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Due idee per Mariastella e chi verrà dopo di lei

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Infine, sarebbe ingenuo da parte mia affermare che non c'è nulla da cambiare nell'università. Però, usare stereotipi per etichettare intere categorie non aiuta a progredire. Io e i miei colleghi lavoriamo con impegno per formare dei validi laureati. Questo comporta lavoro, studio ed anche capacità di ascolto. Ascolto nei confronti delle novità della scienza e della tecnologia, ma pure ascolto nei confronti delle esigenze delle imprese: multinazionali, ma anche medie e piccole; imprese che fanno ricerca di punta, ma anche imprese che hanno un profilo meno innovativo e più commerciale. Non abbiamo ricette in tasca e sicuramente non siamo perfetti, ma le condanne sommarie, oltre a non essere meritate, non fanno onore a chi le pronuncia.

Infine, sarebbe ingenuo da parte mia affermare che non c'è nulla da cambiare nell'industria italiana. Però, usare stereotipi per etichettare intere categorie non aiuta a progredire. Io e i miei colleghi imprenditori lavoriamo con impegno per soddisfare bisogni dei mercati italiani ed esteri. Questo comporta lavoro, studio ed anche capacità di ascolto. Ascolto nei confronti delle novità della scienza e della tecnologia, ma pure ascolto nei confronti delle esigenze dei clienti: multinazionali, ma anche medie e piccole imprese locali, oltre che privati cittadini; clienti che necessitano del prodotto di punta, ma anche clienti che hanno un profilo meno innovativo e più commerciale, pur pretendendo affidabilità e puntualità. Non abbiamo ricette in tasca e sicuramente non siamo perfetti, ma le condanne sommarie, oltre a non essere meritate, non fanno onore a chi le pronuncia.

Approvo! Mi sembra l'atteggiamento giusto da entrambe le parti.

Grazie del commento.

 

GDN

Approvi, mi ringrazi e poi posti 43 minuti dopo quell'assurdità la sopra, che ripete all'infinito cose che hai già detto, senza alcuna fonte che non provenga dalla "tua parte", e che smentiscono totalmente questa tua dichiarata volontà di comprendere.

Citi tabelle compilate dal CNR senza chiederti cosa significhino i dati che riportano: essendo colleghi ricercatori devono sicuramente averci pensato loro, giusto? Mica sono imprenditori superficiali e ignoranti che non si chiedono mai come funzionerà il mondo domani.

Hai mai pensato di cercare anche qualche dato su come siano concepiti i sistemi fiscali dei paesi le cui imprese dichiarano grandi investimenti nel R&D?

Ti sei mai chiesto come siano tassati gli utili delle imprese italiane? Se questo sistema possa introdurre delle distorsioni nelle procedure contabili? Di quale possa essere l'interesse per un'impresa a conteggiare separatamente le ore di lavoro dedicate a R&D o ad altre attività?

Ah, io non ho idea di come siano i loro sistemi fiscali, quindi non chiedermelo. So però che gli incentivi contano e che mettere a bilancio una parte delle ore del personale come R&D ti consente di spalmare la spesa su molti anni. A parte quello, in una PMI fatico a capire per quale motivo dovrei fare distinzioni: gran parte del lavoro dei tecnici è ricerca e sviluppo in un modo o nell'altro.

Forse è vero che i piccoli imprenditori italiani sono ignoranti e superficiali: non capiscono il vantaggio di dare diverse etichette all'attività dei loro progettisti.

Oh, già! Forse quando le vendite vanno male ti conviene abbattere per finta le spese di quest'anno e spalmarle sui 3 anni successivi sperando che i clienti tornino? Ops, ma se fosse così, quelli che dichiarano più investimenti in R&D sarebbero quelli che vanno peggio...che mondo strano, eh?

Andando ancor più a monte: cos'è la famosa "alta tecnologia"? Roba difficile da copiare e ripetere senza personale molto qualificato? Roba ad alto valore aggiunto? Oppure roba che può essere facilmente classificata da un ricercatore del CNR o dell'OCSE?

Personalmente sospetto che sia la seconda definizione e sospetto pure che molta parte dell'esport italiano avvenga in settori che nessuno classifica "ad alta tecnologia" poiché, tanto per fare un esempio, essere leader nella produzione di macchine per la lavorazione del legno fa venire in mente il falegname con la sega.

Macchine per ufficio...ma siamo proprio sicuri che sia il settore dove è fondamentale eccellere e dove, se eccelli, sei un vero figo?

