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I redditi delle famiglie degli universitari

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Trovo il tempo per sollevare un dubbio più generale sul’articolo, dubbio che però va forse più al nocciolo della questione. Al di là infatti della veridicità tutta da dimostrare, come scritto sopra, dell’affermazione “Sussidiare gli studi con rette universitarie che non coprono i costi rappresenta, nei fatti, un trasferimento di risorse dai poveri ai ricchi”, l’obiezione fatta da altri è “Si tratta comunque di un trasferimento di risorse da chi non ha figli che vanno all’università a chi ce li ha”.
Quella sopra descritta è in realtà la caratteristica di qualunque genere di servizio pubblico: la sanità pubblica corrisponde apparentemente ad un trasferimento di risorse dai soggetti sani a quelli malati, i trasporti pubblici corrispondono apparentemente ad un trasferimento di risorse tra quanti non usano tali trasporti e quanti li usano e così via. Solitamente la Pubblica Amministrazione si fa carico di un servizio quando vi individua dei fini sociali, che non sono solo quelli di garanzia di un minimo livello di benessere, ma anche quello di servizi la cui presenza garantisce benessere alla società nel suo complesso, quindi anche a chi non ne usufruisce necessariamente. I servizi di trasporto pubblico non sono in realtà solo un servizio per chi ne usufruisce ma anche per chi, pur prendendo l’auto, se ne giova perché molti potenziali automobilisti prendono l’autobus o il metrò e lui o lei trova quindi meno traffico. La domanda da farsi è quindi se l’università è o meno un valore per la società nel suo complesso. Se partiamo dal presupposto che l’università garantisca un determinato livello di formazione e permetta quindi alla aziende di trovare più facilmente personale qualificato e preparato allora possiamo dire che l’università abbia certamente delle ricadute positive, quantomeno per il mondo dell’impresa. Se io spostassi l’intero costo del servizio sui soli utenti trascurerei indebitamente questa componente. Il risultato pratico sarebbe caricare maggiormente le famiglie degli universitari del costo della medesima (indipendentemente dal fatto che carichi di più o di meno sui più ricchi) e quindi aumentare la quota delle famiglie che rinunciano all’università o la quota di chi è costretto a lavorare e studiare contemporaneamente e magari si laurea dopo tre-quattro anni fuori corso. La conseguenza sarebbe la riduzione del numero dei laureati e l’allungamento dei tempi di studi (indicatori sui quali siamo già molto mal messi) con conseguenze negative sulla competitività della nostra economia. In altre parole è da ritenersi economicamente corretto che una parte dei costi dell’università siano sostenuti dalla collettività nel suo complesso e non dai soli iscritti.
Si può poi discutere la quota più corretta del sostegno pubblico all’università sia superiore o inferiore a quella attuale. Visto però che già oggi l’Italia si segnala come uno dei fanalini di coda, in Europa, quanto a numero di laureati, può venirci il dubbio che quantomeno ridurre il sostegno pubblico all’università non sia proprio una buona idea…

dubbio legittimo

Se vogliamo cominciare a ragionare sul finanziamento pubblico all'istruzione superiore, occorrerebbe misurare quanto davvero questa benefici la collettività. Tutto da dimostrare per moltissime discipline.

In ogni caso, resta il fatto che con il sistema corrente si finanzia una buona percentuale di persone che frequenterebbero anche a costi aumentati, mentre si potrebbero finanziare persone che non frequentano solo perché non possono permetterselo. 

In un'ottica di "design" ottimale dunque, anche ammettendo le esternalità di cui parli, non è per niente ovvio che l'attuale configurazione delle tasse sia ottimale.