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L'inglese per tutti

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La persona in questione è professore ordinario con millemila pubblicazioni all'attivo, ma, come molti attuali cinquantenni (fascia d'età ben rappresentata nel corpo docente universitario), non ha mai studiato inglese a scuola (ma, nel caso specifico, francese), e come molti si è arrabattata negli anni un inglese tecnico.

 

Ottimo esempio: l'ostilità all'insegnamento in inglese deriva dall'incapacità di (alcuni) docenti a tenere una lezione decente in inglese. Non credo ci voglia molto, in un corso di ingegneria. Magari i docenti in questione potrebbero farsi dei Power Point molto dettagliati e leggerli e fare un crash course (corso intensivo) in inglese per la pronuncia. Mi rimane una curiosità. Come fa il suo parente ad interagire con i colleghi e gli studenti stranieri, andare ad un convegno etc?  Le sue "millemila" pubblicazioni le ha prodotte stando nella sua stanza e parlando solo con colleghi italiani - o magari delegando il lavoro a co-autori/studenti che sanno l'inglese?

 

Come fa il suo parente ad interagire con i colleghi e gli studenti stranieri, andare ad un convegno etc? Le sue "millemila" pubblicazioni le ha prodotte stando nella sua stanza e parlando solo con colleghi italiani - o magari delegando il lavoro a co-autori/studenti che sanno l'inglese?

Mi pare che l'impressione sia passata è che si tratti di analfabeti "inglesicamente parlando"; non è così, come detto sopra con l'inglese tecnico preparato in anticipo non ci sono grossi problemi. La mia parente partecipa regolarmente a conferenze internazionali, collabora con professori di altre nazioni, pubblica esclusivamente in inglese e fa parte dell'editorial board della principale rivista internazionale del suo settore di ricerca (edita ovviamente in inglese); oltre a questo, già insegna in alcuni corsi tenuti in inglese, ed è proprio da questa esperienza che derivano le sue perplessità.

Il punto è che una cosa è scrivere o parlare ad una conferenza, dove tutto è fondamentalmente preparato; un'altra è fare una lezione di qualità senza avere l'agilità sulla lingua usata, poter spiegare al meglio esempi che vengono in mente sul momento o in base ad una domanda eccetera - si perde in qualità su tutta la parte della lezione che è necessariamente almeno in parte improvvisata, oltre a perdere in generale in qualità della comunicazione.

In altri termini, si perde la differenza tra una lezione decente e una lezione di qualità, ossia il valore aggiunto del venire a lezione rispetto allo studiare sui libri per i fatti propri.

e fare un crash course (corso intensivo) in inglese per la pronuncia.

Come detto, non è un problema di pronuncia, ma di padronanza della lingua; comunque, corsi di inglese potrebbero indubbiamente essere di aiuto - ma in tal caso (1) il Politecnico dovrebbe prendersene carico prima di decidere "per decreto" che da domani si fa solo lezione in inglese, e (2) si dovrebbe capire dove far stare corsi del genere nell'agenda già sovraccarica di molti professori.

Non credo ci voglia molto, in un corso di ingegneria. Magari i docenti in questione potrebbero farsi dei Power Point molto dettagliati e leggerli

Questa non è una lezione "decente", questa è esattamente quello che intende lei per lezione schifosa, e una cosa simile a quella che ho dovuto subire io nel corso in inglese che ho seguito. Oltre ad essere un male per gli studenti, è frustrante per i docenti.

Repeat: perché in nome di un'astratta internazionalizzazione io studente (che a priori non ho alcun problema con l'inglese) devo ottenere lezioni che sono la lettura delle slide (=inutili), se gli stessi docenti nella loro lingua madre potrebbero fornirmi una didattica di qualità superiore di diversi ordini di grandezza? E che vantaggi darebbe a degli studenti, in termini di apprendimento della lingua inglese, seguire lezioni in un inglese traballante?

Infine, mi pare che nell'articolo si siano persi di vista i perché fondamentali di questa mossa del politecnico, di nuovo, per divagazioni sui massimi sistemi; il Politecnico è partito in quarta con questa iniziativa in primis per motivi di immagine e "apparenza": come già ricordato più sotto da Karl Friedrich Hieronymus, un gran numero di corsi sono già erogati in inglese (qui si tratterebbe invece di imporre l'inglese su tutti i corsi, senza la possibilità di altre scelte), ma vuoi mettere quanto fa più "ganzo" dire "noi facciamo tutto in inglese".

In secondo luogo, molti non hanno capito che il ritorno che sperano di ottenere è di fare un'università internazionale low cost. Le tasse universitarie italiane (comprese quelle del Politecnico) sono piuttosto economiche rispetto ad altri paesi europei - non parliamo delle università americane. L'idea di fondo quindi sarebbe attirare un "turismo universitario" da paesi dove l'università costa molto di più, abbattendo completamente l'ostacolo della lingua - io famiglia americana invece di accendere un mutuo per mandare mio figlio a studiare in un'università americana spendo molto meno a mandarlo e mantenerlo a Milano facendolo studiare al Politecnico per 5 anni.

