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Fermare il Declino - La storia vera

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Caro Giannino, questo è accanimento terapeutico. Lo Stato deve morire

di Gilberto Oneto

 

Prima di poter adeguatamente commentare il Manifesto attribuito a Oscar Giannino occorre fare una lunga e noiosa premessa – di cui si chiede scusa a chi queste cose ormai le conosce a menadito – che è necessaria per dare un senso logico e consequenziale (quasi scientifico) a tutto il ragionamento.
Lo Stato italiano è nato da una operazione eterodiretta funzionale a soddisfare esigenze non sempre coincidenti con il bene dei popoli della penisola. È stata una operazione violenta, innaturale e perciò immorale. Ha prodotto una struttura artificiale e oppressiva la cui sopravvivenza ha sempre richiesto interventi pesanti e costosi. In uno straordinario saggio di parecchi anni fa, Sergio Romano ha descritto i due grandi filoni di azioni messe inizialmente in atto per tenere in piedi lo Stato unitario: il “ferro e il fuoco” e il convincimento propagandistico. Del primo fanno parte repressioni, stati d’assedio, violenze interne, dittatura, le avventure coloniali e tutte le guerre che sono servite a deviare le energie che avrebbero potuto essere potenzialmente pericolose per la stabilità interna. Nel secondo rientrano la scuola, la leva obbligatoria, la propaganda a tutti i livelli, la retorica patriottica vecchio stile e quella postmoderna rappresentata dal calcio, dalla televisione e da tutti i mezzi di indottrinamento e distrazione di massa. Nel secondo dopoguerra, quando il conflitto mondiale ha dimostrato l’inutilità di tutti gli sforzi precedenti per solidificare una unità che si è salvata ancora una volta soprattutto grazie alle esigenze degli equilibri internazionali, si sono percorse altre due strade: l’acquisto del consenso e la diluizione del problema nel calderone europeo.
Il consenso elettorale, divenuto necessario per l’introduzione del suffragio universale, è stato “comperato” con la distribuzione di denaro pubblico (impieghi statali, pensioni, cariche politiche, appalti eccetera), con l’acquisizione della connivenza delle organizzazioni criminali, con le grandi migrazioni interne (che hanno frastornato molte realtà identitarie) e con i massicci trasferimenti di risorse verso il Meridione. L’Europa è invece stata vista come l’occasione di congelare l’unità dello Stato all’interno di un contenitore più grande, smorzando le pulsioni autonomiste dentro una ideologia europeista di comodo.
Neppure questi espedienti hanno funzionato e oggi c’è un generale rigetto nei confronti sia dello Stato nazionale che del Superstato burocratico europeo.
Ancora più delle mortifere politiche militaristiche del passato, la necessità di spendere pubblico denaro per acquisire consenso e salvaguardare l’unità dello Stato italiano hanno costruito un debito pubblico enorme e ormai fuori controllo.
Di fronte all’irreversibilità della crisi vengono tirati fuori tutti i possibili espedienti e le loro combinazioni, così oggi i cittadini sono bombardati di retorica patriottico-calcistica, vengono inventate dissennate avventure militari, si attenta alle autonomie esistenti, si incrementa il livello di repressione centralista, si patteggia con le mafie, si controlla l’economia, si schiaccia il libero mercato e ci si affida alle maldestre illusioni collegate a una superiore autorità europea cui si attribuisce la salvifica funzione di pozione magica.
Come un malato allo stato terminale che ha esaurito tutte le possibilità della medicina scientifica e che si affida a stregoni, riti magici o a speranze miracolistiche, oggi anche chi vuole salvare lo Stato italiano ricorre a ogni genere di espediente.
