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L'inglese per tutti

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È naturale che nel suo bachelor incontri professori che riescono a comunicare in inglese senza eccessivi problemi, per una semplice questione di sampling bias; ovvero, se la Bocconi ha 100 professori di cui 40 non hanno alcun problema a tenere lezioni in inglese, è naturale che sia soprattutto da questi che si attinga per tenere un corso di studi in inglese (ovviamente compatibilmente con le specialità di ciascun professore).

È naturale ed è giusto procedere inquesta maniera, visto che si valorizzano le risorse umane di cui si dispone e si amplia l'offerta formativa; in questo modo vincono tutti.

La situazione del Politecnico è differente per un motivo molto semplice: la proposta, come ho già ripetuto alla nausea, era di abolire completamente i corsi in lingua italiana alla magistrale. A questo punto, è ovvio che non si può più fare una selezione dei più adatti a fare lezione in inglese, visto che tutti i professori sono necessariamente coinvolti. Questo, a differenza del suo bachelor, è un uso stupido che si fa delle risorse umane disponibili, visto che si costringe tanta gente a lavorare peggio di come potrebbe, oltre a ridurre l'offerta formativa (non si offre più allo studente una possibilità che prima c'era).

L'altro errore fondamentale di questa scelta è la repentinità e la dubbia pianificazione che ci sta dietro: "dall'anno prossimo, tutto in inglese". Calma, andiamo per gradi; iniziamo a riqualificare le risorse umane - corsi di inglese -, e intanto attiviamo via via sempre più corsi in inglese dove è possibile e sensato (=c'è domanda).

 

Quanto all'"apologia dei perdenti", è completamente fuori strada. Con i miei commenti non sto giustificando o compatendo nessuno, sto solo cercando di riportare con i piedi per terra una discussione che è diventata di massimi sistemi e luoghi comuni (da cui il titolo del mio primo commento), e che non considera quali sono gli aspetti concreti che stanno alla radice delle posizioni (favorevoli o contrarie) di chi da questa scelta è effettivamente toccato.

Scrivere un articoletto di questo tipo è facile: basta dipingere lo "scenario" in maniera favorevole alla propria posizione. Sono a favore della decisione? Il Politecnico è il Progresso che si scontra con le solite arretratezze e non-voglia di cambiare italica; i professori sono dei retrogradi, perdenti e ludditi linguistici del 21esimo secolo. Sono contro? Il Politecnico è l'autorità oppressiva, che vuole imporre dall'alto un'astratta internazionalizzazione che nessuno ha chiesto; i contrari a questa decisione sono gli eroi che vogliono difendere la nostra cultura. E a seconda illustrerò esclusivamente statistiche a favore della mia posizione: come gli italiani siano i peggiori in europa in inglese; o come, dal lato opposto, già gli italiani non sanno la loro lingua, figurati imporre l'inglese a pedate.

Baggianate in entrambi i sensi, ma che danno una risposta emozionale molto superiore rispetto ad elencare pro e contro più concreti di questa decisione e cercare di decidere razionalmente; molto più facile far diventare la questione una improduttiva guerra di valori.

A questo punto, è ovvio che non si può più fare una selezione dei più adatti a fare lezione in inglese, visto che tutti i professori sono necessariamente coinvolti.

Questo è vero per i docenti che insegnano alle lauree magistrali, ma il Politecnico offre anche lauree triennali. Quindi un docente può benissimo insegnare solo in italiano alla triennale.

Inoltre, la battaglia di civiltà è stata ingaggiata dalla minoranza che ha ricorso al TAR  chiedendo quindi un intervento esterno. Se avessero accettato pragmaticamente la sconfitta e l'inizio del nuovo regime, forse avrebbero scoperto che non era male. Oppure la maggioranza pro-inglese avrebbe scoperto dopo alcuni anni, che l'idea era errata (p.es. se si fosse verificato un crollo di iscrizioni) e sarebbe tornata indietro. Dalla mia esperienza, anche senza aver mai messo piede al Politecnico di Milano, sospetto che dietro alla querelle ci sia qualche scontro di potere accademico.