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Euro, domanda, e produttività: un viaggio nel mito. Parte 1

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Ho provato a leggere questo articolo con non poche difficoltà sia per il livello di complessità (ovvero per miei limiti di comprensione ed ignoranza generale) sia per la premessa da cui è partito a cui continuo a tornare durante la lettura:

"Anche le pietre sanno oramai che la stagnazione nella produttività, iniziata nella seconda metà degli anni '90, è il problema economico centrale del Paese. Uno dei miti che circolano in Italia è che la causa, stricto sensu, sia l'euro."

Di questo presunto mito francamente io non ho trovato e continuo a non trovare traccia, quindi sarei grato all'autore se mi fornisse qualche link o riferimento (che sicuramente mi sara sfuggito) in cui qualcuno sostenga la tesi che "stagnazione nella produttività" in Italia sia causata dall'Euro

Per quanto ho compreso il tema della produttività è affrontato dai sostenitori dell'Euro Exit principalmente nelle seguenti accezioni:

- in un sistema di cambi fissi è pressoché impossibile recuperare produttività (quindi competitivita) senza ridurre i salari ovvero senza aumentare la disoccupazione poiché si rinuncia ad una delle possibili leve d'azione: il tasso di cambio (che di fatto è il prezzo che sui mercati internazionali consente di aggiungere posizioni di equilibrio tra domanda e offerta)

- la Germania ha tratto vantaggio dall'unione monetaria anche in termini di produttivita, a danno dei paesi periferici, adottando politiche di svalutazione competitiva di fatto violando i trattati sottoscritti

Quindi la vere domande a cui avrebbe senso provare a trovare una risposta in questa sede dovrebbero essere:

- è possibile un recupero di produttività in regime di cambi fissi (ovvero senza Euro Exit) senza un aumento della disoccupazione come strumento per giungere ad una riduzione dei salari?

- l'autore stesso dice

"La macroeconomia moderna ha superato da tempo la necessità di doversi schierare. Lo ha fatto introducendo l’idea che il reddito (o altre variabili maroeconomiche rilevanti) è determinato in equilibrio. Cioè sia dalla domanda che dall’offerta e, quindi, dalla loro interazione attraverso il sistema dei prezzi[9]. È proprio dall'incontro con la teoria dell’equilibrio che nasce la rivoluzione copernicana avvenuta nella macroeconomia dagli anni ‘70 in poi[10]."

mi potrebbe quindi spiegare come in un mercato in cui il prezzo (tasso di cambio) non può variare come si possa ritornare ad una posizione di equilibrio tra domanda e offerta a seguito di uno shock da uno di due lati?

- è vero che attualmente la Germania beneficia (e continuerà a farlo in futuro) di una produttività superiore a quella dell'Italia e degli altri paesi periferici perché ha adottato politiche di svalutazione competitiva e sfruttato la mancata convergenza dei tassi di inflazione, che invece ex ante sarebbe dovuto essere uno di tanto sbandierati benefici dell'Euro?

Sarò grato all'autore se nella seconda parte o in una successiva vorrà rispondere anche a queste domande.

Grazie mille

Le sarà sfuggito, ma il post indica proprio i links dove la tesi euro-produttività viene proposta (sulla base della causalità: euro->bassa domanda->calo produttività).

Riguardo al tasso di cambio, mi permetto di osservare che esiste una letteratura ciclopica sui benefici di cambi flex vs fissi. Non possiamo certo liquidarla con "i cambi flessibili sono sempre meglio, perchè vuol dire che almeno un prezzo si aggiusta". Non c'è spazio qui per discutere questi argomenti. Ma la tesi di euro-exit secondo cui dobbiamo svalutare per recuperare competitività inverte chiaramente la direzione di causalità. Euro-exit dice: siccome siamo un paese con istituzioni economiche fatiscenti, almeno dateci il cambio per svalutare! Come dire: da quando ho smesso di fumare ho ripreso a ingrassare, per favore ridatemi le sigarette.

Questo mi pare l'unico argomento in bocca agli euroexiters. Argomento che quindi distoglie completamente l'attenzione dal problema primario: che cosa ha reso le nostre istituzioni economiche così arretrate? (Cioè: che cos'è che al fondo ci fa prendere peso?)

Detto questo, le tesi di Bagnai et al. sono specificamente sul legame tra euro e calo della produttività. E sono queste che mi interessava discutere criticamente.

