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Due idee per Mariastella e chi verrà dopo di lei

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Caro De Nicolao
lei continua a non rispondere alla domanda principale.

Mi scuso per il ritardo nella risposta. Vorrei essere il più possibile preciso e questo richiede un po' di tempo.

Forse perchè, essendo un "giovane" ingegnere non ha vissuto il 1980 e non conosce la storia. La sua posizione è contraddittoria
i) Lei giustamente ricorda che nel 1980 e nel 1998 ci furono promozioni di massa - nel primo caso con una stabilizzazione di precari e quasi-precari (gli incaricati stabilizzati), nel secondo con una prevalenza di promozioni interne (come dimostrato dal post di Paola Potestio). Io ho dimostrato che in entrambi  i casi la spesa reale per studente è aumentata moltissimo. Come il pezzo da Lei citato su La Voce dimostra, la qualità della ricerca è diminuita dopo le promozioni di  massa.

Sono d'accordo che i reclutamenti a singhiozzo (di cui abbiamo avuto esperienza) sono da evitare perché vanno a discapito degli studiosi bravi che nascono nell'anno "sbagliato" (favorendo quelli meno bravi ma che nascono nell'anno "giusto". Quando si riapre il reclutamento, la spesa ovviamente aumenta. C'è da capire se sia troppo alta dopo i reclutamenti o troppo bassa prima dei reclutamenti. Il confronto con i dati OCSE può essere utile. In ogni caso, staremmo meglio se lo stesso numero di docenti e ricercatori fosse stato reclutato in modo più uniforme nel tempo.

ii) Lei esprime il timore che l'abilitazione nazionale prevista della legge Gelmini, come il giudizio di idoneità del 1980, si riveli troppo permissiva, facendo passare quasi tutti i candidati. Condivido tale timore. L'unico argine è la valutazione dell'ANVUR. La probabilità che funzioni è comunque bassa. In questo caso, si rischia una nuova ope legis potenziale. La legge pone dei  vincoli alla promozione di interni, ma ad una prima lettura non sembrano molto stringenti.

Non mi sento favorevole all'idoneità a lista aperta perché la mia esperienza accademica mi dice che sarà difficile tenere alta l'asticella.

iii) L'ope legis potenziale può trasformarsi in un'ope legis reale (con l'assunzione in ruolo di tutti gli abilitati) solo se aumentano i fondi.
Quindi, la conclusione del Suo ragionamento è semplice: se si vuole evitare un'ope legis potenzialmente devastante, bisogna evitare un aumento dei fondi. Cioè bisogna evitare che si  riproduca quanto successo negli ultimi trent'anni. E' sicuro di volere un aumento dei fondi?

No, non credo che verranno assunti tutti (non ci saranno mai i fondi sufficienti). Piuttosto, temo che le chiamate locali possano favorire candidati idonei che godono di "appoggi" locali a scapito di idonei meno meritevoli. Insomma c'è il rischio di inflazionare il titolo e che l'idoneità del candidato scientificamente eccellente si riduca a carta straccia. Se l'idoneità nazionale funzionasse bene e fosse a numero chiuso, le sedi avrebbero meno gradi di libertà e potrebbero chiamare solo chi  è riuscito ad emergere in un confronto a livello nazionale. L'idea di escludere i professori scientificamente inattivi dalla partecipazione alle commissioni che rilasciano le idoneità  potrebbe essere di aiuto, soprattutto se si continua sulla strada del sorteggio.

Da ultimo, qui non è in discussione l'aumento dei fondi (nessuno lo spera) ma evitare dei tagli che mettono in ginocchio il sistema. Il mio è un dipartimento di ingegneria che riesce ad accedere a finanziamenti esterni (UE, contratti con aziende, progetti finanziati da Fondazioni). Per altri tipi di dipartimento (fuori dall'ambito scientifico-tecnologico) diventerà difficile sopravvivere anche a fronte di una buona ricerca di base.

Questa è la situazione con il quadro legislativo attuale, non con ipotesi alternative di meccanismi di carriera. Personalmente sono convinto che i ricercatori della rete 29 Aprile avrebbero  voluto  un'ope legis, ed ho chiesto più volte ai ricercatori un dibattito pubblico su questo punto.

