Titolo

Cosa succede alla "quota del lavoro"?

1 commento (espandi tutti)

Ciao Giulio,

Come tu hai già anticipato, trovo giusto che il reddito autonomo non sia assimilabile al reddito da lavoro dipendente e che comunque il governo ha un ruolo  nella redistribuzione delle risorse (anche se nel caso italiano avrei da ridire a tal proposito) ma penso che la questione sia ben più complessa di quella rappresentata. Innanzitutto, dobbiamo considerare che un aumento della quota lavoro non rappresenta automaticamente un segno evidente di redistribuzione a favore di chi vive di reddito da lavoro ma sopratutto, non è detto che ciò sia un chiaro segno di equa distribuzione del reddito.
Il problema andrebbe affrontato analizzando la variazione del salario medio rispetto a rendite e profitti piuttosto che analizzare la relazione tra quota capitale e quota lavoro. Il perché è piuttosto chiaro: LA QUOTA LAVORO PUÒ AUMENTARE INDIPENDENTEMENTE DAL SALARIO MEDIO IN SEGUITO AD UN AUMENTO DI DEL TASSO DI OCCUPAZIONE E QUINDI DEL NUMERO DI LAVORATORI, VICEVERSA, LA QUOTA CAPITALE PUÒ RIDURSI PERCHÉ SI RIDUCE IL NUMERO DI CAPITALISTI E "RENTIER" INDIPENDENTEMENTE DAL VALORE DELLA RENDITA E/O IL PROFITTO MEDIO.
In altre parole si dovrebbe indagare sul valore del salario medio durante tutto il periodo rispetto al profitto medio e/o alla rendita media.
Per far questo basterebbe affrontare il problema nel modo seguente:
La quota di reddito totale è composta dalla quota lavoro (B) e la quota capitale (C); dove il totale nel periodo iniziale è dato da A1=B1+C1.
Nel periodo successivo avremo: A2=B2+C2, ovvero la quota totale sarà data da A=B1+C1=B2+C2.
La quota lavoro è esprimibile anche come B=xw dove w è il salario medio e x indica il numero dei lavoratori, mentre la quota capitale sarà C=yz con z che indica il profitto medio e/o la rendita media da cui ricavo che

w=B/x e z=C/y.

Ne segue che x1w1+y1z1=x2w2+y2z2;

Quello che dobbiamo verificare è che il valore del salario medio rispetto al profitto medio e/o rendita media sia maggiore alla fine del periodo; il che equivale a dire che:

z1/w1>z2/w2,

esprimibile anche come:

C1/y1*x1/B1>C2/y2*x2/B2.

Dai dati della Banca d'Italia risulta evidente che

C1/B1>C2/B2;

perché la disequazione sia valida basterebbe dimostrare che

x1/y1>x2/y2.

Dal tuo grafico n6 risulta che l'incidenza del lavoro autonomo è diminuita, quindi la precedente relazione è valida.
In conclusione: a prima vista sembrerebbe che Giulio avesse ragione e che ci fosse una redistribuzione a favore del reddito da lavoro ma un'ulteriore riflessione è, a mio avviso, necessaria.
Il salario medio è una misura efficace per dimostrare l'aspetto distributivo e soprattutto indicare le cause della debolezza della domanda aggregata? A mio avviso la risposta è negativa.
Chiediamoci che cosa rappresenta il salario oggi. Sicuramente il lavoro del Signor Zanella va a comporre la quota lavoro ma molto spesso anche un CEO di una grande azienda contribuisce alla quota lavoro a meno che la sua retribuzione non sia composta totalmente da stock option. Ne segue che il salario medio è un indice che comprende il salario di Zanella ma anche una buona parte di quello di Marchionne (per la precisione: una parte del suo stipendio è retribuito con azioni FIAT). Generalizzando, si può affermare che oggi alla quota lavoro non contribuisce solo l'impiegato o l'operaio ma anche la retribuzione di soggetti (di tipo manageriale) che sono i proprietari "de facto" del capitale. La presenza di un certo tipo di retribuzioni, considerato il loro valore rispetto ad altre forme di reddito da lavoro può influire sul valore medio del salario in modo rilevante.
Nel capitalismo moderno la SEPARAZIONE TRA PROPRIETÀ E CONTROLLO NELLE AZIENDE HA RESO DEL TUTTO FUORVIANTE LA DEFINIZIONE DI SALARIO E QUOTA LAVORO. Forse in alcuni paesi dove il capitalismo è rimasto di natura familiare (come l'Italia) queste definizione e le relative implicazioni risultano ancora parzialmente valide ma non a livello globale dove la separazione tra proprietà e controllo è una realtà piuttosto diffusa. L'errore sta nel ragionare su termini e concetti antiquati che non hanno più senso.
Ad ogni modo, ritengo che l'asserzione di tipo Keynesiano secondo la quale una iniqua distribuzione del reddito abbia causato una debolezza della domanda aggregata in molti paesi sia valida ed è dimostrabile non attraverso la quota lavoro o il valore del salario medio rispetto al profitto e alla rendita bensì con indicatori della distribuzione del reddito in termini generali quali, ad esempio un coefficiente di Gini, o una curva di Lorenz. In altre parole, basterebbe dimostrare una correlazione significativamente valida tra distribuzione del reddito e domanda aggregata per dimostrare l'effetto depressivo sull'economia. Oltretutto, sono dati facilmente disponibili e di facile elaborazione.