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Per un capitalismo popolare

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E allora...

John Law 11/11/2012 - 11:45

e allora il link era stato specificatamente consigliato ai non imprenditori, quindi ai dipendenti, e per un motivo bene preciso. Certo, l'articolo si riferisce alla Dodd-Frank, una legge americana, e di quello che succede in America di solito me ne frega poco, però a volte mi interessa, nella misura in cui poi certe idee si tenti di esportarle qui in Italia. Lei Moro, e Zingales, in quanto propmotori di FilD state appunto cercando di farlo, quindi preferirei che il "citato" Zingales, e perché no anche lei, qui e ora, vi distaccaste da Cochrane, o perlomeno chiariste a tutti, una volta per tutte, se anche voi non riuscite a pensare altra soluzione per una TBTF in crisi che lasciarla fallire, mettendo in mezzo alla strada migliaia di famiglie, in nome del dio mercato che poi dovrebbe sistemare tutto ma che non sistema mai niente. Grazie. P.S. purtroppo per la policy dei commenti questo è il mio ultimo commento per le prossime 24 ore. Quindi le rispondo qui anche al suo commento successivo: ma davvero pensa che qui noi siamo tutti scemi? Casca male, ed è anche sfortunato. Proprio l'altra sera in TV sono passate delle interviste a studenti che non sapevano dove sbattere la testa per ripagare i debiti accumulati per frequentare l'università, e si parlava di somme dai 100.000 ai 150.000 $.

Per lo stesso motivo di cui sopra, rispondo qui anche a Fausto Panunzi: a me risulta che Zingales si sia laureato alla Bocconi, poi se abbia ottenuto il PhD con borsa di studio non saprei e nemmeno mi interessa. Saluti.

Il punto NON è che Zingales abbia avuto la borsa di studio da MIT. Il punto vero è che le università americane offrono numerose borse di studio ai meritevoli. Come fa del resto la Bocconi, le cui tasse sono maggiori di quelle statali. Quindi l'affermazione che siano università per ricchi è falsa. 

Il fatto che qualche meritevole non abbiente acceda alla istruzione superiore non significa molto.

Occorre vedere quanti meritevoli non abbienti non accedono all'università e all'istruzione superiore,  con un grande danno per la società tutta, e quanti mediocri ricchi arrivano ad essere  classe dirigente del paese, creando un ulteriore danno.

Ho già trattato il tema qui, con scarso seguito...

Purtroppo. Ma temo che sia inevitabile. Le nostre università pubbliche in cui le tasse sono basse, ma che offrono servizi spesso scadenti danno un vero vantaggio ai meno abbienti?

Infatti

francesco rocchi 11/11/2012 - 14:43

Il modello da contrapporre a quello americano non è quello italiano, ma quello inglese, in particolare pre-Cameron.

che il sistema dell'istruzione americana ha parecchi difetti, e non è il modello da seguire per migliorare la qualità dell'insegnamento e delle strutture.

se anche voi non riuscite a pensare altra soluzione per una TBTF in crisi che lasciarla fallire, mettendo in mezzo alla strada migliaia di famiglie, in nome del dio mercato che poi dovrebbe sistemare tutto ma che non sistema mai niente.

Tu che soluzione proponi? Sovvenzioni pubbliche?

La frase :

 

Lei Moro, e Zingales, in quanto propmotori di FilD state appunto cercando di farlo, quindi preferirei che il "citato" Zingales, e perché no anche lei, qui e ora, vi distaccaste da Cochrane, o perlomeno chiariste a tutti, una volta per tutte, se anche voi non riuscite a pensare altra soluzione per una TBTF in crisi che lasciarla fallire, mettendo in mezzo alla strada migliaia di famiglie, in nome del dio mercato che poi dovrebbe sistemare tutto ma che non sistema mai niente. 

denota non solo la mancata lettura del testo che si vuole criticare, ma anche di quanto viense scritto su questo sito e altrove dai redattori.

Riassumo velocemente  a testimonianza della buona mia volontà:

Il problema delle TBTF è che non dovrebbero esistere e che dovremmo frantumare qulle esistenti. In particolare Boldrin sulle banche europee ha più volte detto che rispetto al pase di origine sono TBTF non rispetto all'europa duque dovremmo fare in modo che le istituzioni fossero più presenti in vari paesi e meno concentrate.

Inoltre si può benissimo (e zingales lo scrive nel libro) tutelare i depositanti lasciando che siano gli azionisti e i manager delle banche a pagare il conto.  Parimenti si può prevedere una tutela per i lavoratori (punto 5 del progamma di fermare il declino) e NON per i posti di lavoro come alternativa ai salvataggi di stato.

 

Insomma ci sono tante cose interessanti di cui discutere se uno ha la pazienza di ascoltare quello che dicono gli altri e non attaccarli per partito preso sulla base di generiche quanto errate convinzioni.

Condividendo la risposta dell'ottimo Famularo, colgo l'occasione per esprimere qualche concetto base sui "fallimenti", sperando di suscitare qualche felice e costruttivo litigio.

- Il fallimento è alla base del funzionamento di un mercato in libera concorrenza.

