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Euro, domanda, e produttività: un viaggio nel mito. Parte 1

20 commenti (espandi tutti)

Prima di tutto mi unisco al coro di ringraziamenti e apprezzamenti per l'articolo veramente interessante e necessario.

L'obiettivo dell'articolo è enunciato molto chiaramente e molto ben posto, tuttavia c'è una "tesi debole dell'euroexit" che non coincide con quella che si vuole confutare ma secondo me è egualmente interessante: togliamo di mezzo le cause del declino della produttività (e più in generale dei problemi italiani), rimane il problema che un regime di cambi fissi, in questo momento, tende a esasperare le disparità tra le economie degli stati membri (quali che ne siano le cause). Inoltre fa venir meno un importante mezzo di riequilibrio delle bilance dei pagamenti in un periodo di crisi che, al netto dei problemi specifici italiani, in molti reputano straordinario. La domanda, posta semplicemente, è la seguente: anche se l'euro non avesse niente a che fare con le cause della crisi italiana uscire dall'euro non potrebbe comunque essere una scelta obbligata dalla situazione che in un modo o nell'altro si è venuta a creare? Per attuare altri tipi di riforme (ammesso che ci si riesca mai) ci potrebbe volere un tempo troppo lungo non compatibile con l'attuale situazione. 

 

La risposta viene già parzialmente data nei commenti è chiaro che l'autore dell'articolo non è un "apologeta dell'euro" e vengono accennate alcune possibili politiche di correzione a un sistema malfunzionante, tuttavia non capisco perché "l'uscita dall'euro" (magari si preferisce "ripensamento dell'area valutaria" ma è lo stesso)  non sia una delle politiche da contemplare, non per "risolvere i problemi dell'Italia" ma per far vivere più armonicamente l'UE e sopravvivere in questo frangente, condizione non sufficiente ma necessaria per risolvere i problemi dell'Italia (e non solo).

Questo delle "asimmetrie" è appunto il classico punto alla Friedman-Mundell-Kenen. Ed è sempre un argomento a favore di cambi flex. Il punto è che uscire da Euro è ben di più di un deprezzamento del cambio, ed è anche ben di più di una svalutazione. Vuol dire uscire da una currency area, con tutti i costi di ridenominazione del debito, legal disputes, perdita di credibilità,  probabile inflazione crescente, accesso ai mercati dei capitali, capital outflows, etc..

Quindi da un lato è ovvio che svalutare sia sempre un buon argomento: ma è un buon argomento EX-POST !! Eccoci arrivati finalmente nel mondo post Kydland&Prescott.

Invochiamo pure l'uscita dall'euro. Pur dimenticandoci di tutti i probabili costi elencati sopra, chiediamoci: e poi? In quali acque si troverebbe a nuotare l'Italia, con le sue istituzioni poco credibili? Quale gigantesco problema di time inconsistency si troverebbe a fronteggiare? Sarebbe come fare un salto indietro di 25 anni. Risolvere il nostro problema di time inconsistency è esattamente ciò che ci ha spinto a entrare nell'euro. Per importare una credibilità che le nostre istituzioni non avevano.

In sintesi: siamo sicuri che la flessibilità del cambio ce la sapremmo meritare? Che la sapremmo gestire? Ma la storia economico-politica di questo paese l'abbiamo dimenticata?

La nostra risposta ai problemi della giustizia, della scuola, del mercato del credito, del welfare, sarebbe questa: cioè tornare all'Italietta che svaluta e che si avvita in una spirale di perdita di credibilità? Io voglio andare avanti proprio perchè credo che il Paese meriti di più per il proprio futuro. La sponda di partenza la conosciamo. E' la sicurezza della nostra mediocrità. La sponda opposta è lontana, fa paura, siamo in cattive acque in mezzo al guado: ma muoviamoci signori e andiamo avanti.

 

Prima che martino me lo chieda in chat, cerco di chiarire cosa si intenda per time inconsistency. E' uno dei concetti fondamentali che si imparano in economia e ha applicazioni piuttosto vaste, che vanno dall'economia monetaria alla teoria della tassazione ottima e altre ancora.