 

 

 

Oltre al discorso sulla produttività, un altro argomento che viene spesso citato è quello relativo alla distorsione generata dalla libera circolazione dei capitali, e all'eliminazione del rischio di cambio. Per usare le parole di Paul Krugman,

PK: “Il primo effetto dell’euro fu un’esplosione di euroforia: improvvisamente gli investitori credettero che tutti i debiti europei fossero ugualmente sicuri. I tassi d’interesse scesero in tutta l’Europa periferica, scatenando enormi flussi di capitale verso la Spagna ed altre economie; questi flussi di capitale alimentarono enormi bolle immobiliari in molti luoghi, e in generale produssero boom economici nei paesi che ricevevano tali afflussi.
I boom, a loro volta, causarono delle differenze d’inflazione: i costi e i prezzi nei paesi dell’Europa periferica aumentarono di più che nel centro. Le economie periferiche divennero così sempre meno competitive, il che non era un problema finché le bolle gonfiate dagli afflussi resistevano, ma sarebbe diventato un problema una volta che i flussi di capitali fossero cessati.
Ed essi si arrestarono. Il risultato fu un grave tracollo nei paesi periferici, che perdettero molta della domanda interna, mentre restavano deboli sul lato della domanda estera a causa della perdita di competitività.

E infatti, se non ricordo male, anche lei in passato aveva discusso della centralità del fenomeno di "sudden stop" nella genesi della crisi dell'eurozona.

Oltre alla "diagnosi", rimane poi l'aspetto relativo alla terapia, e spero davvero che avremo tempo e modo di discutere l'aspetto a mio avviso centrale: i cambi flessibili sono meglio o peggio?

Altrimenti temo che il dibattito possa risultare riduttivo: ad esempio, limitarsi a discutere eventuali "dividendi dell'euro" non ci aiuterebbe a capire quale sia la strategia da decidere in questo momento..

una cosa che non ho mai capito, a leggere molti anti-euro, è questa:
come si fa a sostenere che è l'euro ad aver diminuito i tassi, creando quindi le condizioni per afflusso di capitali - bolle - sudden stop, e poi contemporaneamente sostenere che i tassi non son diminuiti per merito dell'euro, diminuivano ovunque, ergo non esiste alcun dividendo dell'euro?
sono due visioni che si contraddicono a vicenda.
buono a sapersi che krugman almeno sostiene soltanto la prima, almeno. vero?

Ottima osservazione, devo dire che (almeno in parte) sono d'accordo con lei.

Sinceramente non mi ricordo di aver mai sentito Bagnai intervenire sul discorso relativo al "dividendo dell'euro", ma sono abbastanza sicuro sul fatto che condivida sostanzialmente l'analisi di Krugman che ho citato. Al contrario Borghi, ad esempio, ha sempre sostenuto che i tassi stessero scendendo in tutto il mondo indipendentemente dall'esistenza dell'euro.

Anche in questo caso, non ritiene che sia possibile che la verità stia nel mezzo? Ovvero che i tassi stessero scendendo in tutto il mondo indipendentemente dall'esistenza dell'euro, e che per altri motivi (eliminazione del rischio di cambio, parziale convergenza dei tassi di inflazione) anche l'esistenza della moneta unica abbia contribuito a ridurli ulteriormente, in quei Paesi europei che poi sarebbero entrati in crisi?

Qual è l'argomento per cui se "i tassi scendono in tutto il mondo" allora "la differenza tra il tasso pagato dal paese X e quello pagato dal paese Y diminuisce"?

Forse

Pietro Puricelli 11/8/2013 - 14:33

Forse è una questione di domanda e offerta, quando l'investitore vede calare i rendimenti cerca alternative apparentemente poco rischiose e questo ha come conseguenza un avvicinamento dei tassi.
Se le alternative improvvisamente sembrano diventare più rischiose ( rischio di uscita dalla moneta unica con svalutazione ) c'è la fuga degli investitori.
Chi lo nega come Borghi mi sembra intellettualmente disonesto.

sempre da ignorante qual sono, la cosa mi sembra verosimile.

il punto fondamentale, come mi pare dica anche monicelli qui sotto, è che nella storia del ciclo di frenkel manchi qualche dettaglio.

cioè: il paese che entra in un'unione monetaria, o si pegga ad una valuta forte, lo fa per un preciso motivo, cioè quello di "importare credibilità", o di stoppare iperinflazione o situazione potenzialmente iperinflattiva. a questo punto, effettivamente, la riduzione dei tassi fa due cose: garantisce un dividendo, E crea le condizioni per bolle e sudden stop successivo. SE il paese cialtrone, come italia o argentina o molti altri, utilizza il dividendo come "tesoretto" da spartire amabilmente tra le varie clientele, e non si cura di altro, il ciclo di frenkel prosegue ecc. ecc. ma tutto dipende da quel "SE".

arrivato all'eventuale crisi, il paese a questo punto vede conveniente uscire dal cambio fisso. lo fa, respira, e la questione si ripropone ugualmente. e così via.

