4/1/2011 - 18:52

Guardi che il concorso  è stato abolito dalla legge Gelmini. RIP.

Hai perfettamente ragione, mi sono espresso male (e chi parla male, pensa male :).

Io stavo pensando al cosiddetto "concorsone" o, meglio, alla idoneità nazionale aperta.

Devo dire che non provo alcuna nostalgia. Ho visto  troppe porcate (non a Matematica, ovviamente, e neppure a Fisica Teorica) in nome della valutazione personale da parte dei commissari Ora si parla di abilitazione nazionale (scrematura) più selezione locale.

Scrematura? Mi sembri molto ottimista.

Non mi è poi chiaro che le selezioni locali non saranno ancora peggio degli attuali concorsi locali, ma a questo punto, concordo con te, è tutto nelle mani del Ministro. Il che, forse, è parte del problema.

Guardi che il concorso  è stato abolito dalla legge Gelmini.

Veramente?  Non ho letto l'ultima versione del DDLD Gelmini, ma a me tornava che:

  1. rimane il concorso per ricercatore, che sara' ancora piu' importante di quelli esistenti perche' mediante abilitazione nazionale dopo 6 anni dovrebbe garantire il posto permanente al livello di associato
  2. rimane il concorso per passare da associato ad ordinario, e il concorso per trasferimento da un Ateneo all'altro
  3. rimangono i concorsi locali per associato, per i ricercatori in esaurimento, anche se abilitati nazionalimente

No il concorso tradizionale, con commissari rappresentanti la disciplina a livello nazionale (eletti o estratti) è stato abolito. E' stato sostituito da una abilitazione nazionale a numero aperto (giudizio di idoneità). A regime, ci sarà una valutazione comparativa puramente locale, con membri interni, riservata agli idonei. Sono meccanismi totalmente diversi.

??

Carlo Carminati 4/1/2011 - 23:31

Comincio ad essere confuso.

Due domande:

1) I famosi concorsi da associato (if any :) che dovrebbero svolgersi in attesa che vada a regime il meccanismo della tenure come si svolgeranno?

2) Seconda domanda   (che, personalmente, mi interessa ancor di piu'): si sa gia' quale sara' il meccanismo di ricostruzione della cariera?

Con il nuovo metodo (art 29): abilitazione e chiamata

"A valere sulle risorse previste dalla
legge di stabilita` per il 2011 per il fondo
per il finanziamento ordinario delle universita`,
e` riservata una quota non superiore
a 13 milioni di euro per l’anno 2011,
93 milioni di euro per l’anno 2012 e 173
milioni di euro annui a decorrere dall’anno
2013, per la chiamata di professori di seconda
fascia, secondo le procedure di cui
agli articoli 18 e 24, comma 6, della presente
legge"

Per la ricostruzione della carriera, studiati la legge. Io sono gà ricostruito da tempo. Anzi fra poco me ne vado in pensione :-)

 

[...] secondo le procedure di cui agli articoli 18 e 24, comma 6, della presente legge

quindi ci dovrebbero essere concorsoni nazionali di abilitazione all'associatura, e poi ciascuna sede chiama gli idonei che preferisce, vero?

Per la ricostruzione della carriera, studiati la legge. Io sono gà ricostruito da tempo. Anzi fra poco me ne vado in pensione :-)

L'ultima volta che avevo letto la legge mi sembrava che la cosa non fosse cosi' chiara (forse rimandava a qualche regolamento futuro). Ad ogni modo non c'e' fretta: prima del prossimo concorsone passeranno moltio mesi.

Comunque, anche al di la' dell'interesse personale, penso sia una questione non secondaria per valutare gli effetti del provvedimento nel suo complesso.

Se i regolamenti si conformeranno alle intenzioni d chi ha proposto l'abolizione della ricostruzione di carriera, il salario di ingresso nel ruolo dovrebbe essere quello che si ottiene ora con il massimo della ricostruzione della carriera. Questo eliminerebbe l'attuale discriminazione tra chi entra in ruolo forte di una carriera pregressa e chi "viene da fuori". Sarebbe allora forse più facile reclutare esterni al sistema. Il costo di questa operazione sarebbe minimo perché attualmente la stragrande maggioranza di chi entra in ruolo (di prima o seconda fascia) ricostruisce al massimo la carriera (i matematici sono un'eccezione trascurabile). Lo scopo quindi di questa abolizione è di eliminare una discrminazione e favorire il reclutamento di esterni al sistema universitario

Grazie della notizia. Anzi, delle notizie, una buona, una cattiva.

La buona e' evidente, la cattiva e' che i regolamenti ancora non ci sono.

Qualcuno ha idea dei tempi necessari all'emanazione?