In sostanza, dice che anche un governo che abbia le stesse preferenze dei cittadini si scontra con un problema fondamentale di policy che puo' portare, e spesso porta, ad esiti inefficienti. In sostanza, il problema e' l'incapacita' del governo di legarsi le mani per il futuro. Per esempio, un governo potrebbe trovare ottimale promettere di non tassare i cittadini in futuro cosi' da incentivare scelte d'investimento e risparmio efficienti oggi, ma una volta che il futuro arriva, il governo puo' sempre rimangiarsi la parola e tassare come vuole quello che i cittadini hanno risparmiato. Il cittadino, sapendo questo e non fidandosi, finisce per investire/risparmiare troppo poco. Insomma la promessa del governo e' "time - inconsistent" perche' non e' ottimale per il governo mantenerla quando il "futuro" diventa "oggi". Per chi studia economia, il concetto e' identico a quello di subgame perfection in teoria dei giochi (lo dico perche' a livello undergraduate si conosce piu' la micro che la macro moderne). Ci vorrebbe un modo per legarsi le mani, ma per un governo questo modo e' difficile da scovare, anche perche' i governi cambiano, le costituzioni si possono cambiare, i trattati si possono violare.... Per maggiori dettagli, il sito del Nobel nella pagina di Kidland & Prescott dovrebbe avere una spiegazione tecnica del concetto con un livello di difficolta' simile a quello del post di Tommaso.

Nell'esempio di Tommaso, il governo italiano e' entrato nell'euro proprio per legarsi le mani, sapendo di non riuscire a portare il debito sotto controllo. Ci siamo trastullati per un po' di lustri e ora siamo sul vincolo in cui il debito bisogna proprio ridurlo. Cosa significherebbe uscire dall'euro proprio adesso? Significherebbe dire che non riusciamo proprio a ridurre il debito, che facciamo finta anche a legarci le mani. La prossima volta che uno trova un'altro stratagemma (la promessa sulla bibbia, un emendamento alla costituzione) nessuno ci credera'  e questo amplifichera' i problemi futuri. 

Insomma, anche ammettendo che i cambi flessibili siano piu' efficienti dell'euro, sarebbe meglio tornarci fra qualche anno quando i conti sono a posto. 

non avremo mai I conti abbastanza a posto per essere credibili

Perdona la, spero lieve, digressione dal tema, ma questa spiegazione mi ha stimolato una curiosità.

La time inconsistency mi pare sia esattamente il problema che viene "risolto" con gli strumenti di democrazia diretta in vigore in Svizzera, l'iniziativa e il referendum (per gli italiani il referendum propositivo e confermativo). Questi infatti "impongono" un continuo allineamento tra le decisioni del governo (e del parlamento) e le preferenze dei cittadini.

In sostanza, seguendo l'esempio che hai dato, se il governo decidesse di rimangiarsi una promessa, come quella di non tassare, i cittadini avrebbero una forma di intervento diretto per contrastare la decisione. Cosa che per altro, di per se, disincentiva il governo a rimangiarsi le promesse.

Mi sovvengono due referendum "storici" che hanno paralleli con l'Italia. Il primo per evitare che i referendum (confermativi) venissero aggirati con la legislazione d'urgenza (per decreto, che entrava in vigore subito, anzichè dover attendere l'eventuale lancio di una iniziativa referendaria. E questo nonostante, come da noi, la Costituzione li prevedesse solo in casi di acclarata necessità ed urgenza. La soluzione referendaria non fu quella di eliminare i decreti d'urgenza, ma di farli sottoporre a referendum obbligatorio (cioè senza raccolta firme) entro un anno dall'approvazione. Abbassando drasticamente il costo per i cittadini ad esprimersi direttamente sui decreti (e per contro aumentando il costo per il governo di difenderli) si è ottenuta immediatamente la riduzione a livelli fisiologici dei decreti legge. Confrontare con il caso italiano, dove in questa legislatura si sono trattati unicamente decreti legge.

Il secondo esempio è quello del pareggio di bilancio, introdotto nella Costituzione elvetica tramite iniziativa popolare oltre 10 anni or sono. Nonostante i conti pubblici elvetici fossero assai migliori dei nostri, la spesa sia infinitamente più trasparente, e la massima tassazione sia fissata in costituzione (e quindi soggetta a referendum obbligatorio in caso di modifica, la loro è una costituzione seria, altro che art. 138), i cittadini hanno preferito tutelarsi da politiche di spesa eccessiva, che vogliono solo dire più tasse in futuro per ripagare il debito.

