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Euro, domanda, e produttività: un viaggio nel mito. Parte 1

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Micro vs. Macro

PZ 11/8/2013 - 09:22

Grazie Prof. Monacelli per quest'esposizione. Non dev'essere stato facile: il discorso è poco adatto a un post di blog. Sono un economista in formazione e mi sono molto appassionato al dibattito in questione: credo che tutti abbiano qualcosa di rilevante da dire e un dialogo serio e sereno (non ciò che si è visto su Twitter) sia la cosa migliore.

Dunque, sul tema del post, attendo con ansia la seconda parte, rendendomi conto che questo primo post riguarda essenzialmente obiezioni di tipo teorico e "macro". Vorrei esporle alcuni commenti:

a) sebbene sia giusto chiarire i punti sull'endogeneità, l'approccio di equilibrio, i problemi di misurazione, la necessità di un modello strutturale etc. non vedo una difficoltà enorme nel postulare una relazione del tipo KV in un'ottica più "moderna" se, a livello micro, una minore domanda diminuisce gli incentivi alle imprese a innovare / fare adeguamento tecnologico / etc., causando un minore accumulo di TFP nel tempo. Tuttavia questo richiede uno shock persistente alla domanda, del tipo appunto di un continuativo apprezzamento del cambio reale italiano (una storia del tipo "la Germania ha fatto una continuativa svalutazione dei salari"), sulla cui plausibilità empirica immagino lei discuterà nella seconda parte.

b) Credo che vadano discussi di più i microfondamenti di una relazione di questo tipo, visto che dall'ottica della microeconomia dell'innovazione, non è affatto una cosa senza senso. In tal caso, mi pare che i rendimenti crescenti siano più un'assunzione ad hoc, un risultato piuttosto che una spiegazione microeconomica.

c) A riguardo, potrebbe postare gentilmente dei riferimenti sulla "tensione" tra proprietà di scala a livello micro vs. macro?

d) Anche se mi rendo conto che a livello statistico non è semplice da dire, secondo lei l'inversione di ciclicità tra produttività del lavoro e reddito vale anche per l'Eurozona o, più ristrettamente, per l'Italia? A occhio (senza fare alcuna analisi) questo non è semplice da affermare; anzi i dati degli ultimi anni sembrano suggerire il contrario (anche se qui si entra in un problema di misurazione della produttività / dati in cui non voglio entrare ora: prendiamoli per buoni).

Personalmente ho l'impressione che un effetto del tipo KV esista, ma sono più dubbioso del fatto che sia quantitativamente rilevante rispetto, ad esempio, ai limiti che incentivi e istituzioni pongono sul sistema produttivo italiano. Proprio per questo però bisognerebbe discutere la questione e misurare accuratamente - se possibile - l'effetto.

Infine, mi aspetto da questa serie di post di NfA uno che affronti l'aspetto più propriamente di economia monetaria internazionale dell'euro e relativo agli squilibri di partite correnti / movimenti di capitale, visto che su NfA la questione è stata finora abbastanza ignorata. Ancora più importante a mio modo di vedere è correggere il tiro sul discorso "la Germania ha compiuto una svalutazione salariale", su cui i precedenti post di NfA sono stati abbastanza... poveri, per usare un eufemismo. Non mi riferivo alla confusione tra salari nominali e salari reali, ma al post successivo (quello cui non è seguita una seconda parte): a un certo punto si dice:

"In altre parole, grazie a salari gia' elevati (a loro volta dovuti a produttivita' gia' elevata) i tedeschi possono oggi permettersi moderazione salariale in aggiunta ad aumenti di produttività per guadagnare competitività nell'area Euro."

già è un passo in avanti rispetto a negare la questione (visto che i primi a dire che la moderazione salariale è il cuore della competitività della Germania sono proprio le classi dirigenti tedesche), ma non vi pare imbarazzante come affermazione (ortografia a parte)? Implicitamente, questo vuol dire che l'Italia per risolvere i propri problemi dovrebbe trovare una qualche bacchetta magica per far crescere la produttività senza far crescere i salari allo stesso ritmo, il che è inaccettabile non solo perché contrario a considerazioni di efficienza rispetto alla teoria economica, ma è anche ingusto! (Incidentalmente, questo rende la discussione sulle cause del declino della produttività italiana in un certo senso irrilevante rispetto alla questione Euro sì / Euro no.)

