Titolo

L'inglese per tutti

13 commenti (espandi tutti)

Mi pare che ogni volta che si tocca questo argomento si parta per la tangente con discorsi sui massimi sistemi, senza considerare questioni di ordine prettamente pratico: ha senso che in un aula con 150 persone tutte italiane, si debba parlare in inglese "perché le lauree magistrali sono in inglese", in particolare se questo comporta un calo della qualità della didattica?

Almeno da come mi è stata spiegata da una mia parente che insegna al Politecnico, il discorso era che tutte le lauree magistrali diventavano completamente in inglese, a prescindere dalla nazionalità degli studenti che frequentavano i corsi.

La persona in questione è professore ordinario con millemila pubblicazioni all'attivo, ma, come molti attuali cinquantenni (fascia d'età ben rappresentata nel corpo docente universitario), non ha mai studiato inglese a scuola (ma, nel caso specifico, francese), e come molti si è arrabattata negli anni un inglese tecnico.

Questo è sufficiente per documentarsi su testi inglesi (che sono ovviamente la norma nel campo), leggere e scrivere articoli e in generale interagire con il mondo della ricerca internazionale, ma per sua stessa ammissione le lezioni in inglese le vengono necessariamente peggio perché manca una padronanza della lingua paragonabile a quella della lingua madre, e più in generale la difficoltà aggiuntiva della lingua è una complicazione in più da gestire.

Altro caso: nella mia università ho seguito un corso nell'edizione inglese (unico corso in inglese della laurea triennale in fisica, non si è mai capito perché);  al di là dei contenuti del corso, l'esposizione in inglese anche qui lasciava a desiderare.

Ripeto: a che scopo peggiorare la qualità della didattica gratuitamente? La matematica è un prerequisito per una facoltà scientifica perché è necessaria per comprendere la materia.

Fare lezione in inglese no, è un "dettaglio implementativo" del corso, di cui si può tranquillamente fare a meno se è di ostacolo allo scopo fondamentale del corso, ovvero alla comprensione dell'argomento trattato - che naturalmente dipende da qualità e chiarezza dell'esposizione.

L'inglese scritto è senz'altro una necessità - i testi sono sempre in inglese (per una banale questione di qualità dei testi e per il fatto che testi specialistici normalmente non vengono tradotti), e più in generale il mondo della ricerca legge e scrive inglese -, ma non ha senso per questo costringere persone che farebbero ottime lezioni in italiano a fare lezioni mediocri in inglese (di fronte ad un pubblico italiano) "perché sì".

L'inglese scritto è senz'altro una necessità - i testi sono sempre in inglese (per una banale questione di qualità dei testi e per il fatto che testi specialistici normalmente non vengono tradotti), e più in generale il mondo della ricerca legge e scrive inglese -, ma non ha senso per questo costringere persone che farebbero ottime lezioni in italiano a fare lezioni mediocri in inglese (di fronte ad un pubblico italiano) "perché sì".

Appunto! Scrivere e leggere sì e parlare no? mas per favore!!

Di fronte alla profondità argomentativa del "ma per favore" non credo di aver nulla da ribattere.

La persona in questione è professore ordinario con millemila pubblicazioni all'attivo, ma, come molti attuali cinquantenni (fascia d'età ben rappresentata nel corpo docente universitario), non ha mai studiato inglese a scuola (ma, nel caso specifico, francese), e come molti si è arrabattata negli anni un inglese tecnico.

 

Ottimo esempio: l'ostilità all'insegnamento in inglese deriva dall'incapacità di (alcuni) docenti a tenere una lezione decente in inglese. Non credo ci voglia molto, in un corso di ingegneria. Magari i docenti in questione potrebbero farsi dei Power Point molto dettagliati e leggerli e fare un crash course (corso intensivo) in inglese per la pronuncia. Mi rimane una curiosità. Come fa il suo parente ad interagire con i colleghi e gli studenti stranieri, andare ad un convegno etc?  Le sue "millemila" pubblicazioni le ha prodotte stando nella sua stanza e parlando solo con colleghi italiani - o magari delegando il lavoro a co-autori/studenti che sanno l'inglese?

 

Come fa il suo parente ad interagire con i colleghi e gli studenti stranieri, andare ad un convegno etc? Le sue "millemila" pubblicazioni le ha prodotte stando nella sua stanza e parlando solo con colleghi italiani - o magari delegando il lavoro a co-autori/studenti che sanno l'inglese?

Mi pare che l'impressione sia passata è che si tratti di analfabeti "inglesicamente parlando"; non è così, come detto sopra con l'inglese tecnico preparato in anticipo non ci sono grossi problemi. La mia parente partecipa regolarmente a conferenze internazionali, collabora con professori di altre nazioni, pubblica esclusivamente in inglese e fa parte dell'editorial board della principale rivista internazionale del suo settore di ricerca (edita ovviamente in inglese); oltre a questo, già insegna in alcuni corsi tenuti in inglese, ed è proprio da questa esperienza che derivano le sue perplessità.