Sono andato a vedere sul sito della Rete 29 Aprile ed ho trovato un comunicato ufficiale  che smentisce la richiesta di ope legis:

Nell’audizione, ai componenti della commissione presenti e all’On. Frassinetti è stato detto, in modo esplicito e non ambiguo dal sottoscritto e dal collega Alessandro Ferretti, che i ricercatori NON vogliono ope legis, e in particolare che certamente non lo vogliono le migliaia che si riconoscono nei valori e nelle proposte della Rete29Aprile. L’On. Frassinetti non può quindi ignorare quanto le è stato dello in quell’occasione. Trasformare le richieste dei ricercatori in mere richieste di ope legis è un messaggio fuorviante teso a delegittimare le nostre richieste attribuendoci un atteggiamento lontanissimo da quello reale.

 

a) l'atteggiamento dei baroni verso la riforma. In effetti la CRUI ha appoggiato la riforma, anche se non all'unanimità. Negli ultimi mesi, alcuni rettori si sono dissociati a seguito  della protesta dei ricercatori e degli  studenti. Ma la CRUI è l'assemblea dei rettori, e quindi rappresenta in teoria tutta l'università, non i "baroni". Alcuni dicono che rappresenta solo i rettori stessi.  Non so quale sia l'atteggiamento della maggioranza dei professori ordinari. Molti si sono schierati con i ricercatori (a Pisa 3-4 facoltà hanno  approvato ordini del giorno in tal senso all'unanimità). Un piccolo numero di professori di area PDL ha fatto circolare un documento di sostegno alla riforma, e ci sono state prese di posizioni isolate sui giornali (in particolare l'odiato Giavazzi). In pubblico, si tratta di minoranze. E' possibile che la maggioranza sia favorevole alla riforma senza avere il coraggio di esprimersi.

In effetti, le posizioni sono variegate. C'è stato un appoggio da parte della CRUI con dissociazioni di alcuni rettori verso la fine dell'iter parlamentare. È anche vero che la categoria degli ordinari non si è schierata compatta a favore del DdL. Difficile quantificare. Per esempio, quasi nessun ordinario ha aderito all'indisponibilità (nel caso degli ordinari significava non accettare supplenze e limitarsi ai compiti istituzionali), ma credo questo che sia un criterio troppo stringente per verificare l'adesione alla mobilitazione. Infatti, diversi ricercatori hanno aderito alle iniziative di protesta pur continuando a tenere corsi per supplenza. Il punto che mi interessava sottolineare è che non è corretto dire che che gli ordinari sono stati in prima linea nella mobilitazione che deriva storicamente principalmente dai ricercatori universitari.

 

c) la qualità della ricerca. Lei usa come indice il numero totale di "citable documents" (=articoli) di autori che lavorano in  istituzioni italiane. Ci sono due problemi
c.1) Il numero di articoli non è di per sè un indice sufficiente senza una indicazione di qualità degli stessi. Nella fonte da Lei usata (il country ranking del sito Scimago) si indica l'h-index medio delle pubblicazioni considerate.  Come Lei sa, è un indice, molto approssimativo ma ampiamente usato della qualità media delle pubblicazioni. Sono dati interessanti: China (4 per numero di articoli) 246, Canada (7) 495, Japan (3) 492, Francia (6) 510, Germania (5) 558, UK (2) 636, USA (1) 1048. E l'Italia - ottava come Lei ricorda- ha indice 442, il più basso dopo la Cina. Quindi  gli italiani scrivono molto ma vengono citati relativamente poco (sarebbe interessante depurarle dalle autocitazioni). Forse perchè mancano articoli di grande qualità. Noto en passant l'enorme differenza con la Gran Bretagna, l'unico paese dove un sistema di valutazione nazionale è adottato da molti anni (non parliamo degli USA, of course). Pur con un numero di università e di docenti simile ed una spesa pubblica non molto superiore, produce il doppio degli articoli, ciascuno dei quali è citato in media il 40% in più.

