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Euro, domanda, e produttività: un viaggio nel mito. Parte 1

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Verdoorn

Giorgio 12/8/2013 - 13:03

"la cosiddetta legge di Kaldor-Verdoorn (KV)[3]. Senza divagare in storicismi, questa “legge” altro non è che una semplice ipotesi di rendimenti di scala crescenti. Vale a dire: la produttività marginale di un fattore (es: lavoro) cresce al crescere della quantità di quel fattore utilizzata nella produzione."

Per la precisione, Verdoorn dice che :

"I materiali statistici che sono disponibili per i periodi antecedenti alle guerre (1870-1914 e 1914-1930) per i vari paesi, mettono in luce l’esistenza di una relazione di lungo periodo abbastanza costante tra gli incrementi della produttività del lavoro e il volume della produzione industriale.

 

Dall’analisi delle serie storiche per l’industria nel suo complesso (Tabella I) e per i singoli settori industriali, esaminando in ciascun caso due anni differenti, si è avuto come risultato che il valore medio della elasticità della produttività in relazione al prodotto è circa di 0,45 (i limiti estremi trovati in concreto sono 0,41 e 0,57).

Ciò significa che in lungo periodo un cambiamento nel volume della produzione - diciamo del 10% - tende ad essere accompagnato da un aumento medio della produttività del 4,5%."


http://gondrano.blogspot.it/2013/01/fattori-che-regolano-lo-sviluppo-della.html


Non si tratta quindi di un'ipotesi, non dice che "la produttività marginale di un fattore (es: lavoro) cresce al crescere della quantità di quel fattore utilizzata nella produzione".

 

"È evidente che dY causa dLP, ma e' altrettanto evidente che vale anche il viceversa, cioè che dLP causa dY."

 

A me non sembra così evidente che dLP causi dY... potrebbe spiegarlo?

Ma la correlazione in questione non potrebbe benissimo essere inversa?
Cioè che, banalmente meno lavoro serve per produrre dei beni e maggiore sarà la quantità di beni disponibili?
Perchè nella mia vita lavorativa ho sempre visto miglioramenti nella produttività portare a incrementi dell volume di produzione sostenibili, mentre TUTTI i casi in cui gli incrementi della produzione erano frutto di fattori estranei al processo produttivo come incentivi o "svalutazioni" si sono rivelati pura droga i cui effetti positivi sono svaniti in breve termine lasciando una situazione peggiore di prima.
Esiste un singolo motivo logico o una quantità di dati sifficenti a dimostrare che la frase " in lungo periodo un cambiamento nel volume della produzione - diciamo del 10% - tende ad essere accompagnato da un aumento medio della produttività del 4,5%" sia più corretta della frase " in lungo periodo un aumento medio della produttività - diciamo del 4,5% tende ad essere accompagnato da un cambiamento nel volume della produzione del 10%" ?

Motivo logico

Giorgio 12/8/2013 - 13:40

Non ha fatto lo sforzo di leggere Verdoorn che aggiunge:

 

"anche a priori ci si sarebbe potuti aspettare di trovare una certa correlazione fra produttività del lavoro e produzione, dato che una maggiore suddivisione del lavoro avviene solo con l’aumento del volume della produzione; perciò l’espansione della produzione crea la possibilità di una ulteriore razionalizzazione con gli stessi effetti della meccanizzazione."

 

Questa osservazione non è così nuova dato che risale almeno a Adam Smith.

 

Aggiungerei la cortese richiesta di indicare i titoli degli articoli citati, ad esempio Barnichon 2010 è "What Drives Movements in the Unemployment Rate?"

l'idea che le maggiori dimensioni di un impresa porti a più razionalizzazione poteva avere un senso al tempo di Smith, forse ai tempi di Verdoorn, ma ad oggi è una evidente assurdità, è stata anche gustosamente demolita come "mito del colossale" da parte di Einaudi, nel 1948, quindi dato che esistono diseconomie di scala evidenti nelle grandi imprese, l'ipotesi per cui un aumento della produzione porti automaticamente ad una migliore gestione della stessa mi sembra priva di logica.

Non comprendo questa illogicità. Se computiamo il valore aggiunto prodotto dalle micro, small, medium e large e lo dividiamo per i rispettivi addetti (dati qui) otteniamo una scala di produttività legata alla dimensione dell'impresa. Questa scala è costante ovunque, in ogni nazione. Le micro sono le meno produttive, poi seguono le piccole, le medie e le grandi. Pochè mi sembra di buon senso ipotizzare che anche il volume della produzione sia in linea con il size aziendale, mi pare del tutto ovvio che la produttività (VA/addetti) sia in funzione del volume della produzione (salvo eccezioni che confermano la regola). Poi che non ci sia "automatismo" sono d'accordo. Si tratta di lavorare duramente e di saper impostare bene le cose. Ma i dati dicono che ovunque le grandi aziende (per dipendenti e fatturato) sono le piu' produttive. Ci possono essere piccole eccezioni locali in alcuni settori. Per esempio le micro nel settore estrattivo presentano in danimarca e mi pare anche in norvegia un VA procapite elevatissimo.

