Titolo

Rigore Morale e Solidarietà

10 commenti (espandi tutti)

 

Mi spiace di sembrare petulante, e sono conscio di rischiare i fulmini di qualche corrusco moderatore di NfA, ma insisto nel richiamare l'attenzione su una circostanza ingiustamente trascurata, che si evince da un frammento dell'articolo de "il fatto quotidiano", assumendo che sia attendibile (emphasis added):

". Speranza è di origine africana, mulatta. Padre del Senegal e

madre del Ciad, in Italia da dieci anni. La bimba ha quattro fratellini. Da quando il padre è partito per il Belgio la famiglia si trova in gravi difficoltà: la madre non parla l’italiano, ha chiesto aiuto ai servizi sociali.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/02/05/quella-bimba-non-restera-piu-senza-mensa/90283/

Com'è possibile che una donna in Italia da dieci anni non abbia ancora imparato la lingua? La sola ipotesi che mi viene in mente (se sballo mi corrigerete) è che quasta donna sia stata tenuta strettamente segregata in casa, priva di ogni interazione sociale con i nativi e finanche della possibilità di guardare la televisione o di ascoltare la radio.

Se questo è vero, e se non lo è per favore qualcuno mi smentisca, si tratta di quelcosa di molto più grave del fatto che la maestra cedendo un pasto ad una bambina abbia causato o no un danno erariale di qualche euro. Possibile che le maestre, la direttrice, il sindaco e il giornalista Luca Telese trovino tutto questo assolutamente normale? Oppure sono io che sto dando di matto?

 

La questione mi pare assolutamente irrilevante.

Ma anche se fosse rilevante, il passaggio da "dopo dieci anni non parla l'italiano" al fatto che la donna sia stata "segregata" in casa, addirittura senza poter ascoltare la radio o la televisione (a parte che potrei ascoltare per vent'anni la TV araba o cinese senza imparare una sola parola).

Conosco personalmente dei ricercatori stranieri che hanno lavorato in Italia per tre o quattro anni, e che di italiano sanno a mala pena quanto basta per ordinare al ristorante; parlo di giovani adulti, intelligenti, che hanno anche un certo numero di amici di qua. Semplicemente, parlano sempre l'inglese e non hanno un grosso incentivo a imparare la lingua del posto. Non so quale fosse la madrelingua di 'sta donna (francese, arabo, dialetto locale?), ma possiamo supporre che si tratti di una persona senza strette relazioni sociali con gli abitanti della città e poco acculturata? Pensate che tutti i cinesi (ad esempio) che abitano in Italia da 5 o 10 anni sappiano parlare l'italiano?

Le maestre non volevano risolvere il problema dell'integrazione degli immigrati in Italia, ma dare da mangiare alla bambina.

Posto che se il marito è in Belgio, chi è che la sta segregando?

Conosco il preside di una sede italiana di una università americana, in Italia da 30 anni, non sa parlare italiano (non scherzo).

 

P.S.

i commenti a questo post sono veramente impressionanti, forse come mai su NFA.

Non ci credo. Come si chiama il preside? E l'università?

Si dice il peccato ma non il peccatore :-)

Com'è possibile che una donna in Italia da dieci anni non abbia ancora imparato la lingua? La sola ipotesi che mi viene in mente (se sballo mi corrigerete) è che quasta donna sia stata tenuta strettamente segregata in casa, priva di ogni interazione sociale con i nativi e finanche della possibilità di guardare la televisione o di ascoltare la radio.

Se questo è vero, e se non lo è per favore qualcuno mi smentisca, si tratta di quelcosa di molto più grave del fatto che la maestra cedendo un pasto ad una bambina abbia causato o no un danno erariale di qualche euro. Possibile che le maestre, la direttrice, il sindaco e il giornalista Luca Telese trovino tutto questo assolutamente normale? Oppure sono io che sto dando di matto?

Ottima osservazione.