Non abbiamo comunque speranza di superare i seguenti paesi: USA, UK, Germania, Francia, Giappone, Canada. La ragione è semplice: la loro spesa in ricerca è decisamente più alta della nostra. Come primo tentativo di stima della spesa (vedi sotto) uso la Higher Education expenditure in R&D (HERD). Usando la metafora dei Km per litro, per poterli sorpassare la nostra macchina della ricerca dovrebbe essere decisamente più efficiente della loro (nella mio post ho comunque mostrato che la macchina italiana ha un'efficienza per nulla scandalosa). I confronto con la Cina è più complesso. Sta guadagnando posizioni e nel periodo 1996-2008 ci ha superato come numero di papers e di citazioni. Però in quel periodo ha prodotto molti papers con basso numero di citazioni (ho qualche esperienza anche nel mio campo di ricerca). Per questa ragione l'H-index di SCimago (valutato sul periodo 1996-2008) la vede dietro l'Italia. Purtroppo, SCImago non fornisce l'H-index per una finestra più recente. Sarebbe interessante vedere se la Cina ci ha già sorpassato (come è inevitabile che sia). In ogni caso, l'H-index è un indice di qualità "severo": una settima posizione dietro nazioni che non possiamo comunque battere va considerato un buon risultato.

SCImago fornisce anche le autocitazioni. Di seguito, autocitazioni e citazioni cumulative nel periodo 1996-2008. La percentuale italiana appare in linea con quelle delle nazioni che ci precedono.

 

Nazione Citazioni Autocitazioni
USA 75.766.251 35.474.244
UK 18.030.898 4.476.611
Germania 15.140.549 4.116.637
JP 12.485.837 3.920.215
FR 10.475.265 2.511.263
Canada 8.825.916 1.803.543
Italia 7.169.107  1.732.478


 

 

 

 

 

 

 

In quanto al confronto con UK, bisogna dire che l'HERD è circa 1.5 volte quello italiano (vedi la slide 19 di questa presentazione).

 

c.2) la classifica considera tutte le istituzioni, compreso il CNR (la maggiore istitutuzione scientifica italiana), i centri  di ricerca privati, le ASL. D'altra parte esclude tutti i settori disciplinari  che non pubblicano articoli in riviste (p.es. Lettere,Legge), che rappresentano circa un terzo dei  docenti. Quindi al massimo misura l'efficienza del sistema paese non quella dall'università

Sono d'accordo su entrambi i punti. Con questi indicatori non noi siamo in grado di valutare solo quei settori che producono outputs soggetti a valutazione bibliometrica. In secondo, luogo, è anche vero che stiamo valutando il sistema paese, ma questo vale anche per le altre nazioni. Tra l'altro è verosimile che in alcune nazioni (USA e UK per es.) i centri di ricerca privati producano (in proporzione) più pubblicazioni che in Italia (mi vengono in mente i grandi centri di ricerca farmaceutica).  In ogni caso, la componente universitaria sembra essere maggioritaria. Non è banale scorporare l'output scientifico tra Higher Education, Government (CNR e simili), other. È una delle cose che ho in mente di fare, ma richiede ancora un po' di lavoro.

L'aspetto interessante dei dati e delle analisi disponibili in letteratura è che nella graduatoria internazionale, l'impatto scientifico dell'Italia (misurato come pubblicazioni, citazioni, top 1% cited papers, H-index) si colloca sempre in una posizione (settima-ottava) molto simile a quella della spesa per R&D (nona) o alla spesa in Higher Education R&D (ottava). Questo dato di partenza suggerisce che la nostra efficienza non è tragicamente inferiore a quella delle nazioni di dimensioni comparabili.

Con questo, non voglio dire che tutto va bene. Voglio solo sottolineare che questi dati denotano l'esistenza di una parte (non trascurabile!) della ricerca italiana che lavora bene, forse talmente bene da compensare anche la parte di colleghi imboscati, fannulloni e incapaci. Piuttosto che fare tabula rasa, sarebbe il caso di aiutare la parte sana ad emarginare la parte malata. Il fatto che è sfuggito a buona parte dell'opinione pubblica è che la mobilitazione è nata da ed ha goduto dell'appoggio di ricercatori che, dal punto di vista scientifico, hanno le carte in regola. Si sono sentiti denigrati, depauperati (blocco delle progressioni stipendiali) e privati di qualsiasi ragionevole prospettiva non solo di carriera ma anche di fare bene il loro lavoro scientifico e didattico. Molti di loro sono abituati a competere a livello internazionale e a frequentare i migliori laboratori e centri di ricerca stranieri.