Dopodiché, è pacifico che la grande maggioranza delle attività industriali avvengano in settori maturi e stabili. Tu, come tutti, spendi in pastasciutta, scarpe, maglioni, sedie, lamiere con cui si fanno auto, finestre, ecc. Tutte queste cose le sanno fare un po' dappertutto. In alcuni posti le fanno bene, in altri male. I prezzi e i volumi di vendita riflettono questo. E non è detto che sia necessaria una gran cultura per farli bene. In Italia come nel resto del mondo, l'imprenditore medio non è più colto/istruito del cittadino medio. Questa cosa aveva sconvolto anche me da giovane. Poi ho capito e smesso di dare giudizi ridicoli: il mercato è molto più spietato di te nell'eliminare quelli che non valgono e soprattutto non dà giudizi soggettivi.

Mercato che invece non esiste per i ricercatori universitari italiani.

Approvi, mi ringrazi e poi posti 43 minuti dopo quell'assurdità la sopra, che ripete all'infinito cose che hai già detto, senza alcuna fonte che non provenga dalla "tua parte", e che smentiscono totalmente questa tua dichiarata volontà di comprendere.

Ripeto quanto già scritto a DoktorFranz:
Non credo che le fonti da cui provengono i dati possano essere considerate unilaterali. Nella mia risposta e negli articoli citati i dati provengono da:

1. OCSE
2. Banca Mondiale
3. Statistiche consultabili del MIUR
4. Statistiche sulle pubblicazioni prese dai database più accreditati (dati SCOPUS elaborati da SCImago)
5. Statistiche sulle pubblicazioni prese da National Science Foundation

Inoltre, ovunque possibile cito i documenti originali di

1. Ministero
2. Consiglio Universitario Nazionale

Per quanto riguarda il Ministro Gelmini e Francesco Giavazzi, cito tra virgolette e riporto i link alle loro affermazioni. Non è mia abitudine riportare argomentazioni al fine di esprimere un'opinione precostituita. Prima di tutto mi sono documentato su fonti affidabili. Poi ho elaborato i dati a disposizione per formarmi un'opinione. Da ultimo ho messo a disposizione di chi legge le mie argomentazioni citando le fonti.

Citi tabelle compilate dal CNR senza chiederti cosa significhino i dati che riportano: essendo colleghi ricercatori devono sicuramente averci pensato loro, giusto? Mica sono imprenditori superficiali e ignoranti che non si chiedono mai come funzionerà il mondo domani.

Cito i grafici CNR per comodità (chiunque può scaricare il pdf e andare a vedere la figura). Avendo letto il rapporto del CNR so bene che le sue fonti sono del tutto affidabili. Più precisamente, riguardo alle sue fonti, il rapporto CERIS-CNR “Scienza e tecnologia in cifre” dà il seguente chiarimento:

 

Le informazioni statistiche sulla scienza e la tecnologia  in Italia e negli altri paesi provengono da indagini e rilevazioni nazionali condotte da istituzioni pubbliche (Istat,  Banca d’Italia, Miur), dall’Unione europea (Eurostat, DG XII), dall’Organizzazione per la cooperazione e lo  sviluppo economico (Ocse), da istituzioni di altri paesi (Nsf) e da associazioni che rilevano l’andamento nei  loro settori (Aifi, Wipo).  L’uniformità e la comparabilità delle informazioni sono garantite dal riferimento al Manuale di Frascati1. Esso  è il principale riferimento metodologico per le statistiche sulla ricerca e i suoi criteri sono adottati dai paesi  membri dell’Ocse, nonché da nazioni esterne ad essa.
http://www.cnr.it/sitocnr/IlCNR/Datiestatistiche/Datiestatistiche_file/S&Tincifre2010_ITA.pdf , pag. 4

 