Che logica c'è nel dire che "a livello micro, una minore domanda diminuisce gli incentivi alle imprese a innovare / fare adeguamento tecnologico / etc., causando un minore accumulo di TFP nel tempo" , probabilmente la mia visione della microeconomia è abbastanza aneddotica, ma ho l'impressione che la frase in questione confonda gli incentivi con le risorse, se un impresa di fronte ad un calo della domanda potrebbe avere meno risorse da investire, all'atto pratico si trova ad avere grossi incentivi a farlo, perchè innovazione e aumento della produttività significano maggiore competitività e le imprese meno competitive sono quella a rischio di estinzione.
Per fare una banale osservazione la mia impressione è che la Germania di fronte a stipendi più alti di quelli che la sua produttività poteva sostenere senza mandare a ramengo le imprese ha dato una raddrizzata al sistema, facendo quindi una cosa giusta e conveniente, chi ha lasciato crescere i salari più della produttività ha drenato risorse dalle imprese con il mito dei profitti da togliere ai capitalisti cattivi, e adesso se ne pagano le conseguenze.
Cosa è più giusto?

Si dovrebbe fare un discorso più preciso, probabilmente scrivere un modello: sono d'accordo. Faccio solo notare che gli incentivi a innovare esistono sempre, e gli investimenti in R&D o adeguamento tecnologico danno effetti di lungo periodo, per cui è difficile postulare una relazione micro-macro tra le due cose.

Ciò a cui pensavo non è tanto un problema di risorse assenti per investire in R&D, punto che mi pare costituisca la microfondazione del discorso di Bagnai (assieme al learning-by-doing) quanto una situazione un tantino più complessa che includa a livello microeconomico la considerazione sull'intensità di utilizzo della capacità produttiva, che è correlata negativamente al progresso tecnologico nei dati microeconomici.

L'idea di base è che se le imprese subiscono un persistente e continuato shock di domanda, sottoutilizzano i propri impianti: che senso ha investire in miglioramenti di produttività, stanti rigidità dei salari e del mercato del lavoro, se ci sono già le risorse per produrre, e queste non vengono utilizzate?

Chiaro è che questo discorso è più valido in un mondo in cui il grosso degli avanzamenti di produttività è dato da adeguamento tecnologico e miglioramenti di efficienza nella produzione esistente (innovazione di processo) più che da investimento formale in R&D e innovazione di prodotto: un mondo meno vicino alla frontiera tecnologica, ma più simile all'Italia di oggi (cosa chiunque parla di produttività nel policy discourse dovrebbe tener conto).

Sulla Germania e la moderazione salariale, credo che tutto il discorso sia viziato dal moralismo di fondo che genera una notevole "falsa coscienza" a chiunque discuta del tema in maniera non laica. I dati e le analisi econometriche dimostrano che la produttività e salari sono cresciuti allo stesso ritmo in Italia e in Francia (più velocemente in quest'ultima) mentre la produttività è cresciuta più dei salari in Germania. Come è perché questo sia successo, quali siano le cause della maggiore o minore produttività in questo o quest'altro paese rileva poco, a questo punto: ciò che conta rispetto alle conseguenze macroeconomiche e al discorso sulla sostenibilità dell'euro è la dinamica relativa dei valori reali, non i livelli o i valori nominali.

Continuo a invocare un post di NfA che affronti gli aspetti propriamente di economia monetaria internazionale della crisi dell'euro.

Come si può dire che sia la "domanda" a determinare l'investimento in R&D? Ma non sarà invece la profittabilità attesa futura? Prendete gli USA, che vengono dal più grande (presunto) collasso della domanda aggregata che si ricordi dalla Great Depression. Ebbene, leggendo il libro di E. Moretti (Berkeley, "The New Geography of Jobs") è oramai chiaro che tutta la ripresa dell'economia americana (inclusi i posti di lavoro) sta venendo dai settori ad alto contenuto di human capital e R&D (IT, biotecnologie, pharmaceuticals, etc..). E allora? Vogliamo pensare che questo boom in settori ad alta intensità di human capital e skill premium sia stato trainato da un precedente boom di domanda? Siamo seri. E' trainato dalle idee, dalla creatività, e soprattutto, dallo skill premium in education (con tutte le fisiologiche implicazioni di disuguaglianza che ciò comporta).

