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Due idee per Mariastella e chi verrà dopo di lei

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Gentile Mantovani,

provo a risponderle.
>1) l'Italia spende poco in ricerca, soprattutto le aziende
>2) la produzione scientifica italiana si mantiene su buone posizioni.
>Ne consegue che:
>3) confindustria appoggia la riforma perchè non capiscono una mazza di ricerca e quindi vogliono >affossare la ricerca e l'offerta formativa universitaria attraverso la riforma.
>Io non credo che questo "teorema" sia dimostrabile. Ma anche solo come "possibile spiegazione" a >me non sembra stare in piedi. Quale meccanismo causale hai in mente?

Come spiegato bene da Fausto Di Biase, il termine teorema è improprio. Tuttavia, rimane da capire  perché i mezzi di informazione vicini a Confindustria e al Ministero descrivono l'università italiana come agonizzante (una caricatura della realtà) mentre pongono scarsa attenzione sulla bassa propensione all'innovazione delle imprese. Per competere a livello internazionale, bisognerebbe puntare all'innovazione e sarebbe necessario formare più tecnici e ricercatori. Essendo un ingegnere, mi viene naturale guardare a mio settore. Le facoltà di ingegneria italiane sono tutt'altro che agonizzanti e sfornano ingegneri preparati (nessuna difficoltà a trovare impieghi, anche buoni, all'estero). Dall'esame dei dati, è invece drammatica la scarsità di risorse che le aziende italiane investono in R&S. Questo combacia con la difficoltà di molti laureati in ingegneria a trovare lavori tecnicamente qualificati in Italia: la progettazione innovativa e la ricerca industriale vengono sempre più svolte all'estero.

Mi pongo la seguente domanda: se qualcuno ritenesse che l'Italia ha ormai perso la gara per l'innovazione, estendere la formazione universitaria non diventerebbe un lusso? Inutile coltivare un sistema formativo esteso su tutto il territorio e capace di produrre figure professionalmente qualificate in numero paragonabile a quelle prodotte dai paesi che non riusciamo più ad inseguire. Ho sentito questo discorso dalla bocca di un imprenditore famoso ("Difficilmente i nostri ingegneri potranno rivaleggiare in futuro con i colleghi tedeschi, americani, e probabilmente anche cinesi, in termini di alta tecnologia nei settori dell’informatica, delle biotecnologie e delle nanotecnologie, dei sistemi spaziali, della robotica."), ma riconosco che non tutti potrebbero avere lo stesso grado di consapevolezza.  Tuttavia, privilegiare le lauree triennali riducendo i laureati magistrali (e probabilmente anche i PhD) come una specie di "lusso" è un disegno coerente con un sistema imprenditoriale dalle ambizioni assai limitate (muoversi entro mercati protetti, gestendo ex-monopoli statali nel campo dei trasporti delle telecomunicazioni e dell'energia). Tanto, la tecnologia può sempre essere comprata all'estero. Anche l'enfasi sulla chiusura di corsi di laurea e di sedi universitarie (argomento degnissimo di discussione, ma sulla base di valutazioni meno superficiali) stride con il basso numero di laureati nella popolazione in confronto alle nazioni competitrici. Persino la retorica dell'eccellenza (creare pochi poli di eccellenza) non contraddice la mia ipotesi. Per un paese che arretra sull'innovazione, è più che logico limitare la formazione di qualità ad una cerchia ristretta da cui estrarre la classe dirigente. Per stare a galla, sarebbe urgente sfruttare al meglio le competenze dei nostri laureati su tutto il territorio, piuttosto che creare poche isole di eccellenza facendo decadere il resto del sistema.

 

AGGIUNTA DEL 23/02/2011. Guido Possa sembra avere dato risposta alla mia domanda precedente con le sue dichiarazioni a Radio3:

Guido Possa (Milano, 15 gennaio 1937) è un politico italiano. Laureato in ingegneria meccanica nucleare presso il Politecnico di Milano, amico fraterno di Silvio Berlusconi, assieme al quale vendeva a domicilio scope elettriche…”. Inizia così la voce su Wikipedia dedicata all’onorevole Possa, ora presidente della Commissione Cultura del Senato, che l’altro giorno alla trasmissione Tutta la città ne parla” su Radio3, ci spiegava il concetto che il suo amico Silvio B. ci aveva già illustrato con queste semplici parole: perché dovremmo pagare uno scienziato quando facciamo le migliori scarpe del mondo? Nelle parole di Possa: “Vi è in atto un processo di contenimento dello spesa pubblica in tutti i paesi del mondo dunque è necessario tagliare… Bisogna concepire la ricerca come un formidabile processo internazionale in cui il nostro apporto è di qualche percento… Noi siamo un paese che ha limiti e bisogna prendere atto di questi limiti. Non possiamo assolutamente più pensare di essere un paese di serie A in tanti settori perché le ricerche sono condotte con mezzi che non possiamo permetterci.