Mi interesserebbe sapere se esistano ricerche, sia empiriche che teoriche, che collegano l'efficienza delle scelte alla presenza, o meno, di strumenti di democrazia diretta (sottolineo sempre, alla svizzera).

Grazie

P.S.

Totalmente off-topic. Per chi è interessato agli effetti della DD sull'efficienza dei servizi pubblici può cercare vari articoli del prof. Gebhard Kirchgässner

Stefano, il problema di time inconsistency NON è un problema di mancato allineamento tra le preferenze dei cittadini e quelle del governo.  Ne soffre anche un governo che rispecchia fedelmente le preferenze dei cittadini (o almeno della maggioranza). L'esempio ora classico usato da Prescott riguardava la tassazione dei redditi da capitale.  Supponiamo che il governo, che rispecchia fedelmente le preferenze della maggioranza dei cittadini, decida di non tassare i redditi da capitale per favorire gli investimenti e far sviluppare il paese. Dato che gli investimenti producono frutti nel lungo periodo, la promessa deve valere nel lungo periodo, quindi immaginiamo che il governo/cittadini  prometta esenzione dalle tasse per 20 anni.

Ora fai passare 10 anni. Gli investimenti sono stati fatti e il paese si è sviluppato. Mantenere la promessa di esentare il capitale significa a questa punto tenere alte le imposte sul lavoro, il ché è distorsivo e rallenta la crescita. A quel punto, una volta fatti gli investimenti, è ottimale per il governo, che rispecchia esattamente le preferenze dei cittadini, rinnegare la promessa e tassare i redditi da capitale.  Un referendum produrrebbe gli stessi risultati. Naturalmente questo significa che la promessa di esentare i redditi da capitale non è credibile fin dall'inizio e per conseguenza, dato che tutti si attendono venga disattesa, non produce i benefici sperati.

Il problema di time inconsistency è assai complicato. Richiede o istituzioni molto rigide che non permettano di cambiare decisione una volta presa (cosa che però genera altri problemi, dato che impedisce di correggere scelte che si rivelano ex post sbagliate) o istituzioni che  sviluppino nel tempo credibilità (cosa che non si fa per decreto ma solo nel lungo periodo con comportamenti coerenti). 

Grazie Sandro del chiarimento.

Però mi rimane un dubbio. Nell'esempio di Prescott, il fatto chea 10 anni vi sarà una crescita è un risultato atteso della scelta politica di ridurre l'imposizione sui redditi da capitale. Si potrà discutere se vi sia uno scostamento sulla previsione, ma sicuramente non è un risultato "anomalo".

Vi sarà, grazie alla crescita economica, anche un maggior gettito fiscale. Se, sempre ex-ante, si ritiene che ridurre le tasse sui redditi sia cosa buona (lo è) è sufficiente che le tasse vengano ridotte mantenendo invariata, o comunque con una crescita inferiore, la spesa pubblica. E anche questo si può stabilire ex-ante. L'intervallo di 20 anni per l'esenzione impositiva sarà quindi stato scelto come l'intervallo che massimizza (sperabilmente) l'effetto crescita su tutto l'intervallo.

In conclusione, non è che questa "time inconsistency" altro non sia che un nome per indicare se chi adotta una "policy" è credibile, ora e nel tempo, ossia ha la capacità di concepirne di ragionevoli e di implementarle consistentemente?

Capisco ci sia un problema anche temporale, per cui chi adotta una "policy" potrebbe non esserne l'esecutore nel tempo. E un paese potrebbe, come l'Italia per esempio, avere non solo istituzioni di per se poco credibili, ma che cambiano politiche fondamentali di anno in anno (tasso la casa, ma anche no. Abbasso il cuneo fiscale, ma anche no, meglio togliere l'IMU). Ma questo non ha a che fare con l'ottimalità nel tempo di una politica, che per lo meno negli esempio che hai fatto, può essere calcolata ex-ante.

Mi perdo qualcosa?

Si' purtroppo ti stai perdendo qualcosa. Come sandro ha cercato di spiegare, time inconsistency non ha a che vedere con la capacita' di concepire politiche ragionevoli, o con il fatto che l'esecutore domani e' diverso dall'esecutore oggi, ne' con il fatto che se le cose vanno bene domani avremo piu' o meno gettito.

