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La responsabilità sociale dell'impresa: un dialogo

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In estrema sintesi io non voglio pagare con le mie tasse la "profittevole" irresponsabilità altrui, senza contare, inoltre, che quell'impresa opera una concorrenza sleale nei confronti delle altre imprese che, invece, adottano misure di sicurezza adeguate.

Scusa se entro forse a capocchia in un ramo (forse) chiuso della discussione ma a ben vedere accettiamo di pagare con le nostre tasse l'irresponsabilità di chi fuma (e finirà prima o poi con creare spesa sanitaria a se' ed anche ad altri) oppure degli alcolizzati (30'000 morti  ogni anno). E sono numeri ben piu' alti delle vittime di incidenti sul lavoro.

Certo, c'è una differenza tra scelta individuale (fumare, bere etc) e relazioni  con altri (rapporti di lavoro, circolazione stradale) ma sempre di irresponsabilità si tratta.

Eppure credo che non considereresti etico negare le cure all'acolista o dire che chi non indossava la cintura di sicurezza in auto (o il casco nel cantiere) che il conto dell'ospedale se lo deve pagare lui.

Non  credo quindi che il "non voglio pagare il costo di errori altrui" sia la leva giusta che spiega perché lo stato debba o non debba intervenire per garantire la sicurezza delle persone. Credo che ci sia un limite, una soglia. Alcuni interventi sono legittimi e doverosi (per esempio la sicurezza stradale, quella alimentare, quella sui farmaci e quella sul lavoro) ma anche qui si puo' eccedere con gli obblighi come si puo' volare piu' bassi lasciando alla maturità delle persone. E di solito gli obblighi sono forti dove le persona sono mediamente meno istruite.  Intuisco allora che in alcuni settori (ed il lavoro è uno di questi) se la cultura generale sia dell'impresa sia dei lavoratori fosse elevata, non ci sarebbe bisogno di alcuna legislazione stringente, di alcun obbligo. Basterebbero norme minime, basata su consigli. Non è il caso dell'Italia.