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Euro, domanda, e produttività: un viaggio nel mito. Parte 1

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Rispondo al punto 3 del suo post perchè è completamente fuori strada. Mi pare un altro dei miti in circolazione.  Lei dice che il trend di discesa della labor share è dovuto alle politiche di inflation targeting della Bce o altre banche.  E' proprio da affermazioni così apodittiche, in cui la teoria economica alle spalle latita,  che nascono i miti. (Non penso certo che lei sia in malafede, per carità).

Che cosa può avere mai a che fare la politica monetaria, che "gestisce" le fluttuazioni cicliche della domanda aggregata, con il trend di lungo periodo della labor share?  Lei probabilmente pensa: siccome la Bce fa "inflation targeting" (so to speak), allora non si cura della disoccupazione. Quindi la labor share tende a declinare.

Ma è evidente la sua confusione tra ciclo e trend! La politica monetaria può solo infuenzare la volatilità di inflazione e/o disoccupazione intorno a determinati valori considerati "target" (ci vorrebbe un post a parte per spiegare sotto quali condizioni questi target coincidono con i valori cosiddetti "naturali").  La discesa della labor share in tutte le economie avanzate è una risultante di forze strutturali sulle quali la politica monetaria non può avere alcun impatto.

Questa idea che "la politica di stabilizzazione può tutto" mi sembra un residuo un pò appannato (e molto limitato) della tradizione keynesiana. E non fa altro che sminuire il portato dell'eredità di Keynes stesso.

È curioso: l'idea per cui le politiche macroeconomiche *possano* (attenzione quando metto due asterischi) avere, forse indirettamente, un effetto di lungo periodo su variabili che tendiamo a concepire strutturali è una cosa su cui sto riflettendo da quando seguo un influente blog americano di ispirazione... libertarian! :)

L'idea di fondo è quella per cui la politica monetaria della FED degli ultimi decenni abbia contribuito a sostenere l'indebitamento e il rigonfiamento dei valori degli assets in maniera squilibrata, e abbia effettuato non solo una redistribuzione di ricchezza dai poveri ai ricchi, ma abbia aiutato anche a sostenere politicamente (via consumi a credito, mutui facili etc.) un cambiamento di regime istituzionale sfavorevole al fattore lavoro negli Stati Uniti (desindacalizzazione, deregolamentazione finanziaria, aumento dell'influenza politica del settore finanziario negli Stati Uniti etc.). C'è una teoria economica solida dietro queste affermazioni? Probabilmente no. Varrebbe la pena estendere l'analisi economica al fine di studiare queste dinamiche, se esistono? Credo proprio di sì.

Poi, siccome siamo economisti e quindi scienziati sociali, non dovremmo considerare le esperienze di singoli paesi come casi isolati: sono convinto che esista una relazione 'politica' nei cambiamenti di politica economica attuati in Europa e negli Stati Uniti a partire dagli anni '80, anche se probabilmente questi hanno agito via canali differenti, ma comunque attribuendo un ruolo alle ISTITUZIONI di politica macroeconomica. Sui dettagli del come e del quando sto ancora riflettendo, mi rendo conto che le due righe che ho scritto in merito possano aver dato adito a interpretazioni distorte.

Nessuna confusione tra ciclo e trend, pertanto: sono d'accordo con lei sulla interpretazione 'da manuale di testo' della politica macroeconomica di stabilizzazione; spero però che lei sia d'accordo con me nel considerare che l'analisi delle cause del declino di lungo periodo della labor share sia meritevole di maggiore approfondimento non soltanto sul presunto lato "strutturale".

Perfettamente d'accordo sulla conclusione