Il punto è che una cosa è scrivere o parlare ad una conferenza, dove tutto è fondamentalmente preparato; un'altra è fare una lezione di qualità senza avere l'agilità sulla lingua usata, poter spiegare al meglio esempi che vengono in mente sul momento o in base ad una domanda eccetera - si perde in qualità su tutta la parte della lezione che è necessariamente almeno in parte improvvisata, oltre a perdere in generale in qualità della comunicazione.

In altri termini, si perde la differenza tra una lezione decente e una lezione di qualità, ossia il valore aggiunto del venire a lezione rispetto allo studiare sui libri per i fatti propri.

e fare un crash course (corso intensivo) in inglese per la pronuncia.

Come detto, non è un problema di pronuncia, ma di padronanza della lingua; comunque, corsi di inglese potrebbero indubbiamente essere di aiuto - ma in tal caso (1) il Politecnico dovrebbe prendersene carico prima di decidere "per decreto" che da domani si fa solo lezione in inglese, e (2) si dovrebbe capire dove far stare corsi del genere nell'agenda già sovraccarica di molti professori.

Non credo ci voglia molto, in un corso di ingegneria. Magari i docenti in questione potrebbero farsi dei Power Point molto dettagliati e leggerli

Questa non è una lezione "decente", questa è esattamente quello che intende lei per lezione schifosa, e una cosa simile a quella che ho dovuto subire io nel corso in inglese che ho seguito. Oltre ad essere un male per gli studenti, è frustrante per i docenti.

Repeat: perché in nome di un'astratta internazionalizzazione io studente (che a priori non ho alcun problema con l'inglese) devo ottenere lezioni che sono la lettura delle slide (=inutili), se gli stessi docenti nella loro lingua madre potrebbero fornirmi una didattica di qualità superiore di diversi ordini di grandezza? E che vantaggi darebbe a degli studenti, in termini di apprendimento della lingua inglese, seguire lezioni in un inglese traballante?

Infine, mi pare che nell'articolo si siano persi di vista i perché fondamentali di questa mossa del politecnico, di nuovo, per divagazioni sui massimi sistemi; il Politecnico è partito in quarta con questa iniziativa in primis per motivi di immagine e "apparenza": come già ricordato più sotto da Karl Friedrich Hieronymus, un gran numero di corsi sono già erogati in inglese (qui si tratterebbe invece di imporre l'inglese su tutti i corsi, senza la possibilità di altre scelte), ma vuoi mettere quanto fa più "ganzo" dire "noi facciamo tutto in inglese".

In secondo luogo, molti non hanno capito che il ritorno che sperano di ottenere è di fare un'università internazionale low cost. Le tasse universitarie italiane (comprese quelle del Politecnico) sono piuttosto economiche rispetto ad altri paesi europei - non parliamo delle università americane. L'idea di fondo quindi sarebbe attirare un "turismo universitario" da paesi dove l'università costa molto di più, abbattendo completamente l'ostacolo della lingua - io famiglia americana invece di accendere un mutuo per mandare mio figlio a studiare in un'università americana spendo molto meno a mandarlo e mantenerlo a Milano facendolo studiare al Politecnico per 5 anni.

Se questa può essere una strategia vincente o meno se ne può discutere, ma, come detto sopra, è importante non perdere di vista quali sono i motivi veri da pesare sui piatti della bilancia, sostituiti spesso con vuote questioni di principio e astratti discorsi sui massimi sistemi.

Quando ci si mette in concorrenza con le altre università che forniscono corsi di studi in inglese su scala europea, o addirittura globale, si dovrebbero valutare correttamente anche altri possibili effetti collaterali. E' ben vero che in alcuni dei paesi citati le tasse sono più alte, ma i servizi che vengono erogati a fronte di quelle spese sono difficilmente comparabili con i nostri. Cito solo un esempio: l'edilizia scolastica. Milano per chi arriva da fuori è tuttora una città molto cara dove un posto letto sulle bacheche in facoltà è offerto a €400/mese in camera doppia e €600/mese in singola ed il Politecnico oggi non offre granché dal punto di vista delle residenze per stranieri, nonostante i progetti immobiliari del Rettore.

Oltre a questo sarebbe bene anche valutare correttamente la questione sul lato della domanda. Non capita di trovare molti studenti americani o nord-europei in giro per il campus Leonardo. Forse continuano a preferire i loro atenei al nostro.

