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Perché Napster aveva ragione

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Ho dato una letta rapidissima all'indice del libro e mi riprometto di tornare sulla questione con più attenzione nei prossimi giorni dopo aver avuto il tempo di leggermelo. Alcune osservazioni mi sembrano però utili per dare fin da subito un po' di pepe alla discussione. 

Innanzitutto, ciò che sorprende è che le medesime conclusioni vengano raggiunte per i diritti più disparati, dal diritto d'autore sui personaggi Disney o su una semplice canzone ai brevetti farmaceutici ed elettronici. Si tratta di realtà completamente diverse, rette da dinamiche che non mi sembra possano essere messe sullo stesso piano.

Sviluppare (e non semplicemente inventare) un nuovo farmaco può costare centinaia di milioni di euro. Per registrare una nuova canzone possono bastare una chitarra ed un microfono collegato al pc. 

Anche all'interno del mondo dei brevetti, poi, le differenze sono immense. Copiare un farmaco tradizionale comporta un investimento limitatissimo (confrontato con i costi di sviluppo), mentre lo stesso non vale ad esempio in campo biotecnologico od elettronico. Ciò rende evidentemente le esigenze di tutela dell'innovatore profondamente diverse e da ciò non mi pare possa prescindersi. In altri termini, mentre forse in alcuni campi tecnologici la tutela brevettuale potrebbe non essere strettamente necessaria (la letteratura - anche empirica - sul punto è amplissima), in altri settori è difficile essere convinti del contrario.

 Dall'indice del libro sembra poi che tutta una serie di ulteriori funzioni dei diritti IP non venga presa in considerazione . E si tratta di funzioni che a me sembrano essenziali (forse ancora più importanti del semplice incentivo ad innovare).

Brevemente (mi concentro qui solo sui diritti che tutelano l'innovazione tecnologica - la questione del copyright classico è  completamente diversa):

i) I diritti IP permettono la specializzazione. Esistono tantissime realtà di mero R&D in cui nuove invenzioni vengono sviluppate e poi licenziate a terzi. Senza la possibilità, offerta dal brevetto, di mantenere il controllo sull'innovazione, tali realtà non potrebbero esistere.

 

ii) Conseguentemente, i brevetti favoriscono la circolazione/la trasferibilità delle innovazioni (e circa il fatto che il c.d. technology transfer sia fatto positivo non sembra possano esservi dubbi). Questo aspetto in particolare mi sembra non venga sufficientemente valorizzato nel libro. Anche  uno degli esempi portati a sostegno della tesi della non necessità dei brevetti (l'esempio dei patent pools), infatti, sembrerebbe in realtà essere un classico esempio di circolazione di innovazione resa possibile dalla presenza di brevetti. Per fare un esempio, a me sembra che è proprio grazie al fatto che avevano brevetti e che potevano quindi ottenere royalties su tali brevetti che Sony, Philips, etc. hanno deciso di creare pools per licenziare le proprie tecnologie (CD, DVD, etc.). Senza i brevetti ciascuna di loro avrebbe optato per lo sviluppo e lo sfruttamento individuale (e non condiviso) delle proprie innovazioni. 

iii) I diritti IP portano poi alla divulgazione di nuova informazione. Senza l'incentivo rappresentato dall'esclusiva (per ottenere la quale l'inventore deve depositare domanda di brevetto che descrive esattamente come realizzare l'invenzione), nessuno renderebbe disponibili le proprie innovazioni e si vivrebbe in un mondo caratterizzato dal segreto. Chiunque abbia avuto a che fare con il mondo dell'R&D sa quanto sia importante il ruolo che svolgono i registri brevetti. Si tratta di database che sempre vengono consultati dagli addetti ai lavori per vedere cosa è stato fatto prima. Senza brevetti, tutto ciò non esisterebbe.

iv) i brevetti favoriscono gli investimenti nello sviluppo delle nuove invenzioni. Portare un nuovo prodotto sul mercato può comportare costi enormi, superiori a quelli necessari all'invenzione iniziale. Per fare un altro esempio, quale casa farmaceutica investirebbe i milioni necessari a testare un nuovo farmaco se non potesse essere sicura  di avere il ritorno garantito dalla presenza dei propri brevetti.

Tutto ciò ovviamente non toglie che vi siano, come in tutte le realtà, problemi e distorsioni. Con questo post volevo solo dare voce all'altra parte della barricata, a quelli che pensano che le possibili alternative alla tutela brevettuale sarebbero forse peggio di ciò che abbiamo ora.  

quindi si, vale la pena leggerlo prima di iniziare un dibattito inutile. Io pero' non capisco quello che stai dicendo: per esempio, i patent pool: cosa impedisce a due ditte di accordarsi su uno standard anche senza l'esistenza dei brevetti e della possibilita' di fare cross-licensing? Anzi a me pare che l'esistenza di brevetti renda il tutto piu' difficile. Dove sta scritto che Sony e Phillips avrebbero optato per lo sfruttamento individuale delle proprie innovazioni?  In molti settori l'industria si accorda su standards senza che vi siano particolari problemi. 

Per quanto riguarda l'ufficio brevetti, cosa vieta che in un mondo senza brevetti si vengano a creare agenzie che raccolgono, schedano e magari creano dove mancasse o fosse incompleta, documentazione su quanto viene inventato nel mondo, per poi rivendere queste informazioni su richiesta?

Una specie di http://sourceforge.net/ delle invenzioni.

certo che e' possibile, ma la tesi di VCI e' che senza brevetti ci sarebbe maggiore segretezza. Certo ci sono costi e benefici, l'argomento di B&L infatti e' principalmente empirico. A me in ogni caso pare che l'incentivo alla segretezza ci sia anche con la possibilita' di brevettare. 

Da quello che sembra, la tesi di Boldrin/Lavine è che l'abolizione dei brevetti darebbe risultati per lo più analoghi a quelli odierni.  I produttori si sforzerebbero di mantenere segrete le proprie innovazioni (anche stringendo contratti di non divulgazione con la clientela, se i costi lo giustificano) ma per il resto le operazioni di retro-ingegneria sui prodotti sarebbero completamente libere, quindi prima o poi il segreto sarebbe divulgato, salvaguardando l'innovazione.  Il risultato sarebbe una sorta di brevetto "naturale", a costi di transazione molto bassi e senza imporre oneri su chi non li accetta esplicitamente.

Gli indici, si sa, sono traditori.

Eviterei di congetturare troppo sui medesimi e di fare il processo alle intenzioni. Anche perche' l'indice, avendolo scritto io, e' veramente poco informativo: 4/5 dei titoli sono battute, allusioni, citazioni, ironie o parodie ... non so cosa se ne possa inferire senza leggere almeno i capoversi iniziali di ogni sezione.

Raccomando di leggere anzitutto il libro (con un po' di pazienza ed attenzione: ha una bibliografia tecnica piuttosto corposa e le parole messe a caso son poche, punteggiatura inclusa).

Se poi ci sono fatti, argomenti logici e riscontri statistici che smentiscono o inficiano questa o quell'altra tesi, siam qui pronti ad imparare. Ma, insisto, sulla base di fatti, dati, tacchi, dadi e datteri. Non scappiamo.