É un accanimento terapeutico su cui si intestardiscono parenti sconfortati ma anche fior di mascalzoni che in questa situazione di malessere perpetuo prosperano e che vivono lucrosamente proprio di Italia, succhiandone ogni energia e facendo finta di curarla. Spiace che a questa comitiva di disperati e di trusoni si possa anche aggregare qualche persona per bene che insegue ancora speranze improbabili. Soprattutto spiace che oggi anche un galantuomo intelligente come Oscar Giannino possa partecipare a questa sciagurata fiera dell’intubamento, del farmaco estremo e della respirazione artificiale per protrarre di qualche ora il coma irreversibile dello Stato italiano, che da anni è solo un corpaccione incancrenito che ammorba tutto quello che ha attorno. Ogni giorno in più di forzata sopravvivenza dell’Italia comporta ulteriori sofferenze dei suoi cittadini, e significa periodi sempre più lunghi per la loro futura disintossicazione.
La cosa più saggia è lasciare che la morte faccia il suo corso naturale: tutt’al più si può pensare a un aiutino umanitario, a una caritatevole “spintarella” che ne acceleri la fine. Il solo modo per salvare i popoli della penisola italiana è di terminare lo Stato unitario: 151 anni di fallimenti sono tanti, troppi. È ora di chiuderla lì, di staccare la costosissima spina che sta facendo ammalare anche la Padania. É il solo caso di eutanasia cui nessuna persona dabbene potrebbe opporsi.
Non servono più ricette liberiste o miracoliste: si deve farla finita con lo Stato italiano! Per quel che ci tocca, dobbiamo cominciare seriamente a pensare a come ricostruire la nostra casa sopra il Fosso del Chiarone e sopra la Linea Gotica. Ogni altra iniziativa è inutile e addirittura dannosa, se serve a far sopravvivere il moribondo e i suoi miasmi pestiferi.
Non è neppure pensabile di cercare di salvare lo Stato e l’Italia in forma separata. L’Italia non può essere che statalista e centralista, e sono inutili gli sforzi dei liberisti per farne qualcosa di diverso. Lo Stato centralista non può che essere patriottico, non può che attaccarsi all’ideologia italiana. Stato oppressivo e Italia sono nati assieme e devono scomparire assieme. Patriottismo e statalismo sono nell’italico stivale inseparabili fratelli siamesi che possono sopravvivere solo se restano incistati l’uno nell’altro.
La sola strada davvero percorribile che può dare una speranza alla nostra gente è quella dell’indipendenza della Padania e della sua ricostruzione su base federale e liberale.
Quella che qui ci viene ancora una volta proposta è una curetta inutile, è un altro tentativo di tirare in là l’inevitabile redde rationem di un esperimento mal riuscito. Non serve più giocare sulle piccole percentuali e sulle buone intenzioni. Non serve più neppure ritirare fuori dal cilindro il federalismo che per funzionare ha bisogno di libertà, autonomie vere, “soci” che si confrontino con pari dignità e poteri, correttezza nei rapporti (non ci devono essere soci che cercano di “fregare” gli altri o di farsi mantenere): tutte cose che nella penisola scarseggiano e che più nessuno può sperare di inventarsi sull’orlo del baratro.
Non è più tempo di trovare cure per salvare l’unità dello Stato italiano, ladro e moribondo, ma di elaborare con serietà progetti di separazione civili e possibilmente indolori.
Giannino è uomo troppo intelligente e accorto per non convenire su questo punto essenziale e su questo dobbiamo cominciare a ragionare e a pianificare il nostro avvenire. Per poter avere seguito ed essere accettato, ogni manifesto di intenti non può che mettere al suo primo punto l’indipendenza, sulla base del sacrosanto diritto all’autodeterminazione e del riconoscimento delle identità vere.
Abbiamo bisogno di tutte le energie migliori e per questo lanciamo noi un appello a Oscar Giannino per scrivere assieme un manifesto di salvezza, sottoscritto dalla gente e non da furbastri che vogliono solo far finta di cambiare per lasciare tutto così com’è. E continuare a vivere allegramente di Italia.
Non ci sono più alternative all’indipendenza.

