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Analisi della manovra Monti. Parte 1: misure economiche

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Grazie per il dettagliato commento.  Nel mio commento sottolineo il lato sostanziale dei fatti (non a caso piu' o meno recepito dalle norme internazionali), e ritengo errato dare importanza al lato formale. E proprio per mezzo primariamente di cavilli formali che lo Stato italiano e le elites italiane malgovernano e ingrassano a spese dei sudditi.

Secondo me ogni sistema di tassazione decente deve tassare solo ed esclusivamente il reddito al di sopra di un livello minimo per una vita dignitosa. Per ottenere questo il sistema migliore e' quello di introdurre delle "deduzioni" dal reddito (in burocratese italiano) come Tremonti in uno delle sue poche intuizioni corrette aveva peraltro fatto. Ovviamente subito il CS le ha abolite per trasformarle in detrazioni, che soddisfano meglio il loro obnubilato ideale di statal-centralismo. Le tasse si dovrebbero applicare solo sulla quota eccedente di reddito a qualcosa dell'ordine di 10k Euro anno, dipendente dalla composizione familiare (questa quota esente in realta' dovrebbe essere calcolata per provincia, in base al costo della vita).

Le detrazioni, anche quelle familiari, sono strumenti equivalenti nella sostanza anche se molto piu' scadenti formalmente dal mio punto di vista, perche' (come si vede da molti esempi demenziali provenienti dal circo politico-mediatico italiano) pongono le basi formali per pensare che lo Stato abbia diritto e ragione di tassare anche chi guadagna 300 euro al mese, salvo poi magnanimamente restituirgli qualsosa, che pero' puo' essere ridotto a piacimento arbitrariamente dallo Stato per qualunque necessita' dello Stato stesso. Nota bene che lo stupidissimo centro-destra che tanto ciancia di ridurre le tasse condivide in massa questa impostazione con l'altrettanto stupido schieramento avverso.

Caro alberto, condivido praticamente tutto ma ci tengo a precisare che le deduzioni, come sistema per passare dal reddito lordo al reddito imponibile, non sono una intuizione di Tremonti ma la base di ogni sistema tributario europeo che si rispetti.  So che sei stato a lungo a Ginevra (non so oggi) per cui conosci il sistema delle deduzioni adottato da quelle parti. Solitamente è prevista in tutta la Svizzera una doppia scala di aliquote (single e coniugati, che pagano quasi la metà) e nel secondo caso se lavorano in due c'è anche una deduzione per lavoro di entrambi i coniugi (che varia di cantone in cantone). Quello che hai descritto quindi (dipendente dalla composizione familiare con quota esente calcolata localmente ed anche aliquote e deduzioni calclate localmente) è in buona sostanza il sistema di tassazione elvetico. Porta pero' alla "competizione fiscale" concetto aborrito da CS e CD (nei fatti di quanto proposto o realizzato da entrambi) e quindi anche a stipendi pubblici che variano localmente. Tempo fa avevo stimato che al Sud i salari pubblilci avrebbero dovuto (potuto) scendere, mentre al Nord tutto sommato sono troppo bassi (quelli pubblici) e avrebbero dovuto essere aumentati. In sintesi avremmo visto un calo della pressione fiscale al sud (con effetti benefici sugli investimenti locali e sull'emersione) ed un incremento al nord, di certo non gradito, che avrebbe solo in parte compensato i minori oneri distributivi verso il sud. Forse per questo di una vera riforma fiscale non ne abbiamo visto traccia alcuna?

Secondo me ogni sistema di tassazione decente deve tassare solo ed esclusivamente il reddito al di sopra di un livello minimo per una vita dignitosa.

