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Euro, domanda, e produttività: un viaggio nel mito. Parte 1

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Del fumo ideologico

PZ 12/8/2013 - 10:12

Caro Prof. Monacelli, le rispondo su un piano diverso da quello di studente-professore, nel quale mi sono posto istintivamente nel post qui di sotto cui magari, a un certo punto, mi risponderà. Anche perché credo che la disciplina economica, come scienza sociale, abbia dei limiti nell'analizzare alcuni aspetti della società per cui altre lenti e altre narrative, per quanto probabilmente meno rigorose, si rendono necessarie.

Io sono d'accordo nel fare le riforme “micro” che lei elenca (mi piacerebbe anche che fossero accompagnate da studi empirici di valutazione del programma, e non solo da un impianto teorico-analitico). Tuttavia, credo che esista una certa ingenuità da parte sua, come probabilmente di altri suoi colleghi, nell'interpretare le reali intenzioni delle classi dirigenti che hanno [avuto] in mano, ad esempio, la creazione dell'unione monetaria europea oppure la politica macroeconomica italiana finalizzata convergenza alla medesima.

La gestione di questi processi da parte dei gruppi di potere è stata a mio modo di vedere orientata nel senso dell'estrazione di rendite, per dirla con la terminologia economica, o per l'aumento dei margini di profitto del capitale, per utilizzare un linguaggio più marxista. Il problema fondamentale è se all'interno del quadro politico, normativo e macroeconomico messo in piedi in questi ultimi anni sia possibile fare un discorso, chiamiamolo pure autenticamente “liberale”, per il quale riforme volte all'aumento di efficienza e produttività dell'economia non siano politicamente condizionate a una narrativa che imponga come necessarie altre “riforme” che comprimano il salario a vantaggio dei profitti con la motivazione della concorrenza internazionale, come si è fatto in Germania (dove poi non mi pare si siano fatte tante delle riforme che lei elenca, visti i problemi “micro” che ci sono anche lì).

A mio modo di vedere questo punto è affrontato più adeguatamente da political economists o economisti “ibridi”, anche nell'interno dell'accademia americana, i quali più chiaramente vedono il punto degli effetti che hanno i conflitti d'interesse nel definire i rapporti economici; da approfondire anche nel dibattito italiano sarebbe il punto di Dani Rodrik per cui la politica macroeconomica propugnata dalle elites europee, per quanto [neo-]liberale nell'impianto ideologico, sia invece nei fatti mercantilista.

Io voglio, come programma minimo diciamo così, un'Italia e un'Europa votate ai principi base della efficienza economica, con un mercato del lavoro unico, non duale in cui agli aumenti di produttività siano corrisposti aumenti di salario adeguati, in cui la politica macroeconomica sia equilibrata nel contrastare tanto l'inflazione quanto la disoccupazione (sì, lo so cos'è la coincidenza divina, anche se l'espressione mi fa sorridere), in cui il mercato dei capitali funzioni pure in maniera efficiente (e quindi sia supportato da un'adeguata struttura monetaria), e in cui la politica non debba redistribuire risorse dal basso verso l'alto per sopperire ai fallimenti di quest'ultimo, ma dall'alto verso il basso per considerazioni di equità e come risultato del processo democratico. Allo stesso tempo, si fanno pure tutte le riforme “micro” che lei ha citato.

Le sembra un retaggio dei radicali anni '60-'70 questo? A me pare un programma molto liberale, moderato. Invece il problema, che a mio modo di vedere ostacola pure il successo delle “riforme” che vuole lei, è che l'Italia e l'Europa di oggi, come vedono molto chiaramente, per capirci, dall'altro lato dell'oceano, sono ostaggio di un'ideologia reazionaria, autoritaria, corporativa e illiberale, per cui si deve fare “concorrenza alla Cina” comprimendo i salari, per cui la disoccupazione giovanile al 30-40-50% e oltre è accettabile se si deve difendere a tutti i costi il valore della moneta, per cui i fallimenti bancari causati dai movimenti internazionali di capitale e dall'ingegneria finanziaria sono coperti con il reddito dei contribuenti, e infine per cui l'austerità economica è imposta ai popoli al fine di difendere l'intero quadro scricchiolante, e la ricchezza e i profitti di pochi. Infine, ipotizzerei pure che per mantenere il consenso per un sistema di questo tipo, in Italia si sia creato un blocco politico che difende quelle tante piccole rendite che lei vorrebbe abbattere. Faccia un po' lei.