 

 

Il punto è che una cosa è scrivere o parlare ad una conferenza, dove tutto è fondamentalmente preparato; un'altra è fare una lezione di qualità senza avere l'agilità sulla lingua usata, poter spiegare al meglio esempi che vengono in mente sul momento o in base ad una domanda eccetera - si perde in qualità su tutta la parte della lezione che è necessariamente almeno in parte improvvisata, oltre a perdere in generale in qualità della comunicazione.

 Non so a quali conferenze internazionali partecipi la sua parente, ma nella mia esperienza non è possibile farlo senza avere una ottima padronanza dell'inglese. Bisogna saper rispondere a domande molto più insidiose di quelle di qualsiasi studente e bisogna sapere interagire per tutta la giornata esclusivamente in inglese, discutendo non solo del proprio paper e degli altri durante le sessioni, ma anche di qualsiasi argomento (il Bunga Bunga è stato per parecchio tempo uno degli hits) a cena. Una persona in grado di fare questo non ha nessuna difficoltà ad improvvisare una lezione in inglese. E chi non è in grado di farlo, fa solo del turismo congressuale a spese dei contribuenti italiani o degli organizzatori.

PS  Lo sa qual'è la cosa più difficile da fare in inglese? Tradurre i menu dei ristoranti per gli ospiti stranieri.

Bisogna saper rispondere a domande molto più insidiose di quelle di qualsiasi studente

Non so in che ambito di studi sia specializzato, ma nella mia esperienza, in ambito scientifico più si sale di livello tecnico, meno la lingua diventa rilevante, per un motivo molto semplice: c'è un "common ground", si sa tutti di cosa si sta parlando, e la comunicazione rimane nel "gergo" dell'ambito di studi in questione (in cui tra l'altro il 90% dei termini rimangono in inglese anche parlandone in italiano).

Al contrario, dovendo spiegare un argomento ad una platea che ne è digiuna la questione è molto più complicata, proprio perché bisogna introdurre concetti nuovi, eventualmente attingendo esempi dalla vita quotidiana, ed è lì che la questione diventa più spinosa, come sa benissimo anche lei, visto che dice:

PS Lo sa qual'è la cosa più difficile da fare in inglese? Tradurre i menu dei ristoranti per gli ospiti stranieri.

... e sull'interazione spicciola comunque ci si riesce ad arrangiare, perdendo poco-nulla del contenuto scientifico dei convegni.

In ogni caso, mi pare si sia perso di vista il punto del discorso, ovvero che articoli come questo (e ovviamente il corrispettivo di parte opposta) sono sostanzialmente chiacchiere e luoghi comuni, buoni per il temino di Alberoni sul Corriere, in cui si riconducono in maniera questionabile problemi pratici a concettoni astratti per dimostrare i propri teoremini.

Cito il commento di Marco Ruzzante: "i problemi non sono la cultura umanista degli italiani eccetera, il problema è che i professori non sanno tenere lezioni in inglese"; e dall'altro lato, il Politecnico non introduce i corsi in inglese perché è buono e bravo e vuole catapultarci nella modernità, lo fa per un ritorno di immagine e perché spera in un ritorno economico. Sicuramente ci sono altre motivazioni, ma sono sempre di ordine molto più pratico di tutte le baggianate che si sono dette sull'argomento.

I professori non sanno fare lezione l'inglese? Si può discutere su come risolvere questo problema, su come organizzare corsi di inglese, eccetera, così come si può discutere su quanto senso possa avere la mossa del Politecnico dal punto di vista della effettiva domanda che c'è di una magistrale completamente in inglese.

Di tutto si può discutere, ma, di nuovo: se vogliamo fare una discussione che abbia un senso sull'argomento è da questo genere di discorsi che bisogna partire, non da premesse assurdamente astratte e che nulla hanno a che vedere con quelli che sono i problemi reali della vita universitaria.

Vero

Marco Ruzzante 10/6/2013 - 14:37

Vero, i problemi non sono la cultura umanista degli italiani eccetera, il problema è che i professori non sanno tenere lezioni in inglese. Passano più tempo a pensare a come dire le cose che non a quello che stanno dicendo, con il risultato che buona parte della lezione, per lo studente, è tempo perso. Ciò accade pure nell'università italiana più internazionalizzata. Non è un discorso di libertà ma di qualità della didattica.

anacronismi

gaetano 10/6/2013 - 18:03

ho letto attentamente il tuo commento e lo ritengo decisamente anacronistico.
Poteva funzionare 40 anni fa quando comunicare o spostarsi fisicamente era un privilegio di pochi.Oggi tali "privilegi" sono alla portata di tutti, il che significa che ognuno di noi ma soprattutto le future generazioni vivranno la loro vita sociale e lavorativa in un contesto globalizzato dove la lingua per comunicare sarà consideratà una "facility".
Se non puoi comunicare al pari degli altri parti con un handicap importante.
Ritengo che oggi la sfida sia "l'alfebetizzazione" alla lingua inglese per tutti.
E siamo già in forte ritardo..........
ciao
Gaetano