Se i regolamenti si conformeranno alle intenzioni d chi ha proposto l'abolizione della ricostruzione di carriera, il salario di ingresso nel ruolo dovrebbe essere quello che si ottiene ora con il massimo della ricostruzione della carriera. Questo eliminerebbe l'attuale discriminazione tra chi entra in ruolo forte di una carriera pregressa e chi "viene da fuori". Sarebbe allora forse più facile reclutare esterni al sistema.

Non vorrei fare l'ucccello del malaugurio ma la discriminazione (sbagliata e provinciale) contro "chi viene da fuori" viene eliminata anche inquadrando tutti i nuovi assunti ad anzianita' zero. Per l'inquadramento alla massima anzianita' ricostruibile la vera giustificazione sarebbe rendere decentemente comparabile con l'estero il compenso dei candidati provenienti da Paesi avanzati fuori dall'Italia. Spero che ci sia questa sensibilita' nei legislatori, ma non ci scommetterei troppo.

Non vorrei fare l'ucccello del malaugurio ma la discriminazione (sbagliata e provinciale) contro "chi viene da fuori" viene eliminata anche inquadrando tutti i nuovi assunti ad anzianita' zero. Per l'inquadramento alla massima anzianita' ricostruibile la vera giustificazione sarebbe rendere decentemente comparabile con l'estero il compenso dei candidati provenienti da Paesi avanzati fuori dall'Italia. Spero che ci sia questa sensibilita' nei legislatori, ma non ci scommetterei troppo.

Caro Alberto, circa un mese fa ne avevo parlato col nostro direttore di dipartimento (Marco Abate, persona estremamente preparata e meticolosa) il quale mi aveva detto che la ratio del provvedimento era quello di diminuire la pendenza della curva della progressione salariale (come peraltro da te auspicato).

Ma, ovviamente, stiamo facendo il processo alle intenzioni: se il governo finisce a carnevale, dubito che MSG riesca a combinar alcunche' (e il successore avra' buon gioco a scaricar tutte le responsabilita' su di lei in caso di eventuali inadempienze o pasticci).

P.S. [precisazione successiva al commento di Alberto]
qui sopra intendevo dire:
"la ratio del provvedimento era quello di diminuire la pendenza della curva della progressione salariale mantenendo pero' invariata la remunerazione complessiva lungo la carriera lavorativa media" (la parte in grassetto  sopra mancava).

 

Caro Alberto, circa un mese fa ne avevo parlato col nostro direttore di dipartimento (Marco Abate, persona estremamente preparata e meticolosa) il quale mi aveva detto che la ratio del provvedimento era quello di diminuire la pendenza della curva della progressione salariale (come peraltro da te auspicato).

Bene, ottima premessa. Peraltro, scusandomi per essere monotono, osservo che la pendenza si riduce diminuendo gli scatti di anzianita', non alzando il salario di prima assunzione...

Il salario di prima assunzione puo' essere alzato per due ragioni: 1) per mantenere invariata la remunerazione complessiva lungo la carriera lavorativa media, compensando la riduzione della progressione economica di anzianita' e 2) per rendere i compensi italiani piu' simili ed appetibili rispetto a quelli degli altri Paesi avanzati nel reclutamento dei giovani. La struttura dei salari italiani e' tale che solo accademici stranieri vicini alla pensione hanno interesse alle posizioni italiane, almeno dai Paesi avanzati. Un incentivo ridicolo e nocivo, come spesso accade in Italia. AFT scrive che attrarre stranieri ed esterni era motivazione sentita da chi ha scritto l'articolato: bene, adesso speriamo che alle intenzioni corrispondano i fatti.

Non ho dubbi che chi ha scritto la norma pensasse proprio al reclutamento di personale all'estero. La norma si trova nel DDL originale e chi l'ha scritta è un consigliere della ministra con una ampia esperienza di insegnamento universitario all'estero.

Interessante. Avete appena finito di argomentare che, su un paio di questioni importanti, qualcosa di buono ed utile, nella legge appena approvata, c'è ...

Certo: su molte questioni importanti (anzi, essenziali) ci sono amplissimi margini di manovra.

Il problema e' il seguente: chi manovra e' ora solo MSG, e quel che abbiam visto finora non induce all'ottimismo.

(BTW: qualcuno ha notizie del "PRIN 2009"? :)

 

Caro Michele, mi semba che "ex" regga l'ablativo e non l'accusativo. Comunque "ex falso quodlibet sequitur" come prescritto dalle tavole di verità della implicazione.

Sandro, hai ragione. La memoria ha fatto un brutto scherzo!

Premetto ringraziando per la replica densa di dati e collegamenti.