Se questa può essere una strategia vincente o meno se ne può discutere, ma, come detto sopra, è importante non perdere di vista quali sono i motivi veri da pesare sui piatti della bilancia, sostituiti spesso con vuote questioni di principio e astratti discorsi sui massimi sistemi.

Quando ci si mette in concorrenza con le altre università che forniscono corsi di studi in inglese su scala europea, o addirittura globale, si dovrebbero valutare correttamente anche altri possibili effetti collaterali. E' ben vero che in alcuni dei paesi citati le tasse sono più alte, ma i servizi che vengono erogati a fronte di quelle spese sono difficilmente comparabili con i nostri. Cito solo un esempio: l'edilizia scolastica. Milano per chi arriva da fuori è tuttora una città molto cara dove un posto letto sulle bacheche in facoltà è offerto a €400/mese in camera doppia e €600/mese in singola ed il Politecnico oggi non offre granché dal punto di vista delle residenze per stranieri, nonostante i progetti immobiliari del Rettore.

Oltre a questo sarebbe bene anche valutare correttamente la questione sul lato della domanda. Non capita di trovare molti studenti americani o nord-europei in giro per il campus Leonardo. Forse continuano a preferire i loro atenei al nostro.

 

 

Il punto è che una cosa è scrivere o parlare ad una conferenza, dove tutto è fondamentalmente preparato; un'altra è fare una lezione di qualità senza avere l'agilità sulla lingua usata, poter spiegare al meglio esempi che vengono in mente sul momento o in base ad una domanda eccetera - si perde in qualità su tutta la parte della lezione che è necessariamente almeno in parte improvvisata, oltre a perdere in generale in qualità della comunicazione.

 Non so a quali conferenze internazionali partecipi la sua parente, ma nella mia esperienza non è possibile farlo senza avere una ottima padronanza dell'inglese. Bisogna saper rispondere a domande molto più insidiose di quelle di qualsiasi studente e bisogna sapere interagire per tutta la giornata esclusivamente in inglese, discutendo non solo del proprio paper e degli altri durante le sessioni, ma anche di qualsiasi argomento (il Bunga Bunga è stato per parecchio tempo uno degli hits) a cena. Una persona in grado di fare questo non ha nessuna difficoltà ad improvvisare una lezione in inglese. E chi non è in grado di farlo, fa solo del turismo congressuale a spese dei contribuenti italiani o degli organizzatori.

PS  Lo sa qual'è la cosa più difficile da fare in inglese? Tradurre i menu dei ristoranti per gli ospiti stranieri.

Bisogna saper rispondere a domande molto più insidiose di quelle di qualsiasi studente

Non so in che ambito di studi sia specializzato, ma nella mia esperienza, in ambito scientifico più si sale di livello tecnico, meno la lingua diventa rilevante, per un motivo molto semplice: c'è un "common ground", si sa tutti di cosa si sta parlando, e la comunicazione rimane nel "gergo" dell'ambito di studi in questione (in cui tra l'altro il 90% dei termini rimangono in inglese anche parlandone in italiano).

Al contrario, dovendo spiegare un argomento ad una platea che ne è digiuna la questione è molto più complicata, proprio perché bisogna introdurre concetti nuovi, eventualmente attingendo esempi dalla vita quotidiana, ed è lì che la questione diventa più spinosa, come sa benissimo anche lei, visto che dice:

PS Lo sa qual'è la cosa più difficile da fare in inglese? Tradurre i menu dei ristoranti per gli ospiti stranieri.

... e sull'interazione spicciola comunque ci si riesce ad arrangiare, perdendo poco-nulla del contenuto scientifico dei convegni.

In ogni caso, mi pare si sia perso di vista il punto del discorso, ovvero che articoli come questo (e ovviamente il corrispettivo di parte opposta) sono sostanzialmente chiacchiere e luoghi comuni, buoni per il temino di Alberoni sul Corriere, in cui si riconducono in maniera questionabile problemi pratici a concettoni astratti per dimostrare i propri teoremini.

Cito il commento di Marco Ruzzante: "i problemi non sono la cultura umanista degli italiani eccetera, il problema è che i professori non sanno tenere lezioni in inglese"; e dall'altro lato, il Politecnico non introduce i corsi in inglese perché è buono e bravo e vuole catapultarci nella modernità, lo fa per un ritorno di immagine e perché spera in un ritorno economico. Sicuramente ci sono altre motivazioni, ma sono sempre di ordine molto più pratico di tutte le baggianate che si sono dette sull'argomento.

I professori non sanno fare lezione l'inglese? Si può discutere su come risolvere questo problema, su come organizzare corsi di inglese, eccetera, così come si può discutere su quanto senso possa avere la mossa del Politecnico dal punto di vista della effettiva domanda che c'è di una magistrale completamente in inglese.

Di tutto si può discutere, ma, di nuovo: se vogliamo fare una discussione che abbia un senso sull'argomento è da questo genere di discorsi che bisogna partire, non da premesse assurdamente astratte e che nulla hanno a che vedere con quelli che sono i problemi reali della vita universitaria.