Da Da Da

18 agosto 2010 giorgio topa

Osservazioni estive semi-serie sullo stato della nazione.

Sto passando qualche settimana di ferie in Italia e quindi ho maggiore accesso a giornali e televisione rispetto al resto dell'anno. Colgo l'occasione di un momento di tranquillità per fare alcune osservazioni.

1) Il fenomeno Da Da Da. Nelle ultime settimane con moglie e figli ne abbiamo guardato qualche puntata, divertendoci molto. Per i genitori è un'occasione di rivedere vecchi spezzoni della nostra infanzia, per i figli cresciuti all'estero è un modo di imparare pezzi di storia televisiva nostrana. Il programma, cominciato a Natale 2009, è stato riproposto quest'estate ogni sera su Raiuno. La cosa mi ha fatto riflettere. La sensazione - molto superficiale, sono il primo ad ammetterlo - è che sia il sintomo di un paese rivolto al passato, ad una qualche età dell'oro che è irrimediabilmente passata. Altri sintomi di questa tendenza: le pubblicità televisive, spesso incentrate su immagini dei nostri padri, dei nostri nonni - le mozzarelle che volano, la Nutella che mangiavi da bambina, i biscotti del Mulino Bianco... Perfino la pubblicità della Coca Cola, vista in questi giorni, ha questo tema nostalgico.

La cosa è rilevante, secondo me, perché guarda caso queste immagini si riferiscono ad un periodo (i mitici anni 50-60) in cui l'economia italiana cresceva, e a una generazione che ha accumulato "assets" (valori mobiliari ed immobiliari) che ha poi passato a noi, alla generazione degli attuali trentenni e quarantenni. Oggi invece la crescita è zero, l'economia ristagna, la produttività del lavoro è stagnante da anni, i salari reali sono bassi, e quindi i consumi delle famiglie italiane della mia generazione sono spesso finanziati e sostenuti da traferimenti da parte della generazione precedente (quella delle mozzarelle che volano, della Nutella, eccetera).

2) Il fenomeno telenovela. Guardando di sfuggita i titoli delle pagine di cronaca politica sui quotidiani nelle ultime settimane, ci si rende conto che la politica in Italia è telenovela. Tizio non parla più a Caio, Caio è sdegnato del tradimento di Sempronio, Sempronio a sua volta ribadisce la fedeltà a... eccetera. La cosa sarebbe anche divertente se non fosse tragica. Tragica perché, in tutto questo, non si parla quasi mai della realtà. I fatti, i dati, l'evidenza empirica vengono assolutamente ignorati. Il debito pubblico, la pressione fiscale, la scarsa produttività dell'economia italiana... Tutto questo importa meno della telenovela. Tendenza, questa, che si riproduce nella professione degli economisti, come abbiamo visto nei mesi scorsi. I dati e i fatti sono roba da "modellini econometrici" (come ci è stato detto una sera a New York da un alto dirigente PD che si occupa di economia), invece quello che importa sono "le scuole di pensiero". Mah.

3) Il fenomeno Valentino Rossi. In questo caso, fenomeno inteso in senso letterale. E' di questi giorni la notizia che Valentino è finalmente passato alla Ducati, provocando l'orgasmo di milioni di tifosi. Leggo sui giornali commenti ed interviste, che spesso mettono l'accento sulla pazzia e sregolatezza di VR. Oggi invece sulla Gazzetta dello Sport (mia lettura fondamentale, ben prima di Corriere, Repubblica e La Stampa), leggo l'intevista a Filippo Preziosi, "direttore generale di Ducati Corse e progettista della Desmosedici". Intervista interessante dalla quale si ricava che gran parte del successo di VR deriva dall'attenzione ossessiva ai particolari, ai dettagli, alla perfezione tecnica: "rispetto all'idea di un Valentino giocoso, divertente, quando parla di tecnica esige risposte precise. Non accetta concetti superficiali. Se qualcosa non gli quadra continua a domandare finché la situazione non è chiara."

Mi ricorda qualcuno, ovvero Michael Schumacher. Si, proprio il freddo e pignolo tedesco di Germania. Altro articolo sempre sulla Gazzetta di oggi, sugli allenamenti della nazionale di pallavolo italiana, che ha adottato riprese televisive di ogni allenamento per poter rivedere, all'istante, il singolo esercizio, il singolo movimento tattico. La ripetizione ossessiva, l'attenzione maniacale ai dettagli, finché si raggiunge un meccanismo perfettamente oliato. Idem per il nuotatore Scozzoli e il suo pignolissimo allenatore ungherese, idem per la Pellegrini, idem per Valentina Vezzali, eccetera eccetera.

