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Due idee per Mariastella e chi verrà dopo di lei

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Tuttavia, rimane da capire  perché i mezzi di informazione vicini a Confindustria e al Ministero descrivono l'università italiana come agonizzante (una caricatura della realtà) mentre pongono scarsa attenzione sulla bassa propensione all'innovazione delle imprese. Per competere a livello internazionale, bisognerebbe puntare all'innovazione e sarebbe necessario formare più tecnici e ricercatori. Essendo un ingegnere, mi viene naturale guardare a mio settore. Le facoltà di ingegneria italiane sono tutt'altro che agonizzanti e sfornano ingegneri preparati (nessuna difficoltà a trovare impieghi, anche buoni, all'estero).

Questa e' la tipica risposta che offrono i professori, cioe' che non e' vero che i laureati non sono in grado di fare e un lavoro appena laureati e che non c'e' nulla da cambiare. Poi vedi che i neolaureati in ingegneria, sono cosi' preparati che si devono comperare un libro con le fotografie delle macchine da cantiere perche' nessuno gli ha mai spiegato la differenza tra un rullo compressore ed un grader. O scopri alla sessione di Laurea che non sanno che tensione e che frequenza c'e' nelle prese di casa.

E vieni a scoprire da colleghi che a Scienze insegnano ad usare un GIS senza usare il computer. O dei dottorandi ti raccontano di quella volta che per prendere un picnometro da illustrare a lezione si sono presentati con furgone e carrello, perche' pensavono di non riuscire a spostarlo in due, visto che non lo avevano mai avuto in mano prima.

Questa situazione, unita al fatto che moltissimi laureati ci mettono almeno 7 anni a finire un corso 3+2, rende la loro appetibilita' molto scarsa per le aziende, che si prendono in casa gente che non ha bene idea di come si lavori e come funzionino gli strumenti di cui hanno sentito parlare a lezione.

Posso aggiungere che quando mi presentai io la prima volta in cantiere e chiesi se usavano le tecnologie che mi avevano spiegato in Facolta', mi venne risposto che erano le tecnologie degli antichi romani e che erano state abbandonate da secoli. Per ui mi trovai di fronte ad apparecchiature e procedure che non sapevo neanche che esistevano. Tutti i neolaureati italiani che mi arrivarono in cantiere (una ventina) erano nell emie condizioni iniziali. Ma i romeni ed i cecoslovacchi, erano in grado di lavorare senza costringermi ad insegnargli da zero cosa fare e come farlo. Certo, gli italiani avevano una preparazione piu- vasta, ma a me non fregava nulla che sapessero poco di tutto, a me serviva gente che sapesse fare quello che mi serviva. Abbiamo provato universita' italiane differenti, ma le cose non sono mai cambiate. Invece con gli est-europei e con gli inglesi questi problemi non esistevano.

Il colpo di genio che i professori hanno avuto per non cambiare le cose si e' avuto quando hanno stabilito che il "tirocinio formativo" (che dovrebbe servire a dare un "assaggio" del mondo reale agli studenti) lo si puo' fare dentro  laboratori interni all'universita', rendendolo del tutto inutile.

Quindi l'universita' italiana e' in decomposizione, nonostante alcune persone che ne escono siano geniali, perche' la grande massa di laureati prima di essere produttiva e di ripagare lo stipendio che riceve impiega dei mesi a capire come funziona il mondo fuori dall'universita', provocando percio' un abbattimento dei salari di ingresso al mondo del lavoro. E questo e' il fallimento dell'Universita', il cui dovere, nei confronti degli studenti, e' garantire una formazione professionale che li metta in grado di essere produttivi sin dalla laurea.

E' talmente allo sfascio, l'universita' italiana, che la formazione che si riceve lavorando dopo il diploma porta ad essere piu' competenti e produttivi rispetto ad uno che perde 5-7 anni per ottenere una laurea.

E le industrie se ne sono accorte della poca utilita' di un neolaureato, che devono formare per mesi, prima che le ripaghi dello stipendio che riceve. Ma i professori di questo non si interessano, perche' sono decenni che insegnano in un determinato modo e non hanno alcuna intenzione di rimettersi in gioco e cambiare la loro routine.

Quindi i responsabili di questa situazione si difendono citando i "brillanti risultati" dei migliori laureati, dimenticando le tristi prestazioni offerte dalla media dei laureati che poi sono quelli che le imprese si trovano ad assumere e con cui devono lavorare.