 

Fonte:

http://www.lindipendenza.com/caro-giannino-questo-e-accanimento-terapeutico-lo-stato-deve-morire/

GIANNINO E IL SUO MANIFESTO: LA MONTAGNA HA PARTORITO IL TOPOLINO

 

di LEONARDO FACCO

 

Attribuire i dieci punti proposti nel manifesto “Fermare il declino” ad Oscar Giannino è, visto il risultato finale, una forzatura.L’etichetta però, non senza ragioni, è rimasta appiccicata al pirotecnico giornalista per un unico motivo: il testimonial di quel progetto politico, annunciato per mesi dalla radio confindustriale (e rimbalzato in Rete con frenesia), è stato lui stesso, per cui è comprensibile che sia i delusi che gli entusiasti – entrambi in dolce attesa del parto ideologico – lo abbiano identificato come “il proponente di ultima istanza”.

Quel manifesto – denominazione squisitamente sessantottina peraltro, da cui trapela la stesura a più mani – non lo ho sottoscritto, il che non modifica di una virgola la stima che provo per Giannino, uomo che reputo coraggioso, libero e capace. Non avendo alcuna ambizione elettorale – in vero non credo affatto che attraverso le “discese in campo” questo paese sia riformabile – il mio dissenso va giustamente motivato ed articolato, il che non significa che debba essere condiviso da chi mi legge. Intanto, concordo con quanto scritto dall’amico Fabrizio Dal Col su queste stesse pagine laddove sostiene che la proposta gianninesca “va bene per un paese normale, non per l’Italia”. E considerato che quello che auspicava un paese normale era un tal “baffetto” uso a vestire il Montgomery e lanciare molotov per difendere “il bene comune”, sinceramente opterei per l’anormalità.

In secondo luogo, ho spulciato i nomi di coloro che hanno sottoscritto quei dieci punti, visto che le idee camminano sulle gambe degli uomini. Esclusi i soliti “liberisti ed onanisti della tastiera”, fatti salvi alcuni conoscenti libertari che un tempo volevano fare la rivoluzione inneggiando a Rothbard, alla disobbedienza fiscale e al secessionismo bossiano e oggi sono a libro paga della casta (questa è l’Italia, il vero paese normale), quelli che spiccano agli occhi dei più sono taluni personaggi che con il liberalismo coerente c’entrano come gli spaghetti con sopra la marmellata alle amarene. Anche qui mi permetto di rapinare le parole di un altro amico, Mauro Gargaglione, che ha scritto: Ai sognatori desiderosi di una formazione veramente liberale e liberista, anche piccola, vi ricordo l’imprenditore Zamparini che invocava la ripresa degli aiuti di Stato alla Fiat, poi il capitalista Marchionne che se la prende con Volkswagen perché fa troppi sconti, quindi la charmant imprenditrice Todini che fa il 70% del suo fatturato con lo Stato, poi quell’altro imprenditore che ha sbancato a New York e altrove nel mondo col gusto italiano il quale invitava a comprare BOT. Per non scordare un grandissimo “shoemaker” che ha poltrone in Generali, Corriere della Sera, Mediobanca etc. Ve lo dico così, da tenere a mente in caso di nuovo soggetto politico prossimo venturo”. Ebbene, taluni dei nomi citati sopra, non appaiono – ad oggi – ufficialmente tra i sottoscrittori del progetto di quelli che “vogliono fermare il declino” italico, ma vi assicuro che allo stato dell’arte potrete trovare anche di peggio, compreso un artista che – di fronte al sottoscritto – sosteneva le idee politiche di “Casa Pound” (del resto a Pulcinelland crisi e confusione regnano sovrane, non fosse così il liberalismo non sarebbe sputtanato). Insomma, ho l’impressione che il “manifesto del partito liberista” – persino turbo per certa stampa – non sia che un bel compitino confezionato “ad hoc” per fare pubblicità ad un gruppo di personaggi i cui terminali sono Confindustria e un tale capelluto che di nome fa Luca Cordero di Montezemolo (per inciso, mi è bastato vederlo all’opera durante Italia ’90 per metterci una croce sopra), il cui braccio destro – il senatore del Pd Nicola Rossi – è presidente dell’Istituto Bruno Leoni, che – legittimamente sia chiaro – lavora a mo’ di “spin doctor” di questo proponimento politico (ancora tutto da definire nella sostanza e nelle alleanze). Stendo, invece, un velo pietoso sul nome di certi quaquaraquà politici (con portaborse annessi) che han fatto a gara per apporre il loro autografo digitale in calce al papiro (ma si sa, quando la poltrona chiama, il paese normale risponde), oppure certi professoroni che, fino a ieri, erano in quota Matteo Renzi. Ho molta più stima per uno solo dei “Serenissimi” che per il 90% di certi compagni di viaggio.

Prima di esaminare meglio il “decalogo delle libertà”, val la pena ripescare alcune affermazioni dello stesso Oscar Giannino per convincersi che l’iniziativa è squisitamente nel solco del “già visto”. Sul suo “Chicago-blog” si possono leggere queste parole:

La versione di Oscar 1- “Occorre un’aggregazione politica completamente diversa che sia espressione di forze sociali produttive e pragmatiche. Vogliamo un partito non di tecnici ma di esperti e competenti professionisti, dall’artigiano, all’imprenditore, dallo scienziato al medico, dal giornalista all’avvocato all’agricoltore. E vogliamo che le loro proposte siano vagliate dall’elettorato, approvate e votate esplicitamente. Per essere poi legittimamente attuate e messe in pratica, non abbandonate e scordate come tutti i programmi elettorali”.