Che mi frega di tutto ciò? La cosa che mi colpisce è il contrasto fra l'impegno estremo di questi personaggi sportivi, e la relativa mancanza di impegno (usando un eufemismo) di altri personaggi - ad esempio, i dipendenti della pubblica amministrazione. Come l'impiegata dell'ufficio tributi del comune dove attualmente residiamo, che si è dichiarata incapace di effettuare il computo della metratura di un immobile perché "guardi, questo proprio non lo so fare, è meglio che torni la settimana prossima quando c'è il mio collega". O il dipendente del consolato italiano a New York che una volta dichiarò candidamente a mia moglie "ah ma lei parla l'inglese? Beata lei signora, io non ci capisco un'acca".

Qual è la morale che ne ricavo? Per l'ennesima volta, gli incentivi contano. Per lo sportivo c'è una misura assolutamente certa (anche se a volte crudele) del risultato corrispondente al proprio impegno. E dal risultato dipendono onori, gloria, conseguenze anche economiche. Per il dipendente della pubblica amministrazione (me la prendo con loro solo come esempio, sono ben cosciente che esistono moltitudini di dipendenti pubblici che lavorano sodo e bene), invece, non solo è difficile misurare il risultato del proprio impegno (come ben sa Giulio), ma per di più non esistono grosse conseguenze (economiche e non) di tale risultato. Al converso, una volta rimasi colpito dalla bravura ed efficienza di una dipendente Alitalia. Le chiesi se potevo riferire il suo nome al suo supervisore, per nominarla come "dipendente del mese" o qualcosa del genere. Si è messa a ridere, dicendo che queste cose in Italia non esistono.

Torno alla lettura della Gazzetta, assolutamente istruttiva. Buon fine d'agosto a tutti.

56 commenti (espandi tutti)

Con Valentino ho lavorato ai tempi del primo mondiale, quando ero al reparto corse Aprilia, e posso confermare che già a 16 anni si interessava ai dettagli e alla tecnica molto più dei suoi coetanei e in generale degli altri piloti. Devo anche dire che è la cosa che di solito distingue i migliori piloti da quelli che vivono sempre a metà classifica. Poi esistono quelli con un talento spropositato per la guida che a volte riescono a compensare le scarse capacità di analisi e a vincere qualcosa, ma sono l'eccezione fra i campioni, come esistono quelli che capiscono tutto della moto, danno indicazioni strepitose agli ingegneri, ma non sono in grado di farla correre e rimangono piloti di secondo piano.

La mia sensazione è sempre stata che non sia tanto l'impegno, nel senso di lavorare duro, che conta per loro. Le differenze vere le ho sempre viste nella materia grigia e nella capacità di rimanere freddi.

Tutto questo per dire che con gli stessi incentivi si vedono risultati molto diversi.

Secondo me gli incentivi non provocano l'impegno, ma selezionano le persone nella scelta del lavoro.

Quelli che sentono di avere delle capacità e hanno la voglia di esprimerle, scelgono più spesso lavori che gli permettano di emergere. Chi non le ha sceglie posti dove può vivacchiare senza grosse conseguenze.

Poi ovviamente (e per fortuna) esistono persone dotate che sentono la vocazione dell'insegnante, o del medico, o del poliziotto.

Dubito che inventandosi degli incentivi per i servizi pubblici si vedrebbe una crescita generalizzata dei risultati, ma sarebbe senz'altro utile per tener vivi quelli che l'impegno ce lo mettono già...

Magari si potrebbero anche introdurre degli incentivi negativi per tener lontani quelli in cerca del posto tranquillo dove scaricare il lavoro sui colleghi.

Giuseppe,

le due cose (ovvero, impegno e auto-selezione) sono due aspetti dello stesso fenomeno. Chiaro poi che c'e' eterogeneita' nella popolazione, per cui persone diverse rispondono in modo diverso agli stessi incentivi. C'e' una distribuzione di effetti, ma l'effetto medio (o mediano, o scegli tu una qualsiasi misura aggregata) va in una certa direzione.

D'accordo poi sugli incentivi "negativi" come li chiami tu. Gli incentivi possono essere sia positivi (carota) che negativi (bastone).

 

Forse in alcuni casi come le gare motociclistiche gli incentivi possono essere meno importanti delle capacità personali, ma nelle normali attività produttive mi sembra diverso.

Molte persone esprimono il 50% delle proprie capacità nelle attività lavorative a causa dell'evidente inutilità di eventuali sforzi aggiuntivi al minimo indispensabile.

Vedo anche persone che nella pubblica amministrazione danno il massimo di se stessi per pura soddisfazione personale, ( e anche nel privato ), ma sono una minoranza, e questo grazie alla selezione spartitocratica dei dirigenti, per incentivare le persone ( e punire eventualmente i parassiti ) servono dirigenti che si prendano le loro responsabilità, se questi vengono scelti tra gli attacchini di partito, che EVIDENTEMENTE erano insufficientemente dotati per farsi strada nel privato non si può credere che diano grandi prove di se stessi.

Molte persone esprimono il 50% delle proprie capacità nelle attività lavorative a causa dell'evidente inutilità di eventuali sforzi aggiuntivi al minimo indispensabile.

