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Euro, domanda, e produttività: un viaggio nel mito. Parte 1

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Quello delle asimmetrie, del necessario e giusto riequilibrio tra economie di una currency area è un altro dei "miti" (Bisin direbbe favola) del dibattito su euro-exit. Che cosa vuol dire riequilibrio? Del current account balance? Dei tassi di disoccupazione? Dei livelli di produttività?

Sento continuamente utilizzare questo concetto e temo che nessuno abbia le idee chiare. Ad esempio: qual è il livello ottimale di imbalance del current account tra membri di una currency area? E' zero? Certamente no. E allora: come lo stabiliamo? La politica monetaria comune deve occuparsene? Se ne deve occupare la politica fiscale? Crediamo forse che tra Stati degli USA il current account balance sia sempre zero tra ogni coppia di Stati? E crediamo al mito che il governo federale intervenga sistematicamente per riequilibrarli?

Credo si debba ripartire dall'ABC. Non abbiamo idea di quale sia la gestione ottimale dei CA imbalances in una uione monetaria. Però tutti quelli di euro exit ripetono a pappagallo: bisogna permettere di svalutare per assicuare il giusto riequilibrio tra economie. Ma che vuol dire? Proprio niente. Gli squilibri di CA balance sono ottimali se in risposta a shock divergenti, a sentieri di crescita attesi divergenti, a sentieri attesi di produttività divergenti, etc..

Lo sappiamo vero che una piccola economia aperta può tecnicamente anche avere un perpetual CA deficit? (Basta che generi un valore presente scontato del trade balance positivo)

Invece lascia sgomenti la superficialità di tutta la galassia di euro-exit. "Bisogna uscire da euro semplicemente per garantire il giusto riequilibrio tra economie". Come già detto: stesso ragionamento dovrebbe indurre il Sud Italia a uscire poi dall'area valutaria della ri-neonata lira.

Ripartire dall'ABC...

PZ 15/8/2013 - 04:28

Che sia un buon proposito?

Ha ragione, Professor Monacelli. Anch'io del resto mi sono chiesto spesso: perché è necessario che le CA dei vari paesi dell'Eurozona devono essere in equilibrio? Perché il mercato a un certo punto ha preso a guardare ai singoli paesi nel valutare il rischio d'insolvenza di sistemi finanziari a sé stanti? Che relazione c'è tra le scelte, e gli errori di politica economica (vedi Grecia), la teoria economica, e queste domande?

Però vede Professor Monacelli, ribadisco il concetto: non aver affrontato questi argomenti, e ripetendo a profusione che l'euro è bello e buono (non lei, ma altri suoi colleghi), ha lasciato campo libero a discorsi probabilmente più semplicistici. Rispondere a questi discorsi "dovete lavorare di più senza essere pagati altrettanto di più", piuttosto laicamente che sui nodi essenziali della questione, lascia campo libero a "la crescita della produttività è rallentata a causa dell'euro", non solo perché non si è affrontato il punto essenziale della crisi economico-finanziaria (che, imponendo l'austerità, è ben più percepita immediatamente degli effetti della produttività rallentata) ma anche perché è molto coerente con l'accusa rivolta di "complicità col vincolo esterno", ovvero l'utilizzo delle regole - in contrapposizione alle scelte discrezionali - di politica economica al fine di imporre scelte di carattere distributivo al di fuori di una dialettica democratica.

di politica economica al fine di imporre scelte di carattere distributivo al di fuori di una dialettica democratica

Questa frase è inaccettabile.

Qui si sta cercando di convincere almeno i lettori educati che hanno la pazienza di leggerci che certe soluzioni di facile appeal non sono supportate da alcuna evidenza scientifica. Fa parte della "dialettica democratica", spero, cercare di spiegare come stanno le cose da parte di chi le studia. Non colgo nemmeno il velato commento alle scelte di carattere distributivo. Nè l'articolo di Tommaso né nel resto del sito credo si possa trovare come la permanenza (o l'uscita dall') nell'euro possa implicare una redistribuzione delle risorse da una parte rispetto che da un'altra. 

Rilegga, prego.

PZ 15/8/2013 - 12:15

Non c'è nulla di inaccettabile in ciò che ho scritto. Ho soltanto ho espresso un'opinione, che ritengo utile per la comunità degli economisti - quale quella che s'incontra su questo sito - per cui il non aver presidiato criticamente gli aspetti macroeconomici e monetari, es. dell'euro, ha lasciato aperto il campo a ipotesi e opinioni che qui siamo tutti d'accordo nel ritenere meno aggiornate e credibili. Ma è un errore che si può ancora riparare.