Cosa scriveva Silvio Berlusconi nel 1994? “Ciò che vogliamo offrire agli italiani è una forza politica fatta di uomini totalmente nuovi. Ciò che vogliamo offrire alla nazione è un programma di governo fatto solo di impegni concreti e comprensibili. Noi vogliamo rinnovare la società italiana, noi vogliamo dare sostegno e fiducia a chi crea occupazione e benessere, noi vogliamo accettare e vincere le grandi sfide produttive e tecnologiche dell’Europa e del mondo moderno. Noi vogliamo offrire spazio a chiunque ha voglia di fare e di costruire il proprio futuro, al Nord come al Sud”.

La versione di Oscar 2- “Dalla certezza che solo mettendo merito e concorrenza, lavoro e professionalità al centro dell’agenda nazionale, risolvendo i conflitti d’interesse con una legge inequivocabile ed organica, restituendo a scuola e università il ruolo di ascensore sociale che hanno perso, sostenendo il reddito di chi ha perso il lavoro, facilitando la creazione di nuove imprese, sia possibile con anni d’impegno riscalare le posizioni che l’Italia ha perso”.

E Silvio Berlusconi nel 1994? “Se ho deciso di scendere in campo con un nuovo movimento, e se ora chiedo di scendere in campo anche a voi, a tutti voi – ora, subito, prima che sia troppo tardi – è perché sogno, a occhi bene aperti, una società libera, di donne e di uomini, dove non ci sia la paura, dove al posto dell’invidia sociale e dell’odio di classe stiano la generosità, la dedizione, la solidarietà, l’amore per il lavoro, la tolleranza e il rispetto per la vita”.

Propositi molto simili insomma, con aderenze anche in termini di materiale umano in vero, dato che tra i sottoscrittori della “bozza contro il declino” ho scorso non poca gente che inneggiava a Forza Italia anni addietro. Per onor del vero, va riconosciuto all’Oscar nazionale una critica serrata nei confronti di Berlusconi. Dirò di più probabilmente lui ed i suoi compagni di viaggio sono anche più bravi e anche più attrezzati del “tycoon” di Arcore, ma falliranno perché non affrontano il cuore del problema e non potranno mai affrontarlo se tireranno la volata allo “zazzeruto”. Ricapitolando: non mettono in discussione l’Italia!

Puntiamo la lente su questi buoni propositi allora, riportando solo le enunciazioni principali:

1) Ridurre l’ammontare del debito pubblico.

2) Ridurre la spesa pubblica di almeno 6 punti percentuali del PIL nell’arco di 5 anni.

3) Ridurre la pressione fiscale complessiva di almeno 5 punti in 5 anni.

4) Liberalizzare rapidamente i settori ancora non pienamente concorrenziali.

5) Sostenere i livelli di reddito di chi momentaneamente perde il lavoro anziché tutelare il posto di lavoro esistente o le imprese inefficienti.

6) Adottare immediatamente una legislazione organica sui conflitti d’interesse.

7) Far funzionare la giustizia.

8- Liberare le potenzialità di crescita, lavoro e creatività dei giovani e delle donne.

9) Ridare alla scuola e all’università il ruolo, perso da tempo, di volani dell’emancipazione socio-economica delle nuove generazioni.

10) Introdurre il vero federalismo con l’attribuzione di ruoli chiari e coerenti ai diversi livelli di governo.

In attesa che arrivino anche i dettagli delle promesse di cui sopra (solo tecnicismi immagino), mi sia consentito di fare qualche affermazione perentoria, senza bisogno che qualcuno mi tacci di essere il solito velleitario che vorrebbe trasformare l’Italia in Singapore domattina. Non è così, ma dato che quando presentano ‘sti manifesti parlano di rivoluzione, beh allora deve essere chiaro a tutti che nelle rivoluzioni qualcuno (in Italia in tanti, a milioni) deve smettere di vivere alle spalle degli altri, di privilegi, di stipendi pubblici, di sussidi, di camarille, di commesse regionali e servizietti assessorili (e tra gli aderenti al manifesto c’è un ampio catalogo di figuri del genere). Lo Stato va drasticamente ridotto! Espulso! Se uno si dice mercatista, non può non pensare che da determinati settori della società il “servizio pubblico deve sparire”. E questo futuro partito politico (dovrebbe essere presentato in autunno ho letto) pensa di fare la “rivoluzione liberista” riducendo di un punto all’anno la pressione fiscale per 5 anni? Oppure tagliando poco più di un punticino di PIL all’anno di spesa pubblica? E mentre tagliuzzano di fino pretendono, al contempo, di poter garantire indennità di licenziamento, quote rose e aiutini ai giovani per favorire il merito? A me pare si voglia operare di appendicectomia un corpaccione affetto da tumore disseminato di metastasi.

