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Gli economisti e i fatti, II

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E' giusto cercare di chiarire i dati e in particolare l'andamento delle quote del lavoro ma tutto questo dibattito io faccio un po' di fatica a seguirlo, nel senso che fatico a comprendere la rilevanza della discussione.

Se ho capito bene la ''lettera degli economisti'' usava la presunta diminuzione della quota del lavoro come variabile causale per l'esplosione della crisi. Io non sono sicuro di aver capito bene lo schema teorico della lettera. Vedo due possibilità:

1) meno soldi al lavoro --> minore propensione al consumo --> minore domanda effettiva --> crisi da mancanza di domanda

2) meno soldi al lavoro --> maggiore indebitamento dei lavoratori --> incapacità di ripagare  --> crisi finanziaria

Ammmesso che questi siano gli schemi teorici (e senza discuterne la validità), mi pare che:

a) Si dovrebbe guardare alla distribuzione personale del reddito, non a quella funzionale. La propensione al consumo è legata al reddito, non alla fonte del reddito. Per esempio può accadere che la quota del lavoro aumenti ma che al tempo stesso la disuguaglianza salariale aumenti (i salari alti aumentano e i salari bassi diminuiscono). Magari è vero che la maggiore disuguaglianza riduce la domanda effettiva, ma la maggiore disuguaglianza non si vede guardando alla quota del lavoro.

b) Bisognerebbe guardare al reddito dopo tasse e trasferimenti, non prima. Se aumenta la disuguaglianza dei redditi (e magari si riduce la quota del lavoro) ma poi c'è un'azione redistributiva mediante tassazione non vedo come possa funzionare il meccanismo di minore domanda effettiva o maggiore indebitamento.

c) L'attenzione dovrebbe essere sugli USA, paese da cui la crisi è partita, piuttosto che sull'Italia. Per questo paese (con o senza imputazione degli autonomi) non sembra che sia successo gran ché alla quota del lavoro negli ultimi 40 anni. 

d) L'Italia poi è un paese decisamente anomalo per l'interpretazione della quota di lavoro, data l'alta percentuale di lavoratori autonomi che oltretutto è cambiata assai nel tempo. Capisco la logica dell'imputazione, ma il primo messaggio che io ricevo da questo dibattito è che l'andamento della quota da lavoro in Italia non è particolarmente informativo a causa della difficoltà di interpretare la parte relativa al lavoro autonomo.

Quindi, tutta questa discussione sulla quota del lavoro in Italia a me pare un poco bizzarra.

Concordo, Sandro, di per se' la diminuzine della quota del lavoro nella distribuzione funzionale non e' ne' necessaria ne' sufficiente alla spiegazione della crisi nella teoria che hai riassunto.

Io ho voluto rispondere a due critiche specifiche mosse alla mia precedente interpretazione dei dati. In fondo al post ho suggerito quello che suggerisci tu: facciamo un passo avanti in questo dibattito guardando alla distribuzione finale (dopo tassazione diretta, contribuzione, e redistribuzione) e ai redditi delle famiglie anziche' quelli dei fattori.

Vero che si deve guardare agli USA nel caso specifico, ma il confronto con altri paesi e' utile perche' se la teoria e' buona deve funzionare ovunque.