A rigore questo è impossibile: l'IVA ad esempio può solo tassare tutti i consumi allo stesso modo, a meno di non pensare a improbabili deduzioni sui primi x € di spesa (i costi di transazione sarebbero elevatissimi).  Così pure le imposte sulla benzina e quelle sulle imprese (che ricadono in gran parte su consumatori e lavoratori).  D'altronde, il "livello minimo per una vita dignitosa" deve essere in ogni caso oggetto di politiche sociali, che a loro volta comportano un margine di tassazione (o riduzione dei benefici) per motivi di economicità.

Si riferiva ovviamente (o almeno ovviamente per me) alla tassazione progressiva del reddito.
Per quanto riguarda il prelievo proporzionale (IVA, contributi) è chiedo che piu' alto è e piu' ha effetto regressivo. Con un'IVA al 21% e contributi al 33% (e si arriva al 50 sommando tutte le trattenute obbligatorie) un povero o evade o schiatta.

Si riferiva ovviamente (o almeno ovviamente per me) alla tassazione progressiva del reddito.

Quale sarebbe il fondamento "normativo" che rende desiderabile la tassazione progressiva del reddito?  Se è utilitaristico, cioè tutelare i livelli minimi di vita dignitosa, queste considerazioni a rigor di logica (almeno secondo i modelli più noti di tassazione non lineare; se così non fosse attendo smentite) giustificano un sistema in cui i redditi bassi non sono semplicemente tassati a zero, ma sono integrati da un sistema EITC-like, in cui la tassazione marginale passa da negativa a positiva.  (I modelli più semplificati suggeriscono un reddito di base alla Friedman, ma non tengono conto che ciò distorce l'offerta estensiva di lavoro.)  Il sistema dell'esenzione non garantisce a sufficienza i redditi più bassi, rende necessario creare enti ad hoc per erogare effettivamente dei sostegni al reddito, non ha proprietà incentivanti degne di nota, e genera difficoltà ulteriori nella combinazione con le altre imposte.

Normalmente è il principio di capacità contributiva. Poi l'auito a chi ha bisogno, oltre a tasse zero, puo' essere dato come dici con un'imposta negativa come anche con servizi e sussidi a seconda di cosa il cittadino ha bisogno. Non per forza deve essere il fisco a fare tutto altrimeti aboliamo tutti i ministeri e lasciamo solo le finanze.

Adesso capisco perchè i suoi ragionamenti, tecnicamente sofisticati e puntuali suonano spesso, alle mie orecchie, "fuori argomento", forse dipende dal fatto che veramente crede che i dirigenti delle istituzioni italiane, il Parlamento nel suo insieme, i Sindacati e il circo politico-mediatico italiano sia composto solo da deficienti che non capiscono, per esempio, che le gabbie salariali (che avevamo fra il 1945 e la fine degli anni '50) sono invece indispensabili e il sistema fiscale andrebbe applicato solo per il reddito oltre i 10k (così micro commercianti&compagniacantante) sarebbero finalmente in regola e i contratti collettivi di lavoro eliminati per poter fare come in UK, dove lì si che c'è giustizia sociale e i poveracci non ci sono.

P.S. ovviamente anche i dati sul numero di "bottegai" francesi (la metà) e tedeschi (un quarto) dei nostri e che si vergognerebbero a dichiarare meno dei loro commessi, come invece avviene nel BelPaese, è frutto della retoricademenziale del Corriere della Sera che non capisce che il nord Italia è invece in linea con quei Paesi e se non fosse per quei terroni...

La mancanza di "gabbie salariali" (o meglio di salari differenziati per località) genera disoccupazione e sottoccupazione strutturale di lungo periodo nelle aree svantaggiate del Paese.  Questo dovrebbe essere lapalissiano, per i motivi che sono stati già spiegati su nFA.

Per quanto riguarda l'evasione comune fra i "bottegai" ha essenzialmente ragione, ma si tratta di un problema dovuto soprattutto alla tassazione che è molto elevata ed ha una normativa estremamente complessa, oltre che alla mancanza di sforzi tesi a far rispettare le regole.  Peraltro, i bottegai si fanno concorrenza, quindi possono essere spinti ad evadere semplicemente per ridurre i costi all'osso e mantenere la quota di mercato.