Non sono questi i numeri con cui si deve confrontare l'univerista' italiana con quella estera [...]  Il confronto corretto che si deve fare e' sul numero di pubblicazioni / citazioni per milione di  abitanti.

Credo di dover dissentire nel merito e nel metodo. Il numero di pubblicazioni/citazioni per milione di  abitanti misura un risultato ma non tiene conto delle risorse che sono state impiegate per ottenerlo. Appare più corretto svolgere un'analisi ingresso-uscita, ovvero misurare i risultati (articoli oppure, ancora meglio, citazioni) a fronte delle risorse investite. Di seguito riporto i risultati di 4 analisi simili tra loro.

Se dissenti sull'utilita' di considerare indicatori come "pubblicazioni per milione di abitanti" allora dovresti dissentire ancora di piu' sull'utilita' di considerare indicatori come "pubblicazioni di uno Stato", che oltre ad essere distorti dall'ammontare di risorse iniettate, sono anche distorti, e molto di piu', dal diverso numero di abitanti degli Stati considerati.

In realta' ogni indicatore onestamente interpretato rivela qualcosa.  Pubblicazioni/Stato misura [numero di abitanti] * [PIL pro-capite PPP] * [frazione di PIL in ricerca] * [efficienza del comparto universita-ricerca] , mentre "pubblicazioni per milione di abitanti" misura lo stesso prodotto senza il numero degli abitanti, e quindi e' un indicatore - a mio parere - piu' onesto e utile del primo, per caratterizzare la posizione dell'Italia nel mondo. Non vedo alcun merito, tantomeno scientifico, nell'avere un grande numero di abitanti in Italia. Va bene comunque obiettare che se l'Italia fa male su "pubblicazioni per milione di abitanti" va comunque investigato se questo dipende da scarsa efficienza dei ricercatori o da poche risorse comparativamente investite nel settore.

Appare più corretto svolgere un'analisi ingresso-uscita, ovvero misurare i risultati (articoli oppure, ancora meglio, citazioni) a fronte delle risorse investite. Di seguito riporto i risultati di 4 analisi simili tra loro.

Sono d'accordo, se l'obiettivo e' misurare l'efficienza del comparto universita'-ricerca.  Se invece si vuole confrontare l'Italia come societa', come Paese, allora il parametro piu' corretto e' pubblicazioni o citazioni per milione di abitanti.

A. Rizzuto & Rochow.
Carlo Rizzuto, Università di Genova, e Regina Rochow, "Quale è il rendimento della spesa di ricerca nelle Università (e nella ricerca pubblica):qualche evidenza dai dati statistici", Conferenza CRUI 12/6/03, www.miur.it/UserFiles/3249.pdf

Grazie per il riferimento, che non conoscevo.  Un link piu' diretto e' http://www.philos.unifi.it/upload/sub/Home/133_crui.pdf.

Per essere ancora più corretti, gli autori ripetono il calcolo usando come come denominatore solo i ricercatori pubblici e universitari. In tal caso l'Italia è in posizione 10 con efficienza 14.8, poco sotto la Germania (15.1) e davanti a Francia, Finlandia, Spagna, Giappone, Grecia e Portogallo (Fig. 6.b). Rizzuto e Rochow usano la metafora dei Km per litro di un automobile: la macchina della ricerca italiana macina un numero di chilometri (pubblicazioni) commisurato ai litri di benzina (ricercatori) messi nel motore.

OK questo e' un confronto corretto come premesse, che misura bene la posizione dell'Italia rispetto ai Paesi piu' confrontabili con noi (Stati dell'Europa continentale).  Riporto la classifica:

  Fig. 6b. Highly Cited Papers / 1000 Academic Researchers
USA 50.2
Netherlands 29
UK 25.8
Sweden 23.2
Denmark 22
Ireland 19.8
Belgium 18.6
Austria 16.4
EU 15.7
Germany 15.1
Italy 14.8
France 12.8
Finland 12.8
Spain 5.3
Japan 4.8
Greece 2.9
Portugal 1.7

Io aggiungerei che scaricare la colpa sul motore e lesinare ulteriormente la benzina non porta lontano.
Da notare che le nazioni più efficienti di noi sono nell'ordine: USA, NL, UK, Svezia, Danimarca, Irlanda, Belgio, Austria, Germania. A parte USA, UK e Germania, le altre hanno sistemi della ricerca di dimensioni più piccole del nostro. Per un sistema di grandi dimensioni è più difficile essere più efficiente di sistemi più piccoli e agili.