Prendiamo la scuola? Nello specifico siamo al paradosso, probabilmente i progenitori del manifesto non leggono neppure i libri che pubblicano, dato che hanno nel loro prestigioso catalogo un prezioso volume di Denis de Rougemont intitolato “I misfatti dell’istruzione pubblica”, nel quale la quarta di copertina recita:“L’autore denuncia il carattere disumano della scuola pubblica, che spegne la creatività e si propone deliberatamente di intruppare i ragazzi, addomesticare le coscienze, spegnere ogni aspirazione all’autonomia e fare di ogni studente un docile cittadino delle moderne democrazie di massa. Come sottolineano don Bruno Bordignon e Alberto Mingardi nei testi introduttivi, a quasi ottant’anni di distanza l’accesa invettiva dello scrittore svizzero mantiene intatta la sua forza persuasiva e invita ognuno di noi ad impegnarsi per una scuola liberata dalla tutela statale e riconsegnata alla società civile e alla pluralità delle sue culture”. Traduzione per chi anela il mercato libero: la scuola pubblica va abolita, dopodiché la meritocrazia (che è imperfetta) farà il suo corso.

Qualche lettore potrebbe rinfacciarmi: “Ma anche Hayek sosteneva la necessità di un reddito minimo garantito”. Vero, ma puntualizziamo. Potrei rispondere che proponeva anche la denazionalizzione della moneta (non la corsa a restare nell’euro); oppure – più obiettivamente – che quel mini-sussidio che immaginava era ipotizzabile in una società così aperta da prevedere uno Stato ridotto ai minimi termini, opzione che non traspare neppure lontanamente nelle intenzioni dei “declinatori”. Suvvia, serve un po’ di onestà intellettuale mista a pragmatismo, per questo mi sento di condividere il parere di Luca Fusari quando sostiene che i dieci punti proposti al di là della retorica della loro presentazione, non mi paiono per nulla condivisibili né annoverabili come rivoluzionari, libertari o coerentemente liberisti”.

A parte il metodo tipicamente costruttivista (da pianificatori sociali) che appartiene ad economisti alla Michele Boldrin (convinti che le crisi siano solo una questione matematica e che implorano Draghi di stampare cartamoneta), nel “progetto Giannino” non si tiene conto neppure di come è fatto ‘sto paese nei suoi meandri più oscuri. Ma davvero son mossi dalla convinzione che si possa risolvere il bubbone Sicilia – per citarne uno – solo scalfendo in superficie una pressione fiscale che è oltre il 70%? Pensano sul serio che i diecimila, centomila rivoli clientelari (gestiti dal potere vero della Triplice sindacale e dalla Magistratura) si tamponino con 6 punti di Pil in 5 anni e con qualche incentivo a studenti e disoccupati?

Diamoci alla fantapolitica per un momento: con tutta la buona volontà di questo mondo e degli elettori attualmente indecisi il partito di Montezemolo (o della Marcegaglia?) che adotterà le linee programmatiche di cui sopra come fossero il nuovo “contratto con gli italiani” quanti voti prenderà? Andiamoci giù pesante: il 30%! E poi? Da solo non potrà governare. Con chi condividerà il suo consenso? Con Bersani? Con Berlusconi Sesto? Con Grillo e le sue Cinquestelle? O magari con Casini e Bersani insieme? Facciamola breve: per me ha ragione Salvatore Antonaci, che a proposito del “libretto dei sogni” di cui sopra ha affermato: “Oltretutto, lo iato tra buoni proponimenti e melmosa prassi politica è già amplissimo. Il rischio serissimo che intravvedo, facendo salva l’onestà intellettuale dei promotori l’iniziativa, è che partendo dal poco si approdi ad un desolante nulla. Un leitmotiv ricorrente o meglio un canovaccio consueto nell’eterna commedia dell’arte italica”. E non voglio credere che i cervelloni che si son fatti in quattro per creare il futuro movimento non sappiano che le cose stanno così. Non è, allora, che il “partito delle altre libertà” prossimo venturo sia solo l’ennesimo strumento per “parare le terga di qualcuno” e far trovare un posto a tavola a qualcun altro?

