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Euro, domanda, e produttività: un viaggio nel mito. Parte 1

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...faccio solo notare che il successo delle tesi di Bagnai non è dovuto al punto sulla produttività, che dallo stesso Bagnai - come da Francesco Daveri - è ritenuto una questione problematica, di certo secondaria, ma meritevole di studio più attento (cosa che ritengo anch'io, che m'interesso di microeconomia dell'innovazione, vedere post qui di sotto, pur dubitando che possa esserci alcun effetto rilevante).

Invece, il successo delle tesi dell'euro-exit è dovuto soprattutto all'analisi strettamente macroeconomica e poi politica, nel senso dell'inevitabile conseguenza delle politiche di austerità, e quindi della recessione, che il quadro macroeconomico dei cambi fissi e il blocco politico di governo dell'euro comportano. Il che se mi permette, in un Paese frustrato da declino e disoccupazione dovuti a politiche macroeconomiche di merda, mi passi il francesismo, è comprensibile se non legittimo.

Alla fine della fiera in teoria potremmo avere pure produttività stagnante ma difendere la stabilità finanziaria e macroeconomica del Paese col cambio flessibile (cosa c'è di male in linea di principio? La replica "Perché nessuno ha detto che la svalutazione salariale tedesca è immorale?" è molto forte). Nessuno pensa che uscire dall'euro e svalutare porterà al boom della produttività, ma tutti sospettano che all'interno di questo quadro soffocheremo e basta, e chi li fa gli investimenti per far aumentare la TFP in questo quadro di recessione e credit crunch?

Aggiungere che il discorso per cui questo quadro macroeconomico risulta utile come "vincolo esterno" (un concetto che nasce in politologia) per imporre politiche micro sbilanciate negli effetti distributivi non solo rende il discorso particolarmente retoricamente coerente e convincente (anche se forse sbagliato, perché limita lo spazio per le riforme davvero necessarie!), ma soprattutto lo rende molto robusto rispetto a critiche del tipo "risolviamo la crisi facendo le riforme".

Continuare a focalizzarsi sul punto della produttività e sulla necessità delle riforme "strutturali" (termine scivoloso, vedi sopra) o dei cambiamenti "istituzionali" da un lato sembra un voler schivare il problema, dall'altro costituisce una sconfitta implicita intellettuale, nonostante tutte le differenze metodologiche e accademiche, rispetto al campo anti-euro. Bagnai sarà stato contentissimo nell'aver letto questo post: da un lato è stato riconosciuto come interlocutore degno di un confronto sui livelli professionali più propri (dopo i primi goffi tentativi di screditarlo qui su NfA), dall'altro conferma implicitamente gli stereotipi ch'egli costruisce su una parte dei suoi "avversari", in questo caso, gli "ekonomisti kollaborazionisti" come forse scriverebbe, in questo che sembra sempre più un gioco di ruolo un po' puerile.

Sarei d'accordo anch'io, in linea di principio, sull'idea "andiamo avanti, non torniamo indietro": ma come fare? Sappia Prof. Monacelli che Bagnai ha già gli slogans pronti: ("Più Europa: un bavarese già si lamenta di trasferire reddito a un sassone, figuriamoci a un calabrese o a un cretese.") Sino ad ora, ho letto proposte chiare e coerenti solo da chi vuole la fine dell'euro. E sappia che la moderazione salariale come risposta - o anche solo la crescita della produttività non accompagnata alla crescita del salario - qui in Italia e negli altri paesi latino-mediterranei è politicamente inaccettabile, com'è chiaro a tutti i commentatori internazionali.

Ribadisco con lei, Prof. Monacelli che è un macroeconomista, ciò che ho già chiesto al Prof. Bisin: serve un post di NfA sugli aspetti propriamente macroeconomici della crisi dell'Euro. Una discussione seria che metta tutte le carte sul tavolo, facendo anche concessioni al fine di rendere questo dibattito più sereno e utile alla collettività e al Paese.

Guardi. Se neanche cercare di essere pacato, prendendo le tesi altrui seriamente (e criticandole) seve a qualcosa, mi dica lei che cosa si deve fare. Se Bagnai viene bollato come becero, non va bene. Se viene discusso in modo "scientifico", lo si fa solo contento, e non va bene lo stesso. Prenda lei quello che vuole prendere dal post. Dal mio punto di vista è solo strettamente un modo di mettere in discussione (decida il lettore quanto) la credibilità scientifica di un signore che si è fatto capofila di tesi strampalate.

Sino ad ora, ho letto proposte chiare e coerenti solo da chi vuole la fine dell'euro.

puoi linkarne qualcuna? per quanto abbia cercato, non ne ho trovato una che spieghi come uscire e che spieghi in maniera soddisfacente come gestire la transizione. battono  sulla svalutazione che è solo il terzo scalino. grazie

...ad esempio su Goofynomics ne linkano varie, non ho avuto però il tempo per leggerle con attenzione. Tutte naturalmente prevedono un temporaneo blocco ai movimenti di capitale per decreto, come si è fatto a Cipro.

Guardi, innanzitutto, io intendevo per "proposte chiare e coerenti" tutto l'impianto di interpretazione della crisi (con l'eccezione appunto della spiegazione del declino di produttività), metodo di risoluzione e strategia di governo futuro dell'economia italiana (anche se ritengo che ad es. Bagnai sottovaluta la necessità di una politica monetaria attenta al problema di time consistency), non semplicemente "come si esce dall'euro".

Secondo, io non ritengo che uscire dall'Euro sia un problema strettamente tecnico, è più che altro un enorme problema politico, a causa dei blocchi di interesse e potere strettamente legati a questa esperienza, la risoluzione del quale fa apparire l'aspetto tecnico banale. Non mi dilungo naturalmente su questo punto.

Poi, sono d'accordo col Prof. Monacelli nel dire che uscire da un'area valutaria non è uguale a svalutare, ci sono conseguenze "dinamiche" molto più ampie. Però dovremmo considerare anche la situazione drammatica in cui ci troviamo, e il fatto che le persone che lavorano nei mercati "mica so' fessi", e sanno che in queste condizioni l'Euro non è sostenibile, come scrive il Prof. Monacelli, e che hanno scommesso sulla sua rottura (secondo molti, portando così all'aumento dello spread) per cui potrebbe anche darsi che vedano l'uscita come un (salutare?) "ritorno alla normalità". Perché non ne discutiamo a livello teorico?

Infine, se proprio vuole conoscere nei dettagli un piano tecnico di uscita dall'euro, si rivolga in Banca d'Italia. Se ha le conoscenze giuste, probabilmente le mostreranno il "piano B" di cui si è tanto vociferato (Tremonti, De Bortoli).

Saluti

P.S. Mi riferisco ora in particolare al signor Caldarella: ho raggiunto il limite dei tre commenti giornalieri, le risponderò successivamente. Mi dispiace non potermi firmare per nome e cognome, solitamente lo faccio, ma non è consigliabile per me dal punto di vista professionale farlo in questo contesto, nella misura in cui voglio discutere in questo contesto in tutta franchezza e con la curiosità e l'apertura mentale che spero di riuscire a manifestare.