Non sono d'accordo con questa considerazione.  L'Italia supera Spagna, Portogallo, Finlandia e Grecia che sono piu' piccoli, e gli USA non risentono per nulla delle loro dimensioni.  Invece, la classifica riportata misura secondo me, oltre all'efficienza del comparto accademia-ricerca, le condizioni di alfabetizzazione dei diversi Paesi, e la loro vicinanza alla lingua inglese e allo Stato leader per dimensioni e potenza, gli USA. I Paesi con alfabetizzazione storicamente precoce sono nelle posizioni alte, i Paesi con alfabetizzazione di massa tardiva, tra cui l'Italia, sono nella parte bassa della classifica.  Detto questo, e' vero che il comparto accademico italiano, nel settore scientifico, non sfigura, date le risorse assegnate e lo stato di avanzamento della societa' italiana in generale. Francamente, date le mie conoscenze aneddotiche dell'universita' italiana e degli altri Paesi (USA, Germania, Francia, Svizzera), temevo molto peggio.

B. King.
D.W. King “The scientific impact of nations: what countries get for their research spending”. Nature, vol. 403, 15 jul. 2004, pp. 311-316, http://www.nature.com/uidfinder/10.1038/430311a

King mostra che in termini di efficienza (articoli per ricercatore oppure citazioni per ricercatore) l'Italia viene dopo UK e Canada ma prima di USA, Francia, Germania e Giappone (Fig. 5). Rispetto allo studio di Rizzuto, nel calcolo dell'efficienza si considerano tutti i ricercatori (non solo quelli pubblici e universitari) e credo che questo spieghi le differenze ed in particolare la diversa posizione in classifica degli USA.

Questo studio e' stato ricalibrato da R.Perotti seguento criteri simili a Rizzuto-Rochow sopra, e, come cito nel mio intervento nFA:La_produttivit%C3%A0_scientifica_dell%27Italia, le conclusioni di R.Perotti sono piu' critiche rispetto al tuo riassunto:

R. Perotti e altri continuano il loro studio rapportando quindi le pubblicazioni ai soli ricercatori accademici, e concludono (il riassunto è mio):

  • per numero di citazioni diviso numero di ricercatori accademici l'Italia supera Portogallo, Spagna, Francia e Germania ma è inferiore tutti gli altri paesi considerati (nord-europei e anglosassoni).
  • come impact factor medio (numero citazioni diviso numero articoli) degli articoli prodotti, l'Italia precede solo Spagna e Portogallo tra i 10 paesi presi in considerazione.
  • i due risultati precedenti risentono della ripartizione dei lavori pubblicati nelle diverse discipline, che hanno un numero di citazioni diverso. Rapportando le citazioni disciplina per disciplina alla media di disciplina, si può ottenere un impact factor standardizzato degli articoli pubblicati dai ricercatori accademici italiani, e questo risulta ancora una volta terz'ultimo tra i paesi considerati e superiore solo a Spagna e Portogallo. Si noti che anche King arriva ad una conclusione simile, accomunando però l'Italia anche alla Francia.

Sostanzialmente, i ricercatori italiani producono un numero elevato di articoli, di qualità media però non elevata. Tuttavia moltiplicando i due numeri, il numero di citazioni totali per ricercatore supera Francia e Germania, e questo non è un risultato disprezzabile.

Questo confronto mostra che l'Italia e' superata dai Paesi nord-europei, di pochissimo dalla Francia, e supera a sua volta Spagna e Portogallo, per qualita' di produzione scientifica.  Questa e' la mia elaborazione, dove uso come input la frazione di PIL spesa dallo Stato in ricerca:

 

top1% popol. ricerca prod
Italia 1630 60 0.55 49.4
Germania 3932 80 0.77 63.8
Francia 2591 60 0.83 52.0
Spagna 785 40 0.47 41.8

top1% = numero di articoli di scienze e ingegneria nel 1997-2001 per paese
popol. = popolazione in milioni (approssimata)
ricerca = spesa statale per ricerca in % del PIL
prod = numero di articoli molto citati rapportato alla spesa pubblica relativa al PIL nazionale

Questa tabella mostra che la produttività della spesa pubblica italiana in ricerca è inferiore alla Germania e (di poco) alla Francia, ma supera (1997-2001, non so ora) la Spagna. Personalmente ritengo questi dati più indicativi della realtà.

Aggiungo anche la mia modesta elaborazione sui brevetti, sempre da quell'intervento:

Aggiungo a tutti i dati precedenti alcuni dati che ho raccolto nel 2006 sulla spesa in ricerca e sulla produttività tecnologica dei paesi avanzati, si riferiscono probabilmente ad anni tra il 2001 e il 2004.