Come sostiene Francesco Carbone bisogna prendere atto che l’Italia è tecnicamente fallita. Le banche italiche, propaggine dello Stato, sono in profondo rosso. Insomma, questo è un paese “ir-ri-for-ma-bi-le”  e ciò che si prospetta in un futuro più o meno breve è, a parer mio, sintetizzabile in due scenari:

1- Una lenta agonia. C’è solo la possibilità di guadagnare un po’ di tempo, magari riuscendo a convincere i tedeschi a dar vita ad una BCE ad immagine e somiglianza della FED americana, con tanto di governo unico europeo con sede a Bruxelles;

2- Il default. In questo caso si materializzeranno situazioni non piacevoli e di difficile lettura a priori, con un bel po’ di gente arrabbiata (i meglio organizzati prevarranno) che scenderà per le strade per chiedere allo Stato di essere aiutata.

Questa seconda ipotesi, cade a fagiolo per innestare una critica severa al punto dieci delle proposte dei “declinatori”. Scrivono: “Introdurre il vero federalismo con l’attribuzione di ruoli chiari e coerenti ai diversi livelli di governo. Un federalismo che assicuri ampia autonomia sia di spesa che di entrata agli enti locali rilevanti ma che, al tempo stesso, punisca in modo severo gli amministratori di quegli enti che non mantengono il pareggio di bilancio rendendoli responsabili, di fronte ai propri elettori, delle scelte compiute. Totale trasparenza dei bilanci delle pubbliche amministrazioni e delle società partecipate da enti pubblici con l’obbligo della loro pubblicazione sui rispettivi siti Internet. La stessa “questione meridionale” va affrontata in questo contesto, abbandonando la dannosa e fallimentare politica di sussidi seguita nell’ultimo mezzo secolo”. Divertente! Come se non avessimo conosciuto vent’anni di leghismo, che oggi qualcuno finalmente scopre cosa è stato, ma che in passato ha portato centinaia di migliaia di individui sul Po per protestare, ha incassato 4 milioni di voti, ha avuto posizioni di governo di primissimo piano. Risultato? Sottozero.

Eppoi, quale federalismo? Se solo domattina rimanessero in Veneto e Lombardia – dati di Ricolfi – quei 60 miliardi di surplus da gestire altro che Forconi vedremmo per le strade del Meridione. In sintesi, il federalismo per salvare l’Italia unita aveva un senso all’inizio degli Anni Novanta forse, oggi non sarebbe altro che la miccia che innescherebbe fenomeni secessionisti. Peraltro, la stessa crisi sta fungendo da accelerante dell’indipendentismo e il fallimento del paese potrebbe essere il detonatore. Tutto dipenderà, però, dalla capacità di un qualche leader politico (non che io ne veda) di occupare per primo la piazza e convincere i suoi concittadini ad avviare azioni – come potrebbe essere un referendum sullo stile di quello scozzese – nel solco dell’autodeterminazione. Credo che ci convenga osservare con attenzione quel che accadrà in Spagna da oggi in poi, dove la Catalunya (da sempre alla ricerca della più totale autonomia) ha già detto che “se non dovesse dare i soldi a Madrid sarebbe più ricca”.

Per chiudere questa lunga digressione: quando avevo i capelli firmavo anch’io qualche “manifesto-petizione” per cambiare il paese, pensavo servisse a qualcosa. Vi risparmio l’elenco. Vi dico solo che a vent’anni da quei tempi l’unico risultato ottenuto dai proponenti è che è arrivata la recessione (il declino se preferite) e che anziché De Mita, in Parlamento ci è finito l’autista di Roberto Maroni.

P.S. Caro Oscar, spero tu non prenda male questa mia appassionata presa di posizione. Son totalmente convinto della tua onestà intellettuale e buona fede. Semplicemente ritengo che il mezzo che hai (avete) adottato sia poco consono alla bisogna. Quelli come me – e tu lo sai – non fan solo protesta, ma – insieme ad altri – si portano avanti azione di disobbedienza fiscale e civile. Sappi che se “scenderai per strada” (anziché in campo) contro il Fisco e questo “Stato ladro”, io sarò al tuo fianco.

 

Fonte:

http://www.movimentolibertario.com/2012/08/01/giannino-manifesto/