Adoro Keynes. Ma questa idea che un'impresa "non investe in produttività" se non c'è domanda è un mito colossale, una locuzione vuota. Una distorsione dello stesso Keynes.

 

Conosco bene il libro del Prof. Moretti, che è principalmente descrittivo e divulgativo rispetto ai suoi lavori più tecnici (che pure conosco). Il libro non discute di una presunta “ripresa dovuta ai settori innovativi”, ma di un processo di divergenza di lunga durata tra economie locali che, semmai, si sarà reso più evidente dopo la crisi nel senso di quali città siano riuscite a mantenere adeguati livelli di occupazione e quali no. E le faccio notare però come negli ultimi anni tutti discutano di un “ritorno del manifatturiero” (in opposizione ai settori “cool”) negli USA.

Le faccio pure notare come l'impianto analitico del Prof. Moretti, come pure l'orientamento dei suoi lavori di ricerca recenti, hanno al centro l'esistenza di esternalità di rete a livello aggregato, ovvero proprio economie di scala macro che, se vogliamo, assomigliano un pochettino al discorso Kaldor-Vernoorn come lei discute approfonditamente in questo post di NfA. Il libro poi discute della possibilità che fattori istituzionali (idee, creatività etc.), nello spirito dell'analisi della Saxenian (Berkeley) sulla Silicon Valley, possano essere al centro della grande divergenza, ma mi pare che il Prof. Moretti propenda più per una spiegazione nel senso di equilibri multipli dovuti a esternalità di rete e risultati casuali e dipendenti dalla storia. Il premio all'istruzione esiste (è esogeno o endogeno, Professore?) ma l'impianto di economia urbana adottato da Moretti prevede migrazione dei lavoratori con più istruzione verso le città più produttive, per cui non mi pare tanto un fattore esplicativo del successo di un'economia locale.

Infine, sminuire così la discussione sulle determinanti dell'innovazione mi pare in tutta onestà un pochino riduttivo, Professore. Sono d'accordo, lo ripeto ancora, che il discorso per cui sia la domanda a causare l'innovazione mi pare problematico, e che gli incentivi, come io e lei entrambi scriviamo, siano di lungo periodo (rendimenti futuri attesi) ma gli aspetti microeconomici non si riducono certo qui (commento velocemente e inadeguatamente a riguardo qui su). In letteratura esiste una tensione ancora irrisolta tra “demand-pulled” e “technology-pushed” innovation, non esattamente nel senso discusso qui, ma la visione per cui l'innovazione sia una “scatola nera” che nasce dal niente o comunque senza interazioni con l'ambiente economico sembra un po' semplice e... primitiva, suvvia. Assomiglia un po' al dire “la svalutazione risolve tutti i problemi, il cambio reale è sopravvalutato”.

In ogni caso, mi rendo conto che non è un discorso troppo adatto a questo contesto, ma sarei contento di riprenderlo in futuro.

P.S. Paragonare i problemi dell'Italia agli Stati Uniti mi sembra un pochettino inappropriato. Non solo gli Stati Uniti hanno goduto di politiche di sostegno della domanda a seguito della crisi che qui ci sogniamo (indipendentemente dal giudizio sulla loro validità), ma ci sarebbero anche considerazioni meno strettamente economiche da fare, nel senso che è più conveniente e semplice per un paese anglofono orientarsi sui settori sulla frontiera tecnologica. Non a caso l'Europa continentale è ancora concentrata sul manifatturiero.

ma l'impianto di economia urbana adottato da Moretti prevede migrazione dei lavoratori con più istruzione verso le città più produttive, per cui non mi pare tanto un fattore esplicativo del successo di un'economia locale.