 

paese laureati* sp.statale** sp.priv.** brev.hi-tech*** brev.***
USA 10.2 0.86 1.90 48.4 154.5
Giappone 13.0 0.80 2.32 40.4 166.7
Germania 8.1 0.77 1.73 45.5 301.0
Spagna 12.2 0.47 0.56 3.5 25.5
Francia 20.2 0.83 1.36 31.8 147.2
UK 19.5 0.61 1.26 32.0 128.7
Italia 6.1 0.55 0.55 7.1 74.7
UE15 12.5 0.69 1.30 30.9 158.5

* laureati in materie scientifiche in perc. della pop. da 20 a 29 anni
** spesa in ricerca in percentuale del PIL
*** domande all'EPO per milione di abitanti

Qui l'Italia e' superata nettamente anche dalla Francia, che ha un settore privato molto piu' attivo.

Riprendo a commentare quanto hai scritto:

Loet Leydesdorff & Caroline Wagner, Research Funding and Research Output: A Bibliometric Contribution to the US Federal Research Roadmap,Science and Development Bulletin, Issue No.50 – April 2009, http://www.sciencedev.net/Docs/uss.PDF

Come variabile di input, viene usato l'HERD (Higher Education expenditure in R&D). Viene mostrato (Table 1) che per l'Italia il costo per pubblicazione è relativamente basso (fonti: ISI: Web-of-Science e  OCSE). Infatti, ci sono 14 nazioni che hanno un costo per pubblicazione maggiore di quello italiano (tra cui Giappone, Canada, USA, Francia, Svezia, Germania, Australia):

Siccome pero' gli italiani tendono a pubblicare molto, ma con relativamente basso impatto, meno lavori molto citati, meno citazioni, sarebbe opportuno usare al numeratore altri indicatori, e credo ritorneremmo nelle vicinanze dei dati di Rizzuto-Rochow e di King rielaborato da Perotti.  Insomma risultati non esaltanti, ma nemmeno disastrosi, e in linea o meglio con la collocazione dell'Italia nel mondo.

Ora mi devo fermare, cerco di fare una seconda replica sul resto nel prossimo futuro.

Caro De Nicolao

mi fa molto piacere che lei abbia iniziato a postare commenti che mi sembrano molto più argomentati degli slogans con cui i vari movimenti di opposizione alla legge Gelmini ci deliziano. Come forse lei sa io faccio parte del ristretto (?) gruppo di sostenitori della legge, anche se solo come faute de mieux. La ritengo infatti fatta male e molto insufficiente rispetto all'enormità del compito di riformare l'università. Ma nel complesso, mi sembra un passo nella giusta direzione. Ho già motivato più volte questa mia posizione su questo blog e quindi  non mi dilungo. Volevo solo attirare la Sua attenzione su alcuni commenti apparsi  in precedenza

In particolare

http://www.noisefromamerika.org/index.php/articoli/I_finanziamenti_all%2...

dove  dimostro  che i) il rapporto associati+ordinari/studenti 2007 è nella media storica dell'università italiana, mentre quello docenti totali (ricercatori inclusi)/studenti è ai suoi massimi storici e ii) la spesa per studente in termini reali è aumentata in maniera molto significativa negli ultimi 30 anni, e che tale aumento è servito, in fasi successive, ad aumentare il numero dei docenti ed i loro stipendi

In un post successivo, la collega Potestio fornisce dettagli sull'aumento del numero e del rango accademico  dei docenti attraverso un'orgia di promozioni  interne

http://www.noisefromamerika.org/index.php/articoli/I_numeri_della_docenz...

In sostanza, con la legislazione pre-Gelmini, gli aumenti dei fondi all'università si sono solo tradotti in benefici per i professori - in termini di promozioni proprie e/o dei loro allievi, non in un miglioramento della qualità della ricerca. Per questo motivo, penso che la Gelmini abbia ragione: prima di aumentare i fondi all'università è necessario cambiare i meccanismi di reclutamento e di promozione. Mutamenti nelle regole concorsuali sono inutili, come la mia esperienza (significativamente più lunga della sua, per ragioni  anagrafiche) e la storia dei concorsi dimostra. L'unico sistema è introdurre meccanismi di  valutazione molto rigorosi.

Finisco sottolineando che anche in assenza di aumenti dell'FFO (improponibili per ragioni macroeconomiche evidenti nella situazione attuale), le risorse disponibili aumentaranno per l'ondata di  pensionamenti che sta iniziando. Si spera che non siano sprecate. Con il DDL, la probabilità che lo siano è alta (diciamo l'80%): senza il DDL sarebbe stato praticamente certo.