Direi che questo capita perché non hanno obbiettivi (non gli vengono assegnati) che siano pari almeno al 90% delle loro capacità. Occorrono obbiettivi chiari e raggiungibili ed un sistema di controllo. Prendendo per buona la tua stima del 50% ed imponendo obbiettivi a tutto il gruppo, si vede bene chi li raggiunge e chi no, perché non li raaggionge e cosa fare per superare il gap (corsi, strumenti, incentivi)

Francesco

Re(2): Da Da Da

z f k 19/8/2010 - 10:01

Da qualche anno, per i Ministeri, avviene la verifica del raggiungimento dell'"obbiettivo strategico assegnato dal Ministro al Capo Dipartimento".

Per effettuarla si usa uno strumento informatico, il "Controllo Strategico e di Gestione per la PA", il quale consiste nell'inserire mensilmente le ore lavorate da ogni impiegato e trimestralmente la distribuzione di tali ore tra i vari Prodotti (Certificati ecc.) e i relativi Indicatori (es. per i Certificati: quante richieste sono arrivate e quanti ne sono stati emessi). Immagino che tali dati vengano poi elaborati e relazionati; che so, il tempo medio per l'emissione di un Certificato (ci sono tabelle con i tempi massimi), il carico di lavoro (n. di certificati per impiegato), ecc. Magari pure la curva annuale delle richieste.

Il sistema e' l'evoluzione del "Sistema di Controllo Gestione" (SiGest), praticamente identico, il cui obiettivo era la valutazione dell'operato dei singoli dirigenti degli Uffici Periferici. Il software era stato riutilizzato da un sistema simile in uso presso una qualche Amministrazione (sorry, non ricordo i dettagli). Il sistema ha qualche problema, tipo la variazione del tipo di dati da inserire non preavvisata e la mancata percezione della sua importanza da parte degli impiegati, i quali lo vedono come "una roba in piu' da fare", con la conseguenza che i dati sono a dir poco approssimativi; tanto per citarne un paio di significativamente incespicanti :)

Altro strumento analogo ma precedente (un accrocchio in jsp che... ma non divaghiamo), e' il "Sistema Conoscitivo del Personale" (SICO), ai fini della "relazione allegata al Conto annuale".

http://www.rgs.tesoro.it/VERSIONE-I/e-GOVERNME1/SICO/La-relazio/2009/Min...

Da parte dei singoli Uffici Periferici e' richiesto l'inserimento del tempo lavorato annualmente e la sua suddivisione per MacroAttivita' (quindi un dettaglio assai minore), il tutto aggregato per qualifica funzionale. Quando parti', questo sistema prevedeva un dettaglio e una numerosita' molto maggiori, con decine di macroattivita' (oggi ci si e' ridotti a una manciata) e scendendo a un livello analogo agli Indicatori del SiGest, che andavano inseriti nella scomparsa T23. Il problema nasceva dalla scarsa comprensibilita' o corrispondenza con le attivita' svolte, dalla difficolta' di raccogliere dati risalenti a un anno e mezzo prima e dalla solita insofferenza da parte degli impiegati. Sicche' e' andato via via ridimensionandosi, per "venire incontro alle vostre ridotte capacita' mentali" :D

Servono a qualcosa? Sono serviti? Non saprei, cosi' come non c'e' la percezione della loro importanza, non c'e' nessuna percezione delle conseguenze (a meno che non succeda qualcosa di catastrofico...). L'impressione e' che in questi anni non sia cambiato assolutamente nulla, quindi tutti quei dati potrebbero tranquillamente essere stati riassunti in qualche tabellina e grafico, stampati in una lussuosissima relazione da presentare al Ministro, il quale l'ha messa in uno scaffale accanto a tutte le altre.

Scusate la lunghezza.

CYA

Secondo me gli incentivi non provocano l'impegno, ma selezionano le persone nella scelta del lavoro.

Per me la selezione (e una competizione sportiva o tra aziende è selettiva) incentiva ad impegnarsi.
Lo si deve fare (impegnarsi ... si dice anche "industriarsi", non a caso) per vincere.
Li' uno mette il meglio di se', che puo' essere precisione, volontà, capacità istintive, conoscenze.
Poi qualcuno le mette solo se "incentivato" economicamente.
Altro lo fanno anche senza incentivi precisi.

Francesco

Da Da Da

dragonfly 18/8/2010 - 15:17

Altri sintomi di questa tendenza: le pubblicità televisive, spesso incentrate su immagini dei nostri padri, dei nostri nonni - le mozzarelle che volano, la Nutella che mangiavi da bambina, i biscotti del Mulino Bianco... Perfino la pubblicità della Coca Cola, vista in questi giorni, ha questo tema nostalgico.