La mancanza di "gabbie salariali" (o meglio di salari differenziati per località) genera disoccupazione e sottoccupazione strutturale di lungo periodo nelle aree svantaggiate del Paese.  Questo dovrebbe essere lapalissiano, per i motivi che sono stati già spiegati su nFA.

L'articolo a mio avviso fa giustamente notare che le "gabbie salariali" non servono a nulla (invece che contrattazione centralizzata, la si fa per macroaree, e che abbiamo concluso?). Quello che ci vuole è la contrattazione personale, e l'unica rigidità veramente ammissibile (volendo introdurre una qualche regidità!) è un minimo orario più alto dell'ammortizzazione sociale (che dovrebbe essere concessa solo in cambio di qualcosa) e molto più basso della retribuzione media pro capite.

Ma il problema della contrattazione nazionale (o anche per macro-area) è un altro, cioè l'essere in definitiva una forma di pianificazione socialista che periodicamente affida a pochi "negoziatori" burocratizzati--a partire dalla contrattazione generale, passando per la rosa dei "contratti" metalmeccanico, chimico, del commercio ecc.--le sorti di molti milioni tra lavoratori e stakeholders legati alle imprese (azionisti, consumatori ecc.).  Se ci si pensa è una vera assurdità, che non troverebbe mai posto in alcun paese che voglia ritenersi veramente libero e civile.  Però il commento precedente poneva separatamente le due questioni, ed io ho risposto solo a quella relativa alle "gabbie salariali", parola che peraltro nel discorso politico si riferisce (impropriamente, se vogliamo) a qualsiasi tipo di differenziazione territoriale, anche legata alla contrattazione individuale.

 "Se ci si pensa è una vera assurdità, che non troverebbe mai posto in alcun paese che voglia ritenersi veramente libero e civile"

Giuro che ho dovuto rileggere la frase qualche volta, non capivo cosa mi sfuggisse.

Poi credo di aver realizzato: qui (in NfA) spesso la forma precede qualunque sostanza possibile, il massimo lo si raggiunge nell'estraniarsi completamente dalla realtà in cui viviamo, magari riducendo la medesima a un agglomerato confuso e pasticcione in mano a "deficienti" che non amano la libertà e la civiltà e che basterebbe, ZAC!, un colpetto di teoria economica, un copia incolla normativo da qualche Paese più evoluto (ovviamente senza Sindacati, senza terroni e senza incapaci cronici al potere) e un altro ZAC! alle tasse che strangolano il povero bottegaio (questa, confesso, era da urlo) e tutto andrebbe a posto, saremmo una piccola Germania o una piccola Albione e magari, come scrivete spesso, con una bella secessione da quei terroni parassiti che evadono, sperprerano e succhiano il sangue al padano.

Tizioc, le gabbie salariali c'erano quando il Paese era allo sfascio da II° guerra mondiale e, prima ancora, con le corporazioni fasciste. Le si sono superate come obiettivo si tutela ed emancipazione di qualche milionata di disperati che lavoravano senza Statuto dei Lavoratori e senza contrattazione collettiva (relegata a piccoli settori). In realtà, le differenziazioni salariali (per azienda/territorio) in Italia oggi esistono e sono state reintrodotte dalle Parti Sociali in molti settori proprio per adattare alla realtà del potere d'acquisto i salari e per recuperare produttività (che è per definizione a livello aziendale o sub-aziendale).

Sono convinto anch'io che dovremo affrontare cambiamenti importanti nella nostra legislazione del lavoro (diritti/doveri) e nel mercato del lavoro (ingresso/uscita) ma potrà avvenire solo riconoscendo le radici (culturali, politiche, sociali) che abbiamo e confrontando le alternative possibili, che sono politiche, magari post-ideologiche, ma sostanzialmente politiche, non riducibili a ricette economiche e sociali in cui tutti gli altri sono una manica di burocrati inefficienti e solo "tu" sei quello che ha capito come deve essere organizzata la società.

