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L'inglese per tutti

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  Concordo con le conclusioni del Post, meno sulle molte considerazioni accessorie. Non credo sia vera, o comunque rilevante, l'idea che gli italiani non conoscono o siano negati per le lingue straniere. Che i cittadini di piccoli paesi (Olanda, Finlandia ad esempio) siano costretti a studiare lingue straniere, in particolare l'inglese, deriva da esigenze di mercato e di cultura, ed è naturale che questi popoli conoscano abbastanza bene una seconda lingua. Se invece paragoniamo gli italiani con i tedeschi, gli inglesi o gli americani, troviamo che questi tre popoli  (non) conoscono le  lingue straniere, all'incirca come gli italiani. Gli italiani hanno lo svantaggio, rispetto ad inglesi, francesi e spagnoli che la loro lingua è scarsamente o per nulla diffusa. Di contro gli italiani hanno una lingua che li accomuna già da molto prima della loro unità politica ed è  la lingua di straordinarie opere letterarie e poetiche: di qui l'orgoglio che si manifesta, come nel caso in questione, in circostanze nelle quali se ne farebbe volentieri a meno. Passo a discutere la delibera impugnata presso il TAR del Politecnico. L'aspetto giuridico interessa poco, e sarebbe auspicabile una estraneità dei giudici ai  problemi di questo tipo, anche se mi è capitato di ascoltare gli elogi della delibera . L'argomento più rilevante mi è sembrata la possibile compressione delle libertà dei docenti, costretti ad insegnare in una lingua diversa da quella natia. Qui, credo che andrebbe fatta una distinzione tra discipline umanistiche e discipline scientifiche. Mentre per queste ultime l'inglese è la lingua oramai universale, per le altre costringere gli insegnanti ad utilizzare l'inglese mi sembra una forzatura, anche per il motivo che l'esposizione degli argomenti richiede un lessico più ricco, e necessita  di sfumature inutili o dannose nelle scienze.  Direi quindi che l'obbligatorietà dell'insegnamento in lingua inglese dovrebbe riguardare le scienze, e solo i corsi avanzati (masters, dottorati). Viene incontro il fatto che a questi corsi dovrebbero insegnare i docenti più giovani, maggiormente impegnati nella ricerca, e quindi più disponibili ad insegnare nella lingua quotidianamente impiegata per la ricerca.  

concordo col commento di Nicoletti. Infatti, la delibera del Politecnico si riferisce a lauree magistrali (equivalenti al Master) per discipline scientifiche.

Più in generale, presumo che il senato accademico sappia quello che fa e che quindi abbia ponderato la decisione sulla base di informazioni più accurate di quelle a disposizione di noi outsiders.  L'Italia è il paese di 60 milioni di commissari tecnici della nazionale. Se poi la decisione si fosse rivelata un errore, sulla base dell'esperienza avrebbe potuto rivederla. Fare ricorso al TAR mi sembra un vulnus alla già ridottissima autonomia delle università ed anche un pericoloso precedente.

Io non ho mai affermato che gli italiani scontino un difetto cognitivo nell'apprendimento delle lingue. Piuttosto ho sottolineato che le condizioni di contesto nelle quali si è venuta ad inserire la sentenza del TAR sono tali da non configurare una sorta di predominio incontrastato dell'inglese, né a livello sociale in senso lato, moltissimi non conoscono l'inglese, né a livello accademico, dove i corsi in inglese sono assolutamente marginali.

Quanto alla distinzione che introduce, fra necessità di utilizzare la lingue inglese almeno per le discipline scientifiche ma non per quelle umanistiche non sono affatto d'accordo. Aggiungo un aneddotto personale a questo proposito. Nel 2004 ho frequentato un PhD in Scienze Politiche alla Luiss di Roma. Il PhD era essenzialmente in Teoria Politica, quindi si occupava di filosofia politica, con un focus sul metodo analitico e su autori, temi anglosassoni. Beh, allora era davvero un esperimento se vogliamo, ma secondo me è relativamente riuscito, visto che ha messo gli studenti in contatto direttamente con i testi e i filosofi americani, australiani e inglesi che venivano a fare le lezioni. Senza contare che ogni anno, almeno la metà dei dottorandi erano stranieri. Ok, parliamo di piccoli numeri, corsi da 8 massimo 9 persone, ma anche quello era un metodo di mostrare che l'internazionalizzazione era positiva anch nelle discipline umanistiche. Nessuno ha ovviamente per quel dottorato, disimparato l'italiano anzi, gli studenti stranieri sono stati invogliati, come alcuni hanno fatto, a imparare l'italiano  e la nostra cultura.

non è un corso di laurea propriamente umanistico, come non lo sono i corsi economici. Forse neppure giurisprudenza è un corso umanistico: in ogni caso, avrebbe poco senso insegnare il diritto italiano in lingua straniera (magari il diritto internazionale e quello comparato sì: ma in entrambe le materie è ancora rilevante anche il francese),