Cordiali saluti

Giovanni Federico

PS a proposito di qualità della ricerca, vorrei far notare che i dati SCIMAGO che Lei cita non sono normalizzati per il numero di ricercatori. Quindi la migliore istituzione di ricerca del mondo risulta la Chinese Academy of Science, seguita dal CNRS e dalla Russian Academy of Science. La prima università vera, Harvard, è quarta, con circa 60000 articoli. Il primo ente italiano è il CNR, al 23 posto con 31000. La prima università italiana, Roma, è al 56 posto, cinque posti dietro all Harbin Institute of technology. Anche in questa classifica, come in tutte le altre, la posizione delle istituzioni italiane mi sembra molto poco brillante - per non dire umiliante

 

PS a proposito di qualità della ricerca, vorrei far notare che i dati SCIMAGO che Lei cita non sono normalizzati per il numero di ricercatori. Quindi la migliore istituzione di ricerca del mondo risulta la Chinese Academy of Science, seguita dal CNRS e dalla Russian Academy of Science. La prima università vera, Harvard, è quarta, con circa 60000 articoli. Il primo ente italiano è il CNR, al 23 posto con 31000. La prima università italiana, Roma, è al 56 posto, cinque posti dietro all Harbin Institute of technology. Anche in questa classifica, come in tutte le altre, la posizione delle istituzioni italiane mi sembra molto poco brillante - per non dire umiliante

Rispondo subito su questo punto (appena posso, rispondo sul resto). I dati SCImago da guardare non sono quelli relativi al Ranking of Research Institutions

http://www.scimagojr.com/news.php?id=120

ma quelli relativi al Country Ranking:

http://www.scimagojr.com/countryrank.php?area=0&category=0&region=all&year=2008&order=ci&min=0&min_type=it

Si vede che l'Italia è ottavia sia per numero di articoli che per numero di citazioni. Per capire se questo è un buon risultato, si può rapportarlo al numero di ricercatori oppure alla spesa. L'idea è di valutare quanti chilometri (ovvero articoli o citazioni) fa la macchina della ricerca con un litro di benzina (la benzina sono le risorse impegnate: ricercatori o spesa per ricerca). In un mio post recente:

http://www.noisefromamerika.org/index.php?module=comments&func=display&cid=59224&objectid=2111&modid=151&itemtype=1&thread=1#d59224

illustro quattro varianti di questa analisi. In tutti i casi il motore della ricerca italiana mostra un buon rendimento.

Come giustamente osservato, le classifiche internazionali degli atenei soffrono del dilemma quantità/qualità (meglio un mega-ateneo che produce tanti articoli non tutti di qualità oppure un micro-ateneo eccellente, ma che potrebbe essere talmente piccolo da non fare testo?). Inoltre, se non si normalizza per le risorse impegnate, sono classifiche che premiano chi dispone di più risorse. Anche questo è un argomento che merita un approfondimento a parte.

 

A presto (spero)

GDN

 

ma quelli relativi al Country Ranking:

Appunto. Era questa la mia obiezione. Il data-base comprende anche i citazioni di riceratori in istituzioni di ricerca non universitarie (in Italia il CNR) e impiegati in attività produttive (caso USA) mentre il dibattito in questa sede si riferisce all'efficienza dell'università. E' possibile rifare i conti solo con le citazioni di istituzioni universitarie?

 

 

Appunto. Era questa la mia obiezione. Il data-base comprende anche i citazioni di riceratori in istituzioni di ricerca non universitarie (in Italia il CNR) e impiegati in attività produttive (caso USA) mentre il dibattito in questa sede si riferisce all'efficienza dell'università. E' possibile rifare i conti solo con le citazioni di istituzioni universitarie?

 

Rifare i conti solo con le citazioni di istituzioni universitarie non è semplice. Ho pensato di arrivarci mediante l'elaborazione di SCImago Ranking of Scientific Institutions http://www.scimagojr.com/news.php?id=120  ma, pur contenendo migliaia di records, mi sembra di aver verificato che non copre tutta la ricerca mondiale e la procedura introdurrebbe delle polarizzazioni. Ho provato direttamente su SCOPUS, ma trovo difficoltà ad estrarre solo i papers "universitari". Concordo che sarebbe un lavoro da fare. Se qualcuno ci mettesse i soldi (Gelmini?), è il tipo di analisi che si può comprare da SCImago.

Quando si usano i dati del Country Ranking di SCImago (http://www.scimagojr.com/countryrank.php?area=0&category=0&region=all&year=2008&order=ci&min=0&min_type=it), bisognerebbe precisare che ci si riferisce al sistema della ricerca nazionale nel suo complesso (mi scuso se qualche volta mi distraggo e mi riferirisco alla ricerca solo universitaria).

Dall'esame del SCImago Ranking of Scientific Institutions, direi che in Italia università e istituzioni di ricerca governative (CNR, Ist. Superiore Sanità, etc.) spiegano la quasi totalità delle pubblicazioni, con una prevalenza delle pubblicazioni universitarie. Per altre nazioni, USA e UK in primal linea, è verosimile che le cose non stiano così e questo va tenuto in conto.