Hai mai pensato di cercare anche qualche dato su come siano concepiti i sistemi fiscali dei paesi le cui imprese dichiarano grandi investimenti nel R&D?
Ti sei mai chiesto come siano tassati gli utili delle imprese italiane? Se questo sistema possa introdurre delle distorsioni nelle procedure contabili? Di quale possa essere l'interesse per un'impresa a conteggiare separatamente le ore di lavoro dedicate a R&D o ad altre attività?
Ah, io non ho idea di come siano i loro sistemi fiscali, quindi non chiedermelo. So però che gli incentivi contano e che mettere a bilancio una parte delle ore del personale come R&D ti consente di spalmare la spesa su molti anni. A parte quello, in una PMI fatico a capire per quale motivo dovrei fare distinzioni: gran parte del lavoro dei tecnici è ricerca e sviluppo in un modo o nell'altro.
Forse è vero che i piccoli imprenditori italiani sono ignoranti e superficiali: non capiscono il vantaggio di dare diverse etichette all'attività dei loro progettisti.
Oh, già! Forse quando le vendite vanno male ti conviene abbattere per finta le spese di quest'anno e spalmarle sui 3 anni successivi sperando che i clienti tornino? Ops, ma se fosse così, quelli che dichiarano più investimenti in R&D sarebbero quelli che vanno peggio...che mondo strano, eh?
Andando ancor più a monte: cos'è la famosa "alta tecnologia"? Roba difficile da copiare e ripetere senza personale molto qualificato? Roba ad alto valore aggiunto? Oppure roba che può essere facilmente classificata da un ricercatore del CNR o dell'OCSE?
Personalmente sospetto che sia la seconda definizione e sospetto pure che molta parte dell'esport italiano avvenga in settori che nessuno classifica "ad alta tecnologia" poiché, tanto per fare un esempio, essere leader nella produzione di macchine per la lavorazione del legno fa venire in mente il falegname con la sega.
Macchine per ufficio...ma siamo proprio sicuri che sia il settore dove è fondamentale eccellere e dove, se eccelli, sei un vero figo?

Mi permetto di dissentire. Se io argomentassi sulla base di definizioni personali verrei (giustamente) accusato di essere aprioristico. I ricercatori, gli statistici e gli economisti non sono infallibili, ma è ingenuo ritenere che le loro definizioni siano facilmente migliorabili. Per correttezza nei confronti degli interlocutori, cerco di usare definizioni e dati largamente condivisi. Se avessi voluto usare una mia definizione di alta tecnologia,  diversa da quella che tutti usano, avrei dovuto prima dimostrare, confrontandomi con la comunità scientifica nelle sedi opportune, che la mia definizione era più valida di quella precedente. Meglio evitare le torri di Babele.

Credo anche che ci sia un equivoco di fondo. I dati che mostrano il ritardo delle imprese italiane sul fronte dell'innovazione non devono essere vissuti come un marchio di infamia nei confronti di una categoria. Non si tratta di stabilire chi siano i "buoni"  e i "cattivi" tra "universitari" e "imprenditori". Come ho scritto a DoktorFranz, nessuno può competere con Intel di punto in bianco. Si tratta di fare una diagnosi per capire la terapia migliore. A questo proposito, aprire una riflessione sugli incentivi fiscali, mi sembra ragionevole (ma al di là dei miei scopi). Questo può essere fatto senza usare i toni un po' vittimistici di chi sembra convinto di essere stato messo ingiustamente sul banco degli imputati. Lo ripeto: non c'è banco degli imputati. E' chiaro che i singoli imprenditori (ed anche i singoli professori universitari) sono responsabili solo per ciò che fanno e non per i risultati dell'intera categoria. Inoltre, non possono essere accusati di avere mancato risultati che non possono raggiungere a causa del contesto in cui operano.

Dopodiché, è pacifico che la grande maggioranza delle attività industriali avvengano in settori maturi e stabili. Tu, come tutti, spendi in pastasciutta, scarpe, maglioni, sedie, lamiere con cui si fanno auto, finestre, ecc. Tutte queste cose le sanno fare un po' dappertutto. In alcuni posti le fanno bene, in altri male. I prezzi e i volumi di vendita riflettono questo. E non è detto che sia necessaria una gran cultura per farli bene. In Italia come nel resto del mondo, l'imprenditore medio non è più colto/istruito del cittadino medio. Questa cosa aveva sconvolto anche me da giovane. Poi ho capito e smesso di dare giudizi ridicoli: il mercato è molto più spietato di te nell'eliminare quelli che non valgono e soprattutto non dà giudizi soggettivi.

Proprio perché queste cose le sanno fare un po' dappertutto, i settori maturi e stabili sono quelli che tendono a diventare meno remunerativi a causa della concorrenza internazionale. Per non perdere posti di lavoro (delocalizzazioni) e aziende è bene puntare sull'innovazione che ha anche il pregio di creare posti di lavoro qualificati e più remunerativi

Mercato che invece non esiste per i ricercatori universitari italiani.

I dati che ho citato mostrano che esiste poco mercato in Italia per i ricercatori perché le nostre imprese innovano poco. Tuttavia, i nostri ricercatori riescono a collocarsi bene all'estero, sia in ambito universitario che industriale. E' un capitale umano qualificato che sarebbe meglio far fruttare entro i confini nazionali.

Auspicando toni meno risentiti,

Cordialità

 

GDN

Auspicando toni meno risentiti

I toni saranno meno risentiti quando dimostrerai di saper leggere ciò che ti viene scritto.