 

anche citare m.marchesi è una bella nostalgia!

cmq :"la pubblicità è il commercio dell'anima", appunto

Da Da Da

lugg 18/8/2010 - 18:53

una volta rimasi colpito dalla bravura ed efficienza di una dipendente Alitalia. Le chiesi se potevo riferire il suo nome al suo supervisore, per nominarla come "dipendente del mese" o qualcosa del genere. Si è messa a ridere, dicendo che queste cose in Italia non esistono.

Non esistono Giorgio, per un semplice motivo: se fosse stata nominata dipendente del mese, avrebbe avuto un X% di colleghi che avrebbero pensato l'avesse data al capo, e un altro Y% che avrebbe pensato di essere meglio di lei e che non era giusto.

Cioe', nel pubblico, l'incentivo opera in senso inverso: testa bassa, senno' nel caso migliore (e ribadisco migliore) lavori anche per quelli che non lo fanno (tipo la tizia che ti ha detto di aspettare il suo collega).

 

Da Da Da

Corrado Ruggeri 18/8/2010 - 18:58

L'articolo mi piace e lo condivido completamente, anche la parte relativa agli incentivi, ma per quello che riguarda la PA il discorso andrebbe approfondito. Chiaramente un sistemi di incentivi migliorerebbe la situazione ma, la mancanza di incentivi da sola non basta a spiegare la differenza di efficienza/professionalità che si riscontra a volte tra la nostra PA e quella di altri paesi CE (avrei esempi personali relativi a Spagna e Germania, ma evito i dettagli per non annoiare)

Anche nei paesi citati gli incentivi latitano sia i positivi (a parte lo stipendio basso, ma sicuro), sia quelli negativi (anche lì l'impiego pubblico è considerato un "posto sicuro")

Nei paesi citati la maggiore professionalità mi sembra risiedere "a monte", cioè nella selezione di personale (e dirigenza) su basi meritocratiche e rispondendo alle esigenze reali della macchina amministrativa e non nell' utilizzo della PA come fonte di impieghi sicuri per amici e parenti.

 

Da Da Da

Marcks 18/8/2010 - 19:51

Giorgio, Giorgio, Giorgio!

Ma ci hai preso in pieno! Il passatismo stagnante, malinconico, languido e irrecuperabilmente triste è davvero la cifra del nostro modo di vedere alle cose adesso...e siccome la pubblicità è il proprio tempo appreso con le moderne tecniche di marketing (per inciso, gli esperti di marketing conoscono noi e la nostra società molto meglio di preti, pedagogisti, insegnanti e genitori) non è casuale che la cosa si rifletta nella pubblicità.

Se uno legge tutta letteratura apocalittica sul tema della pubblicità e i condizionamenti che essa ingenerererebbe legge di bisogni creati da nulla, di cortocircuiti freudiani che verrebbero messi in moto al solo scopo di piazzare oggetti dei quali non ce ne facciano nulla...e invece se vedi le pubblicità italiane di adesso sono tutte un'elegia di cose che furono e più che creare bisogni insoddisfacibili (perché da riempirsi con desideri sempre nuovi [questa è la dialettica tra l'infinitezza dei bisogni e dei desideri e la limitatezza dei mezzi per appagarli, almeno per la genia di hegeliani che trovano così modo per spacciare il loro ardore teoretico come mezzo analitico serio]), ecco dicevo tutta questa retorica a me fa venire in mente l'oscillare di sedie a dondolo alla sera, con la copertina sulle gambe e il rumore della chiave a doppia mandata che al primo imbrunire si mette fra sé e il mondo.

E' così: abbiamo pubblicità bucoliche dove una cosa si vende perché richiama i lavori dei nonni; la famiglia è sempre in mezzo alle palle qualunque cosa si voglia vendere (io giuro quando sentivo Mina con le sue parole su amici e pasta, lei che non si vede mai in giro ed una solitaria assoluta, avrei avuto voglia che le venisse una raucedine e non potesse parlare o cantare per mesi).

Ps: le mozzarelle che volano non sono tali, ma è un altro tipo di formaggio ;).

Ps: la trasmissione DA DA non si capisce perché la facciano, o meglio si capisce benissimo visto che prendono frattaglie che cucinano a costo zero e ti sparano in una fascia oraria in cui magari si potrebbe fare informazione...ma alla Rai sono peggio che nelle scuole: vanno in vacanza a Maggio e tornano a Settembre. E poi hanno il coraggio di chiamarlo "Servizio Pubblico".

Quella del retrò è una mania indotta dal campanilismo imperante, dall'enfasi sulle identità che un sacco di gente scambia con il gusto per la polenta taragna. Questo ingenera chiusura mentale e sfiducia nel futuro.

"Se qualcosa non gli quadra continua a domandare finché la situazione non è chiara"

tranne in questo caso mi pare. vabbè, poi ha pagato mi sembra, anche sa non ho seguito la vicenda con troppa attenzione. però mi sembra che il comportamento faccia parte dell'andazzo italiano: faccio il furbo, se mi va bene ok, sennò chiedo scusa e tanti saluti, il payoff atteso è comunque positivo...