GDN

 

Sono estraneo al mondo universitario ma ho trovato di estremo interesse la vasta documentazione da te postata così come tutte le tue considerazioni.

A me pare tu abbia dimostrato che l'Università italiana considerando risorse impiegate e risultati prodotti ( solo in ambito di produzione scientifica ) non sia poi così disastrata.

Non ho però capito se le risorse ( la benzina ) siano distribuite in modo corretto oppure lesinate a certi livelli e date in abbondanza ad altri ( e se così fosse se i risultati non potrebbero essere migliori semplicemente con una distribuzione diversa ). 

Hai anche smontato alcuni falsi addotti dai sostenitori della riforma che potrebbero dimostrarne la cattiva fede.

A questo punto le mie domande sono :

--- non serve alcuna riforma?

--- perché la riforma approvata non è valida o addirittura peggiorerebbe la situazione?

--- quale riforma alternativa proporresti con le stesse condizioni al contorno? 

Per quanto concerne il rapporto Università / Industria a me pare che almeno al Nord funzioni abbastanza bene con stages , tesi svolte presso laboratori delle industrie e collaborazioni di ricerca.

Provo ad abbozzare qualche risposta (parziale)

A questo punto le mie domande sono :

--- non serve alcuna riforma?

No, una riforma serve, e per impostarla correttamente e' essenziale innanzitutto capire quali siano le criticita' (un problema ben impostato e' gia' per meta' risolto diceva il mio prof. di fisica al primo anno).

--- perché la riforma approvata non è valida o addirittura peggiorerebbe la situazione?

Faccio due esempi.

1) Una delle criticita'   piu' macroscopiche del sistema accademico e' l'improduttivita' di una parte consistente dei docenti strutturati (improduttivita' che viene parzialmente compensata dalla produttivita' degli altri).

Questo problema viene affrontato dalla riforma, ma solo nominalmente: bisogna emanare svariati decreti e regolamenti, mandare a regime l'ANVUR, fare e tarare le valutazioni, e poi (forse) se un prof. non e' attivo gli vengono bloccati gli scatti stipendiali. Insomma: chi sta dentro non ha molto nulla da temere.

Viceversa, per chi non ha una posizione permanente l'ingresso prevede -istituzionalmente- un periodo piuttosto lungo di sostanziale precariato (che pone di fatto chi si candiada ad entrare nel sistema in posizione subalterna, favorendo lo sfruttamento baronale).

2) il passaggio da tre a due fasce e', in linea di massima, sensato; pero' non e' chiaro come verra' gestita la transizione. Quale sara' il destino di chi ha gia fatto parecchi anni da assegnista? Quale sara'  il destino degli attuali ricercatori? L'esigenza di passare subito al nuovo sistema  potrebbe originare pressioni verso promozioni indiscriminate (come ai tempi dell'ope legis).

--- quale riforma alternativa proporresti con le stesse condizioni al contorno?

A mio avviso la riforma sarebbe dovuta partire mandando subito a regime la valutazione:  tutto il resto e' un corollario. Questa riforma mette il carro davanti ai buoi.

Aggiungo che le condizioni al contorno son parte del problema: considero improbabile che meccanismi meritocratici si affermino in un ambiente dove imperversano corruzione, clientelismi e conflitti di interessi.

Per quanto concerne il rapporto Università / Industria a me pare che almeno al Nord funzioni abbastanza bene con stages , tesi svolte presso laboratori delle industrie e collaborazioni di ricerca.

Penso che la differenza nord-sud cominci a livello delle scuole superiori. Io ho studiato a Udine, al liceo scientifico, ma c'erano ITIS ottimi e molto esigenti (p.es. il mitico Malignani) che alle gare di fisica e matematica competevano alla pari con gli scientifici. Poi, all'universita' (matematica), uno dei miei compagni d'anno piu' brillanti proveniva da un ITIS di Brescia.

Ora abito a Pisa (nemmeno profondo sud), ho dei figli, e quello che sento degli istituti tecnici locali non e' rassicurante (vengono quasi considerati il ripiego per chi non ha voglia di studiare). 

E' solo un'impressione? In caso contrario, perche' non esistono anche qui istituti tecnici molto esigenti?

L'osservazione di Giovanni Federico è fondamentale. A suo tempo il Perotti notava che le statistiche in cui ben figurava la ricerca italiana (molte delle quali postate da lei) non tenevano conto della distinzione tra ricerca fatta in ambito universitario da quella fatta all'esterno. Qualora si faccia questa distinzione i risultati in termini di finanziamenti e outcome cambiano assai.

p.es. quando si fa riferimento all'Higher Education expenditure in R&D, che lei citava più su, e lo si rapporta al numero dei soli ricercatori accademici si scopre che la ricerca accademica italiana è la più finanziata al mondo, Usa compresi.