Confondere ripetutamente dati e interpretazione degli stessi non fa altro che confermare che l'università italiana è in uno stato pietoso.

Tralascio ogni commento su un ricercatore che scambia per vittimismo l'ipotesi che le imprese italiane risultino (nelle statistiche) meno innovative di quanto in realtà il mercato lasci supporre (dato che esportano parecchio) a causa di meccanismi fiscali che incentivano la contabilizzazione delle spese in R&D nell'anno.

Da voci che ho sentito, ho la sensazione che se aspetterai i dati che verranno pubblicati fra 2-3 anni, scoprirai che nel 2009 e 2010 c'è stata un impennata degli investimenti in R&D delle imprese italiane.

Le vendite crollano. Si riducono le spese, ma non è facile, soprattutto se sei grande. Gli azionisti vogliono vedere dividendi, che puoi distribuire se, almeno a bilancio, mostri un utile. Niente di meglio che ossessionare gli ingegneri a specificare ogni minuto speso per apportare qualche innovazione. Se fai bene il giochetto, puoi mettere in ammortamento diciamo triennale, gran parte dei costi del personale tecnico (se non fanno qualcosa di nuovo, cosa ci stanno a fare?). Et voilà l'utile.

Ovviamente per distribuire dividendi ti serve del contante, ma se sei grosso le banche sono sempre disponibili a dartelo, soprattutto in cambio di partecipazioni azionarie in un'azienda che risulterà aver investito moltissimo in R&D durante un periodo di crisi.

Mi immagino i tuoi colleghi del CNR a spiegare come lungimiranza questo banale trucchetto contabile.

Se adesso l'hai capito, prova a capovolgerlo e capisci cosa volevo dire. Il vittimismo non c'entra nulla. Il nostro tribunale è il mercato, non l'assemblea nazionale dei ricercatori universitari. Se non produco roba interessante e competitiva, io perdo tutto. E tu?

Credo sia superfluo perdere altro tempo. Può darsi che la mia prosa sia poco chiara, ma ritenevo fosse adeguata all'interlocutore.

Forse non ho capito

Capitalizzare le spese di R&D dovrebbe dare vantaggi solo i primi anni : a regime , a meno di crescita vertiginosa di tali spese , tanto capitalizzi e tanto metrti a bilancio di depreciations.

( nel caso di ammortamento triennale che tu citi se spendi 100 ogni anno il primo anno crei un extra utile di 100 , il secondo di 67 , 100 - 33 di ammortamento , il terzo di 33 ed il quarto ciò che capitalizzi è uguale a ciò che paghi in ammortamento )

E alla fine , nei primi anni , hai pagato più tasse sugli utili 

Mi pare un'operazione solo molto costosa , o sbaglio?

 

 

 

In caso di vendite costanti o in normale crescita è esattamente come dici. E infatti non lo fa nessuno.

E infatti i nostri prodi ricercatori si convincono che le PMI, ma in generale le industrie italiane investano meno in ricerca e che i sistemi fiscali non li riguardino, mentre tu capisci immediatamente che capitalizzare le spese di R&D in Italia è un costo aggiuntivo.

L'unico caso in cui ha senso (che sia venuto in mente a me...) capitalizzare le ore di lavoro degli ingegneri che migliorano i processi o i prodotti o che studiano nuovi prodotti (cioè il 90% di ciò che fa un progettista...) è il seguente:

1) la crisi ti ha abbattuto le vendite;

2) hai delle ragioni (investitori che ti farebbero crollare il titolo in borsa, banche che ti bloccherebbero i fidi, fornitori che ti chiederebbero pagamenti anticipati...) per non voler pubblicare un bilancio in perdita, a costo di rimetterci soldi veri nell'immediato;

3) hai delle riserve di qualche tipo che ti consentono di pagare comunque dividendi "in perdita";

4) speri che nel giro di 1-2 anni le cose ti andranno meglio.

Ah, in realtà ci sarebbe un altro caso, molto diffuso fuori dalle PMI italiane: quando hai dei fondi governativi o degli sgravi fiscali per incentivare la ricerca e sviluppo.

In quei casi devi mostrare di aver fatto l'investimento per ottenere la sovvenzione o il credito d'imposta e quindi capitalizzi anche se non dovrebbe convenirti in situazioni normali.

Qualcuno vede altre ragioni per certificare che i tuoi tecnici si dedicano a R&D piuttosto che a cose che puoi contabilizzare nell'anno come qualsiasi altra attività e quindi non meritino lo sforzo burocratico aggiuntivo di essere distinte dal resto?