FINE DELL'AGGIUNTA

>Spero di avere tempo dopo per tornare sui punti 1 e 2. Per ora vorrei chiederti di spiegare meglio la >tua storia alla luce di due distinzioni che su questo blog sono state più volte richiamate:
>- tremonti/gelmini: ovvvero distinguere i tagli dalla riforma. sui primi mi sembra che ci sia un >generale accordo (o meglio un comune disaccordo!), non vedo perché continuare a discuterne e >tirarli in ballo per attaccare la seconda, se non per motivi strumentali.

Non credo si tratti di motivi strumentali. Sarebbe ingenuo separare due aspetti che hanno sempre camminato insieme. Non solo i tagli sono stati usati come coltello alla gola per ottenere il consenso dell'accademia (o almeno della CRUI), ma la riforma è stata costantemente condizionata (anche nei contenuti!) dalla necessità di essere a costo negativo. Infatti, ha corso i rischi più grossi quando si è rivelato politicamente impossibile approvarla senza mitigare i tagli. La riforma, il recente Decreto Ministeriale 17 (http://attiministeriali.miur.it/anno-2010/settembre/dm-22092010.aspx) e la Bozza di Programmazione Triennale, evidenziano tutti un disegno di riduzione dell'offerta formativa (sia in termini di sedi che di corsi offerti). Sono interventi del tutto coerenti con i tagli finanziari: meno sedi e meno corsi richiedono (a regime) meno finanziamenti. Anche la parte di riforma relativa al diritto allo studio basato solo sul merito, non dà nessuna garanzia di finanziamento: l'ideale per poter tagliare i fondi senza sforzo. Il Ministro Gelmini afferma di perseguire la meritocrazia: tuttavia il Parere del CUN (http://www.cun.it/media/106292/pa_2010_12_17_001.pdf) sulla Bozza di Programmazione Triennale  è impietoso nell'evidenziare il doppio regime (severo/lassista) usato nei confronti delle università statali e delle università telematiche. Insomma, da diversi indizi sembra che uno scopo non secondario sia la riduzione dell'offerta formativa nel settore statale con un (parziale) rimpiazzo da parte di offerta privata di dubbia qualità (ma con buoni appoggi politici).

>- ricerca/formazione: parli di provvedimenti sulla didattica (riduzione dei corsi) in un discorso sulle >spese di R&D. a me crea una certa confusione. di cosa stiamo parlando?

Mi sembra semplice: se le imprese investissero in R&D avrebbero più bisogno di personale qualificato. Di conseguenza, non dovrebbero essere favorevoli ad una riduzione globale dell'offerta formativa. L'enorme ritardo nella spesa in R&D si correla fin troppo bene con modelli di impresa arretrati (solo innovazione di processo, quando va bene!). Per spesa in R&S delle imprese e personale addetto alla ricerca, i dati OCSE (riportati nel rapporto CERIS-CNR) evidenziano un ritardo enorme (che sia una delle spiegazioni della maglia nera italiana in quanto a crescita del PIL?). Se mi accontento di forza lavoro dequalificata, è meglio ridurre l'accesso  alla formazione universitaria (risparmiano sia lo Stato che le famiglie e non illudiamo le persone di poter aspirare a impieghi di qualità).

Cordialmente

GDN

P.S. Non credo che in questo campo siano possibili dimostrazioni. Tuttavia, a fronte di dati oggettivi è bene cercare di capire le motivazioni dei diversi attori. Le dichiarazioni gelminiane sulle troppe sedi, troppi corsi di laurea e troppi sprechi sono sotto gli occhi di tutti e sono state usate come motivazione fondante della riforma (e applaudite da molti). In realtà, spendiamo poco, produciamo pochi laureati e abbiamo pochi ricercatori, ma questo non è vissuto come un problema dalle imprese. La mia ipotesi di lavoro (non teorema) è che laureati e ricercatori non appaiono necessari e sono visti come un lusso in un paese che ha un modello di sviluppo arretrato (come documentato dalla scarsa spesa in R&D).  L'idea che la formazione sia un lusso circola negli ambienti del centro-destra: rimando alla lettura di Stefano Zecchi e dell'ottima replica di Francesca Coin:

http://www.ilgiornale.it/interni/se_disoccupazione_e_colpa_genitori_snob/28-12-2010/articolo-id=496184-page=0-comments=1

http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/12/29/il-lavoro-artigianale-di-stefano-zecchi/84032/