Supponi che il gettito sia dato, nel senso che abbiamo bisogno di raccogliere domani una somma fissa pena la fine del mondo, e che l'unico problema domani sia se tassare il lavoro o il capitale per raccogliere questo gettito. Ci sono solo due periodi, oggi e domani; dopodomani arriva una meteora e distrugge tutto quindi del dopodomani non ci preoccupiamo. 

Il problema e' che la politica ottima ex-ante non e' ottima ex-post. Ex ante la migliore politica sarebbe la promessa di non tassare capitale domani (cosi' la gente investe oggi e - visto che il gettito e' fissato - domani si produce di piu' e si sta tutti meglio), ma quando il domani arriva diventa ottimo tassare il capitale (tanto hanno gia' investito - e supponiamo che dopodomani il mondo sparisce) piuttosto che il lavoro, che fa lavorar meno la gente. In assenza di una promessa credibile a non tassare il capitale, la gente investe meno per non avere troppo capitale tassabile domani, ma si finisce per stare peggio. 


Prima che martino me lo chieda in chat

:-) Chiarissimo grazie!

 

Certo la questione pone problemi politici non indifferenti, nell'esempio italiano dell'euro chi ha votato per "legarsi le mani" era veramente consapevole dell'impegno preso e di ciò che implicava? E d'altro canto è possibile (utile, conveniente, etico...) ignorare la volontà popolare per "mantenere la promessa"? Nel caso la risposta alla prima domanda fosse negativa sarebbe anche una promessa "estorta con l'inganno"...




Ovviamente c'erano diversi motivi per entrare nell'euro, c'era chi aveva l'idea dell'europa unita, chi pensava al commitment, etc...  Nel caso del commitment in un certo senso si paga un costo oggi per evitare un costo maggiore alle generazioni future, un po' come quando si implementano politiche ambientalistiche. In questo senso e' etico, conveniente, utile, ... ovviamente dipende da quanto la societa' ha a cuore le generazioni future rispetto a quelle presenti. 

Immagino che sia molto difficile valutare adeguatamente tutte le conseguenze (è possibile?). Non avendo la minima idea su come questo possa essere fatto mi viene solo in mente l'esempio storico stracitato dagli euroexiters dello sganciamento dallo SME della lira nel 1992 e susseguente forte svalutazione. Capisco che ci potrebbero essere tante condizioni diverse ma un grosso problema di time inconsistency c'era anche allora (all'epoca si paventarono tragedie in caso di sganciamento!),  fu uscita da "protoeuro" (regime cambi fissi) e forte svalutazione (più del 30%). Eppure non sembra aver causato catastrofi e, sempre da euroexiters, viene anche citata una successiva ripresa e il fatto che il periodo da svalutazione ad entrata nell'euro è stato l'ultimo periodo di crescita non asfittica dell'Italia.

 

Il discorso riguardo la storia economico-politica dell'Italia mi sembra scivoloso: potrebbe essere argomento altrettanto buono per dire che bisogna tenersi ben saldamente agganciati a strumenti quali la svalutazione dato che altre strade non sono percorribili in tempi utili.

Quello delle asimmetrie, del necessario e giusto riequilibrio tra economie di una currency area è un altro dei "miti" (Bisin direbbe favola) del dibattito su euro-exit. Che cosa vuol dire riequilibrio? Del current account balance? Dei tassi di disoccupazione? Dei livelli di produttività?

Sento continuamente utilizzare questo concetto e temo che nessuno abbia le idee chiare. Ad esempio: qual è il livello ottimale di imbalance del current account tra membri di una currency area? E' zero? Certamente no. E allora: come lo stabiliamo? La politica monetaria comune deve occuparsene? Se ne deve occupare la politica fiscale? Crediamo forse che tra Stati degli USA il current account balance sia sempre zero tra ogni coppia di Stati? E crediamo al mito che il governo federale intervenga sistematicamente per riequilibrarli?

Credo si debba ripartire dall'ABC. Non abbiamo idea di quale sia la gestione ottimale dei CA imbalances in una uione monetaria. Però tutti quelli di euro exit ripetono a pappagallo: bisogna permettere di svalutare per assicuare il giusto riequilibrio tra economie. Ma che vuol dire? Proprio niente. Gli squilibri di CA balance sono ottimali se in risposta a shock divergenti, a sentieri di crescita attesi divergenti, a sentieri attesi di produttività divergenti, etc..