 

Il suo commento in sostanza non fa che ripetere gli stessi concetti di quello precedente, in risposta a Lusiani.  Per la cronaca, io non ritengo che il sistema (consolidato) della "contrattazione nazionale" possa essere superato con un colpo di forbici dall'oggi al domani, e ciò anche per l'esigenza tutta politica di rendere manifesta la "tutela dei lavoratori" in un periodo di evidenti difficoltà economiche.  Almeno inizialmente, è preferibile dare la priorità ad altri sforzi più ampiamente condivisi.  Non a caso avevo tralasciato la questione nella precedente risposta; così come penso, contrariamente a Riolo, che abbia senso riflettere ad esempio sulle conseguenze di una "contrattazione per macroaree".

Sarebbe molto utile una discussione su cosa esattamente ci differenzi in senso "culturale, politico, sociale" da altri paesi, al di là dalle differenze istituzionali.  Ad esempio, a me risulta evidente (sia al sud che al nord) una carenza relativa di "orientamento civico" nel sentire comune, uno scarso sviluppo della società civile (intesa come indipendente dal potere politico) e una scarsa qualità della classe dirigenziale (che non vuol dire che siano una manica di incapaci, tutt'altro).  Qualsiasi istituzione dovrà evidentemente fare i conti con questi vincoli, almeno nel breve e medio periodo; non raggiungeremo quindi i livelli di una Gran Bretagna o di un qualsiasi stato americano.  Però questo non implica che lo status quo sia da preferire, anzi.  Poi non ho capito se lei ritiene inutile la stessa analisi economica e sociale delle istituzioni, magari in nome del semplice "negoziato politico";  perché tutto quello che si fa qui, in modo più o meno naïf, è analisi di questo tipo.

Penso siano assolutamente utili le analisi economiche e sociali delle istituzioni e non mi passa per l'anticamera del cervello di immaginare un primato del "nogoziato politico" a prescindere da analisi (e obiettivi) economici e sociali. Io contesto l'atteggiamento esattamente opposto (che ritrovo spesso su NfA) chè riduce "tutto" a variabili economiche che "coprono" le precise implicazioni politiche e sociali a cui rinviano o che ne abbiano di "scontate", magari perchè già realizzate da altre parti.

Tantissimi contributi che leggo qui, mi aiutano ad inquadrare problemi complessi (che spesso mastico a livello naïf) e a valutare le opzioni sul tappeto; cose importanti per prendere delle decisioni politiche e sociali ma che, appunto, sono solo una parte dei problemi. Lo status quo italiano non è "da preferire"; è figlio di 150 anni di sviluppi e contaminazioni e oggi li sconta tutti, nel bene e nel male e quello che non si apre (neppure adesso con l'occasione della variabile "tecnica") è proprio il ragionamento politico:

- che Paese vuoi per i tuoi figli e nipoti?

- a cosa sei disposto a rinunciare e in cambio di cosa?

e le risposte a queste domande non possono prescindere da come funzioniamo oggi e dal perchè funzioniamo così: il rapporto con la religione cattolica e con il "più grande partito comunista d'occidente", i mille servilismi di cui siamo portatori (anche sani), la rete di connivenze e complicità che sorregge tutti (corrotti e corruttori per il controllo delle grandi torte economiche sociali ma anche per la gestione familiare delle piccole raccomandazioni e immoralità quotidiane). Tutto ciò non è riducibile solo a malfunzionamenti o inefficienze di sistema o cattive volontà è anche "quello che l'italiano medio" sa fare, in cui è cresciuto da cinque, sei generazioni.