Poi, certo le aziende in Italia non investono in ricerca. Al massimo investono in sviluppo dei prodotto. Perche' la ricerca non prevede la sicurezza di ottenere dei risultati. E i nostri ricercatori ben lo sanno e difficilmente sono in grado di garantire un ritorno economico degli investimenti in ricerca. Mentre gli sviluppi di prodotti, non so per quale idiosincrasia, vengono considerati un'attivita' umiliante, per cui vengono spesso snobbati dai nostri ricercatori.

Questa riforma e' fatta male, difficilmente otterra' quello che serve al paese: se anche ci fosse la possibilita' di migliorare la situazione, formando laureati competenti e pronti a lavorare sin dal gionro della laurea, ci penseranno i professori a renderlo impossibile, cosi- come hanno snaturato e reso inutile la riforma del 3+2.

 

 

Ma prima di assumere fate dei colloqui?

Che la distribuzione della preparazione dei laureati sia peggirata negli ultimi anni è un fatto secondo me dovuto al fatto che molti accedono all'Università non per vocazione ma come alternativa alla disoccupazione.

Certo l'Università dovrebbe non concedere una laurea a tutti

 

Ma i romeni ed i cecoslovacchi, erano in grado di lavorare senza costringermi ad insegnargli da zero cosa fare e come farlo. Certo, gli italiani avevano una preparazione piu- vasta, ma a me non fregava nulla che sapessero poco di tutto, a me serviva gente che sapesse fare quello che mi serviva

 

Forse i romeni e cecoslovacchi sono dei super-periti : la preparazione vasta serve a dare la capacità di potere specializzare le conoscenze per potere poi fare lavori diversi

Il colpo di genio che i professori hanno avuto per non cambiare le cose si e' avuto quando hanno stabilito che il "tirocinio formativo" (che dovrebbe servire a dare un "assaggio" del mondo reale agli studenti) lo si puo' fare dentro  laboratori interni all'universita', rendendolo del tutto inutile

 

Io non assumerei un laureato che non ha fatto un "tirocinio formativo" nel campo in cui opero o perlomeno affine.Mi darebbe una garanzia sul suo interesse per il lavoro che gli offro.Penso che nel curriculum i candidati diano informazioni sui tirocini effettuati.Sei poi sicuro che chi pretende questo sia anche disposto ad offrire opportunità di tirocini?

 

la grande massa di laureati prima di essere produttiva e di ripagare lo stipendio che riceve impiega dei mesi

Pensa un po' : il training di un operatore di produzione di semiconduttori , non un laureato ma qualcuno che esegue specifiche scritte , puo durare fino a tre mesi.In questo caso , all'occorrere di crisi cicliche , la C.I.G. ( che mette in frigo le competenze ) è un vantaggio competitivo importante per le aziende rispetto al licenziamento.

E' talmente allo sfascio, l'universita' italiana, che la formazione che si riceve lavorando dopo il diploma porta ad essere piu' competenti e produttivi rispetto ad uno che perde 5-7 anni per ottenere una laurea

Ecco : voi avete bisogno di periti edili , geometri non di laureati.E non commettete l'errore di preferire un laureato scarso ad un bravo diplomato perché tanto il costo non è molto differente.Anzi non assumete neppure un laureato bravo per lavori da diplomato perché per "dare" nel lavoro ci deve essere "challenge". Purtroppo io conosco piccoli imprenditori che assumono laureati spesso scarsi , quando non servono , solo per potere dire di averli.

Poi, certo le aziende in Italia non investono in ricerca. Al massimo investono in sviluppo dei prodotto. Perche' la ricerca non prevede la sicurezza di ottenere dei risultati

 

Questa è bella!E all'estero la dà forse?

Se su cinque programmi di ricerca uno solo ti porta dei risultatti questi devono ripagare anche i costi degli altri quattro.

Se tutti avessero ragionato così non staremmo discutendo su un pc.

 

Poi molti nostri industriali addirittuira preferiscono impegnarsi nelle utilities , dove si stacca un biglietto o si invia una bolletta di importo q.b. da garantire il risultato.( vedi autostrade ).Ma questa è un'altra storia che ci porta O.T.

Mentre gli sviluppi di prodotti, non so per quale idiosincrasia, vengono considerati un'attivita' umiliante, per cui vengono spesso snobbati dai nostri ricercatori.

Sulla sottovalutazione dello sviluppo di prodotto e processo ti do ragione : ciò spesso è dovuto al tentativo di compensare una bassa retribuzione con una attività più appagante.Pagateli di più! ( naturalmente quelli che servono e che sono bravi )