Forse lei non ha compreso il commento poiché non conosce bene l'aspetto politico della critica di, ad esempio, Bagnai, il quale sostiene che l'imposizione del cambio fisso sia stata anche un modo di vincolare le scelte di politica economica in modo da limitare i margini per la contrattazione salariale in senso favorevole all'aumento dei salari reali. È realistica questa ipotesi? Non so, ditemelo voi: qui nessuno mette in discussione l'integrità morale o democratica degli animatori di questo sito, o degli economisti in generale (potrei mai farlo io, poi?).

Ribadisco un concetto: l'aspetto politico delle "teorie di Bagnai" mi risulta molto più interessante della sua analisi economica, che ritengo banale e semplicistica, poiché ben si accorda alla teoria del "vincolo esterno", che è uno schema di interpretazione politologico delle scelte fondamentali di politica interna e internazionale dell'Italia degli ultimi trent'anni. Sminuirne la portata e non discutere di questi aspetti quando, ad esempio, si parla del valore di politiche economiche temporalmente coerenti e basate sulle regole rafforza a mio modo di vedere la critica.

Saluti

Lasciando perdere l'ipotesi che come sostiene Bagnai "L’unico modello che si riconcilia coi dati ci dice una cosa diametralmente opposta: proprio perché è un problema di produttività l’euro (cioè l’improvvisa rivalutazione della lira e l’adozione di un cambio sopravvalutato) c’entra, e come!" e che quindi TUTTE le altre spiegazioni sono da scartare, quale aspetto POLITICO hanno le parole di Bagnai?
Cioè quale ipotesi POLITICA c'è nelle logorroiche tirate di Bagnai?
Io non ne vedo, se non l'ipotesi che svalutare la moneta e rendere più rigido il mercato del lavoro sono la panacea della crescita economica.

Questa risposta è di una ingenuità colossale. Interpretare "politicamente" certe proposte, come suggerito, implica avere una visione complottistica della situazione economica del paese che finisce per alimentare l'ignoranza economica del popolo bue  (prima è colpa dei cinesi, poi dei tedeschi, poi di qualche oscuro manovratore servo dei padroni che vuole limitare le decisioni democratiche...). Ma non capisce che in questo modo si potrebbe sostenere che nemmeno una legge fiscale è democratica, visto che non è sottoposta a istantaneo referendum? E anche se lo fosse, che dobbiamo dire dei diritti della minoranza che ha perso? ... di qui non si esce.

Certo che un trattato internazionale limita le possibilità di scelta per un governo/ parlamento / popolo. È stato adottato (democraticamente), proprio per far star meglio quel popolo (bue) e qui si sta cercando di spiegare questo. Se poi qualcuno ha una visione coerente che spiega perché si sbaglia, si faccia avanti. 

Ingenuità.

PZ 17/8/2013 - 19:25

Ingenuità mi pare aprioristicamente catalogare come "complottismo" una tesi sostenuta nelle letterature delle scienze sociali, solo perché lontana dagli schemi interpretativi riduzionisti e schematici dell'economia politica. (Mi riferisco alla teoria del "vincolo esterno", per cui si è scelto l'aggancio europeo al fine di restringere il campo delle scelte politiche ed economiche dell'Italia dagli anni '80 in poi; la Bagnaipolitics non è altro che l'applicazione della stessa specificatamente all'euro; rispondo così pure a Pietro Puricelli).

Ingenuità mi pare considerare le scelte delle classi dirigenti che hanno effettuato determinate scelte di policy solamente in relazione alla loro efficienza ed efficacia, senza alcun riguardo nei confronti di quali "interessi speciali" possano averle influenzate, quali reti di relazioni (networks) legassero gli interessi speciali e i protagonisti delle scelte, o come la rappresentanza parlamentare in un voto su un tema altamente tecnico e critico - magari con alle spalle una forte campagna di propaganda e informazione distorta - possa non avere limitata qualità democratica (sto utilizzando termini strettamente accademici giusto per diffondere un po' di sano complottismo tra professori).

Ingenuità mi pare interpretare in modo politicamente e distributivamente neutrale una proposta o scelta politico-economica effettuata per considerazioni di efficienza o per il raggiungimento di determinati benefici, i cui costi però sono per chi effettua le stesse scelte trascurabili al contrario che per gli altri: chissà, forse la maggioranza della popolazione.

 

P.S. Ho una formazione politica profondamente anti-complottista e democratica; a me pare che chi voglia piuttosto imporre dall'alto scelte al "popolo bue" è chi si trincera dietro la "verità tecnica". Saluti.

  "siamo sicuri che la flessibilità del cambio ce la sapremmo meritare? Che la sapremmo gestire? Ma la storia economico-politica di questo paese l'abbiamo dimenticata?"

