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Riflessioni su economia e materie umanistiche

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Guarda scrivo in maniera  idiosincratica quindi può darsi che le mie impressioni siano pure esagerate.

La prima cosa che noto è che il libro della Nussbaum è stato prontamente tradotto in Italia dove continua a esserci una sensibilità molto molto esagerata verso il valore della cultura umanistica, a tutti i livelli. Voglio dire: perché non si pubblicano, discutono e commentano libri che sostengono posizioni opposte? Sembra esserci un tale consenso sulle posizioni anche difese dalla Nussbaum che io alla fine divento per forza sospettoso, appunto perché mi pare sempre che dietro a nobili discussioni sui fini della pedagogia italica si nascondano alla fine obbiettivi abbastanza evidenti di conservazione e riproduzione di gruppi di potere culturale e accademico. Adriano, in una conversazione privata che rendo pubblica mi ha detto: "ovvio, mica puoi sperare che gli umanisti si sparino in bocca"...come a dire che sarà abbastanza difficile convincerli a considerare il loro lavoro al pari di quello di tutti gli altri.

Comunque, venendo al libro della Martha. Il libro è terrificante perché sottoscrive un'idea di creatività tutta legata alla sola cultura umanistica quando è palese che ci sono settori accademici, di ricerca e sviluppo imprenditoriale, e non solo, che seppure non hanno come fine l'elevazione di niente esprimono comunque creatività e bellezza a livelli che uno studioso di epigrafi funerarie romane non può nemmeno immaginare. Ma la Nussbaum mi pare ancora più radicale quando sostiene che la letteratura o la poesia, o comunque le forme di narrazione alte ed educate, inducono quel senso di immaginazione delle situazioni altrui che rendono la formazione di quelle capacità immaginifiche come essenziali per comprendere le situazioni altrui anche quando non ne siamo direttamente coinvolti. (Qui la polemica è contro la vita frenetica di oggigiorno dove nessuno ha più tempo per gli altri e ci scivoliamo uno sull'altro senza nemmeno il conforto di un sorriso...ma io mi chiedo: ma è così? Mah, lo saprà Martha come gira il mondo, lei che è più "uscita" di me (è stata anche un anno in India) come dicono al mio paese dove tutti si occupano dei cazzi degli altri e l'anomia e l'anonimato sono solo suggestioni lontane...). Tra l'altro aggiungo che questo uso della immaginazione per fini politici non è nemmeno una novità, visto che sono la rimasticatura delle tesi di H. Arendt e delle sue lezioni sul giudizio politico in Kant (lezioni tenute alla New School a NY) e che si fondano sulla rilettura della Critica del Giudizio di Kant. La Arendt parlava della capacità di immedesimarsi nella vita di chi vive nelle capanne... se ricordo bene l'esempio. Insomma, secondo questa idea, l'umanesimo è importante perché la letteratura e la filosofia nutrono la nostra immaginazione in misura tale da rendere le nostre democrazie migliori e più...umane! 

Alle volte il testo sembra una polemica contro la disumanizzazione della quantificazione, contro l'impoverimento causato da un modo di pensare in maniera manageriale...ma ripeto è una tirata che può fare breccia solo mura mentali già pericolanti perché le tesi che sostiene con veemenza sono ben lungi dall'essere dimostrate conclusivamente. Giusto per dirne una: una linguaggio evocativo, retorico e poetico può essere una risorsa, un, ed uno fra tanti, modi di comunicare ma non è detto che sia il modo migliore o che il suo uso garantisca comunicazioni più aperte od ospitali e rispettose. Cioé: se a me parlassero del mondo, in senso cosmologico, usando tutta la trafila tipica della mitologia indiana fatta di testuggini che reggono la terra e altre amenità; se mi parlassero del problema etico del male cominciando a parlarmi di amplessi fra elefantini e donne dalle quali far nascere illuminati...ecco, io non so se mi starei arricchendo o impoverendo, data la sensibilità culturale che possiedo. Tutto questo per dire che l'uso retorico delle metafore può essere una scorciatoia per descrivere situazioni reali che non si vivono in prima persona, ma non è quello il modo con il quale si preserva la qualità della democrazia, come dice invece Martha. E poi, a conti fatti, specie nella comunicazione pubblica italiana, prevale proprio il tipo di comunicazione che piace alla Nussbaum: molta aneddottica, molta idiosincrasia di situazioni particolari giustapposte, pochi numeri pochi fatti e molta retorica. Si pensi solo al modo di descrivere e raccontare le questioni economiche nei vari Cazzarò, Santoro et alii. Ma siamo sicuri che sia quello un modo comunicativo adatto a risolvere i problemi? Siamo sicuri che la democrazia si preservi con più narrazioni partecipate, con più aneddotti, con meno rigore, con più suggestioni? Io non ne sono tanto convinto. 

Non ho letto il libro in questione e non cercavo polemiche di sorta, visto che l'articolo di Giunta sembrava accennarvi soprattutto ad uso interno, lasciando aperta l'ipotesi che nel contesto USA potesse avere un suo valore.

Nussbaum è abbastanza tradotta, forse perché circola la tesi di una sua prossimità al pensiero di Amartya Sen, che però mi sembra essere di ben altro spessore. Azzardo l'ipotesi che non sia tanto una questione di umanesimo v. scientismo, quanto della spasmodica ricerca di fonti d'ispirazione moderne da parte di certa sinistra che si sente orfana di padri intellettuali e cerca di emanciparsene ricorrendo a qualsiasi cosa, prodotta negli USA, che sappia di progressismo, attenzione agli ultimi, critica al c.d. pensiero unico liberista.

Beh si, con Sen hanno fatto libri assieme. La teoria delle capacità per esempio è una tesi elaborata dalla N. ricorrendo ad rilettura di Aristotele, che Sen ha poi tradotto in una prospettiva economica.

Comunque si, hai ragione tu: il dilagare di questo genere di riflessioni è frutto delle circostanze culturali che tu richiami. A me fanno sorridere però. Pensa che una posizione della Nussbaum sulla religione passa, almeno qui in Italia, come un modo nuovo di reimpostare la concezione di laicità classica, perché lei sostiene che la religione, lungi dall'essere un equivoco germinante da processi mentali e psicologici non ottimali, che il sapere e l'educazione potrebbero migliorare, è invece una capacità umana fondamentale, come il mangiare, il giocare, il fare sesso ecc. ecc.

Ecco, io mi chiedo: ma una posizione del genere, che in sostanza assimila l'erezione dei luoghi di culto a edifici necessari per un bisogno umano fondamentale (tipo cucina, toilet e via di questo passo...), ecco dicevo, siamo sicuri che questo approccio sia davvero più rispettoso del fenomeno religioso? Che sia davvero un modo nuovo di vedere alla religione e al suo ruolo pubblico? Io non so...