Io sto frequentando un Bachelor di Economia alla Bocconi con insegnamento totalmente in inglese (anche gli esami naturalmente). La maggior parte dei nostri professori sono italiani ma...l'inglese lo parlano anche se alcuni non perfettamente. Ma questo non risulta essere un problema perché le posso assicurare che la materia arriva comunque dritta al cervello, senza "traviamenti" di sorta. Il discorso dei professori cinquantenni che non lo parlano (anche se io avevo letto da qualche parte i lamenti di un phd del poli) o delle complicazioni che potrebbe avere la lecture mi puzza molto di "Apologia dei Perdenti", ovvero cercare una scusa per giustificare la propria arretratezza

È naturale che nel suo bachelor incontri professori che riescono a comunicare in inglese senza eccessivi problemi, per una semplice questione di sampling bias; ovvero, se la Bocconi ha 100 professori di cui 40 non hanno alcun problema a tenere lezioni in inglese, è naturale che sia soprattutto da questi che si attinga per tenere un corso di studi in inglese (ovviamente compatibilmente con le specialità di ciascun professore).

È naturale ed è giusto procedere inquesta maniera, visto che si valorizzano le risorse umane di cui si dispone e si amplia l'offerta formativa; in questo modo vincono tutti.

La situazione del Politecnico è differente per un motivo molto semplice: la proposta, come ho già ripetuto alla nausea, era di abolire completamente i corsi in lingua italiana alla magistrale. A questo punto, è ovvio che non si può più fare una selezione dei più adatti a fare lezione in inglese, visto che tutti i professori sono necessariamente coinvolti. Questo, a differenza del suo bachelor, è un uso stupido che si fa delle risorse umane disponibili, visto che si costringe tanta gente a lavorare peggio di come potrebbe, oltre a ridurre l'offerta formativa (non si offre più allo studente una possibilità che prima c'era).

L'altro errore fondamentale di questa scelta è la repentinità e la dubbia pianificazione che ci sta dietro: "dall'anno prossimo, tutto in inglese". Calma, andiamo per gradi; iniziamo a riqualificare le risorse umane - corsi di inglese -, e intanto attiviamo via via sempre più corsi in inglese dove è possibile e sensato (=c'è domanda).

 

Quanto all'"apologia dei perdenti", è completamente fuori strada. Con i miei commenti non sto giustificando o compatendo nessuno, sto solo cercando di riportare con i piedi per terra una discussione che è diventata di massimi sistemi e luoghi comuni (da cui il titolo del mio primo commento), e che non considera quali sono gli aspetti concreti che stanno alla radice delle posizioni (favorevoli o contrarie) di chi da questa scelta è effettivamente toccato.

Scrivere un articoletto di questo tipo è facile: basta dipingere lo "scenario" in maniera favorevole alla propria posizione. Sono a favore della decisione? Il Politecnico è il Progresso che si scontra con le solite arretratezze e non-voglia di cambiare italica; i professori sono dei retrogradi, perdenti e ludditi linguistici del 21esimo secolo. Sono contro? Il Politecnico è l'autorità oppressiva, che vuole imporre dall'alto un'astratta internazionalizzazione che nessuno ha chiesto; i contrari a questa decisione sono gli eroi che vogliono difendere la nostra cultura. E a seconda illustrerò esclusivamente statistiche a favore della mia posizione: come gli italiani siano i peggiori in europa in inglese; o come, dal lato opposto, già gli italiani non sanno la loro lingua, figurati imporre l'inglese a pedate.

Baggianate in entrambi i sensi, ma che danno una risposta emozionale molto superiore rispetto ad elencare pro e contro più concreti di questa decisione e cercare di decidere razionalmente; molto più facile far diventare la questione una improduttiva guerra di valori.

A questo punto, è ovvio che non si può più fare una selezione dei più adatti a fare lezione in inglese, visto che tutti i professori sono necessariamente coinvolti.

Questo è vero per i docenti che insegnano alle lauree magistrali, ma il Politecnico offre anche lauree triennali. Quindi un docente può benissimo insegnare solo in italiano alla triennale.

Inoltre, la battaglia di civiltà è stata ingaggiata dalla minoranza che ha ricorso al TAR  chiedendo quindi un intervento esterno. Se avessero accettato pragmaticamente la sconfitta e l'inizio del nuovo regime, forse avrebbero scoperto che non era male. Oppure la maggioranza pro-inglese avrebbe scoperto dopo alcuni anni, che l'idea era errata (p.es. se si fosse verificato un crollo di iscrizioni) e sarebbe tornata indietro. Dalla mia esperienza, anche senza aver mai messo piede al Politecnico di Milano, sospetto che dietro alla querelle ci sia qualche scontro di potere accademico.