Lo sappiamo vero che una piccola economia aperta può tecnicamente anche avere un perpetual CA deficit? (Basta che generi un valore presente scontato del trade balance positivo)

Invece lascia sgomenti la superficialità di tutta la galassia di euro-exit. "Bisogna uscire da euro semplicemente per garantire il giusto riequilibrio tra economie". Come già detto: stesso ragionamento dovrebbe indurre il Sud Italia a uscire poi dall'area valutaria della ri-neonata lira.

Ripartire dall'ABC...

PZ 15/8/2013 - 04:28

Che sia un buon proposito?

Ha ragione, Professor Monacelli. Anch'io del resto mi sono chiesto spesso: perché è necessario che le CA dei vari paesi dell'Eurozona devono essere in equilibrio? Perché il mercato a un certo punto ha preso a guardare ai singoli paesi nel valutare il rischio d'insolvenza di sistemi finanziari a sé stanti? Che relazione c'è tra le scelte, e gli errori di politica economica (vedi Grecia), la teoria economica, e queste domande?

Però vede Professor Monacelli, ribadisco il concetto: non aver affrontato questi argomenti, e ripetendo a profusione che l'euro è bello e buono (non lei, ma altri suoi colleghi), ha lasciato campo libero a discorsi probabilmente più semplicistici. Rispondere a questi discorsi "dovete lavorare di più senza essere pagati altrettanto di più", piuttosto laicamente che sui nodi essenziali della questione, lascia campo libero a "la crescita della produttività è rallentata a causa dell'euro", non solo perché non si è affrontato il punto essenziale della crisi economico-finanziaria (che, imponendo l'austerità, è ben più percepita immediatamente degli effetti della produttività rallentata) ma anche perché è molto coerente con l'accusa rivolta di "complicità col vincolo esterno", ovvero l'utilizzo delle regole - in contrapposizione alle scelte discrezionali - di politica economica al fine di imporre scelte di carattere distributivo al di fuori di una dialettica democratica.

di politica economica al fine di imporre scelte di carattere distributivo al di fuori di una dialettica democratica

Questa frase è inaccettabile.

Qui si sta cercando di convincere almeno i lettori educati che hanno la pazienza di leggerci che certe soluzioni di facile appeal non sono supportate da alcuna evidenza scientifica. Fa parte della "dialettica democratica", spero, cercare di spiegare come stanno le cose da parte di chi le studia. Non colgo nemmeno il velato commento alle scelte di carattere distributivo. Nè l'articolo di Tommaso né nel resto del sito credo si possa trovare come la permanenza (o l'uscita dall') nell'euro possa implicare una redistribuzione delle risorse da una parte rispetto che da un'altra. 

Rilegga, prego.

PZ 15/8/2013 - 12:15

Non c'è nulla di inaccettabile in ciò che ho scritto. Ho soltanto ho espresso un'opinione, che ritengo utile per la comunità degli economisti - quale quella che s'incontra su questo sito - per cui il non aver presidiato criticamente gli aspetti macroeconomici e monetari, es. dell'euro, ha lasciato aperto il campo a ipotesi e opinioni che qui siamo tutti d'accordo nel ritenere meno aggiornate e credibili. Ma è un errore che si può ancora riparare.

Forse lei non ha compreso il commento poiché non conosce bene l'aspetto politico della critica di, ad esempio, Bagnai, il quale sostiene che l'imposizione del cambio fisso sia stata anche un modo di vincolare le scelte di politica economica in modo da limitare i margini per la contrattazione salariale in senso favorevole all'aumento dei salari reali. È realistica questa ipotesi? Non so, ditemelo voi: qui nessuno mette in discussione l'integrità morale o democratica degli animatori di questo sito, o degli economisti in generale (potrei mai farlo io, poi?).

Ribadisco un concetto: l'aspetto politico delle "teorie di Bagnai" mi risulta molto più interessante della sua analisi economica, che ritengo banale e semplicistica, poiché ben si accorda alla teoria del "vincolo esterno", che è uno schema di interpretazione politologico delle scelte fondamentali di politica interna e internazionale dell'Italia degli ultimi trent'anni. Sminuirne la portata e non discutere di questi aspetti quando, ad esempio, si parla del valore di politiche economiche temporalmente coerenti e basate sulle regole rafforza a mio modo di vedere la critica.