Non lo capisco. In caso di successo di un'economia locale abbiamo immigrazione, in caso di insuccesso (o minore successo) abbiamo emigrazione.  Perché non sarebbe esplicativo?

Non capisco il senso del suo post. Moretti ne ha parlato anche in un lungo articolo su la Stampa. Certamente il suo libro è su trend di lungo periodo. Ho solo segnalato un elemento che si poteva trarre dalla sua analisi. E cioè l'interessante evidenza che la gran parte della creazione di posti lavoro sta arrivando in settori (e aree geografiche) con forte componente di R&D e skill premium. Tutto qui. Mi pare molto indicativo che ciò stia avvenenendo dopo la più grande crisi di domanda dalla Grande Depressione. E indicazione del fatto che innovation segue logiche di fondo (human capital, capital-skill complementarity, good institutions) ben diverse dalla ciclicità della domanda. (Se poi lei si vuole inventare un autogoal, lo faccia. Ma francamente non lo vedo.)

Va bene

PZ 14/8/2013 - 12:00

Scusi Prof. Monacelli ma ho interpretato il suo post qui di sopra come dire: "risolveremo tutti i problemi buttandoci velocemente su industrie innovative" che oltre non essere nello spirito del libro del Prof. Moretti mi è parso, per così dire, un pochino irrealistico, e tanto più paradossale considerando che il framework di Moretti prevede economie di scala a livello aggregato, cioè ciò che è discusso come poco probabile da lei nel post principale.

Rispondo anche a Francesco Forti qui di sopra: intendevo dire che non si può prendere il premio [di salario] all'istruzione come causa esogena del successo di una città o zona economica, perché la teoria economica, come la narrativa prevalente dello skill-biased-technical-change, prevede che questo dipenda dalla diversa domanda relativa di diversi tipi di fattore lavoro (skilled vs. non-skilled), ovvero è una variabile endogena. Banalmente, maggiore è il successo di una città / area urbana / economia locale nello sviluppare industrie innovative ed economie di agglomerazione, maggiore sarà il premio all'istruzione e maggiore la migrazione di altri lavoratori bravi.

scusami eh,tu dici di mettere le carte in tavola,benissimo.io,personalmente,con tutta la buona volontà che ci metto nell'analizzare le ragioni ,ed in generale,la prospettiva degli euroexit rimango basito nel vedere sostenute alcune tesi,che leggendo i tuoi post anche tu sostieni.

in italia per essere competitivi bisogna non aumentare i salari come la produttività o a produttività ferma tagliarli.ma casomai è il contrario.in italia i salari sono aumentati ,con l'entrata nell'euro, mentre la produttività rimaneva inchiodata.adesso si tratta di riequilibrare ,invece.agendo sul ulc

 tu dici

 Alla fine della fiera in teoria potremmo avere pure produttività stagnante ma difendere la stabilità finanziaria e macroeconomica del Paese col cambio flessibile

 bene.ma usciti dallo sme(fatto salvo che si trattava di un mondo completamente diverso)la disoccupazione aumentò di botto di 3 punti.perchè ritieni che adesso con cambi flessibili non si possa riproporre questa situazione?i dati non dicono che ci fu una stabilità macro

altra cosa:parli di minore quota di pil che va al lavoro rispetto al capitale.ma dove?dai dati in francia questo non è avvenuto,nè in austria né in belgio né in olanda ecc.

 poi,ultimo punto.spesso gli euroexit sostengono che causa l'architettura dell 'euro le spese sociali siano in diminuzione.ma anche qui,in italia non c è traccia di questo.casomai siamo noi che spendiamo molto e male in alcuni settori e poco in altri.

 ti sarei lieto se volessi chiarirmi questi punti

@Babbeus

è bizzarra questa tesi secondo cui i tedeschi avrebbero ottenuto competitività attraverso i minijobbers.perchè vedi i part time in italia dal 2000 al 2012 sono aumentati più che in germania.com è che noi questa migliore competitività non l'abbiamo avuta?senza considerare il fatto che  una grandissima percentuale di quei lavoratori tedeschi svolge il part time volontariamente.cosa facciamo ,andiamo tu io e bagnai a dirgli che devono impiegarsi per forza a tempo pieno perchè noi dobbiamo pagare le pensioni a gamberale?