 

Al Consolato di Chicago sono bravissimi. In particolar modo il Console Generale Alessandro Motta è giovane, pieno di idee e affabile; l'incontrario di un burocrata Italiano.

All'ambasciata di Montecarlo l'Ambasciatore in persona ti trova anche l'Albergo ( se sei parente di un potente )

Se poi il potente tuo parente cade in disgrazia ti sputtana.

Questo in linea con il leccaculismo italico.

In Consolati ed Ambasciate si trovano (pochi) diplomatici e (molti) amministrativi. I diplomatici che ho conosciuto io hanno le contro-palle. Gli amministrativi tendono ad essere osceni.

Penso che Giorgio si riferisse agli amministrativi. 

Come l'impiegata dell'ufficio tributi del comune dove attualmente residiamo, che si è dichiarata incapace di effettuare il computo della metratura di un immobile perché "guardi, questo proprio non lo so fare, è meglio che torni la settimana prossima quando c'è il mio collega".

copio un commento da me già effettuato su articolo "Brunetta, il burocrate e il prodotto negativo" in chicago-blog:

"FINALMENTE …. qual’è il principale e trasversale problema italiano nei confronti di una serie nazioni più efficienti?
IL VALORE SOTTRATTO
Cambiamo strategia, invece di pensare a soluzioni che diano valore aggiunto (termine molto usato che io sto cercando di abolire), cerchiamo di limitare quelle che tolgono valore.
Nel lavoro mi capita spesso di trovare persone che giudicano come qualità di una persona il numero di ore lavorate al giorno, noooooo ….errore gravissimo, immaginate un incapace che lavora 12 ore al giorno, per farne un discorso algebrico servirebbero 1,5 giornate standard di un uomo capace (e di pari ruolo) per arrivare a valore zero.
Tutte le soluzioni che permettono di annullare il valore sottratto devono essere messe in atto, i benefici saranno enormi ."

 

 

Da Da Da

Aldo Antonelli 18/8/2010 - 22:39

Mi ha colpito la seguente osservazione di Giorgo:

Per il dipendente della pubblica amministrazione ... non solo è difficile misurare il risultato del proprio impegno ..., ma per di più non esistono grosse conseguenze (economiche e non) di tale risultato.

A me sembra che in assenza di strumenti efficaci e affidabili  di misurazione della produttivita', gli eventuali incentivi risulterebbero arbitrari e quindi controproducenti (oltre che ingiusti). E' un po' come lamentarsi che al ristorante non solo il cibo era pessimo, ma le porzioni erano minuscole.

Capisco che vivendo all'estero, alcuni fenomeni saltino all'attenzione in modo evidente. Salta agli occhi anche di noisltri che viviamo qui tutte le volte che il travet di turno fa di tutto per toglierci dalle scatole. La cosa che continua a stupire è l'inerzia rispetto a tutto questo.

Quanto al passatismo credo che c'entri molto la ventata del campanilismo e del localismo provinciale, quella che, appunto, apprezza la cipolla se è coltivata nel campo del vicino o il prodotto di tal regione. Credo che questo rappresenti bene lo sguardo rivolto all'ndietro.

credo che c'entri molto la ventata del campanilismo e del localismo provinciale, quella che, appunto, apprezza la cipolla se è coltivata nel campo del vicino o il prodotto di tal regione

È soprattutto una tendenza culturale in atto, legata ad un certo ambientalismo superficiale che demonizza a priori le cosiddette manipolazioni - ad esempio, gli ogm - e preferisce i prodotti "naturali" (tra molte, molte virgolette ....), meglio se "a km 0". E che vagheggia di un passato nel quale l'uomo viveva a contatto piú stretto della natura, seguendone i ritmi anziché contrastarli. C'è una fascia di persone - tutt'altro che trascurabile - disponibile a scegliere merci che si fregino di tali caratteristiche, persino pagando un prezzo maggiore e quasi sempre in maniera acritica, cioè senza valutare le reali qualità: è del tutto normale che le aziende assecondino tale input, e che la pubblicità si adegui.

Sospetto anche che il momento di generale crisi economica, che genera incertezza, contribuisca ad aumentare la simpatia per un qualsiasi ipotetico buon tempo andato, che la memoria - solitamente addolcita di default - restituisce come felice e sicuro.

non si può dire meglio!

oddio,

C'è una fascia di persone - tutt'altro che trascurabile - disponibile a scegliere merci che si fregino di tali caratteristiche, persino pagando un prezzo maggiore e quasi sempre in maniera acritica, cioè senza valutare le reali qualità: è del tutto normale che le aziende assecondino tale input, e che la pubblicità si adegui.

mi sembra una bella svista: quale sarà mai la "reale" qualità se non la preferenza espressa dal consumatore? la qualità è soggettiva. punto.