Saluti

Lasciando perdere l'ipotesi che come sostiene Bagnai "L’unico modello che si riconcilia coi dati ci dice una cosa diametralmente opposta: proprio perché è un problema di produttività l’euro (cioè l’improvvisa rivalutazione della lira e l’adozione di un cambio sopravvalutato) c’entra, e come!" e che quindi TUTTE le altre spiegazioni sono da scartare, quale aspetto POLITICO hanno le parole di Bagnai?
Cioè quale ipotesi POLITICA c'è nelle logorroiche tirate di Bagnai?
Io non ne vedo, se non l'ipotesi che svalutare la moneta e rendere più rigido il mercato del lavoro sono la panacea della crescita economica.

Questa risposta è di una ingenuità colossale. Interpretare "politicamente" certe proposte, come suggerito, implica avere una visione complottistica della situazione economica del paese che finisce per alimentare l'ignoranza economica del popolo bue  (prima è colpa dei cinesi, poi dei tedeschi, poi di qualche oscuro manovratore servo dei padroni che vuole limitare le decisioni democratiche...). Ma non capisce che in questo modo si potrebbe sostenere che nemmeno una legge fiscale è democratica, visto che non è sottoposta a istantaneo referendum? E anche se lo fosse, che dobbiamo dire dei diritti della minoranza che ha perso? ... di qui non si esce.

Certo che un trattato internazionale limita le possibilità di scelta per un governo/ parlamento / popolo. È stato adottato (democraticamente), proprio per far star meglio quel popolo (bue) e qui si sta cercando di spiegare questo. Se poi qualcuno ha una visione coerente che spiega perché si sbaglia, si faccia avanti. 

Ingenuità.

PZ 17/8/2013 - 19:25

Ingenuità mi pare aprioristicamente catalogare come "complottismo" una tesi sostenuta nelle letterature delle scienze sociali, solo perché lontana dagli schemi interpretativi riduzionisti e schematici dell'economia politica. (Mi riferisco alla teoria del "vincolo esterno", per cui si è scelto l'aggancio europeo al fine di restringere il campo delle scelte politiche ed economiche dell'Italia dagli anni '80 in poi; la Bagnaipolitics non è altro che l'applicazione della stessa specificatamente all'euro; rispondo così pure a Pietro Puricelli).

Ingenuità mi pare considerare le scelte delle classi dirigenti che hanno effettuato determinate scelte di policy solamente in relazione alla loro efficienza ed efficacia, senza alcun riguardo nei confronti di quali "interessi speciali" possano averle influenzate, quali reti di relazioni (networks) legassero gli interessi speciali e i protagonisti delle scelte, o come la rappresentanza parlamentare in un voto su un tema altamente tecnico e critico - magari con alle spalle una forte campagna di propaganda e informazione distorta - possa non avere limitata qualità democratica (sto utilizzando termini strettamente accademici giusto per diffondere un po' di sano complottismo tra professori).

Ingenuità mi pare interpretare in modo politicamente e distributivamente neutrale una proposta o scelta politico-economica effettuata per considerazioni di efficienza o per il raggiungimento di determinati benefici, i cui costi però sono per chi effettua le stesse scelte trascurabili al contrario che per gli altri: chissà, forse la maggioranza della popolazione.

 

P.S. Ho una formazione politica profondamente anti-complottista e democratica; a me pare che chi voglia piuttosto imporre dall'alto scelte al "popolo bue" è chi si trincera dietro la "verità tecnica". Saluti.

  "siamo sicuri che la flessibilità del cambio ce la sapremmo meritare? Che la sapremmo gestire? Ma la storia economico-politica di questo paese l'abbiamo dimenticata?"

Io me la ricordo, ma dopo l'entrata dell'Italia nell'area valutaria vi è stato un qualche miglioramento istituzionale o un "guadagno importato di credibilità" dei quali non mi sono accorto? La storia e la politica ha subito qualche miglioramento rispetto al passato? Io ricordavo che eravamo sprofondati in tutti quegli indici internazionali che qui dentro si riportano senza sosta.