a me risulta (dati ocse) che i salari in italia, nel periodo euro, siano aumentati MENO che in germania. siccome l'ocse dà i dati sui salari in full time equivalent, quanto dici sui part-time italiani aumentati più che in germania potrebbe essere buona spiegazione, no?
in ogni caso non vedo proprio come possa esistere l'aumento di competitività tedesco dovuto a diminuzione di salario. infatti, se al tempo t ho un occupato a 1000 e un disoccupato a 0, il salario medio è 1000; se al tempo t+1 ho un occupato a 1000 e un part-time a 500, il salario medio è 750, ma in verità non è diminuito un bel nulla. allora magari si parla di clup, che però è tutto un altro discorso e comprende molte variabili oltre al puro e semplice salario.

in ogni caso, a me pare che quando si ragiona su queste cose, si tende sempre ad aggregare troppo. esempio: a parità di salario medio, aumentare il salario dei lavoratori più utili/skillati/produttivi/quelcheè diminuendo quello di nullafacenti/assenteisti/ecc. non dovrebbe avere effetti su produttività e crescita?

Che i tedeschi abbiano realizzato una svalutazione è un fatto che è visibile dai dati (tassi di cambio reali, crescita del CLUP). La competitività è stata acquisita con compressione dei salari rispetto al resto dell'eurozona. I salari possono essere compressi sia tenendo bassi quelli full time sia tenendo bassi quelli part time, e questa cosa la fai meglio se i part time sono integrati da sussidi statali (perchè il numero di part time che accetta di lavorare per un salario "compresso" aumenta se lo stato integra).

Caro Sig. Caldarella, mi pare che varie tra le sue affermazioni non siano molto supportate, oppure supportabili, dai dati.

1) La produttività in Italia, come ho scritto altrove tra questi commenti, è cresciuta nella stessa misura dei salari, allo stesso modo che in Francia, dove però entrambe le variabili sono cresciute più in fretta. Al contrario, in Germania i salari sono cresciuti meno della produttività.

http://www.voxeu.org/article/going-beyond-mystery-italy-s-price-competit...

2) Io non so se la svalutazione ci aiuterà, oppure no (credo solo che la storia “il mondo è diverso” suona molto “this time is different” à la Reinhart & Rogoff). Vorrei che però gli economisti in Italia, e in particolare i macroeconomisti monetari, discutano in pubblico la possibilità che si faccia: altrimenti agli oppositori dell'euro con minore credibilità scientifica resta campo libero. Riguardo al '92, non ricordo di preciso il dato sulla disoccupazione, ma ad esempio su Goofynomics si insiste molto sul fatto che l'inflazione sia rimasta sostanzialmente stabile e che i tassi d'interesse siano diminuiti (che è coerente con l'ipotesi per cui il mercato prezzasse ex-ante non il rischio default, ma il rischio svalutazione, che è lo stesso che molti dicono oggi riguardo al fatto che lo spread sia dovuto al rischio di ridenominazione). Tuttavia, e qui anche i più accesi oppositori dell'euro argomentano debolmente, non è facile trarre conclusioni da quella esperienza, che pure rifece partire PIL ed economia, poiché la svalutazione fu accompagnata da due misure che ebbero altri e in alcuni casi opposti effetti su salari, occupazione, prezzi, tassi d'interesse: innanzitutto la manovra finanziaria recessiva, e poi lo smantellamento definitivo della scala mobile. Anche qui, dovrebbero essere i macroeconomisti, pur con tutti i limiti dei loro strumenti empirici, a discutere la questione. Gli economisti empirici dicono che c'è un problema di “identificazione”, ovvero quando più teorie possono spiegare gli stessi dati (un problema evidente anche nel punto che fa il Prof. Monacelli nel post, quando dice che non si può utilizzare il reddito o domanda come variabile esogena nel misurarne ipotetici effetti sulla produttività).

