Titolo

Rigore Morale e Solidarietà

4 commenti (espandi tutti)

L'esenzione fiscale del buono pasto è un residuo dell'esenzione fiscale relativa alle spese di produzione del reddito. Ai lavoratori autonomi e alle imprese è normalmente consentita la deduzione dai ricavi di una lista di costi (che con il passare del tempo si è ristretta oppure sono state stabilite delle soglie max di deducibilità), sostanzialmente secondo il criterio della pertinenza (si possono dedurre i costi che sono coerenti con l'attività svolta). Tra questi ci sono anche le spese per i ristoranti (assimilate alle cd spese di rappresentanza, che sono deducibili, per motivi evidenti, solo fino ad una data percentuale dei ricavi). L'esenzione sul  buono pasto è l'analogo per i lavoratori dipendenti, per i quali tuttavia, è stabilita in cifra fissa (10 mila lire convertite in euro), immutata da oltre 10 anni. Per i lavoratori dipendenti non mi risulta che ci siano altri costi deducibili/redditi esenti.

I vincoli alla circolazione dei buoni pasto derivano dal fatto che lo stato vuole assicurarsi che gli stessi vengano utilizzati solo per lo scopo per cui sono stati concepiti: mangiare nei locali convenzionati. Si tratta di un vincolo sostanzialmente superfluo perchè notoriamente le aziende acquistano i buoni a sconto dall'emittente che poi si rivale sugli esercizi convenzionati. Solo presso qs ultimi il buono vale la cifra indicata. Se qualcuno dovesse accettare il buono in altre circostanze lo valuterebbe di meno. Ovviamente gli esercizi convenzionati sono liberi di alzare i prezzi praticati oppure di rifiutare la convenzione.

Comunque il vincolo alla circolazione è abbastanza assurdo se viene valutato in termini comparativi. Non mi risulta che il lavoratore autonomo debba indicare di avere consumato effettivamante il pasto al ristorante, anzi potrebbe utilizzare una ricevuta trovata per caso (ciò che conta in ultima analisi è il tetto max di deducibilità rispetto ai ricavi). L'equivalente sarebbe l'obbligo di indicare il codice fiscale o la P. IVA sulla fattura del ristoratore (come viene fatto per gli scontrini delle farmacìe). Magari qualcuno ci starà già pensando...

Tuttavia non saprei se la soluzione più semplice (eliminazione del buono pasto, conversione dello stesso denaro ed esenzione fiscale per la stessa cifra) sia quella alla lunga più vantaggiosa. Tornando infatti al discorso iniziale mi ricordo che un tempo c'era una cifra, modesta, di reddito di lavoro dipendente non imponibile, che era riferita alle spese di produzione del reddito medesimo. Oggi quella cifra è scomparsa.

Nel caso specifico è fuori questione che il sindaco abbia fatto una enorme stupidaggine. Nel dubbio (ma solo dal punto di vista formale), avrebbe dovuto astenersi dall'intervenire, anche perchè nella sostanza il sindaco ha torto marcio.

Esattissimo.

Difatti la mia azienda se mangio in trasferta, per avere l'esenzione fiscale mi chiede dal ristoratore fattura con P.IVA dell'azienda stessa.

Altrimenti me la carica a reddito eccome

L'esenzione fiscale del buono pasto è un residuo dell'esenzione fiscale relativa alle spese di produzione del reddito.

A me non risulta, anche se si tratta di esenzioni di analoga natura.

Per i lavoratori dipendenti non mi risulta che ci siano altri costi deducibili/redditi esenti.

Non e' esattamente cosi', nella sostanza. Ai lavoratori dipendenti e' riconosciuta una detrazione per lavoro dipendente che e' esattamente un riconoscimento forfettario delle spese di produzione del reddito, e infatti va calcolata proporzionalmente al numero di giorni di effettivo lavoro, e non viene riconosciuta per i giorni di malattia, ad esempio. Tale detrazione per alcuni anni e' stata piu' onestamente una deduzione sul reddito, cioe' una esenzione IRPEF tale e quale a quella per i buoni pasto fino a 5.29 Euro.

I vincoli alla circolazione dei buoni pasto derivano dal fatto che lo stato vuole assicurarsi che gli stessi vengano utilizzati solo per lo scopo per cui sono stati concepiti: mangiare nei locali convenzionati.

Piu' o meno corretto, piu' correttamente ancora "per lo scopo per il quale viene data l'esenzione IRPEF".

Comunque il vincolo alla circolazione è abbastanza assurdo se viene valutato in termini comparativi.

Assurdo tanto quanto il 90% dello Stato italiano, non posso essere piu' d'accordo, nondimeno formalizzato in norma vigente.

Tuttavia non saprei se la soluzione più semplice (eliminazione del buono pasto, conversione dello stesso denaro ed esenzione fiscale per la stessa cifra) sia quella alla lunga più vantaggiosa. Tornando infatti al discorso iniziale mi ricordo che un tempo c'era una cifra, modesta, di reddito di lavoro dipendente non imponibile, che era riferita alle spese di produzione del reddito medesimo. Oggi quella cifra è scomparsa.

Di nuovo, non e' scomparsa e nella sostanza rimane nella detrazione per lavoro dipendente. La soluzione migliore rimane quella di eliminare tutto il ciarpame di Stato relativo ai buoni pasto, sia per i dipendenti sia per gli scolari, perche' tale ciarpame e' veramente indecente e dannoso, compresa l'esenzione IRPEF, e se il tuo timore e' un aumento della pressione fiscale, aggiungo che questo dovrebbe essere fatto a parita' di pressione fiscale aumentando in misura corrispondente la detrazione per lavoro dipendente. La tua preferenza per conservare l'esenzione IRPEF sui buoni perche' almeno e' una detrazione per la produzione di reddito per me non ha senso se la si trasforma in detrazione aggiuntiva per i dipendenti, ed e' dannosa e nociva perche' aumenta l'interposizione e la regolamentazione statale.

Nel caso specifico è fuori questione che il sindaco abbia fatto una enorme stupidaggine. Nel dubbio (ma solo dal punto di vista formale), avrebbe dovuto astenersi dall'intervenire, anche perchè nella sostanza il sindaco ha torto marcio.

Il sindaco (dando fede al circo mediatico) si e' comportato in maniera maldestra e cialtrona, ma aveva l'obbligo per me di vietare formalmente la cessione del benefit della mensa. L'ha fatto in ogni caso in maniera ridicola con errori di logica e perfino di lingua italiana (ripeto, se devo fidarmi del circo mediatico).

Da un punto di vista sostanziale il sindaco avrebbe dovuto dire: 1) in Italia lo Stato e le sue leggi non garantiscono il pasto gratis nelle scuole pubbliche nemmeno ai poveri, che in genere hanno una riduzione solo parziale 2) la sensibilita' comune prevalente e' che lo Stato debba garantire il pasto gratuito a chi non paga, quindi 2a) intanto voi della comunita' locale contribuite o direttamente in prima persona privatamente o attraverso aumento corrispondente di tasse comunali obbligatorie a pagare i relativi costi e 2b) i politici che lo desiderano si facciano interpreti dell'opinione pubblica per elaborare e approvare una modifica delle norme statali in merito.

Virgolette

MarkP 9/2/2011 - 16:59

Qualcuno di voi ha per caso letto questo virgolettato del sindaco che, a mio avviso, farebbe quadrare il cerchio (al di là delle interpretazioni più o meno lineari della legge)?

"la bambina è figlia di un noto estremista islamico" - Il fatto quotidiano del 6 febbraio

...per quello che mi riguarda quoto Boldrin in toto!

Marco