Cordialmente

GDN

Caro De Nicolao

 vedo  che sui  fatti  stiamo lentamente convergendo.

i) esiste un rischio fondato di promozioni di massa senza considerare il merito. Ricordo che la parola "ope legis" è imprecisa anche se riferita alle idoneità ex legge 382/80, in quanto formalmente precedute da un giudizio di qualità scientifica (ripetibile in caso di fallimento)

ii) tale rischio è tanto maggiore quanto si aumentano i fondi disponibili, e tanto minore quanto più efficiente sarà la valutazione della produzione scientifica individuale da parte dell'ANVUR

iii) la posizione degli ordinari nei  confronti della riforma è variegata - si va dall'appoggio all'ostilità

iv) la base dati SCIMAGO valuta la quantità della produzione di (parte del) sistema ricerca in Italia non dell'intera università, che è l'argomento del contendere. Altri data-base si riferiscono alle singole università e forniscono risultati molto meno incoraggianti

Un solo punto tecnico: Lei dice che la Gran Bretagna, paese (un tempo?) comparabile al nostro per PIL e popolazione, spende il 50% in più dell'Italia. Produce il doppio dei documenti citabili con una qualità (misurata dall'h-index) del 40% superiore. Quindi è molto più efficiente. Abbiamo un esempio da imitare. Come Lei sa, anche Francia e (sopratutto) Germania stanno muovendosi in questa direzione

Per il resto, le differenze fra noi sono di valutazione soggettiva e come tali non facilmente risolvibili. Questo vale per

i) il giudizio sui ricercatori. Io mi baso sulla loro proposta ufficiale, non sulle dichiarazioni alla stampa. Chiedono il docente unico, che implica una carriera attraverso promozioni interne  - cioè un'"ope legis" (fra virgolette). Ho sempre chiesto loro un dibattito  pubblico su questo punto.

ii) il giudizio sulla situazione. E' una classica situazione da bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. Non ho mai negato che in Italia ci siano bravi ricercatori e professori che ottengono ottimi risultati con fondi scarsi. Ma sono  isolati e sparsi fra decine di istituzioni invece di essere concentrati e quindi fare massa critica. Inoltre i loro risultati  servono da scudo ad una massa di fannulloni incapaci o  di assenteisti capaci.

Non a caso, Lei scrive

piuttosto che fare tabula rasa, sarebbe il caso di aiutare la parte sana ad emarginare la parte malata.

Sono perfettamente d'accordo. A tal fine la parte sana dovrebbe

1) ammettere che esiste una parte malata - cosa che Lei non mi sembra stia facendo, visto che continua a privilegiare un indice aggregato piuttosto che indici per istituzioni o magari per settore disciplinare

2) utilizzare le occasioni per distinguersi dalla parte malata - comprese quelle offerte da parti  politiche poco gradite (anche a me). Il "movimento" è invece una reazione corporativa collettiva, basato sul ruolo di appartenenza (ricercatori, poi associati). Può darsi che si guidato dai migliori, ma certo le sue rivendicazioni sono valide per tutti, "sani" e "malati".

3) cooperare per trovare soluzioni legislative tali da colpire la parte malata e trasferire le risorse disponibili verso quella sana. Per esempio, invece di lamentarsi per il blocco degli scatti, chiedere che parte dei risparmi venga destinato a fondi  premiali e/o al finanziamento della ricerca, e che l'allocazione dei soldi PRIN sia fatta con rigoroso peer reviewing.

In una parola, nel caso specifico, avrebbe dovuto battersi per rendere il DDL Gelmini (l'unico game in town) più meritocratico invece che opporsi ciecamente e chiederne il ritiro. E, ora che è approvato, battersi per far funzionare quelle (poche) disposizioni utili, come la valutazione ANVUR. E' quello che io, nel mio piccolo, ho tentato di  fare, qui ed altrove.

