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A Ma’! Versace n’artro LTRO!!!! (*)

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L'art. 5 della legge fallimentare stabilisce che "lo stato d'insolvenza si manifesta con inadempimenti od altri fatti esteriori, i quali dimostrano che il debitore non è più in grado di soddisfare regolarmente le proprie obbligazioni". L'accertamento di questo stato comporta una valutazione complessiva della situazione economica e finanziaria dell'imprenditore, per stabilire se questo possa proseguire nella sua attività.

Il tribunale fallimentare deve, pertanto, procedere all'aprezzamento di tutti i dati disponibili - da chiunque forniti, ma soprattutto dallo stesso imprenditore - in una visione prospettica, risolvendo questioni sia giuridiche - per es., a proposito della validità degli atti dai quali originano i debiti - sia aziendali (per es., la possibilità di risanamento di squilibri finanziari temporanei).

Appare evidente che, trattandosi di una valutazione in concreto, le manifestazioni esteriori dello stato d'insolvenza possano essere molto diverse da caso a caso: l'art. 7 della legge fallimentare, peraltro, indica alcune manifestazioni "tipiche", come la fuga, l'irreperibilità o la latitanza dell'imprenditore, la chiusura dei locali dell'impresa, il trafugamento, la sostituzione o la diminuzione fraudolenta dell'attivo da parte dello stesso imprenditore.

Il punto più difficile, a mio parere, riguarda la valutazione della regolarità dei pagamenti.  Anche questo è un concetto indeterminato: si tende a considerare regolari quei pagamenti ai quali il debitore fa fronte o con mezzi propri attinti dai redditi dell'impresa o con mezzi altrui reperiti grazie al credito di cui essa gode. Intaccare il capitale, allora, sarebbe una manifestazione d'insolvenza.