Ma il solo fatto di rimuovere il rischio di cambio a lungo termine non potrebbe essere già un motivo sufficiente ad innescare la capital flow bonanza?

Il problema del "dividendo dell'euro" non è la sua esistenza, è la sua quantificazione: quanto ha contribuito l'eliminazione del rischio di cambio (e quindi la maggiore domanda estera) a ridurre il tasso di interesse sui btp? Quanto hanno contribuito altri fattori esterni?

Impossibile dire se cambi flex o fissi siano meglio. Dipende dalla struttura dell'economia del paese, dagli shock che colpiscono il paese, dall'elasticità di sostituzione

Possiamo azzardare così:

1. Cambi fissi sono utili (molto utili) per paesi che EX-ANTE debbono importare credibilità. Ed è il motivo principale per cui l'Italia ha aderito all'euro

2. Ovviamente se un paese come l''Italia spreca l'occasione di importare credibilità (e poter quindi ridurre contemporaneamente debito pubblico, inflazione, e tassi di interesse), è chiaro che EX-POST i cambi flessibili sembrano attraenti. Perchè offrono una boccata di ossigenocEX-POST

3. Generalmente la letteratura parte dalla tesi di Friedman secondo cui cambi flex sono sempre meglio. Perchè permettono aggiustamenti del tasso di cambio REALE anche in presenza di rigidità nominali dei prezzi.  Ma la letteratura neo-keynesiana moderna ha molto riconsiderato il ruolo di cambi fissi. Ed è comunque uscita dalla contrapposizione flex vs fixed, suggerendo che il cambio possa/debba  essere "managed" in un'ottica di gestione ottimale della politica monetaria. Posso linkare paper tecnici su questi punti,ma non so se sia il caso.

4. Detto questo, l'euro è un sistema di cambi irrevocabilmente fissi. E' una currency area. All'interno di una currency area, come negli USA, convivono areee economiche con competitività diverse. Usando la stessa logica estrema dei cambi flessibili come strumento di recupero di competitività , se tornassimo alla lira, poi il Sud Italia dovrebbe uscire dall' "area valutaria della lira", perchè non in grado di reggere il gap di competitività.

 

 

 

 

Ma anche qui, come detto nel post. Dobbiamo considerare l'euro una sciagura perchè ha indotto (attraverso canali molteplici, anche incluso un effetto di irrational exuberance sulla crescita della produttività nella periferia) un afflusso di capitali verso le aree meno sviluppate dell'Europa? Poniamoci piuttosto il problema di come gestire in modo ottimale i K flows all'interno di una unione monetaria. Ma perchè questo deve voler dire tornare indietro con tutto il sistema dell'euro? Andiamo avanti no?

Sono d'accordo con lei, e mi sembra utile adottare un approccio del tipo "inutile piangere sul latte versato". Il problema di fondo è che, pur volendo mantenere un approccio "laico" riguardo all'utilità di far parte di un'unione monetaria, bisognerebbe non soltanto chiedersi se sia stato effettivamente un bene per la nostra Nazione aver importato quella "credibilità", e quei capitali, durante lo scorso decennio. Il problema è quale prezzo stiamo pagando ora che la "bolla" é scoppiata, e capire come uscirne.

Quale sarebbe, a suo parere, la soluzione per poter permettere alle economie periferiche di recuperare competitività? Anche riguardo a questo tema, si sentono infatti numerose opinioni. Risulta piuttosto evidente il fatto che Germania ed alleati si oppongano strenuamente ad ogni tipo di mutualizzazione del debito (eurobills, eurobond) e ancor meno sembrano disponibili ad accettare quella reflazione relativa che permetterebbe alle economie "periferiche" di recuperare quel differenziale di inflazuione che, secondo Krugman, rappresenta la causa sostanziale della perdita di competitività di queste ultime.

Oppure ritiene che la drammatica deflazione in corso nelle economie "periferiche" sia una strategia alla lunga sostenibile, e soprattutto efficace? Non mi sembra che in Grecia stia dando grandi frutti, mi corregga se sbaglio.. Ma immagino che siano tematiche "calde" che potrebbe voler riservare per i futuri post.