Ma lasciamo perdere l'Italia che, nonostante sia la 3^ economia dell'EZ, membro del G8 e nona potenza esportatrice al mondo (sopra la GB), su questo sito finisce sempre e comunque per essere paragonata al peggior stato sudamericano. C'è qualche altro paese che una volta entrato nell'euro ha migliorato il suo assetto politico-economico o che ha migliorato le proprie istituzioni? Il Portogallo, una volta agganciato il cambio, ha "importato credibilità"? La Grecia? La Francia, o la Spagna, hanno migliorato il loro profilo politico istituzionale grazie ai nuovi vincoli monetari e valutari?

Forse, se con "guadagnare credibilità" s'intende l'apparente e illusorio appiattimento del "rischio paese", grazie soprattutto all'eliminazione del rischio cambio, che ha permesso all'enorme liquidità globale di fare affluire investimenti diretti esteri in alcuni paesi, e soprattutto in alcuni settori considerati più redditizi, beh, allora si: Spagna, Irlanda, Portogallo, Cipro, Slovenia, Olanda, hanno tutti beneficiato di questo tipo di credibilità. Però, se prendiamo un orizzonte temporale di una 15ina di anni, non so quale sia stato il beneficio netto. Anche perchè quelle economie, grazie a quegli investimenti, non è che hanno dato vita a nuove Silicon Valley mediterranee o nuove Apple europee. Sostanzialmente sono cresciute sopra una gigantesca bolla che, una volta esplosa, li sta riportando ai valori di partenza. E il sudden stop e il flight to quality degli ultimi anni è lì a dimostrare che quel guadagno di credibilità altro non è stato che un semplice abbaglio degli "investitori efficienti".

Poi cosa s'intende per "italietta delle svalutazioni"? Che prima di aderire ai vincoli europei (di cui poi tutti, a cominciare da Francia e Germania, si sono in qualche modo fregati) l'Italia aveva un peso geopolitico inferiore rispetto a quello assunto poi all'interno dell'Euro Zona? A veder bene la storia degli ultimi 30'anni non mi parrebbe.

Ma poi qual è la tesi di fondo? Che se domani uscissimo dall'euro (ed io non me lo auguro, per diverse ragioni), Bankitalia inizierebbe a stampar moneta come nemmeno il Venezuela e l'Argentina, e Saccomanni incomincerebbe a fare deficit del 10-15%? Un'ipotesi un tantino forte da sostenere.

Perchè, vedete, sta bene fare un buon lavoro nell'eliminare quelle che responsabilità (a molti piace chiamarle moralisticamente "colpe") dell'Euro non sono nella crisi, però sarebbe anche opportuno spiegare bene e con altrettanta chiarezza quali sono i "meriti", dato che per valutare se conviene o meno restare in questa Area Valutaria (non)Ottimale una cerca di ragionare in termini di costi e benefici concreti, non ipotesi (eufemisticamente definibili) un po' forzate.

Gianluca

Ps qui riporto il paper della BIS molto chiaro rispetto ai problemi dell'Euro Zona che mi pare essere stato trascurato

Basta che si chieda: l'Italia aveva mai avuto simultaneamente tassi di interesse, di inflazione e debito pubblico/PIL così bassi come nei primi anni dell'euro (rispetto ai precedenti 20 anni)? Importare credibilità significa questo (in senso strettamente economico): riuscire ad abbassare inflazione, debito e tassi *contemporaneamente*. Senza doverci trovare, come adesso, a dover invece augurarci di avere maggiore inflazione EX-POST per poter abbattere il debito.

Riguardo a capital flows verso la periferia, due cose. Primo, sarebbe un male il fatto che Euro sia stato motore di quei flows? Il fatto che, ad esempio, il Portogallo non ne abbia approfittato, è colpa dell'euro o del Portogallo? (si veda paper di R. Reis citato in bibliografia)

Secondo, e tragicamente: perchè capital flows sono stati così timidi verso l'Italia? Perchè l'Italia è stato l'unico dei paesi della periferia a non avere un boom nei primi anni dell'euro? Anche qui: un problema di istituzioni economiche di bassa qualità. Di chi è la colpa se queste istituzioni non sono state cambiate? Dell'euro? Quand'è che questo paese guarderà finalmente in faccia la realtà?