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Due idee per Mariastella e chi verrà dopo di lei

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mi intrometto in questo dialogo con qualche considerazione generale e forse per questo utile

Se il rapporto tra la scienza e la tecnica e` armonioso, lo sviluppo dell'uno moltiplica quello dell'altro.

Uno scollamento troppo grande tra i due termini porta, a seconda del prevalere di questo o di quello, in un caso, al confluire della matematica nella metafisica misticheggiante (senza applicazioni pratiche e, guarda caso, senza innovazioni teoriche); nell'altro caso, a un puro pragmatismo (libero da sovrastrutture teoriche ma proprio per questo incapace di avanzare oltre certi limiti).

Un esempio del primo estremo si verificò alla fine di quel processo di decadenza dello spirito scientifico (iniziato con la morte di Archimede per mano romana, e giunto a maturazione nel V secolo d.C.) che ha accompagnato, guarda caso, quella parabola autodistruttiva che è stata la formazione, l'espansione e infine la crisi catastrofica dell'impero romano.

Un esempio del secondo estremo si trova alla radice stessa della civiltà romana antica, già nella sua prima fase di espansione repubblicana. La relativa superiorità dei romani nella tecnica militare e l'affidamento che essi ponevano nella forza lavoro degli schiavi, dovevano rendere ai loro occhi superflua ogni altra cura speculativa.

Un altro esempio del secondo estremo si trova nella matematica sviluppata dai babilonesi e dagli egiziani nei secoli che hanno preceduto la scoperta degli incommensurabili, avvenuta nel V secolo a.C. ad opera della scuola di Pitagora. I babilonesi e gli egiziani avevano raggiunto, nei calcoli matematici, un livello di tecnicismo relativamente sofisticato, eppure non fu loro la scoperta degli incommensurabili, mancando loro la necessaria dose di spirito speculativo e filosofico.

La società romana antica si distingueva per uno scollamento tra Scienza e Tecnica che, guarda caso, si rispecchiava, specie nella sua fase imperiale, in uno scollamento sociale che alla fine la rese ingovernabile. La sua classe dirigente non sapeva più amministrare la complessità della estensione stessa dell'impero.

Mi sembra opportuno citare le parole che Gianni Micheli dedica a questi aspetti, nella "Storia del Pensiero Filosofico e Scientifico" di Ludovico Geymonat (primo volume, p.302):

Neanche i romani, malgrado il loro indiscusso spirito pratico, seppero sviluppare a fondo la preziosa eredità degli ingegneri alessandrini. Essi rivelarono senza dubbio grandi capacità nella costruzione di strade, di acquedotti, di fastosi edifici, ma non riuscirono a comprendere l'interesse della vera e propria ingegneria meccanica, né avvertirono l'importanza pratica di ricerche direttamente o indirettamente rivolte alla scoperta di nuove fonti di energia. Il fatto appare tanto più singolare, quando si pensi che proprio al I secolo a.C. risale la massima invensione tecnologica dell'antichità : il mulino idraulico (invenzione [...] sorta, come scrive U. Forti, nell'orbita della civiltà di Alessandria).
[...].
Per quanto riguarda lo scarso interesse dimostrato dai romani verso gli artificiosi congegni esposti negli Pneumatika' di Erone, va inoltre osservato che la via da percorrere, onde giungere ad una loro utilizzazione su vasta scala, non poteva non apparire troppo lunga e difficile a uomini --- come appunto gli ingegneri romani --- direttamente impegnati nelle realizzazioni pratiche immediate. L'abbandono di tale atteggiamento richiederà una profonda trasformazione sociale e culturale, che avrà inizio solo parecchi secoli più tardi.

 

Concordo. Sul rapporto tra scienza e tecnica nell'Ellenismo e nel mondo romano Lucio Russo ha scritto pagine notevoli ("La rivoluzione dimenticata", Feltrinelli). Uno degli aspetti più interessanti è l'oblio in cui caddero le conoscenze scientifiche dell'epoca a causa, secondo Russo, di una trasmissione del sapere finalizzata al solo uso tecnico, che metteva in secondo piano la formazione di persone in grado di capire le basi scientifiche e di replicare la ratio progettuale dei dispositivi tecnologici.