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Euro, domanda, e produttività: un viaggio nel mito. Parte 1

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Da non addetto ai lavori, permettetemi di esprimere alcune considerazioni sulle metodologie e sui fini cui paiono informati taluni “dibattiti” economici cui si assiste girovagando per la rete, massimamente taluni veduti su Twitter, che lasciano, francamente, piuttosto perplessi.

La struttura di questi dibattiti è, quasi sempre, la stessa: A (può essere un economista, un lettore, un buon diavolo) ci dice che l’economista X (e qui per avvalorarne le tesi segue solitamente la enumerazione quantitativa dei lavori da costui pubblicati sulle riviste “più prestigiose”) sostiene la tesi Z. E giù grafichetto colorato con dati presi dalle fonti che vanno per la maggiore.  Visto? È chiaro. E’ come dico io. Niente affatto, risponde B (può essere un economista, un lettore, un buon diavolo): sei un briccone! Perché se solo conoscessi Y(sottinteso: studia di più) sapresti che la tesi Z in realtà è superata ed ora la mainstream propende per la Z2. Il grafico?  Eccotelo servito ( segue grafichetto colorato ec.). Briccone sarai tu! Risponde A (e qui, solitamente, si comincia ad utilizzare un epiteto a scelta che può essere: piddino, europodo, egonomista ec.. ) . Semplicemente non hai tenuto conto della implicazione R, dell’effetto di lungo periodo H (sottinteso: perché lo sapevano tutti che all’Università dove hai studiato si vendevano gli esami). Sei un poverello. E magari interviene C a sostegno di B, o di A, che chiosa (quando è di buon umore): ma ancora perde tempo con costoro? E via intervenendo, o twittando. Fino all’abbandono per stremo ( vedi il signor Bisin), o peggio.

Al di là degli aspetti anche ludici che contraddistinguono tali dibattiti (non è facile passare il tempo in queste caldi notti estive), torna alla mente quella domanda (e quella risposta):   “Why did God invent economists?” “To make weathermen feel good about themselves.”. Il sospetto è (nonostante ciò che il signor Monacelli ci dice nel primo post:” Discutiamo qui perchè questa tesi abbia ancora ben poco di scientifico”) che l’Economia abbia assai poco di scientifico ed assai molto di opinabile.

In altri termini non credo che un sofisticatissimo sistema di centinaia di equazioni differenziali sia lontanamente in grado di predire ed interpretare il semplice evento del perché e del quando il signor Rossi starnutisce la mattina e quali implicazioni economiche tale fatto abbia sull’ambiente circostante. E ciò nonostante A, B, C ec. si affannino a dimostrare la esistenza di inoppugnabili indici di correlazione tra lo starnutire del sig. Rossi ed il lasciare, poniamo, le finestre aperte la notte.   

 

Che fare? Abbandonare l’Economia perché non scientifica, opinabile e , quindi, inaffidabile? Oppure, come credo (sommessamente), gli economisti dovrebbero (ri)trovare l’umiltà di riconoscere (almeno) il carattere a-scientifico e sostanzialmente sociale della loro disciplina, concentrandosi sugli aspetti interazionali e storici  del rapporto economico (quasi sempre non misurabile ma, con difficoltà, interpretabile). Senza contare gli aspetti politici (la vecchia e romantica idea di “cambiare” il mondo). Marx aveva fatto un grosso lavoro in questo senso. C’è un nuovo Marx dietro l’angolo?

Credo che lei commetta due errori di fondo. Primo, quello di pensare che chi parla di "scientificità" dell'economia intenda semplicemente l'uso della matematica (eq differenziali, etc..). Questa è la classica rappresentazione capziosa dell'economista moderno. Secondo, usa il termine "predirre". E qui cadiamo nel solito macroscopico errore di interpretazione su cosa sia l'economics come scienza sociale. E' molte cose, ma sicuramente NON è una disciplina che mira a fare previsioni. Ripeto: l'economista non è un previsore del futuro! Allo stesso modo in cui un medico non è qualcuno in grado di predirre che alla persona X insorgerà un tumore nel giorno Y e nell'organo Z. Per cui smettiamola di dire, ad esempio, che gli economisti sono tutti cattivi perchè non hanno previsto la crisi finanziaria, o la crisi dell'euro. E chi vuol passare da grande economista perchè "io lo avevo previsto", sta parlando di qualcos altro: cioè di gioco di azzardo.

Gentilissimo signor Monacelli,

ma io non mi sono mai sognato di dire che la scientificità dell’Economia si riduce all’utilizzo della Matematica (ciò escluderebbe da essa economisti importanti: ad esempio Keynes usò pochissima matematica nella sua Teoria generale)! Né che essa sia solo una cosa che serva a fare le previsioni !

 

Molto più semplicemente, quando si parla di scienza, si fa riferimento alla possibilità di inferire delle regole (leggi, principi) – ad eccezione degli assiomi - dalla osservazione sperimentale. In Economia è proprio questo il problema. La intrinseca complessità dell’evento osservato (che dipende da una moltitudine praticamente infinita di fattori, per di più interagenti fra di loro, alcuni dei quali assolutamente non controllabili e soggettivi quali, ad esempio, le aspettative, i giudizi e le valutazioni) , riducono di molto la possibilità di trarne delle regole generali o dei “modelli” descrittivi. E quando questo “modello” viene proposto, solitamente formato da decine e centinaia di equazioni differenziali (attenzione: solitamente), non è mai esente da critiche (basti vedere la “legge” di Kaldor- Verdoorm discussa qui, che Lei stesso definisce – giustamente – “presunta”). Basta modificare il punto di vista dell’osservazione sperimentale (che in Economia, purtroppo, non è mai realmente tale: qualcuno sa elencarmi in modo qualitativamente preciso ed esaustivo i fattori che determinano l’inflazione? ) E questo, ahimé, riduce considerevolmente le sue capacità “predittive”. L’Economia certamente non è, come lei dice, una disciplina che mira a fare delle previsioni; ma è innegabile che SERVA ANCHE a fare delle previsioni. Altrimenti come potrei discutere dell’uscita dall’Euro  senza la “previsione”, formulata sulla base di leggi, regole e modelli (a loro volta dedotti dalla osservazione sperimentale, soprattutto storica), dei possibili effetti? E cosa è la politica economica se non l’applicazione alla realtà di altrettante previsioni economiche?