Molto di ciò che lei dice è condivisibile. Ripeto ancora. Mio post non è difesa dell'euro tout court. La UME così come è costruita non reggerà ancora molto. Siamo in mezzo al guado. Si può decidere di andare avanti, con tutti gli sforzi e costi che ciò che comporta, o di tornare indietro, verso una sponda più sicura e rassicurante. Io sono per andare avanti. Questo vuol dire difendere l'euro tout court? Assolutamente no. Ma sentire che euro è da buttare perchè ha causato il declino di produttività del paese (o peggio: che siccome siamo in declino di produttività allora dobbiamo abbandonare l'euro per usare le svalutazioni competitive) mi induce a scrivere post come quelli che ho scritto. Perchè per sostenere tesi così forti come euro-exit bisogna almeno essere credibili.

 

...faccio solo notare che il successo delle tesi di Bagnai non è dovuto al punto sulla produttività, che dallo stesso Bagnai - come da Francesco Daveri - è ritenuto una questione problematica, di certo secondaria, ma meritevole di studio più attento (cosa che ritengo anch'io, che m'interesso di microeconomia dell'innovazione, vedere post qui di sotto, pur dubitando che possa esserci alcun effetto rilevante).

Invece, il successo delle tesi dell'euro-exit è dovuto soprattutto all'analisi strettamente macroeconomica e poi politica, nel senso dell'inevitabile conseguenza delle politiche di austerità, e quindi della recessione, che il quadro macroeconomico dei cambi fissi e il blocco politico di governo dell'euro comportano. Il che se mi permette, in un Paese frustrato da declino e disoccupazione dovuti a politiche macroeconomiche di merda, mi passi il francesismo, è comprensibile se non legittimo.

Alla fine della fiera in teoria potremmo avere pure produttività stagnante ma difendere la stabilità finanziaria e macroeconomica del Paese col cambio flessibile (cosa c'è di male in linea di principio? La replica "Perché nessuno ha detto che la svalutazione salariale tedesca è immorale?" è molto forte). Nessuno pensa che uscire dall'euro e svalutare porterà al boom della produttività, ma tutti sospettano che all'interno di questo quadro soffocheremo e basta, e chi li fa gli investimenti per far aumentare la TFP in questo quadro di recessione e credit crunch?

Aggiungere che il discorso per cui questo quadro macroeconomico risulta utile come "vincolo esterno" (un concetto che nasce in politologia) per imporre politiche micro sbilanciate negli effetti distributivi non solo rende il discorso particolarmente retoricamente coerente e convincente (anche se forse sbagliato, perché limita lo spazio per le riforme davvero necessarie!), ma soprattutto lo rende molto robusto rispetto a critiche del tipo "risolviamo la crisi facendo le riforme".

Continuare a focalizzarsi sul punto della produttività e sulla necessità delle riforme "strutturali" (termine scivoloso, vedi sopra) o dei cambiamenti "istituzionali" da un lato sembra un voler schivare il problema, dall'altro costituisce una sconfitta implicita intellettuale, nonostante tutte le differenze metodologiche e accademiche, rispetto al campo anti-euro. Bagnai sarà stato contentissimo nell'aver letto questo post: da un lato è stato riconosciuto come interlocutore degno di un confronto sui livelli professionali più propri (dopo i primi goffi tentativi di screditarlo qui su NfA), dall'altro conferma implicitamente gli stereotipi ch'egli costruisce su una parte dei suoi "avversari", in questo caso, gli "ekonomisti kollaborazionisti" come forse scriverebbe, in questo che sembra sempre più un gioco di ruolo un po' puerile.

Sarei d'accordo anch'io, in linea di principio, sull'idea "andiamo avanti, non torniamo indietro": ma come fare? Sappia Prof. Monacelli che Bagnai ha già gli slogans pronti: ("Più Europa: un bavarese già si lamenta di trasferire reddito a un sassone, figuriamoci a un calabrese o a un cretese.") Sino ad ora, ho letto proposte chiare e coerenti solo da chi vuole la fine dell'euro. E sappia che la moderazione salariale come risposta - o anche solo la crescita della produttività non accompagnata alla crescita del salario - qui in Italia e negli altri paesi latino-mediterranei è politicamente inaccettabile, com'è chiaro a tutti i commentatori internazionali.

Ribadisco con lei, Prof. Monacelli che è un macroeconomista, ciò che ho già chiesto al Prof. Bisin: serve un post di NfA sugli aspetti propriamente macroeconomici della crisi dell'Euro. Una discussione seria che metta tutte le carte sul tavolo, facendo anche concessioni al fine di rendere questo dibattito più sereno e utile alla collettività e al Paese.

