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Euro, domanda, e produttività: un viaggio nel mito. Parte 1

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Si dovrebbe fare un discorso più preciso, probabilmente scrivere un modello: sono d'accordo. Faccio solo notare che gli incentivi a innovare esistono sempre, e gli investimenti in R&D o adeguamento tecnologico danno effetti di lungo periodo, per cui è difficile postulare una relazione micro-macro tra le due cose.

Ciò a cui pensavo non è tanto un problema di risorse assenti per investire in R&D, punto che mi pare costituisca la microfondazione del discorso di Bagnai (assieme al learning-by-doing) quanto una situazione un tantino più complessa che includa a livello microeconomico la considerazione sull'intensità di utilizzo della capacità produttiva, che è correlata negativamente al progresso tecnologico nei dati microeconomici.

L'idea di base è che se le imprese subiscono un persistente e continuato shock di domanda, sottoutilizzano i propri impianti: che senso ha investire in miglioramenti di produttività, stanti rigidità dei salari e del mercato del lavoro, se ci sono già le risorse per produrre, e queste non vengono utilizzate?

Chiaro è che questo discorso è più valido in un mondo in cui il grosso degli avanzamenti di produttività è dato da adeguamento tecnologico e miglioramenti di efficienza nella produzione esistente (innovazione di processo) più che da investimento formale in R&D e innovazione di prodotto: un mondo meno vicino alla frontiera tecnologica, ma più simile all'Italia di oggi (cosa chiunque parla di produttività nel policy discourse dovrebbe tener conto).

Sulla Germania e la moderazione salariale, credo che tutto il discorso sia viziato dal moralismo di fondo che genera una notevole "falsa coscienza" a chiunque discuta del tema in maniera non laica. I dati e le analisi econometriche dimostrano che la produttività e salari sono cresciuti allo stesso ritmo in Italia e in Francia (più velocemente in quest'ultima) mentre la produttività è cresciuta più dei salari in Germania. Come è perché questo sia successo, quali siano le cause della maggiore o minore produttività in questo o quest'altro paese rileva poco, a questo punto: ciò che conta rispetto alle conseguenze macroeconomiche e al discorso sulla sostenibilità dell'euro è la dinamica relativa dei valori reali, non i livelli o i valori nominali.

Continuo a invocare un post di NfA che affronti gli aspetti propriamente di economia monetaria internazionale della crisi dell'euro.

Come si può dire che sia la "domanda" a determinare l'investimento in R&D? Ma non sarà invece la profittabilità attesa futura? Prendete gli USA, che vengono dal più grande (presunto) collasso della domanda aggregata che si ricordi dalla Great Depression. Ebbene, leggendo il libro di E. Moretti (Berkeley, "The New Geography of Jobs") è oramai chiaro che tutta la ripresa dell'economia americana (inclusi i posti di lavoro) sta venendo dai settori ad alto contenuto di human capital e R&D (IT, biotecnologie, pharmaceuticals, etc..). E allora? Vogliamo pensare che questo boom in settori ad alta intensità di human capital e skill premium sia stato trainato da un precedente boom di domanda? Siamo seri. E' trainato dalle idee, dalla creatività, e soprattutto, dallo skill premium in education (con tutte le fisiologiche implicazioni di disuguaglianza che ciò comporta).

Adoro Keynes. Ma questa idea che un'impresa "non investe in produttività" se non c'è domanda è un mito colossale, una locuzione vuota. Una distorsione dello stesso Keynes.

 

Conosco bene il libro del Prof. Moretti, che è principalmente descrittivo e divulgativo rispetto ai suoi lavori più tecnici (che pure conosco). Il libro non discute di una presunta “ripresa dovuta ai settori innovativi”, ma di un processo di divergenza di lunga durata tra economie locali che, semmai, si sarà reso più evidente dopo la crisi nel senso di quali città siano riuscite a mantenere adeguati livelli di occupazione e quali no. E le faccio notare però come negli ultimi anni tutti discutano di un “ritorno del manifatturiero” (in opposizione ai settori “cool”) negli USA.