3) La quota di reddito nazionale afferente al fattore lavoro è in declino in tutto il mondo.

http://faculty.chicagobooth.edu/brent.neiman/research/KN.pdf

Probabilmente esistono cause strutturali, *probabilmente* dipende anche dalle politiche economiche prevalenti, che in Europa sono state declinate nel senso dello inflation targeting fondamentalista della BCE e del trattato di Maastricht.

4) Mai sentito fare un discorso sulla diminuzione delle spese sociali, al massimo sul fatto che stante la struttura dell'euro e il blocco politico prevalente nell'UE e nei parlamenti nazionali dei paesi periferici, l'austerità diventa quasi sillogisticamente una conseguenza dell'euro (che è vero).

Spero che abbia trovato questa risposta esauriente.

1. la poduttività francese e italiana e cresciuta molto meno dei salari. in questo sito se n'è parlato abbondantemente in passato,ma se non credi a quanto leggi qui penso che draghi mentre parla ai leader ue possa esser ritenuto affidabile  o no (slide 10)?

2. la svalutazione è solo il terzo step del processo di uscita dall'euro. stamparlo in caratteri cubitali e ripeterlo. scusami non ce l'ho assolutamente con te, che anzi discuti in maniera cordiale, ma davvero non se ne può più di discussioni sugli effetti di svalutazioni e cambi flex\fixed senza che prima qualcuno abbia chiaramente mostrato un modo di uscita dall'euro e un modo di gestire la transizione. personalmente non ho trovato nessuno che l'abbia fatto, per questo ti ho chiesto dei link quando hai scritto di aver trovato proposte soddisfacenti al riguardo. En passant, negli anni 90 il prezzo del petrolio era sotto i 40 $ accanto alla svalutazione ci fu un taglio dei salari reali, il mondo era in boom ecc.ecc.

3. il 2% di target sarà anche fondamentalista, ma una bassa inflazione avvantaggia i lavoratori dipendenti.

I salari e la produttività francesi (quest'ultima maggiore di quella tedesca), sono cresciuti più o meno alla stessa velocità, andando di pari passo. In quest'altro articolo si nota anche come la Francia sia in linea con il target di inflazione stabilito dalla BCE (vedere secondo grafico).
Questa è anche la scelta più sensata in un'ottica di lungo periodo, e sarebbe soprattutto al scelta più intelligente se si volesse ridurre gli squilibri intra-Eurozona: far crescere i salari nei paesi core, e contemporaneamente riportarli in linea con al produttività nei pesi periferici. Scegliere solo una di queste opzioni sarebbe dannoso per l'intera area

compatibilmente con i dati a disposizione.

anche a me piacerebbe rivolgermi a lei chiamandola per nome e congnome ,mi accontenterò di signor Potenza.

 da questo grafico risulta che in italia i salari siano aumentati ben più della produttività nel settore dei beni tradables.quindi ,non cambia di una virgola ,si tratta di riequilibrare http://noisefromamerika.org/articolo/ancora-euro-germania-parte-1

è strano che uno come lei, ben preparato, non  ricordi i dati sulla disoccupazione http://www.econstats.com/weo/CITA.htm

 come vede aumentò di 3 punti e la popolazione impiegata diminuì di oltre 1 milione di persone,con debito che passò dal 104 al 120 per poi diminuire con l'adesione all'euro

 La quota di reddito nazionale afferente al fattore lavoro è in declino in tutto il mondo.

 qui sta spostando il tiro signor Potenza ,mi perdoni.prima sosteneva  che ciò fosse causato dalla costruzione dell'euro,comunque andiamo avanti. dai dati eurostat non risulta che il compenso per dipendente nella zona euro sia in declino http://ec.europa.eu/economy_finance/ameco/user/serie/SelectSerie.cfm

anche qui,è veramente strano ,visto che nel post precedente mi pare che lei abbia addirittura ipotizzato il bagnai pensiero in seguito alla lettura del post di monacelli,fecendo riferimento ,inoltre,a dei presunti slogan

se legge bene vedrà che troverà continuamente riferimenti a''l'attacco fascista allo stato sociale''

@ Babbeus

Una delle leve usate dal governo tedesco per svalutare i salari è stata questa: introduzione di forme contrattuali a bassissimo costo (minijob) integrabili con sussidi statali. Sarebbe stato impossibile assumere tanti minijobber senza l'integrazione con i sussidi (sarebbe stato fuori mercato), invece le aziende tedesche hanno potuto avere questi costi fuori mercato grazie ai sussidi, cioè di fatto sono state aiutate dallo stato (spesa pubblica) a tenere i costi e i prezzi bassi. Gli aiuti di stato a tappeto alle aziende nazionale sono equivalenti a dazi su prodotti importati.