Come osservato da altri, e' possibile (anzi, abbastanza normale) che non ci sia integrazione se da una (o da entrambe) le parti non c'e' alcun interesse.

Mia moglie, che lavora in ostetricia, mi conferma che il fenomeno ha una certa consistenza. Da quanto mi racconta il problema e' duplice: un lato c'e' una sorta di diffidenza (o quantomeno di indifferenza) da parte degli immigrati, dall'altro la struttura pubblica spesso non ritiene importante (e non e'  attrezzata per) stabilire con gli immigrati un canale di comunicazione (e la lingua differente e' solo il piu' evidente degli ostacoli).

Se non capisco male, questo fenomeno e' piu' marcato dove ci sono comunita' omogenee (p.es. i cinesi a Prato e dintorni).

Anch'io lavoro in ospedale. Capita spessissimo per gli immigrati, e non parlo di persone appena sbarcate dal gommone, di dover chiamare i mediatori culturali.

Tenete conto che per persone scarsamente alfabetizzate, di estrazione socio-culturale bassa, spesso il processo di apprendimento linguistico è molto più lento (anche per gli anglosassoni, ma questo è un altro discorso. Diciamo che l'aneddoto sul preside americano non mi stupisce per niente). 

Certo, dieci anni sono tanti, ma non è un mistero che nelle famiglie musulmane spesso le figure femminili si trovano in una condizione di isolamento sociale; non lavorando ed essendo limitate nelle interazioni con il prossimo non sono incentivate a imparare la lingua. Questo non è bello e non piace a nessuno, ma da qui a fare ipotesi di reato o immaginare addirittura scenari "austriaci" (nel senso dei noti episodi di cronaca degli ultimi anni) ne passa.

il processo di apprendimento linguistico è molto più lento (anche per gli anglosassoni, ma questo è un altro discorso)

Piu' o meno e' lo stesso discorso: hanno uno scarso incentivo ad imparare la lingua.

Visto che l'inglese e' una sorta di lingua franca, molti anglofoni pensano non sia necessario imparare altri idiomi; ed effettivamente col solo inglese puoi davvero girare il mondo (per lo meno se non ti allontani troppo da aereoporti e grandi alberghi :) 

In realta' molti anglofoni di mia conoscenza parlano l'italiano piuttosto bene, ma cio' e' forse dovuto al fatto che conosco persone attratte in Italia  da aspetti della nostra cultura intimamente legati alla lingua (p.es. l'opera lirica).

"Certo, dieci anni sono tanti, ma non è un mistero che nelle famiglie musulmane spesso le figure femminili si trovano in una condizione di isolamento sociale; non lavorando ed essendo limitate nelle interazioni con il prossimo non sono incentivate a imparare la lingua."

E va bene cosí? Non è un problema più grave di una bega di merendine?

 

"Certo, dieci anni sono tanti, ma non è un mistero che nelle famiglie musulmane spesso le figure femminili si trovano in una condizione di isolamento sociale; non lavorando ed essendo limitate nelle interazioni con il prossimo non sono incentivate a imparare la lingua."

E va bene cosí? Non è un problema più grave di una bega di merendine?

Certamente: questo e' un problema serio.

Anche io ritengo che concentrarsi su questo aspetto sarebbe forse piu' produttivo  (sicuramente piu' interessante): per questo ho cambiato il titolo al thread di commenti.

Il problema di fondo e': come ottenere un decente livello di integrazione? Ci sono almeno due approci diametralmente opposti:

(1) imponendo l'integrazione forzata;
(2) spendendo soldi pubblici in opera di mediazioni culturale.

Per quanto mi risulta (dalla lettura dei giornali) l'approcio che va per la maggiore nella LN e' il primo: "loro vengono a casa nostra e quindi devono uniformarsi ai nostri usi e costumi".

Ma qui mi fermo: mi sa che c'e' materiale per un nuovo post.