 

latouche è certo un responsabile della tendenza culturale in atto e, a suo tempo,  l'avevo  sfogliato alla ricerca di quella età dell'oro a cui bisognerebbe tornare a botte di decrescita.

non ne ha fatto un mistero massonico, tutt'altro: è semplicemente la sua francia degli anni '50.

quando era giovane lui! per pervenire a questo prevedibilissmo risultato, almeno ci avesse fatto della bella letteratura in mezzo...

e poi ci si stupisce che qualcuno (io!) faccia il tifo per il pomodoro cinese.

Non sono assolutamente daccordo con l'idea che la qualità sia soggettiva, le prefrenze dei consumatori o degli esseri umani sono soggettive, ma chiunque ( come Franco ) abbia sulle spalle un po di esperienza in attività produttive sa benissimo che esistono differenze oggettive e verificabili tra diversi prodotti, il fatto che una qualità maggiore di quella necessaria per soddisfare le esigenze dei consumatori sia spreco di risorse è un ovvietà che non cancella queste differenze.

Se un cereale "biologico" ha una quantità di muffe e quindi di tossine cancerogene molto maggiore di un OGM (caso reale) è oggettivamente più dannoso per la salute, la carne proveniente da bovini al pascolo argentini ha caratteristiche oggettivamente misurabili che la rendono più saporita e nutriente del bovino pompato di mangimi nella stalla appena fuori città.

In questo senso Franco , se leggi bene non parlava della "qualità" in senso astratto, ma delle qualità intese come caratteristiche oggettivamente verificabili e queste esistono, e in molti casi sono così evidenti a chi ne ha esperienza personale da rendere incomprensibile il comportamento di chi le sacrifica per aspetti " ideologici".

 

sono stato troppo sintetico e tranchant. però la "qualità oggettiva"! è lei che provoca :-), assomiglia molto al "valore reale" diverso dal prezzo.

alcune commodities, i beni che dovrebbero per definizione essere indistinguibili, paradossalmente ammettono la "qualità oggettiva" in quanto relativa ad un fattore preciso singolo: il petrolio ha diversi livelli di impurità, il bestiame vivo diversi ed oggettivi tassi di accrescimento eccecc. allora è possibile certificare e valutare queste differenze.

appena fuori da lì, è il finimondo: il cappello borsalino era di grande qualità (oggettiva? non per il popolo basco!), poi è cambiata la moda e adesso lo si usa a carnevale.

al ristorante, so io cosa mi piace, come voglio la cottura della bistecca, mica il cuoco vissani che indubbiamente ne sa molto più di me.

il capitano cook riuscì a fare mangiar crauti (che per l'epoca erano peggio degli OGM) all'equipaggio servendoli dapprima ed esclusivamente alla mensa ufficiali. così diventarono di qualità...

 

gli è che tutti noi vorremmo avere usi e costumi sofisticati, anche senza la fatica che educare il gusto comporta ( il corso per sommelier è difficile!) e pretenderemmo da terzi, cioè i tremendi consorzi "a difesa della tradizione gastronomica" che ci servissero loro e a buon prezzo, cose che noi non riusciamo più a distinguere.

tali consorzi, come è ben intuibile, difendono poi solo gli interessi dei produttori più scarsi, livellano verso il basso.

 

 

È soprattutto una tendenza culturale in atto, legata ad un certo ambientalismo superficiale che demonizza a priori le cosiddette manipolazioni - ad esempio, gli ogm - e preferisce i prodotti "naturali" (tra molte, molte virgolette ....), meglio se "a km 0". E che vagheggia di un passato nel quale l'uomo viveva a contatto piú stretto della natura, seguendone i ritmi anziché contrastarli.

Secondo me la spiegazione e' piu' semplice: protezionismo e sussidi. Siccome nel resto del mondo le coltivazioni OGM hanno con successo preso piede (portando a importanti aumenti di produttivita', vedi ad esempio il caso della soya in Argentina), scoraggiare il consumo di cibi OGM con campagne propagandistiche o vietarlo del tutto ope legis rappresenta un modo di dirottare denaro dalle tasche dei consumatori a quelle degli straprotetti e strasussidiati agricoltori dell'EU. Questo, ovviamente, solo se dal canto loro i medesimi si astengono dal produrli, anche se cio' significa qualita' e produttivita' inferiori: da qui la linea anti-OGM di Zaia e Coldiretti, incluso il supporto agli eco-squadristi dei centri sociali che devastano i campi di Fidenato.

Re(2): Da Da Da

z f k 19/8/2010 - 10:45

Probabilmente c'e' del vero, ma...