Io me la ricordo, ma dopo l'entrata dell'Italia nell'area valutaria vi è stato un qualche miglioramento istituzionale o un "guadagno importato di credibilità" dei quali non mi sono accorto? La storia e la politica ha subito qualche miglioramento rispetto al passato? Io ricordavo che eravamo sprofondati in tutti quegli indici internazionali che qui dentro si riportano senza sosta.

Ma lasciamo perdere l'Italia che, nonostante sia la 3^ economia dell'EZ, membro del G8 e nona potenza esportatrice al mondo (sopra la GB), su questo sito finisce sempre e comunque per essere paragonata al peggior stato sudamericano. C'è qualche altro paese che una volta entrato nell'euro ha migliorato il suo assetto politico-economico o che ha migliorato le proprie istituzioni? Il Portogallo, una volta agganciato il cambio, ha "importato credibilità"? La Grecia? La Francia, o la Spagna, hanno migliorato il loro profilo politico istituzionale grazie ai nuovi vincoli monetari e valutari?

Forse, se con "guadagnare credibilità" s'intende l'apparente e illusorio appiattimento del "rischio paese", grazie soprattutto all'eliminazione del rischio cambio, che ha permesso all'enorme liquidità globale di fare affluire investimenti diretti esteri in alcuni paesi, e soprattutto in alcuni settori considerati più redditizi, beh, allora si: Spagna, Irlanda, Portogallo, Cipro, Slovenia, Olanda, hanno tutti beneficiato di questo tipo di credibilità. Però, se prendiamo un orizzonte temporale di una 15ina di anni, non so quale sia stato il beneficio netto. Anche perchè quelle economie, grazie a quegli investimenti, non è che hanno dato vita a nuove Silicon Valley mediterranee o nuove Apple europee. Sostanzialmente sono cresciute sopra una gigantesca bolla che, una volta esplosa, li sta riportando ai valori di partenza. E il sudden stop e il flight to quality degli ultimi anni è lì a dimostrare che quel guadagno di credibilità altro non è stato che un semplice abbaglio degli "investitori efficienti".

Poi cosa s'intende per "italietta delle svalutazioni"? Che prima di aderire ai vincoli europei (di cui poi tutti, a cominciare da Francia e Germania, si sono in qualche modo fregati) l'Italia aveva un peso geopolitico inferiore rispetto a quello assunto poi all'interno dell'Euro Zona? A veder bene la storia degli ultimi 30'anni non mi parrebbe.

Ma poi qual è la tesi di fondo? Che se domani uscissimo dall'euro (ed io non me lo auguro, per diverse ragioni), Bankitalia inizierebbe a stampar moneta come nemmeno il Venezuela e l'Argentina, e Saccomanni incomincerebbe a fare deficit del 10-15%? Un'ipotesi un tantino forte da sostenere.

Perchè, vedete, sta bene fare un buon lavoro nell'eliminare quelle che responsabilità (a molti piace chiamarle moralisticamente "colpe") dell'Euro non sono nella crisi, però sarebbe anche opportuno spiegare bene e con altrettanta chiarezza quali sono i "meriti", dato che per valutare se conviene o meno restare in questa Area Valutaria (non)Ottimale una cerca di ragionare in termini di costi e benefici concreti, non ipotesi (eufemisticamente definibili) un po' forzate.

Gianluca

Ps qui riporto il paper della BIS molto chiaro rispetto ai problemi dell'Euro Zona che mi pare essere stato trascurato

Basta che si chieda: l'Italia aveva mai avuto simultaneamente tassi di interesse, di inflazione e debito pubblico/PIL così bassi come nei primi anni dell'euro (rispetto ai precedenti 20 anni)? Importare credibilità significa questo (in senso strettamente economico): riuscire ad abbassare inflazione, debito e tassi *contemporaneamente*. Senza doverci trovare, come adesso, a dover invece augurarci di avere maggiore inflazione EX-POST per poter abbattere il debito.

Riguardo a capital flows verso la periferia, due cose. Primo, sarebbe un male il fatto che Euro sia stato motore di quei flows? Il fatto che, ad esempio, il Portogallo non ne abbia approfittato, è colpa dell'euro o del Portogallo? (si veda paper di R. Reis citato in bibliografia)

Secondo, e tragicamente: perchè capital flows sono stati così timidi verso l'Italia? Perchè l'Italia è stato l'unico dei paesi della periferia a non avere un boom nei primi anni dell'euro? Anche qui: un problema di istituzioni economiche di bassa qualità. Di chi è la colpa se queste istituzioni non sono state cambiate? Dell'euro? Quand'è che questo paese guarderà finalmente in faccia la realtà?