 

sul sito dell'ocse c è la definizione di part time:persone che lavorano meno di 30 ore la settimana.ci rientrano anche i minijobs.i part time sono aumentati in maniera rilevante anche in italia ,percentualmente più che in germania.non capisco perchè se 500 euro al mese li prende un tedesco è una leva usata dal governo ,invece se li prende un italiano no(che tra l'altro non beneficia nemmeno delle spese di cui beneficia il tedesco)

poi,vedo che abilmente devia dalla questione di fondo:in germania i part time involontari sono molto meno che in italia.cosa facciamo ,andiamo in germania a dirgli che siccome il governo è stato bravo a rendere il mercato più flessibile e rispondente alle loro esigenze ma a noi questo non piace perchè non ci fa essere competitivi devono impiegarsi a tempo pieno?

 

Le mie scuse

PZ 15/8/2013 - 12:35

Caro signor Caldarella, ricopio quanto scritto sopra: mi dispiace non potermi firmare per nome e cognome, solitamente lo faccio, ma non è consigliabile per me dal punto di vista professionale farlo in questo contesto, nella misura in cui voglio discutere in questo contesto in tutta franchezza e con la curiosità e l'apertura mentale che spero di riuscire a manifestare. Inoltre, il mio account su questo sito è memorizzato così e non posso fare altrimenti, immagino.

Riguardo la sua risposta, non voglio entrare nel merito dei dati, visto che non ha scritto nulla in contraddizione col mio commento qui di sopra, con l'eccezione forse della questione salari-produttività in Italia e in Germania (cosa che comunque dovrebbero TUTTI studiare con più attenzione a livello empirico, e nei dettagli micro e macro).

Sulla disoccupazione le ho già risposto. Sullo "attacco fascista allo stato sociale" ora capisco: prima aveva parlato di spese sociali in senso stretto, mentre un discorso che inquadra la costituzione economica europea nel senso di politiche economiche sfavorevoli ai lavoratori e al salario mi trova fondamentalmente d'accordo. Io non avrei una visione così netta del mercato del lavoro (flessibile = meglio)! La teoria economica e l'analisi empirica ci raccontano storie molto diverse e più sfumate.

Non mi piace tanto la Bagnainomics, ma la Bagnaipolitics mi pare molto migliore.

Saluti

francamente io vedo tanto,tanto  fumo e poco arrosto.

sulla disoccupazione:come vede,aumentò cosi come i tassi d'interesse.comunque, i dati sono lì.

sulla minora quota di pil che va ai lavoratori non c è traccia nella zona euro

su questa costituzione europea che danneggerebbe i lavoratori ,boh?io vedo che nei paesi dove la produttività aumenta i salari aumentano (olanda,belgio,austria,francia ecc -la germania avrà anche aumentato i salari meno della produttività,ma anche se avesse seguito una dinamica più omogenea nel settore tradable  avremmo perso ugualmente competitività)e i lavoratori non hanno problemi.

se si riferisce ai vincoli sul deficit ,alla mancanza di un debito comune, al ruolo della bce,potrei anche prendere in considerazione l'ipotesi ma bisogna dire che a 2 anni di distanza da quella lettera, che indicava semplici modifiche da apportare nulla è stato fatto dal parlamento ed in più con le elezioni di mezzo si è scelto ancora di dar fiducia ad un condannato per il quale si invoca da più parti la grazia, e a grillo.veda un pò lei.

sullo stato sociale vs spese sociale:lo chiami un pò come vuole. lei  ha sostenuto che vorrebbe una distribuzione dall'alto verso il basso,bagnai parla di attacco fascista ,ma le spese sociali (o stato sociale)almeno in italia sono in aumento.a me pare che più di vincolo esterno si dovrebbe parlare di scappatoia esterna ,nel senso che si pretende di scaricare sui contribuenti del nord i problemi del sud.anzichè pensare noi ad aprire gli occhi e a rompere la casta si vorrebbe che fossero tedeschi finlandesi olandesi e francesi ad aiutarci a finanziarla

per quanto riguarda la bagnaipolitics?.fino all'anno scorso magnificava le politiche argentine,che nazionalizzava ,stampava ecc .faccia lei

saluti.