Mi permetto di consigliarle questo commento di Michele sull'argomento, in un articolo di parecchio tempo fa in cui mi sono casualmente imbattuto ultimamente. http://noisefromamerika.org/c/4166/5975

Riassumendo brutalmente: è probabile che se le imprese sono diventate grandi è perché erano molto produttive quando erano piccole, mentre per mantenere la dimensione 'grande' non è per forza necessario mantenere un'alta produttività. Ma è anche vero che le imprese grandi hanno il potenziale per poter innovare e produrre di più tramite una maggiore accessibilità tecnologica.

Scusi, ma una correlazione (in quanto tale) non può essere "inversa". Una correlazione segnala un "co-movimento" ma non indica per definizione nessuna relazione causale. E' molto semplice: dY e dLP sono entrambe variabili endogene. E' questo il punto chiave che fa cadere tutta la premessa della legge di KV

Scusi, ma

Giorgio 13/8/2013 - 00:31

Scusi Tomacelli, ma non ho capito se risponde a me. 

Direi di no, dato che non ho parlato di correlazione "inversa". Fino al concetto di correlazione penso di poter arrivare. Invece lei ha scritto di un legame di causalità che va nelle due direzioni. Su questo era la mia domanda.

 

Quanto al fatto che sia dY che dLP siano entrambe endogene, pur non avendo letto Kaldor, mi sembra di capire che si riferisca agli incrementi di produttività generati da un incremento della domanda estera, la quale a sua volta mi sembra di aver capito che di solito è considerata esogena.

Quindi la sua obiezione dovrebbe essere superata dal fatto che si valutano gli effetti degli incrementi della domanda estera, esogena, uno dei componenti di Y, sulla produttività del lavoro, endogena.

http://en.wikipedia.org/wiki/Verdoorn%27s_law

Innanzitutto mi chiamo Monacelli :). 

La legge di KV viene testata con regressioni di dLP su dY. Nel lungo periodo è ovvio che le due variabili si influenzano a vicenda. Quindi come tale la relazione non è testabile. 

Riguardo a "domanda estera esogena". Mi pare le sfuggano due aspetti importanti. Primo, la domanda estera è una funzione (i) del livello aggregato del reddito estero, (ii) del tasso di cambio reale (in prima approssimazione). Quest'ultimo non è ovviamente esogeno.

Secondo, e ancora più importante, se anche la domanda estera fosse una variabile completamente esogena: come la misura? Il problema che sembra sfuggire a molti è il solito. Non posso misurare "domanda" utilizzando una misura reale di "export", diciamo X. E' lo stesso problema di KV, ed è questo il punto essenziale per l'econometrico. Perchè la variabile misurata "export" non vuole dire "domanda". Vuol dire quantità di export "di equilibrio", cioè: X_dom=X_offerta=X_equil. 

Ancora una volta: nei dati si misurano le variabili di equilibrio. Se Italia esporta 100, vuol dire che sono 100 unità domandate o offerte? Da cui il problema di identificazione primario, che è sempre quello di distinguere, nei dati, domanda vs. offerta.

Scusi

Giorgio 19/8/2013 - 21:45

Scusi per la confusione sul cognome, l'ora tarda, il caldo, il vino... :) e anche per le domande insistenti...

a) Il tasso di cambio reale, dipendendo anche dai prezzi esteri (a maggior ragione quando il tasso di cambio nominale è fisso) non è esogeno?

b) Perché mai i dati dovrebbero rispecchiare dei valori di equilibrio delle variabili? (Se ho capito "la variabile misurata "export" non vuole dire "domanda". Vuol dire quantità di export "di equilibrio", cioè: X_dom=X_offerta=X_equil. ")

c) Nella frase "È evidente che dY causa dLP, ma e' altrettanto evidente che vale anche il viceversa, cioè che dLP causa dY." mi pare che lei si riferisse al PIL, cioè che Y fosse il PIL reale, qui invece Y è l'output, cioè immagino il  volume della produzione (quantità di prodotto). Non mi pare che siano la stessa cosa. Se la produttività del lavoro aumenta, e la manodopera non diminuisce più che proporzionalmente, aumenta anche il prodotto ma... questa produzione aggiuntiva viene venduta e diventa PIL o si accumula sotto forma di scorte di invenduto, prima magari di essere avviata alla discarica?

Se ha letto "Il tramonto dell'euro" (che è del 2012 non del 2013) avrà presente la storia dei 100 caffè.

Prenda una funzione di produzione standard, ignorando il capitale, e lineare per sola comodità:

Y = A*N, dove Y = output, N = quantità di lavoro, A = produttività del lavoro. Quindi A è una variabile  "catch-all" che cattura tutto quanto fa aumentare la quantità prodotta che NON sia semplicemente mettere più persone a lavorare. Se A aumenta, Y aumenta. Nel breve periodo A è essenzialmente esogeno. Nel lungo periodo certamente no.