- la Germania ha tratto vantaggio dall'unione monetaria anche in termini di produttivita, a danno dei paesi periferici, adottando politiche di svalutazione competitiva di fatto violando i trattati sottoscritti.

Evidentemente questa "svalutazione competitiva" deve essere un concetto molto elastico e non connesso a fattori di cambio (valuta) visto che la germania sta nell'euro come noi. Mi piacerebbe quindi capire tramite quale violazione (e come) abbia fatto la germania. A me risulta che molto semplicemente abbia fatto le riforme (vedi agenda 2010) ma che importanti riforme siano state fatti anche nel regno unito (prima con Blair ed ora anche con Cameron) ed in altri paesi, vedi la Svezia. Insomma la colpa sarebbe dei paesi che hanno fatto riforme per tornare ad essere competitivi? Per me la responsabilità è di chi in 20 anni non ha fatto le riforme. Comodo ora (e secondo me demagogico e puerile) dare la colpa all'euro ed alla germania.

"Riforme"

PZ 11/8/2013 - 09:38

La critica che si fa a questo discorso, che è molto mainstream su stampa e media (non a caso), è che le "riforme" altro non sono che riduzioni dei margini del salario a favore di competitività e profitti, e che non necessariamente comportano - in condizioni normali - aumenti di competitività. Ogni discussione in merito dovrebbe partire da questa contrapposizione. Altro che demagogia, questa è una questione politica, oltre che economica, fondamentale! Puerile è non avere uno spirito critico nei confronti di ciò che è propagandato dalle classi dirigenti. Saluti.

Quindi immagino che i poveri lavoratori tedeschi sfruttati dal capitale stiano emigrando in massa dove i salari sono intoccabili, tipo Italia.

Piu che dall'euro dovremmo uscire dalla CE per poter arginare questa massa di immigrati senza arte ne parte :P

Recentemente è uscito un lavoro di Sebastian Dullien intitolato "A GERMAN MODEL FOR EUROPE?", nel quale si evidenzia come le riforme attuate dal governo Schroeder nei primi anni duemila, oltre che condurre la Germania su di un sentiero di crescita non sostenibile sul lungo periodo, se adottate simultaneamente da tutti i paesi dell'Euro Zona, finirebbero per fare implodere la stessa.
E' interessante anche notare che la Germania, con Agenda2010 abbia ridotto i propri investimenti in R&S e nell'istruzione. L'esatto opposto di quanto dovremmo fare noi.

Spero che il riferimento possa contribuire al dibattito.
Gianluca

In effetti c'è un forte afflusso di cittadini tedeschi verso la Svizzera negli ultimi anni, tanto che sono al primo posto nei saldi migratori, e  non tanto perché i salari elvetici siano intoccabili ma perché sono elevati e le condizioni di welfare sono notevoli. E la Svizzera, che aderisce a schengen, nulla puo' farci (è già fuori dalla UE e dall'Euro).  Seguono portoghesi, francesi ed italiani. In effetti questo dell'emigrazione è un buon marker   per capire da dove si scappa e dove si sono le condizioni migliori.

A proposito di cambi fissi, anche il Franco svizzero, teoricamente fluttuante in modo libero, è ancorato all'euro, per lo meno nel limite da non superare  (1.20 CHF per 1€) per non danneggiare le esportazioni quando il franco è forte o le altre valute sono troppo deboli.

Ecco, appunto. Meglio cambi fissi o flessibili?

Non so che dire. Per una valuta forte (notoriamente bene rifugio) come CHF è chiaro (almeno per me) che il suo essere forte è perchè le altre valute sono deboli e dopo essersi disancorate dall'oro stampano carta a go-go, svalutandosi. Tuttavia  questo essere valuta forte danneggia le esportazioni e quindi la produzione di PIL ed i livelli occupazionali.

Una certa stabilità, o ambito di fluttuazione, è desiderata. Piccoli paesi competitivi legati fortemente come import/export a grandi aree economiche tendono ad ancorarsi a quella valuta perché i vantaggi superano gli svantaggi.  Pero' bisogna saper essere competitivi. Se non lo si è si va a rotoli, ma non certo per "colpa" della divisa.

Non sequitur

Babbeus 12/8/2013 - 22:41

Quindi immagino che i poveri lavoratori tedeschi sfruttati dal capitale stiano emigrando in massa dove i salari sono intoccabili, tipo Italia.