Il problema e' che gli OGM sono sotto brevetto. Se hai un campo bio confinante con uno ogm, metti che il polline ogm finisca nel tuo; fai il raccolto e porti a vendere; gli ispettori controllano se c'e' roba ogm e la trovano. Devi pagare i diritti ai detentori del brevetto. Ma tu non hai seminato ogm... E non puoi piu' vendere come bio, perche' "contaminato".

http://www.report.rai.it/R2_popup_articolofoglia/0,7246,243%255E90103,00...

http://www.report.rai.it/R2_popup_articolofoglia/0,7246,243%255E90104,00...

Stando a questi servizi, poi, la roba ogm non pare funzionare meglio...

[Edit]

http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/08/18/miti-ogm-1-semi-sterili/51095/

che caso... :)

CYA

Sul problema della dispersione del polline ci sono semplicissime soluzioni, dato che NON può essere considerato OGM un prodotto con meno del 1% di OGM e che nel caso del mais per esempio è stato verificato che ad una distanza di 25 metri da una coltivazione , in qualsiasi condizione metereologica le concentrazioni di polline sono talmente basse da rendere impossibile l'impollinazione sarebbe sufficente obbligare chi coltiva OGM a lasciare una fascia di 25 metri sul lati della coltivazione per non avere problemi.

Le osservazioni sull'OGM poi sono viziate da un ipocrisia, si pretendono controlli sugli OGM che se fossero fatte sui prodotti biologici o tradizionali ne causerebbero l'espulsione dal mercato il giorno stesso.

Mi sembra l'idiozia ideologica per cui il NATURALE è per principio buono.

Le situazioni e i prodotti vanno valutati caso per caso, esistono OGM come il cotone che riducendo la necessità di antiparassitari hanno salvato la vita a milioni di poveri contadini indiani, proibirli è criminale.

Re(1): Da Da Da

FDG 19/8/2010 - 10:41

Beh alcuni prodotti sono probabilmente a ragione considerati "migliori" se acquistati nel / provenienti dal loro luogo d'origine (non solo geografica, anche storica), semplicemente perchè una maggior tradizione nella loro lavorazione dovrebbe garantire una qualità di alto livello. Senza contare che in certi casi non è neppure semplice crescere una pianta dalle caratteristiche organolettiche identiche in un luogo geomorfologicamente diverso, pur partendo dalle stesse radici (vedasi ad es. il Gewurztraminer, con gusto molto diverso a seconda che provenga dal Sudtirol o dal basso Reno). 

Beh alcuni prodotti sono probabilmente a ragione considerati "migliori" se acquistati nel / provenienti dal loro luogo d'origine (non solo geografica, anche storica), semplicemente perchè una maggior tradizione nella loro lavorazione dovrebbe garantire una qualità di alto livello.

Cioe', ci stai dicendo che il mais lo dobbiamo comprare da Aztechi e Maya? :-) I quali, tra l'altro, l'avevano ottenuto con tecniche OGM ante-litteram: cosi' come lo conosciamo, il mais non esiste allo stato selvatico.

Beh alcuni prodotti sono probabilmente a ragione considerati "migliori" se acquistati nel / provenienti dal loro luogo d'origine (non solo geografica, anche storica), semplicemente perchè una maggior tradizione nella loro lavorazione dovrebbe garantire una qualità di alto livello.

Ad adiuvandum: il pomodoro Pachino deriva da una mutazione indotta da biologi agrari israeliani una quarantina di anni fa. Fu introdotto nella zona di Pachino in quanto ambiente adatto alla coltura.

Quindi, dietro queste mutazioni genetiche, si intravede un complotto sionista, in collaborazione con la mafia siciliana ? :D

Ovviamente sto scherzando ma, giuro, che ho letto un concetto simile in un' e-mail ad un quotidiano inglese qualche anno fa.

Re(3): Da Da Da

lugg 20/8/2010 - 16:25

I quali, tra l'altro, l'avevano ottenuto con tecniche OGM ante-litteram: cosi' come lo conosciamo, il mais non esiste allo stato selvatico.

Scusate l'ignoranza, ma per OGM non si intendono organismi in cui la modifica dei geni consiste in inserimento di geni non propri? Tipo grano mischiato con geni dei muschi polari, con i quali non potrebbero incrociarsi manco per idea, per renderli resistenti al freddo?

Perche' AFAIK la genetica in agricoltura e' sempre stata usata, ci sono persino i report di Alessandro Magno che manda i buoi catturati in India per incrociarli con quelli greci e migliorare la razza - ma sempre tra specie interfeconde e selezionando mutazioni.

Sostanzialmente è esatto: OGM è un termine (mediatico più che scientifico) per descrivere quelle piante cui sono stati introdotti geni in maniera "industriale", cioè non tramite incroci e selezioni successive (come in realtà l'agricoltura fa da tempo) allo scopo di migliorarne alcuna caratteristiche. Però, da un punto di vista più ampio, in entrambi i casi si tratterebbe di "modificazione genetica".