L'analisi economica o fa i conti con tutto ciò o non va da nessuna parte: serviranno due, tre generazioni per cambiare veramente questo Paese e non credo che gli step siano calcolabili come il tasso di interesse o di ammortamento.

- che Paese vuoi per i tuoi figli e nipoti?

- a cosa sei disposto a rinunciare e in cambio di cosa?

Ho difficoltà a cogliere il senso di queste domande.  Mi sembra che su nFA si pongano il più delle volte obiettivi ampiamente condivisibili (semmai contrastati da gruppi di interesse relativamente piccoli e concentrati).  Quando così non fosse, è giusto far notare la questione.

Quanto al problema che lei giustamente pone, circa il servilismo e la corruzione diffusa come attività in cui gli italici cittadini si sarebbero "specializzati", c'è solo da sperare che il problema sia limitato (e affrontabile con riforme e politiche d'incentivo), perché questo sembra un fattore difficile da influenzare e importante concausa del sottosviluppo in cui versano molti paesi.  Se qualcuno avesse ricette davvero efficaci per rendere "virtuoso" il cittadino medio, meriterebbe ampiamente il premio Nobel (in una categoria a scelta) e le sue soluzioni interesserebbero il mondo intero, non solo l'Italia.  Nel frattempo, nFA può contribuire marginalmente, diffondendo una cultura analitica che porti a sanare almeno le inefficienze più grossolane.

caro R. Calzolari, non e' certo distorcendo e ridicolizzando le opinioni altrui che potrai far andare avanti le tue tesi. Prova invece a fare dei ragionamenti basati su dati quantitativi e confronti con altri Paesi. Inoltre ti informo che ne' io ne altri interlocutori cui rispondi fanno parte integrante della "linea di partito" di nFA, ne' per adesione ne' per aver contribuito a definirla.

caro Lusiani, ho recuperato alcuni dati che avevo dato in risposta alla tesi: ma "nord e sud pari sono come distribuzione delle attività autonome e il sud evade di più perchè è fuori controllo".

 sono certo che, nonostante la mia pessima grafica da copiaincolla, la vostra (tua, di Lusiani, ecc.)competenza matematico-statistica e, ovviamente, fiscale, non mancheranno di supportarvi nella lettura e forse nel cogliere la castronerie dette sulla distribuzione e i relativi pesi.

Come vedi la realtà è un pò diversa da come la immagini tu (e anche quello dello studio - vecchiotto... - sull'IRAP) e rinvia a problematiche sul peso, nell'economia nazionale, delle micro imprese artigiane DEL NORD, sull'evasione a loro carico e sulle conseguenze per molta, molta gente che lavora, se il giochetto (lavoro, produco, fatturo il 30-50% e il resto nel mucchio) dovesse rompersi.

Quando parlate di tassi di evasione del 10% a Milano, stimati e comparati con la giungla palermitana e arrivate, frettolosamente a liquidare le obiezioni  credo ci sia la possibilità che non abbiate ancora capito il problema di cui parlo. Non ha importanza, non lo ha per il "manifatturiero" artigiano (altro che servizi... delirate...) che regge - NEL NORD ITALIA - una quota di economia reale, appoggiata sull'evasione, che vi sfugge o, semplicemente, non conoscete.

P.S. Se vuoi posso provare a spiegarvi perchè, oltre a non essere paragonabili le micro del sud con il nord e parte del centro (Marche e poca Toscana) come quantità non lo sono, assolutamente, come giro d'affari, export, evaso. ecc.