Guardi. Se neanche cercare di essere pacato, prendendo le tesi altrui seriamente (e criticandole) seve a qualcosa, mi dica lei che cosa si deve fare. Se Bagnai viene bollato come becero, non va bene. Se viene discusso in modo "scientifico", lo si fa solo contento, e non va bene lo stesso. Prenda lei quello che vuole prendere dal post. Dal mio punto di vista è solo strettamente un modo di mettere in discussione (decida il lettore quanto) la credibilità scientifica di un signore che si è fatto capofila di tesi strampalate.

Sino ad ora, ho letto proposte chiare e coerenti solo da chi vuole la fine dell'euro.

puoi linkarne qualcuna? per quanto abbia cercato, non ne ho trovato una che spieghi come uscire e che spieghi in maniera soddisfacente come gestire la transizione. battono  sulla svalutazione che è solo il terzo scalino. grazie

...ad esempio su Goofynomics ne linkano varie, non ho avuto però il tempo per leggerle con attenzione. Tutte naturalmente prevedono un temporaneo blocco ai movimenti di capitale per decreto, come si è fatto a Cipro.

Guardi, innanzitutto, io intendevo per "proposte chiare e coerenti" tutto l'impianto di interpretazione della crisi (con l'eccezione appunto della spiegazione del declino di produttività), metodo di risoluzione e strategia di governo futuro dell'economia italiana (anche se ritengo che ad es. Bagnai sottovaluta la necessità di una politica monetaria attenta al problema di time consistency), non semplicemente "come si esce dall'euro".

Secondo, io non ritengo che uscire dall'Euro sia un problema strettamente tecnico, è più che altro un enorme problema politico, a causa dei blocchi di interesse e potere strettamente legati a questa esperienza, la risoluzione del quale fa apparire l'aspetto tecnico banale. Non mi dilungo naturalmente su questo punto.

Poi, sono d'accordo col Prof. Monacelli nel dire che uscire da un'area valutaria non è uguale a svalutare, ci sono conseguenze "dinamiche" molto più ampie. Però dovremmo considerare anche la situazione drammatica in cui ci troviamo, e il fatto che le persone che lavorano nei mercati "mica so' fessi", e sanno che in queste condizioni l'Euro non è sostenibile, come scrive il Prof. Monacelli, e che hanno scommesso sulla sua rottura (secondo molti, portando così all'aumento dello spread) per cui potrebbe anche darsi che vedano l'uscita come un (salutare?) "ritorno alla normalità". Perché non ne discutiamo a livello teorico?

Infine, se proprio vuole conoscere nei dettagli un piano tecnico di uscita dall'euro, si rivolga in Banca d'Italia. Se ha le conoscenze giuste, probabilmente le mostreranno il "piano B" di cui si è tanto vociferato (Tremonti, De Bortoli).

Saluti

P.S. Mi riferisco ora in particolare al signor Caldarella: ho raggiunto il limite dei tre commenti giornalieri, le risponderò successivamente. Mi dispiace non potermi firmare per nome e cognome, solitamente lo faccio, ma non è consigliabile per me dal punto di vista professionale farlo in questo contesto, nella misura in cui voglio discutere in questo contesto in tutta franchezza e con la curiosità e l'apertura mentale che spero di riuscire a manifestare.

l'euro ha probabilmente aggravato i nostri problemi di produttività, ma non è la ragione principale per cui è necessaria la sua distruzione. hai attaccato un punto totalmente marginale. peccato. poi per sperare che l'unione monetaria si trasformi in qualcosa di sensato ci vuole tanto ma tanto ottimismo. l'euro si dissolverà. e lo farà nel modo peggiore per noi (italiani). questo anche perché molti economisti confondono le speranze con la realtà. non è la prima volta che gli economisti cercano di adattare la realtà alle proprie speranze. In URSS è finita male, ma nei mesi precedenti il grande crollo si disquisiva di riforme e di mancanza di produttività. perché abbandonare il grande sogno socialista, dicevano, quando solo qualche riforma può migliorarlo, e educare il popolo allo spirito di sacrificio rivoluzionario. EURSS reloaded

saluti

m.

historia

maresp 12/8/2013 - 23:44

mi permetto poi di sottolineare come, in europa, tutti i tentativi di unificazione, fatti con la forza, con la diplomazia, con l'unione dinastica, sono risultati di breve ed effimera durata. inoltre dovreste riflettere su questo punto importante: tanto più si cercherà di sopire e/o mortificare l'orgoglio nazionale, tanto più questo riemergerà fuori con violenza, aprendo degli scenari poco rassicuranti. mi sembra che voi intellettuali del più europa sottovalutate la storia e pensate che "questa volta è diverso" con troppa superficialità.

buona notte

m.