Mi sembra che Lei non sia su questa linea. Perchè?
Cordiali saluti

Giovanni Federico

3) cooperare per trovare soluzioni legislative tali da colpire la parte malata e trasferire le risorse disponibili verso quella sana. Per esempio, invece di lamentarsi per il blocco degli scatti, chiedere che parte dei risparmi venga destinato a fondi  premiali e/o al finanziamento della ricerca, e che l'allocazione dei soldi PRIN sia fatta con rigoroso peer reviewing

Buona idea, non ci avevo pensato. Adesso scrivo una letterina alla Gelmini sull'argomento :)

too late :-) Dovevi pensarci quando la legge era in discussione. Ma visto che hai voglia di scrivere, potresti fare una petizione perchè scelga, nella short-list ANVUR, quelli più rigorosi (Graziosi vs Trombetta per il settore umanistico, p.es.) e perchè l'ANVUR adotti criteri  molti selettivi per gli ordinari

 

Lei scrive

piuttosto che fare tabula rasa, sarebbe il caso di aiutare la parte sana ad emarginare la parte malata.

Sono perfettamente d'accordo. A tal fine la parte sana dovrebbe

1) ammettere che esiste una parte malata - cosa che Lei non mi sembra stia facendo, visto che continua a privilegiare un indice aggregato piuttosto che indici per istituzioni

2) utilizzare le occasioni per distinguersi dalla parte malata - comprese quelle offerte da parti  politiche poco gradite (anche a me). Vedo piuttosto una reazione corporativa collettiva, senza alcuna distinzione

3) cooperare per trovare soluzioni legislative tali da colpire la parte malata e trasferire le risorse disponibili verso quella sana.

Ecco, finalmente questa discussione arriva al vero punto!

Però:

Per esempio, invece di lamentarsi per il blocco degli scatti, chiedere che parte dei risparmi venga destinato a fondi  premiali e/o al finanziamento della ricerca,

qui non ci siamo.

Il blocco degli scatti è arrivato per tutti i dipendenti pubblici a seguito del prosciugamento delle risorse per via della crisi. Quei soldi non ci sono e non possono essere destinati a niente, se non al bilanciamento delle tasse non pagate dai disoccupati e del debito in più non fatto per non far morire dalle risate gli investitori internazionali. Nel privato ci sono centinaia di migliaia di persone che hanno perso lavoro e aziende ed era assolutamente ovvio che qualcosina avrebbero dovuto pagare anche i dipendenti pubblici.

A mio avviso la Parte Sana dovrebbe piuttosto dire:

1) questa è la Parte Malata. Tizio sta portando a casa uno stipendio non meritato dato che la sua produzione è al di sotto di questo criterio minimo da NOI stabilito.

2) Ciò che verrà risparmiato dopo il licenziamento di Tizio, dovrà andare ad aumentare del X% lo stipendio di Caio e del Y% quello di Sempronio, sempre in base a questi criteri da NOI stabiliti. Il resto verrà destinato a finanziare maggiormente il programma di ricerca ABC.

Scusate le sicuramente presenti incongruenze del mio ragionamento, ma credo proprio che non possa esserci premio al merito se non c'è anche penalizzazione del demerito e se non organizzate voi, Parte Sana, come questa penalizzazione dovrà essere gestita, la gestiranno imprenditori analfabeti come me o ministre come la Gelmini.

L'aspetto interessante dei dati e delle analisi disponibili in letteratura è che nella graduatoria internazionale, l'impatto scientifico dell'Italia (misurato come pubblicazioni, citazioni, top 1% cited papers, H-index) si colloca sempre in una posizione (settima-ottava) molto simile a quella della spesa per R&D (nona) o alla spesa in Higher Education R&D (ottava). Questo dato di partenza suggerisce che la nostra efficienza non è tragicamente inferiore a quella delle nazioni di dimensioni comparabili.

L'ho gia' osservato ma lo ripeto: non e' corretto secondo me confrontare il valore assoluto per es. delle citazioni, perche' i Paesi considerati hanno un numero molto diverso  di abitanti. E non e' corretto nemmeno confrontare la posizione assoluta in classifica per numero di citazioni con la posizione per spesa per educazione superiore o in ricerca e svluppo.  Il confronto piu' corretto, per capire se l'Italia fa meglio di Paesi piccoli ma avanzati, civili ed efficienti come Svizzera, Olanda e Svezia, e' confrontare i rapporti citazioni/abitanti e citazioni/spesa.  Ritengo che la posizione dell'Italia in questi confronti piu' corretti sia peggiore di 8/9 e piu' vicina a 20, che corrisponde alla classifica del PIL pro-capite e dell'indice di sviluppo umano.