Ci sono un po' di cose da chiarire: (1) La Germania partiva da salari nominali e reali superiori all'Italia quindi poteva ridurli consistentemente anche senza andare sotto ai nostri. Eventualmente i lavoratori tedeschi avrebbero potuto ottenere salari maggiori trasferendosi in Francia o in UK. (2) Quello che conta ai fini dell'incremento di competitività è la variazione del salario non il salario assoluto. (3) Quando emigri oltre al salario medio devi guardare a cose come prospettive occupazionali, barriere culturali e linguistiche. (4) Contenendo la crescita dei salari nominali i tedeschi hanno contenuto l'inflazione, quindi c'è da tener conto anche di differenze nel costo della vita che sono a vantaggio dei residenti tedeschi.

D'accordo, ma rispondevo ad un post che affermava che le riforme non sono altro che compressione dei salari.Ammetto che il tono è stato influenzato da tanti commenti letti sulla moderazione salariale tedesca che presentano la germania del 2013 come una via di mezzo tra il vietnam di oggi e la Londra di Dickens, ed il post di PZ meritava più rispetto.

In realtà da che ricordo la Germania non ha affatto ridotto i salari, li ha semplicemente aumentati meno della produttività, che è quello che suggerisce di fare il buonsenso oltre alla teoria economica.

In UK  (dove la svalutazione della sterlina ha depresso i salari ben più che in germania) di immigrati tedeschi se ne vedon pochini, quasi tutti bancari, dai piigs arrivano a frotte e di tutte le estrazioni sociali.

Perchè mai? Riformare il sistema giudiziario (con riforme vere, quelle micro, che allineano gli incentivi dei tribunali) vuol dire svalutare i salari dei lavoratori? Creare un vero mercato dei capitali in Italia vuol dire svalutare i salari? Aprire alla concorrenza il settore non-traded vuol dire svalutare i salari?  Riformare scuola e università veramente vuol dire svalutare i salari? Io veramente vedo solo fumo ideologico  e confusione. Sempre solo questa retorica insopportabile di "riforme = comprimere salari per colpire lavoratori a vantaggio di capitale e profitti". E' incredibile l'onda lunga degli anni 60-70 in Italia. Impedisce di guardare con lucidità al dramma del declino del nostrro paese

Del fumo ideologico

PZ 12/8/2013 - 10:12

Caro Prof. Monacelli, le rispondo su un piano diverso da quello di studente-professore, nel quale mi sono posto istintivamente nel post qui di sotto cui magari, a un certo punto, mi risponderà. Anche perché credo che la disciplina economica, come scienza sociale, abbia dei limiti nell'analizzare alcuni aspetti della società per cui altre lenti e altre narrative, per quanto probabilmente meno rigorose, si rendono necessarie.

Io sono d'accordo nel fare le riforme “micro” che lei elenca (mi piacerebbe anche che fossero accompagnate da studi empirici di valutazione del programma, e non solo da un impianto teorico-analitico). Tuttavia, credo che esista una certa ingenuità da parte sua, come probabilmente di altri suoi colleghi, nell'interpretare le reali intenzioni delle classi dirigenti che hanno [avuto] in mano, ad esempio, la creazione dell'unione monetaria europea oppure la politica macroeconomica italiana finalizzata convergenza alla medesima.

La gestione di questi processi da parte dei gruppi di potere è stata a mio modo di vedere orientata nel senso dell'estrazione di rendite, per dirla con la terminologia economica, o per l'aumento dei margini di profitto del capitale, per utilizzare un linguaggio più marxista. Il problema fondamentale è se all'interno del quadro politico, normativo e macroeconomico messo in piedi in questi ultimi anni sia possibile fare un discorso, chiamiamolo pure autenticamente “liberale”, per il quale riforme volte all'aumento di efficienza e produttività dell'economia non siano politicamente condizionate a una narrativa che imponga come necessarie altre “riforme” che comprimano il salario a vantaggio dei profitti con la motivazione della concorrenza internazionale, come si è fatto in Germania (dove poi non mi pare si siano fatte tante delle riforme che lei elenca, visti i problemi “micro” che ci sono anche lì).

A mio modo di vedere questo punto è affrontato più adeguatamente da political economists o economisti “ibridi”, anche nell'interno dell'accademia americana, i quali più chiaramente vedono il punto degli effetti che hanno i conflitti d'interesse nel definire i rapporti economici; da approfondire anche nel dibattito italiano sarebbe il punto di Dani Rodrik per cui la politica macroeconomica propugnata dalle elites europee, per quanto [neo-]liberale nell'impianto ideologico, sia invece nei fatti mercantilista.