 

Rispondo al punto 3 del suo post perchè è completamente fuori strada. Mi pare un altro dei miti in circolazione.  Lei dice che il trend di discesa della labor share è dovuto alle politiche di inflation targeting della Bce o altre banche.  E' proprio da affermazioni così apodittiche, in cui la teoria economica alle spalle latita,  che nascono i miti. (Non penso certo che lei sia in malafede, per carità).

Che cosa può avere mai a che fare la politica monetaria, che "gestisce" le fluttuazioni cicliche della domanda aggregata, con il trend di lungo periodo della labor share?  Lei probabilmente pensa: siccome la Bce fa "inflation targeting" (so to speak), allora non si cura della disoccupazione. Quindi la labor share tende a declinare.

Ma è evidente la sua confusione tra ciclo e trend! La politica monetaria può solo infuenzare la volatilità di inflazione e/o disoccupazione intorno a determinati valori considerati "target" (ci vorrebbe un post a parte per spiegare sotto quali condizioni questi target coincidono con i valori cosiddetti "naturali").  La discesa della labor share in tutte le economie avanzate è una risultante di forze strutturali sulle quali la politica monetaria non può avere alcun impatto.

Questa idea che "la politica di stabilizzazione può tutto" mi sembra un residuo un pò appannato (e molto limitato) della tradizione keynesiana. E non fa altro che sminuire il portato dell'eredità di Keynes stesso.

È curioso: l'idea per cui le politiche macroeconomiche *possano* (attenzione quando metto due asterischi) avere, forse indirettamente, un effetto di lungo periodo su variabili che tendiamo a concepire strutturali è una cosa su cui sto riflettendo da quando seguo un influente blog americano di ispirazione... libertarian! :)

L'idea di fondo è quella per cui la politica monetaria della FED degli ultimi decenni abbia contribuito a sostenere l'indebitamento e il rigonfiamento dei valori degli assets in maniera squilibrata, e abbia effettuato non solo una redistribuzione di ricchezza dai poveri ai ricchi, ma abbia aiutato anche a sostenere politicamente (via consumi a credito, mutui facili etc.) un cambiamento di regime istituzionale sfavorevole al fattore lavoro negli Stati Uniti (desindacalizzazione, deregolamentazione finanziaria, aumento dell'influenza politica del settore finanziario negli Stati Uniti etc.). C'è una teoria economica solida dietro queste affermazioni? Probabilmente no. Varrebbe la pena estendere l'analisi economica al fine di studiare queste dinamiche, se esistono? Credo proprio di sì.

Poi, siccome siamo economisti e quindi scienziati sociali, non dovremmo considerare le esperienze di singoli paesi come casi isolati: sono convinto che esista una relazione 'politica' nei cambiamenti di politica economica attuati in Europa e negli Stati Uniti a partire dagli anni '80, anche se probabilmente questi hanno agito via canali differenti, ma comunque attribuendo un ruolo alle ISTITUZIONI di politica macroeconomica. Sui dettagli del come e del quando sto ancora riflettendo, mi rendo conto che le due righe che ho scritto in merito possano aver dato adito a interpretazioni distorte.

Nessuna confusione tra ciclo e trend, pertanto: sono d'accordo con lei sulla interpretazione 'da manuale di testo' della politica macroeconomica di stabilizzazione; spero però che lei sia d'accordo con me nel considerare che l'analisi delle cause del declino di lungo periodo della labor share sia meritevole di maggiore approfondimento non soltanto sul presunto lato "strutturale".

Perfettamente d'accordo sulla conclusione