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Le resistenze alla valutazione della scuola

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se vi fosse sfuggita la copio e incollo

Italians L'istruzione italiana e il modello inglese

Caro Beppe, sono uno tra i tanti (credo e spero) lettori del tuo nuovo libro, “Italiani di domani”; diciannovenne romano, studio Scienze politiche e Relazioni internazionali – per passione, predisposizione, interessi lavorativi (ebbene sì, voglio diventare giornalista) – a “La Sapienza” di Roma – per comodità –, una di quelle che tu definisci simpaticamente «università tascabili»: ho preferito scegliere di rimanere nella mia città, infrangendo uno dei consigli profusi (l’importante è sognare, no?). Detto ciò, reo confesso, mi preme soffermarmi sul sig. Carlo Pedretti, preside di liceo a Milano («elementari e medie non preparano ai licei»). A dir la verità, mi sembra un po’ il caso del bue che dice cornuto all’asino; mi spiego: a mio giudizio, l’onta più grande dell’istruzione italiana è proprio quella drenata dal dislivello – didattico, tecnico, attitudinale – che intercorre fra formazione liceale e apprendimento universitario, il cui approccio è reso impossibile dalla scarsa preparazione dispensata, in questo senso, dalla scuola secondaria (specialmente quella di secondo grado, essendo immediatamente prospiciente il medesimo). Lo chiedo a te, col tentativo di spillarti un’opinione più sintomatica, ma il riferimento è, più in generale, a tutti coloro che possono qualcosa, in senso lato: è così impossibile uniformare l’istruzione italiana al modello inglese, capace di formare giovani studenti e lavoratori competenti in un periodo di tempo anche minore?

Andrea Capati, 

Non sono d’accordo. La scuola secondaria superiore, in Italia, è migliore di quella americana, più giusta di quella tedesca, più equilibrata di quella britannica. Cerchiamo di far funzionare quello che abbiamo, Andrea.

La mia convinzione non nasce da antichi ricordi liceali, da letture frettolose, da testimonianze parziali o interessate. Questioni familiari a parte, per questo nuovo libro sono tornato nelle scuole superiori (Vicenza, Verona, Urbino, Roma, Modena, Milano; andrò a Sassari, Nuoro e altrove). Ne sono uscito entusiasta. I nostri ragazzi valgono oro. Gli insegnanti devono ricordarsi d’essere cercatori di talento: non sempre è facile da trovare, ma c’è.

La nazione dia loro il modo di lavorare bene (retribuzioni, regole, strutture) – sono soldi ben spesi. E pretenda in cambio aggiornamento, dedizione, elasticità. Sapete quante sono le risorse destinate all’istruzione? 4,5% del PIL, quanto il costo degli interessi sul debito pubblico (lo ricordo oggi nel fondo del «Corriere»). In un caso e nell’altro, circa 1.150 euro per ogni italiano. Interessante, no?

P.S. La Sapienza è immensa, non è una “università tascabile”! Ma che tasche avete, a Roma?!

La valutazione di Severgnini appare basata esclusivamente su impressioni personali  qualitative aneddotiche di scuole superiori dei capoluoghi di provincia e prevalentemente se non esclusivamente del centro-nord. Temo che Severgnini non abbia una sufficiente esperienza della media italiana estesa alle province e al Sud.

Cio' che dovrebbe contare e' il livello medio italiano confrontato, con criteri oggettivi / quantitativi, con la media estera. Finora in questo confronto l'Italia risulta perdente, rispetto a quasi tutti gl iStati avanzati.

aspettiamo che vada a Sassari, Nuoro e altrove... poi tiriamo le somme. Poi sinceramente, mi pare abbia poca idea di cosa si faccia veramente all'estero

surprais

Vincenzo Pinto 21/1/2013 - 10:37

Non una grossa novita', la fama di cui gode il personaggio mi e' francamente inspiegabile, incontrato una volta da queste parti nell'ambito di una serata "Italians" e la fiera delle banalita' era impressionante. Una specie di Veltroni piu' furbo.

A me Severgnini piace, ma qui se l'è cavata con un po' di furbizia: dire che siamo meglio della media delle scuole americane è po' come dire che abbiamo spezzato le reni alla Grecia (che l'istruzione pubblica americana in media sia carente è cosa nota), e ci vuol poco ad essere più equi della scuola inglese. Cosa poi voglia dire essere più giusti della Germania lo sa solo lui.

 

Poi è ovvio che ad un incontro con Severgnini i ragazzi fanno bella figura: è un dibattito, e i nostri studenti mica sono imbecilli (e quelli che prendono la parola sono generalmente i migliori): il punto non è quel che si dice negli incontri con le personalità esterne, ma quel che si fa in classe. E Severgnini su questo non può saperne molto.