Io voglio, come programma minimo diciamo così, un'Italia e un'Europa votate ai principi base della efficienza economica, con un mercato del lavoro unico, non duale in cui agli aumenti di produttività siano corrisposti aumenti di salario adeguati, in cui la politica macroeconomica sia equilibrata nel contrastare tanto l'inflazione quanto la disoccupazione (sì, lo so cos'è la coincidenza divina, anche se l'espressione mi fa sorridere), in cui il mercato dei capitali funzioni pure in maniera efficiente (e quindi sia supportato da un'adeguata struttura monetaria), e in cui la politica non debba redistribuire risorse dal basso verso l'alto per sopperire ai fallimenti di quest'ultimo, ma dall'alto verso il basso per considerazioni di equità e come risultato del processo democratico. Allo stesso tempo, si fanno pure tutte le riforme “micro” che lei ha citato.

Le sembra un retaggio dei radicali anni '60-'70 questo? A me pare un programma molto liberale, moderato. Invece il problema, che a mio modo di vedere ostacola pure il successo delle “riforme” che vuole lei, è che l'Italia e l'Europa di oggi, come vedono molto chiaramente, per capirci, dall'altro lato dell'oceano, sono ostaggio di un'ideologia reazionaria, autoritaria, corporativa e illiberale, per cui si deve fare “concorrenza alla Cina” comprimendo i salari, per cui la disoccupazione giovanile al 30-40-50% e oltre è accettabile se si deve difendere a tutti i costi il valore della moneta, per cui i fallimenti bancari causati dai movimenti internazionali di capitale e dall'ingegneria finanziaria sono coperti con il reddito dei contribuenti, e infine per cui l'austerità economica è imposta ai popoli al fine di difendere l'intero quadro scricchiolante, e la ricchezza e i profitti di pochi. Infine, ipotizzerei pure che per mantenere il consenso per un sistema di questo tipo, in Italia si sia creato un blocco politico che difende quelle tante piccole rendite che lei vorrebbe abbattere. Faccia un po' lei.

Molto di ciò che lei dice è condivisibile. Ripeto ancora. Mio post non è difesa dell'euro tout court. La UME così come è costruita non reggerà ancora molto. Siamo in mezzo al guado. Si può decidere di andare avanti, con tutti gli sforzi e costi che ciò che comporta, o di tornare indietro, verso una sponda più sicura e rassicurante. Io sono per andare avanti. Questo vuol dire difendere l'euro tout court? Assolutamente no. Ma sentire che euro è da buttare perchè ha causato il declino di produttività del paese (o peggio: che siccome siamo in declino di produttività allora dobbiamo abbandonare l'euro per usare le svalutazioni competitive) mi induce a scrivere post come quelli che ho scritto. Perchè per sostenere tesi così forti come euro-exit bisogna almeno essere credibili.

 

...faccio solo notare che il successo delle tesi di Bagnai non è dovuto al punto sulla produttività, che dallo stesso Bagnai - come da Francesco Daveri - è ritenuto una questione problematica, di certo secondaria, ma meritevole di studio più attento (cosa che ritengo anch'io, che m'interesso di microeconomia dell'innovazione, vedere post qui di sotto, pur dubitando che possa esserci alcun effetto rilevante).

Invece, il successo delle tesi dell'euro-exit è dovuto soprattutto all'analisi strettamente macroeconomica e poi politica, nel senso dell'inevitabile conseguenza delle politiche di austerità, e quindi della recessione, che il quadro macroeconomico dei cambi fissi e il blocco politico di governo dell'euro comportano. Il che se mi permette, in un Paese frustrato da declino e disoccupazione dovuti a politiche macroeconomiche di merda, mi passi il francesismo, è comprensibile se non legittimo.

Alla fine della fiera in teoria potremmo avere pure produttività stagnante ma difendere la stabilità finanziaria e macroeconomica del Paese col cambio flessibile (cosa c'è di male in linea di principio? La replica "Perché nessuno ha detto che la svalutazione salariale tedesca è immorale?" è molto forte). Nessuno pensa che uscire dall'euro e svalutare porterà al boom della produttività, ma tutti sospettano che all'interno di questo quadro soffocheremo e basta, e chi li fa gli investimenti per far aumentare la TFP in questo quadro di recessione e credit crunch?

Aggiungere che il discorso per cui questo quadro macroeconomico risulta utile come "vincolo esterno" (un concetto che nasce in politologia) per imporre politiche micro sbilanciate negli effetti distributivi non solo rende il discorso particolarmente retoricamente coerente e convincente (anche se forse sbagliato, perché limita lo spazio per le riforme davvero necessarie!), ma soprattutto lo rende molto robusto rispetto a critiche del tipo "risolviamo la crisi facendo le riforme".

