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L'inglese per tutti

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Io non ho mai affermato che gli italiani scontino un difetto cognitivo nell'apprendimento delle lingue. Piuttosto ho sottolineato che le condizioni di contesto nelle quali si è venuta ad inserire la sentenza del TAR sono tali da non configurare una sorta di predominio incontrastato dell'inglese, né a livello sociale in senso lato, moltissimi non conoscono l'inglese, né a livello accademico, dove i corsi in inglese sono assolutamente marginali.

Quanto alla distinzione che introduce, fra necessità di utilizzare la lingue inglese almeno per le discipline scientifiche ma non per quelle umanistiche non sono affatto d'accordo. Aggiungo un aneddotto personale a questo proposito. Nel 2004 ho frequentato un PhD in Scienze Politiche alla Luiss di Roma. Il PhD era essenzialmente in Teoria Politica, quindi si occupava di filosofia politica, con un focus sul metodo analitico e su autori, temi anglosassoni. Beh, allora era davvero un esperimento se vogliamo, ma secondo me è relativamente riuscito, visto che ha messo gli studenti in contatto direttamente con i testi e i filosofi americani, australiani e inglesi che venivano a fare le lezioni. Senza contare che ogni anno, almeno la metà dei dottorandi erano stranieri. Ok, parliamo di piccoli numeri, corsi da 8 massimo 9 persone, ma anche quello era un metodo di mostrare che l'internazionalizzazione era positiva anch nelle discipline umanistiche. Nessuno ha ovviamente per quel dottorato, disimparato l'italiano anzi, gli studenti stranieri sono stati invogliati, come alcuni hanno fatto, a imparare l'italiano  e la nostra cultura.

non è un corso di laurea propriamente umanistico, come non lo sono i corsi economici. Forse neppure giurisprudenza è un corso umanistico: in ogni caso, avrebbe poco senso insegnare il diritto italiano in lingua straniera (magari il diritto internazionale e quello comparato sì: ma in entrambe le materie è ancora rilevante anche il francese),