 

 

  LOMBARDIA EMILIA R CAMPANIA SICILIA
ODONTOTECNICI
AZIENDE               968           383              123       147
DIPENDENTI            2.015        1.095              235       374
PARRUCCHIERI
AZIENDE            7.462        3.824            2.110    2.084
DIPENDENTI          15.332        7.754            3.714    3.974
CARROZZERIE/RIPARAZIONI
AZIENDE            1.730           838              430       611
DIPENDENTI            5.450        2.923              864    1.513

P.S. i dati del Corriere della Sera sulle botteghe VS grande distribuzione e i confronti con Francia e Germania (rispettivamente alla metà e ad un terzo del nostro numero di "piccoli esercenti") suggeriscono qualcosa di diverso dalle tue tesi sull'evasione nazionale?-)

 

  TOTALE GENERALE ARTIGIANI
LOMBARDIA % su abitanti EMILIA R % su abitanti CAMPANIA % su abitanti SICILIA % su abitanti
AZIENDE          82.935            43.431          20.022       24.363  
DIPENDENTI        301.080 3,02%        167.112 3,76%        53.540 0,92%     71.452 1,42%

 

 

caro Lusiani

Invece di continuare nei commenti, perché non organizzate un bel dibattito stile quelli dell'Economist?

http://www.economist.com/debate/archive

Ho visto i dati sugli artigiani, in rapporto alla popolazione sono il Lombardia 3 volte quelli della Campania e due volte quelli della Sicilia. E allora? Questi sono i numeri degli artigiani ufficiali, oppure includono quelli in nero? E' possibile che la maggior parte degli artigiani meridionali siano evasori totali sconosciuti alle statistiche ufficiali, per esempio. Per esempio quel posteggiatore napoletano con 20 anni di anzianita' dichiarati in TV probabilmente non risulta nell'albo dei posteggiatori, pero' evade le tasse.

Per quello che so io, siccome a causa delle demenziali politiche dello Stato italiano tutte le grandi imprese meridionali non assistite e colluse con lo Stato sono fallite, e ovviamente praticamente nessun grosso imprenditore onesto non a caccia di aiuti statali investe nel Sud, a me sembra ovvio che nel Sud Italia una perc. di popolazione maggiore che nel Nord e' impiegata in piccole imprese, attivita' autonome (tra cui gli artigiani), oppure economia totalmente sommersa.  Siccome in Italia non esiste sussidio di disoccupazione di lungo termine, quasi tutti i formalmente disoccupati del Sud sono impiegati nell'economia sommersa, come hanno appurato anche studi sul campo dell'Univ. di Napoli su un centinaio di iscritti alle liste di disoccupazione.

Le stime di evasione fiscale (ad es. sei volte tanto in Calabria rispetto alla Lombardia, in rapporto al reddito) sono coerenti con tutto quanto sopra, e il tuo dato sugli artigiani ufficialmente registrati e' del tutto compatibile con le stime di evasione fiscale secondo cui anche in termini assoluti il Sud evade piu' del Nord pro-capite.

 Lusiani: "a me sembra ovvio che nel Sud Italia una perc. di popolazione maggiore che nel Nord e' impiegata in piccole imprese, attivita' autonome (tra cui gli artigiani), oppure economia totalmente sommersa"

che a te sembri è evidente che sia vero, col cavolo. Non credo serva ripeterti che probabilmente ti mancano informazioni o ne hai di distorte: il sommerso meridionale è in gran parte in agricoltura e spalmato su garzoni di bar et similia, il mondo artigiano (per norme contributive, e burocrazie varie) è sommerso in percentuali simili ai dipendenti comunali o A2A che fanno il doppio lavoro a Bologna e non c'entra nulla con i numeri (ufficiali) che ti riportavo. Al sud manca la materia base per fare l'autonomo/artigiano: la "libertà" ovvero non dover rispondere a "qualcuno" degli affari che fai (sai, quei "qualcuno" sanno esere più convincenti del Fisco...) e quindi c'è il minimo indispensabile di attività e a patto che non s'allarghino troppo.

Sui disoccupati "cronici" del sud e sul loro lavorare in nero c'è poco da aggiungere, tanti lo fanno (per campare) e non ci si arricchiscono.. chiaro il concetto e la diversità col nord..?