Continuare a focalizzarsi sul punto della produttività e sulla necessità delle riforme "strutturali" (termine scivoloso, vedi sopra) o dei cambiamenti "istituzionali" da un lato sembra un voler schivare il problema, dall'altro costituisce una sconfitta implicita intellettuale, nonostante tutte le differenze metodologiche e accademiche, rispetto al campo anti-euro. Bagnai sarà stato contentissimo nell'aver letto questo post: da un lato è stato riconosciuto come interlocutore degno di un confronto sui livelli professionali più propri (dopo i primi goffi tentativi di screditarlo qui su NfA), dall'altro conferma implicitamente gli stereotipi ch'egli costruisce su una parte dei suoi "avversari", in questo caso, gli "ekonomisti kollaborazionisti" come forse scriverebbe, in questo che sembra sempre più un gioco di ruolo un po' puerile.

Sarei d'accordo anch'io, in linea di principio, sull'idea "andiamo avanti, non torniamo indietro": ma come fare? Sappia Prof. Monacelli che Bagnai ha già gli slogans pronti: ("Più Europa: un bavarese già si lamenta di trasferire reddito a un sassone, figuriamoci a un calabrese o a un cretese.") Sino ad ora, ho letto proposte chiare e coerenti solo da chi vuole la fine dell'euro. E sappia che la moderazione salariale come risposta - o anche solo la crescita della produttività non accompagnata alla crescita del salario - qui in Italia e negli altri paesi latino-mediterranei è politicamente inaccettabile, com'è chiaro a tutti i commentatori internazionali.

Ribadisco con lei, Prof. Monacelli che è un macroeconomista, ciò che ho già chiesto al Prof. Bisin: serve un post di NfA sugli aspetti propriamente macroeconomici della crisi dell'Euro. Una discussione seria che metta tutte le carte sul tavolo, facendo anche concessioni al fine di rendere questo dibattito più sereno e utile alla collettività e al Paese.

Guardi. Se neanche cercare di essere pacato, prendendo le tesi altrui seriamente (e criticandole) seve a qualcosa, mi dica lei che cosa si deve fare. Se Bagnai viene bollato come becero, non va bene. Se viene discusso in modo "scientifico", lo si fa solo contento, e non va bene lo stesso. Prenda lei quello che vuole prendere dal post. Dal mio punto di vista è solo strettamente un modo di mettere in discussione (decida il lettore quanto) la credibilità scientifica di un signore che si è fatto capofila di tesi strampalate.

Sino ad ora, ho letto proposte chiare e coerenti solo da chi vuole la fine dell'euro.

puoi linkarne qualcuna? per quanto abbia cercato, non ne ho trovato una che spieghi come uscire e che spieghi in maniera soddisfacente come gestire la transizione. battono  sulla svalutazione che è solo il terzo scalino. grazie

...ad esempio su Goofynomics ne linkano varie, non ho avuto però il tempo per leggerle con attenzione. Tutte naturalmente prevedono un temporaneo blocco ai movimenti di capitale per decreto, come si è fatto a Cipro.

Guardi, innanzitutto, io intendevo per "proposte chiare e coerenti" tutto l'impianto di interpretazione della crisi (con l'eccezione appunto della spiegazione del declino di produttività), metodo di risoluzione e strategia di governo futuro dell'economia italiana (anche se ritengo che ad es. Bagnai sottovaluta la necessità di una politica monetaria attenta al problema di time consistency), non semplicemente "come si esce dall'euro".

Secondo, io non ritengo che uscire dall'Euro sia un problema strettamente tecnico, è più che altro un enorme problema politico, a causa dei blocchi di interesse e potere strettamente legati a questa esperienza, la risoluzione del quale fa apparire l'aspetto tecnico banale. Non mi dilungo naturalmente su questo punto.

Poi, sono d'accordo col Prof. Monacelli nel dire che uscire da un'area valutaria non è uguale a svalutare, ci sono conseguenze "dinamiche" molto più ampie. Però dovremmo considerare anche la situazione drammatica in cui ci troviamo, e il fatto che le persone che lavorano nei mercati "mica so' fessi", e sanno che in queste condizioni l'Euro non è sostenibile, come scrive il Prof. Monacelli, e che hanno scommesso sulla sua rottura (secondo molti, portando così all'aumento dello spread) per cui potrebbe anche darsi che vedano l'uscita come un (salutare?) "ritorno alla normalità". Perché non ne discutiamo a livello teorico?