- Il salvataggio con soldi pubblici di una impresa non in grado di reggere la concorrenza significa ostacolare la crescita (anche in termini di impiego) di quelle imprese che concorrenziali lo sono. Anche perché viene eseguito proprio con i soldi delle aziende che producono reddito. In altre parole:  il salvataggio è fonte di disoccupazione.

- Dire che un fallimento "porta in strada le famiglie" significa affermare che non esiste un sistema di assistenza sociale che aiuti il cittadino che ha perso il lavoro (salvo eventualmente farsi risarcire dallo stesso quando potrà). Questo è un altro discorso.

- I fallimenti più necessari e con meno conseguenze negative dovrebbero essere quelli bancari (ULLALLA!). Infatti, poiché la valuta appartenuta ai correntisti esisteva un attimo prima che la banca fallisse, è compito della banca centrale risarcirli a costo zero stampando denaro (OI, OI, OI) per evitare deflazione (nonché il panico). Diverso, ovviamente, il discorso per i proprietari della banca (gli azionisti e obbligazionisti) che hanno affrontato un investimento con il suo grado di rischio, e contro il quale altri investimenti erano in concorrenza.

- I dirigenti bancari responsabili di un fallimento vanno comunque perseguiti giudizialmente visto il ruolo istituzionale e fiduciario delle banche ancorché enti privati (io non posso essere una banca, anche se mi piacerebbe molto). Che poi in "certi paesi" i giudici siano incapaci, corruttibili e intoccabili, anche questo è un altro tema.

- Visto che abbiamo toccato le banche ed i loro ingiustificati privilegi, rammento che se alle banche viene permesso di prestare agli Stati (a 50 volte il tasso di sconto), smetteranno di alimentare il cosiddetto "capitalismo" (ovvero gli investimenti in mezzi di produzione), da cui la morte dell'economia industriale. Dovrebbe essere vietato.
- Le fusioni tra aziende concorrenti non può che essere proibita da una normativa antitrust. Non solo: anche il semplice tentativo è da considerarsi un sintomo di mercato a rischio cartello, ovvero analizzarsi da parte delle autorità anti-trust al fine di ripristinare la concorrenza con norme specifiche. NOTA: il favore con cui anche ala stampa ha accolto in Italia le mega fusioni bancarie, nonché altre come le recenti nel campo delle utilities (HERA), denota il livello della cultura politico-economica in questo paese.

- Le TBTF sono già un cancro ancora prima di fallire. Poiché il loro fallimento improvviso toccherebbe grandemente le tasche di Pantalone (costi di assistenza sociale), è conveniente il commissariamento, che con gli strumenti del congelamento del debito e della sospensione fiscale può mantenere in vita il "bubbone" per il tempo necessario al suo sezionamento e vendita (dismissioni, piuttosto che chiusura).

Completo con due voci in tangenza con quanto in oggetto:

- Licenziamenti. L'articolo 18 (ante Fornero) aveva un senso. Lo ha perso solo quando la magistratura, improvvisandosi legislatore, ha deciso di escludere dai "giustificati motivi" quelli economici.

- Diritto al lavoro: A parte che non esiste un tale diritto naturale, esso può essere interpretato in almeno due modi:

1) quello condivisibile, è il caso di un individuo che voglia servirsi spontaneamente dei servizi di un altro, offerti anch'essi spontaneamente in cambio di un corripettivo pattuito tra le parti.

L'esperienza italica ci dice che effettivamente questa volontà di collaborazione dovrebbe essere difesa. Contro chi? Contro lo Stato, che impone divieti rappresentati da requisiti di vario tipo, quali titoli di studio (ex: laurea triennale da infermiere) od appartenenza a corporazioni o categorie (ex: ipasvi). Inoltre, il compenso non viene pattuito tra le parti, ma tra le "parti sociali" (?). Si tratterebbe quindi di un "diritto" non naturale, bensì specifico, reso necessario dalle devianze del diritto positivo (come anche gli eccessi di spesa pubblica o di imposte, da cui il cittadino andrebbe opportunamente difeso in Costituzione).

2) L'interpretazione attuale, secondo cui un individuo avrebbe il "diritto" di farsi pagare da un altro per delle supposte prestazioni che quest'ultimo non vuole e non necessita, e che magari non riesce neanche a pagare pena il fallimento della propria attività. Questo è il pazzesco senso dell'art. 18 dello statuto dei lavoratori, così come interpretato dalla giurisprudenza (che essendo in Italia appannaggio dei soli giudici, assegna a questi ultimi il potere legislativo).

Egregio Famularo

John Law 16/11/2012 - 23:55

che le devo dire... ho riscritto e cancellato questo commento almeno cinque volte nel tenativo di risultare il meno sprezzante possibile. 

 

"si può benissimo (e zingales lo scrive nel libro) tutelare i depositanti lasciando che siano gli azionisti e i manager delle banche a pagare il conto. "


Lo ha scritto lei, non io, e  se non si rende conto da solo dell'enormità della menzogna populista che ha scritto (peraltro citando Zingales), io non posso farci nulla e non intendo nemmeno addentrarmi in spiegazioni inutili, quindi non ho proprio altro tempo da perdere qui.

La saluto.