Le faccio pure notare come l'impianto analitico del Prof. Moretti, come pure l'orientamento dei suoi lavori di ricerca recenti, hanno al centro l'esistenza di esternalità di rete a livello aggregato, ovvero proprio economie di scala macro che, se vogliamo, assomigliano un pochettino al discorso Kaldor-Vernoorn come lei discute approfonditamente in questo post di NfA. Il libro poi discute della possibilità che fattori istituzionali (idee, creatività etc.), nello spirito dell'analisi della Saxenian (Berkeley) sulla Silicon Valley, possano essere al centro della grande divergenza, ma mi pare che il Prof. Moretti propenda più per una spiegazione nel senso di equilibri multipli dovuti a esternalità di rete e risultati casuali e dipendenti dalla storia. Il premio all'istruzione esiste (è esogeno o endogeno, Professore?) ma l'impianto di economia urbana adottato da Moretti prevede migrazione dei lavoratori con più istruzione verso le città più produttive, per cui non mi pare tanto un fattore esplicativo del successo di un'economia locale.

Infine, sminuire così la discussione sulle determinanti dell'innovazione mi pare in tutta onestà un pochino riduttivo, Professore. Sono d'accordo, lo ripeto ancora, che il discorso per cui sia la domanda a causare l'innovazione mi pare problematico, e che gli incentivi, come io e lei entrambi scriviamo, siano di lungo periodo (rendimenti futuri attesi) ma gli aspetti microeconomici non si riducono certo qui (commento velocemente e inadeguatamente a riguardo qui su). In letteratura esiste una tensione ancora irrisolta tra “demand-pulled” e “technology-pushed” innovation, non esattamente nel senso discusso qui, ma la visione per cui l'innovazione sia una “scatola nera” che nasce dal niente o comunque senza interazioni con l'ambiente economico sembra un po' semplice e... primitiva, suvvia. Assomiglia un po' al dire “la svalutazione risolve tutti i problemi, il cambio reale è sopravvalutato”.

In ogni caso, mi rendo conto che non è un discorso troppo adatto a questo contesto, ma sarei contento di riprenderlo in futuro.

P.S. Paragonare i problemi dell'Italia agli Stati Uniti mi sembra un pochettino inappropriato. Non solo gli Stati Uniti hanno goduto di politiche di sostegno della domanda a seguito della crisi che qui ci sogniamo (indipendentemente dal giudizio sulla loro validità), ma ci sarebbero anche considerazioni meno strettamente economiche da fare, nel senso che è più conveniente e semplice per un paese anglofono orientarsi sui settori sulla frontiera tecnologica. Non a caso l'Europa continentale è ancora concentrata sul manifatturiero.

ma l'impianto di economia urbana adottato da Moretti prevede migrazione dei lavoratori con più istruzione verso le città più produttive, per cui non mi pare tanto un fattore esplicativo del successo di un'economia locale.

Non lo capisco. In caso di successo di un'economia locale abbiamo immigrazione, in caso di insuccesso (o minore successo) abbiamo emigrazione.  Perché non sarebbe esplicativo?

Non capisco il senso del suo post. Moretti ne ha parlato anche in un lungo articolo su la Stampa. Certamente il suo libro è su trend di lungo periodo. Ho solo segnalato un elemento che si poteva trarre dalla sua analisi. E cioè l'interessante evidenza che la gran parte della creazione di posti lavoro sta arrivando in settori (e aree geografiche) con forte componente di R&D e skill premium. Tutto qui. Mi pare molto indicativo che ciò stia avvenenendo dopo la più grande crisi di domanda dalla Grande Depressione. E indicazione del fatto che innovation segue logiche di fondo (human capital, capital-skill complementarity, good institutions) ben diverse dalla ciclicità della domanda. (Se poi lei si vuole inventare un autogoal, lo faccia. Ma francamente non lo vedo.)

Va bene

PZ 14/8/2013 - 12:00

Scusi Prof. Monacelli ma ho interpretato il suo post qui di sopra come dire: "risolveremo tutti i problemi buttandoci velocemente su industrie innovative" che oltre non essere nello spirito del libro del Prof. Moretti mi è parso, per così dire, un pochino irrealistico, e tanto più paradossale considerando che il framework di Moretti prevede economie di scala a livello aggregato, cioè ciò che è discusso come poco probabile da lei nel post principale.

Rispondo anche a Francesco Forti qui di sopra: intendevo dire che non si può prendere il premio [di salario] all'istruzione come causa esogena del successo di una città o zona economica, perché la teoria economica, come la narrativa prevalente dello skill-biased-technical-change, prevede che questo dipenda dalla diversa domanda relativa di diversi tipi di fattore lavoro (skilled vs. non-skilled), ovvero è una variabile endogena. Banalmente, maggiore è il successo di una città / area urbana / economia locale nello sviluppare industrie innovative ed economie di agglomerazione, maggiore sarà il premio all'istruzione e maggiore la migrazione di altri lavoratori bravi.