Infine, se proprio vuole conoscere nei dettagli un piano tecnico di uscita dall'euro, si rivolga in Banca d'Italia. Se ha le conoscenze giuste, probabilmente le mostreranno il "piano B" di cui si è tanto vociferato (Tremonti, De Bortoli).

Saluti

P.S. Mi riferisco ora in particolare al signor Caldarella: ho raggiunto il limite dei tre commenti giornalieri, le risponderò successivamente. Mi dispiace non potermi firmare per nome e cognome, solitamente lo faccio, ma non è consigliabile per me dal punto di vista professionale farlo in questo contesto, nella misura in cui voglio discutere in questo contesto in tutta franchezza e con la curiosità e l'apertura mentale che spero di riuscire a manifestare.

l'euro ha probabilmente aggravato i nostri problemi di produttività, ma non è la ragione principale per cui è necessaria la sua distruzione. hai attaccato un punto totalmente marginale. peccato. poi per sperare che l'unione monetaria si trasformi in qualcosa di sensato ci vuole tanto ma tanto ottimismo. l'euro si dissolverà. e lo farà nel modo peggiore per noi (italiani). questo anche perché molti economisti confondono le speranze con la realtà. non è la prima volta che gli economisti cercano di adattare la realtà alle proprie speranze. In URSS è finita male, ma nei mesi precedenti il grande crollo si disquisiva di riforme e di mancanza di produttività. perché abbandonare il grande sogno socialista, dicevano, quando solo qualche riforma può migliorarlo, e educare il popolo allo spirito di sacrificio rivoluzionario. EURSS reloaded

saluti

m.

historia

maresp 12/8/2013 - 23:44

mi permetto poi di sottolineare come, in europa, tutti i tentativi di unificazione, fatti con la forza, con la diplomazia, con l'unione dinastica, sono risultati di breve ed effimera durata. inoltre dovreste riflettere su questo punto importante: tanto più si cercherà di sopire e/o mortificare l'orgoglio nazionale, tanto più questo riemergerà fuori con violenza, aprendo degli scenari poco rassicuranti. mi sembra che voi intellettuali del più europa sottovalutate la storia e pensate che "questa volta è diverso" con troppa superficialità.

buona notte

m.

Preferiamo faticare, andare in palestra, e a correre per perdere peso; oppure preferiamo tornare a fumare per tenere il peso (=produttività) sotto controllo? Tutta qui la differenza. Tornare a fumare è facile, e dà benefici immediati, ma non risolve il problema. Andare a correre fa faticare molto all'inizio, ma dà benefici di lungo periodo. A me sembra abbastanza ovvio.

Mi permetto - sono un

Jo 12/8/2013 - 22:59

Mi permetto - sono un ignorantone - di supporre una spiegazione più antropologica alle tesi anti-euro. E' come se unita alla pretesa di giustificazioni tecniche, nelle tesi anti europeiste, ci fosse (o potrebbe esserci) la 'consapevolezza', tutta da dimostrare, che l'italiano medio non è, e non sarà mai capace di rimboccarsi le maniche. Non ne ha l'interesse, vive di turismo, ha il mare, non conosce il sacrificio del lungo termine, e può darsi che tutti o quasi i Piigs posseggano queste caratteristiche. La svalutazione potrebbe dare questi vantaggi pratici. Questo potrebbe essere un altro argomento? Grazie.

Credo, tristemente, che lei abbia ragione. Ma da economista vedo una interpretazione diversa. Fare le riforme non è un "equilibrio" politicamente feasible per l'Italia (e politicamente nel senso di political economy of reforms)

 

Mercantilismo

Babbeus 12/8/2013 - 22:55

Puoi trovare maggiori informazioni sul mercantilismo tedesco ad esempio qui.
Una delle leve usate dal governo tedesco per svalutare i salari è stata questa: introduzione di forme contrattuali a bassissimo costo (minijob) integrabili con sussidi statali. Sarebbe stato impossibile assumere tanti minijobber senza l'integrazione con i sussidi (sarebbe stato fuori mercato), invece le aziende tedesche hanno potuto avere questi costi fuori mercato grazie ai sussidi, cioè di fatto sono state aiutate dallo stato (spesa pubblica) a tenere i costi e i prezzi bassi. Gli aiuti di stato a tappeto alle aziende nazionale sono equivalenti a dazi su prodotti importati.