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Perché votare FARE per Fermare il declino, in Pillole

10 commenti (espandi tutti)

1) il grafico 1 nel link (http://vocidallagermania.blogspot.it/2012/12/e-davvero-un-jobwunder.html) indica che, usando il criterio corretto per valutare i lavoratori a basso salario di UN paese, la germania ne ha la percentuale più alta della media ue. da sottolineare che questo criterio è stato scelto da eurostat, che evidentemente NON ritiene né utile né ragionevole né sensato utilizzare una soglia unica per valutare quali lavoratori sono da considerare a basso reddito come proponi tu. forse però eurostat è in malafede.
2) il grafico 2 nello stesso post mostra che se nel 2000 si normalizzano i salari europei a 100, nel 2011 la germania dopo essere per lungo tempo stata sotto 100, si trova a 102, l'italia a 131. la fonte è citata nel blog a cui faccio riferimento, essendo in tedesco non sono riuscito a recuperare chi ha fatto la statistica.
questo non vuol dire che in italia si guadagna più che in germania ma che in germania i salari sono rimasti stabili e quelli italiani sono cresciuti.

deduciamo che

1) i tedeschi hanno fatto moderazione salariale
2) la distribuzione degli stipendi in germania è particolarmente sbilanciata verso il basso

punto.

molti autorevoli economisti (probabilmente in malafede) ritengono che questo abbia avvantaggiato le esportazioni tedesche.

ma invece come sanno benissimo coloro i quali sono in buonafede:

1) in germania tutti guadagnano almeno 3000 euro al mese.
2) la germania esporta perché
2.1) in germania non c'è lo STATO-LADRO
2.2) i prodotti tedeschi pur costando per lo meno il doppio dei concorrenti vendono perché hanno una qualità sopraffina (soprattutto il famoso latte tedesco, frutto dell'alta tecnologia teutonica, che anche noi porci usiamo per fare i nostri formaggi)
3) i tedeschi sono incorruttibili, onesti biondi e con gli occhi azzurri
4) quelli del sud europa non esportano perché
4.1) preferiscono prendere il sole che lavorare
4.2) ci hanno lo STATO-LADRO
4.3)i babypensionati
4.4) e la CASTA

cari saluti

m.

Ma se sai leggere il grafico 2 NON parla di livello dei salari ma di costo del lavoro, che è una cosa completamente differente, alla fine la domanda che ti è stata fatta è chiara, dimostra che la percentuale di lavoratori che guadagnano meno di 7 euro orari corretti a parità di potere di acquisto è più alta in Germania che in Italia e ti si porrà prendere sul serio, altrimenti sono chiacchere da bar.

Come fanno i salari "bassi" ad avvantaggiare le esportazioni tedesche se sono piu' "alti" di quelli dei paesi dove esportano? Stai confondendo aumenti con livelli. Il fatto che siano aumentati meno significa solo che sono meno svantaggiati. 

 

PS Eurostat sceglie di presentare le statistiche che vuole dicendo cosa sono e non pretendendo che vengano interpretate come si vuole. Sta a chi le usa adottarle con giudizio. 

Si, d’accordo che bisogna guardare i livelli, ad esempio i livelli tra germania ed italia dovrebbero essersi ridotti. Provo a spiegarmi in un altro modo: questa pubblicazione dice chiaramente che se il cambio reale dell’Italia fosse stato uguale a quello della germania le nostre esportazioni sarebbero state piu’ alte di un terzo (a pagina 25). A pagina 17, in fondo, viene esplicitamente detto che austria e germania, grazie al contenimento dei salari (fattore che dovrebbe influenzare l’inflazione) hanno aumentato i surplus dei current account (cio’ accade dal 2001). Non mi sembra sia fuorviante dire che i salari siano stati utilizzati come leva competitiva.

Utilizzati da chi, scusa? I salari si formano nel mercato del lavoro, che io sappia germania e' ancora una democrazia, qui si parla come se uno possa "decidere" di abbassare o alzare i salari. Il massimo che si puo' fare e' aumentare o diminuire il cuneo fiscale, in germania non mi risulta che l'abbiano aumentato per diminuire i salari. 