Calzolari, mica sparando tabelle a vanvera dimostri quello che vuoi dimostrare. Magari avrai pure ragione, ma ciò è dovuto non ai tuoi 5 sensi normali, ma al tuo sesto senso.

Il dato sugli odontotecnici dovrebbe farti capire che un minimo di proporzionalità tra dentiere e popolazione ci deve essere. In ogni caso i dati percepibili dai 5 sensi di me umano dicono quanto segue:

Due terzi del Pil provengono dal settore servizi. Se pure togliessimo tutto le PPAA, i servizi comunque sovrastano di gran lunga il manifatturiero. 

Al nord si guadagna di più ma si evade in percentuale di meno. Se in media un ipotetico barbiere al nord percepisce 100 ed evade 10%, mentre al sud percepisce 60 ed evade il 30%, alla fine, il barbiere del nord ha sottratto base imponibile per 10, quello del sud 18. Anche se il barbiere percepisse solo 40 rispetto ai 100 del nordico, come ammontare sottratto farebbe un figurone davanti a un finanziere. Le proporzioni sono quelle verosimili dedotte dai dati disponibili a quelli con solo 5 sensi.

Ora ovviamente metterla come una questione  nord contro sud, ci dà un quadro che va bene per le discussioni stile lega, ma non permette di identificare una strategia di contrasto all'evasione in nessuna dimensione utile (strumenti, organizzazione, sanzioni etc.), perchè non tiene conto che ci sono province diversificate, operatori diversificati, stili di evasione diversificati etc; come pure non tiene conto che si lavora in uffici e questi devono essere dimensionati per aree molto più piccole rispetto a quelle della cispadania retogallica e del regno delle borbonie.

Sulla proporzionalità di "dentiere&popolazione" no comment, is better.. Diciamo che tentavo solo di mostrare come la realtà fosse diversa da chi immagina che quelle micro attività si spalmino sul territorio; non è così, non lo è mai stato e una parte molto importante del PIL (registrato e tantissimo di quello fantasma) è riconducibile al lavoro, al nord e in parte del centro, di imprenditori artigiani che sostengono col loro lavoro aziende medio grandi e/o che producono-esportano-evadono per conto loro. Sono milioni di euro al mese che dal sud e parte del centro (Abruzzo, ciociaria, ecc.) non arrivano  nè nel bene: beni e servizi nè nel male: euro evasi. Potrei dimostrarti che i dipendenti per azienda al sud sono meno e svolgono lavori diversi; un solo esempio: il metalmeccanico artigiano siciliano è in gran parte composto da micro officine di fabbro (cancelli, inferriate, ecc.) e anche piccole officine di riparazione o di supporto all'industria edile territoriale (altrettanto micro), rappresentano sempre il 48-50% di tutti i settori artigiani ma, come comprenderai da solo, con le aziende metalmeccaniche della provincia di Reggio Emilia, Modena o Brescia, proprio non ci azzeccano. Queste ultime, col cavolo che sottraggono al fisco il 10%, sono a livelli molto, molto più alti e su imponibili REALI che sono mille volte quelli delle officine siciliane.

Puoi non credere che le cose stiano così e pensare che si abbia tempo da perdere per prendere in giro te, Lusiani, ecc. che avete "solo cinque sensi", o puoi farti venire qualche dubbio che una parte importante del vostro ragionamento sulla distribuzione dell'evasione, specialmente se riferito alle micro atività autonome è - almeno - monco di alcune informazioni e quindi arriva a conclusioni errate.

Ribadisco che tutto ciò nulla toglie alle contestazioni all'indecente situazione generale e specifica del sud e parte del nord Italia e alla evidenza di disordine ed elusione/evasione (anche morale). Anche solo prendendo il pubblico impiego il sud - da solo - ha primati negativi che il nord, per fortuna ha dismesso da anni e quindi i guai di prospettiva (sociali ed economici) arriveranno comunque, per tutti.