 

quando si fa riferimento all'Higher Education expenditure in R&D, che lei citava più su, e lo si rapporta al numero dei soli ricercatori accademici si scopre che la ricerca accademica italiana è la più finanziata al mondo, Usa compresi.

 

Sarebbe importante recuperare una citazione.

Da un punto di vista metodologico, L'HERD ed il numero di ricercatori sono entrambi ingressi (misurano risorse). Non credo che il rapporto tra due inputs sia un indicatore di merito, ma al più una caratterizzazione della struttura del sistema della ricerca.

La procedura corretta è valutare il risultato in funzione delle risorse: citazioni/HERD oppure citazioni/ricercatori. A questo proposito, il numero di ricercatori richiede di essere maneggiato con cura (il problema di se e come conteggiare precari e dottorandi che, tra l'altro, costano poco). Ho già citato una bella discussione del caso svedese:

Jacobsson, Staffan & Rickne, Annika, 2004.
"How large is the Swedish 'academic' sector really?: A critical analysis of the use of science and technology indicators," Research Policy, Elsevier, vol. 33(9), pages 1355-1372, November.

 

Ho il sospetto che sia meglio calcolare l'efficienza in termini economici, piuttosto che di teste. Argomento da approfondire.

 

In effetti è un argomento affascinante, almeno per i number-crunchers. Sarebbe molto interessante un'analisi più approfondita delle varie definizioni possibili di qualità della ricerca - partendo da un confronto fra le varie classifiche delle università

Sarebbe importante recuperare una citazione.

Da un punto di vista metodologico, L'HERD ed il numero di ricercatori sono entrambi ingressi (misurano risorse). Non credo che il rapporto tra due inputs sia un indicatore di merito, ma al più una caratterizzazione della struttura del sistema della ricerca.

Appunto, non è una misura dell'outcome ma è un dato di cui bisognerebbe tenere conto nelle discussioni in cui si lamenta una mancanza di finanziamenti per la ricerca accademica.

L'originale di Perotti non me lo ricordo ma dati simili li può ricavare da qui.

GERD performed by Higher education (in '000 current PPP$) / Researchers (FTE) Higher education

produce il seguente ranking (dati 2007, Usa mancanti)

Netherlands 201.7
Austria 182.9
Sweden 174.1
Italy 168.4
Germany 159.5
Norway 153.8
Denmark 140.5
Ireland 137.0
Guatemala 132.3
Singapore 128.7
France 124.0
Iceland 123.6
Republic of Korea 117.7
Turkey 110.6
Mexico 107.7
Luxembourg 105.6
Japan 100.6
Finland 99.7
Belgium 95.5
Cyprus 87.9
South Africa 84.8
Spain 80.3
Czech Republic 74.1
Greece 73.3
Hungary 73.0
Slovenia 72.9
Malta 68.5
United Kingdom of Great Britain and Northern Ireland 65.9

puoi dare un link più preciso che porti ai tuoi numeri

il tuo link porta all'home page delle statistiche UNESCO.

Grazie

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selezioni anno e paesi

nell'area dati metti la spunta a:

Science & Technology --> Researchers --> Researchers by sector of employment and sex --> Researchers (FTE) - Higher education

e

Science & Technology --> R&D Expenditure (GERD) --> GERD by sector of performance (in '000 current PPP$) --> GERD - performed by Higher education (in '000 current PPP$)

Caro DoktorFranz,

                          le considerazioni che fai sono interessanti.

Personalmente trovo poco sensato criminalizzare questo o quello (universita' o PMI); tra l'altro spesso i problemi hanno radici comuni.

Bisognerebbe invece entrare nel merito e capire come superare le criticita'; bisogna anche fare attenzione al fatto che a volte buoni propositi portano a cattive realizzazioni.

Faccio un esempio. Il 3+2 si poneva come obbiettivo quello di costituire un primo livello di laurea che potesse rispondere alle esigenze del mercato del lavoro. In facolta' come ingegneria si era quindi puntato sulle materie piu' professionalizzanti (comprimendo insegnamenti fondamentali come matematica e fisica). Il risultato e' stato pessimo (ed infatti negli ultimi anni si e' tornati indietro). In altre facolta' la creazione di percorsi piu' professionalizzanti ha moltiplicato gli insegnamenti, a volte in maniera spropositata (cosa criticata anche dalla Gelmini).

Comunque penso che quando si parla di Ricerca e sviluppo sarebbe bene sempre distinguere tra ricerca di base e trasferimento tecnologico : la prima dovrebbe essere (principalmente) compito delle universita', per il secondo anche le imprese giocano un ruolo chiave.