Utilizzati da chi ha piu’ potere contrattuale nel mercato del lavoro. Se valesse la teoria economica, aumenti della produttivita’ marginale dovrebbero riflettersi in aumenti dei salari (almeno cosi’ dovrebbe essere nel teorico mondo della concorrenza). Se invece lo scarto tra produttivita’ e salari e’ sempre consistentemente positivo, una delle controparti nel mercato del lavoro forse ha piu’ potere dell’altra (e in germania sembra sia successo proprio questo).Cio’ non vuol che non ci sia democrazia, non ho affatto affermato una cosa del genere , pero’ secondo me e’ solo un ulteriore evidente esempio del problema dell’appartenenza ad un’unione monetaria che di comune ha ben poco. Tutto cio' e’ rilevante per l’Italia perche’, al di la delle bellissime promesse elettorali, e’ probabilmente questo il nostro destino. Senza coordinamento di politiche fiscali, salariali, di target di inflazione, dove chi si scosta al ribasso dall’obiettivo non deve essere necessariamente considerato virtuoso, l’unica via che secondo me e’ possibile per uscire dalla crisi e’ la diminuzione dei salari (ma nessuno ha il coraggio di dirlo).

adeguati ammortizzatori sociali e riformando in generale il sistema del welfare, anche un'eventuale diminuzione dei salari non dovrebbe creare panico tra i lavoratori e i disoccupati.

Qui comunque ci scordiamo sempre che in Italia la pressione fiscale è tra le più elevate al mondo, e dove la libertà d'impresa è ridotta ai minimi termini. Iniziamo a migliorare questo, e magari gli stipendi potranno anche aumentare. Non dobbiamo fare la gara con la Germania, dobbiamo abbattere gli svariati interessi che stanno portando l'Italia di nuovo nell'abisso.

Chiaro che anche la struttura politico-ecomomica dell'UE va migliorata e certi vincoli vanno imposti severamente (non come noi per entrare in Europa), altrimenti ognuno per la sua strada a sperimentare sovranità monetaria, democrazia diretta, svalutazioni competitive e altre amenità che trovano posto solo nel mondo della fantasia.

Inoltre

Andrea Grenti 16/2/2013 - 14:48

Maggiori esportazioni equivalgono a maggiori importazioni.

SE a maggiori esportazioni non corrispondo maggiori importazioni hai un afflusso di capitali che poi puoi usare per comperare titoli di stato esteri o imprese estere.
Chiaramente questo comporta il fatto che chi esporta più di quanto importi consuma meno di ciò che produce, comportamento parsimonioso se hai un sistema produttivo efficente e consumi elevati, ma il problema è che se non migliori la tua produttività maggiori esportazioni saranno SEMPRE accompagnate da minori consumi, salvo il caso in cui sostieni il tutto facendo debiti che poi ti trovi a dover pagare come è successo all'Italia.
Anche una fantomatica svalutazione nel caso estremamente improbabile di un uscita dall'euro non catastrofica porterebbe semplicemente gli italiani a lavorare il doppio per consumare le metà, se questo potesse succedere dove i consumi sono il 125 del PIL la cosa potrebbe anche preoccuparmi relativamente ( http://3.bp.blogspot.com/-9fX-sAM263E/UN9XSxs77EI/AAAAAAAAAVg/gsXKZcYe8e... ) ma come dice il proverbio inglese "gira gira il cetriolo finisce sempre nel... all'ortolano ) sono quasi certo che le cose andrammo molto peggio per chi lavora e meglio per chi mangia già adesso.

due commenti

tizioc 16/2/2013 - 21:47

Mi limito a fare due commenti su quanto da lei scritto, che di per sé descrive correttamente (per quanto mi sembra di capire, poiché l'economia internazionale è notoriamente una materia molto complessa) la "manipolazione" competitiva delle partite correnti e del tasso di cambio reale.  Il primo è che ciò che lei descrive non si applica ad economie affette da una temporanea recessione da domanda, in cui la "svalutazione" può semplicemente essere un modo per intervenire sull'offerta di moneta, e quindi ha in questo caso effetti positivi sull'economia interna indipendentemente dal canale della competitività.  Questo fatto (discusso in questo articolo di Barry Eichengreen) ha importanza pratica, perché suggerisce che le politiche attuali di USA, UK, Giappone ecc. possano avere effetti globalmente benefici, e che non siano affatto "competitive".

Il secondo punto è che non sono sicuro che un paese in queste condizioni possa fare debito per sostenere i consumi, poiché questo tenderebbe a riequilibrare il conto capitale (a meno che non vi siano altre restrizioni sui movimenti di capitale).  Di solito una politica di questo tipo avviene con l'acquisto di asset in valuta estera da parte del governo o della banca centrale.  Il conto capitale è dato (per definizione) dalla differenza tra risparmio interno e investimento interno, quindi è abbastanza ovvio che qualsiasi "manipolazione" debba agire su queste variabili.