Poi questa non "naturalità" degli OGM (fatta dalle "malvagie" multinazionali, a caccia del "malvagio" profitto) ha creato una demonizzazione con circolazione anche di notizie assurde tipo centinaia di migliaia di suicidi, insetti diventati killer per modificazioni genetiche, campi infestati dalle vicine semenze OGM ecc...

Addirittura ricordo Beppe Grillo e Dario Fo (in separate sedi) che si scagliavano contro gli OGM chè avrebbero costretto "il contadino a comprare la semenza dalla multinazionale, perchè non avrebbe potuto utilizzare quella del raccolto!" Come se da decenni non fosse già così anche nell'agricoltura tradizionale (per questione di qualità delle sementi).

Ottimi siti di approfondimento (secondo me of course) sono qui e qui ed anche qui

Nel caso del grano duro utilizzato per fare la pasta si tratta di OGM nel senso che l'Organismo è stato Geneticamente Modificato bombardandolo con radiazioni, ottenendo migliaia di mutazioni aberranti e poche piante con mutazioni apparentemente "BUONE".

Ora l'idea che una mutazione ottenuta inserendo un singolo gene dalle caratteristiche ben conosciute possa essere più pericolosa di una ottenuta con un bombardamento è sensata tanto quanto l'idea che per aprire una finestra in una casa senza avere problemi strutturali il metodo migliore sia l'utilizzo di un razzo Qassam.

Re(5): Da Da Da

lugg 20/8/2010 - 22:34

Ora l'idea che una mutazione ottenuta inserendo un singolo gene dalle caratteristiche ben conosciute possa essere più pericolosa di una ottenuta con un bombardamento è sensata tanto quanto l'idea che per aprire una finestra in una casa senza avere problemi strutturali il metodo migliore sia l'utilizzo di un razzo Qassam.

Ma infatti non era mica quella la mia idea :)

Semplicemente, mi ricordavo come definizione di OGM qualsiasi cosa che si ottenesse con modifiche non possibili con metodi "normali", inclusi incroci Mendeliani.

 

Re(3): Da Da Da

FDG 20/8/2010 - 21:57

A mia discolpa c'è scritto "alcuni" :P :P :P

No vabè comunque seriamente; se vengono meglio, ottimo, però ci sono dei prodotti che beneficiano di specifici microclimi. Ad es. per rimanere nelle mie zone, han provato a fare il prosecco in Val Belluna ma ne è uscito un vin bianco acidissimo. Han anche provato a fare l'olio dai pochi ulivi delle colline del trevigiano, e se lo si confronta con quello di Bitonto pare che sia olio di semi

No vabè comunque seriamente; se vengono meglio, ottimo, però ci sono dei prodotti che beneficiano di specifici microclimi. Ad es. per rimanere nelle mie zone, han provato a fare il prosecco in Val Belluna ma ne è uscito un vin bianco acidissimo. Han anche provato a fare l'olio dai pochi ulivi delle colline del trevigiano, e se lo si confronta con quello di Bitonto pare che sia olio di semi

Questo e' perfettamente possibile, ma non e' un motivo sufficiente per estirpare per legge o, peggio, con azini squadristiche, olivi dal Trevigiano o vitigno glera dalla Val Belluna: ci penseranno poi i consumatori a fare giustizia, comprando i prodotti cor miglior rapporto qualita'/prezzo. Al piu' e' un argomento a favore di una corretta etichettatura sulle confezioni.

Re(5): Da Da Da

FDG 21/8/2010 - 09:43

Right, giustissimo.

Da Da Da

teo 19/8/2010 - 09:42

A me gli spezzoni storici piacciono, è un fill a costo zero e meno volgare dei programmi attuali. Tra il Vianello di un tempo e e i seni con contorno di guitto di adesso qualcosa dev'essere andato storto. Per quanto riguarda le pubblicità citate, se posso un piccolo appunto, sembrano puntare per quello che ne so sul brand loyalty e sul nazionalismo. Quelli del marketing devono pensare che l'impossibilità di una legislazione moderna in fatto di pacs e dico rappresenti un chiaro suggerimento verso l'uso dell'immagine di famiglia prolifica tradizionale ad ogni piè sospinto. Nella pubblicità della coca cola "la ricetta della felicità", se è quella a cui ci si riferisce, usano immagini di repertorio o presunte tali, la voce affascinante del doppiatore di Gandalf, e cercano di spingere evidentemente il consumo della coca cola durante il pasto attribuendo l'idea di metterla in tavola ad una italianissima mamma degli anni cinquanta. La cosa strana è che basarsi su di un'idea simile sembra un pò naif, per un marchio indistruttibile come la coca cola, che non ha bisogno di push di sorta. E in più l'idea sembra calcata su di un altra gloria nazionale, la barilla (tempo fà aveva proposto un excursus storico sulla nascita del marchio, molto simile). Le altre sono agghiaccianti riproposizioni dei temi famigliari, con biscotti provenienti dallo spazio, spighe che maturano con la soundtrack del gladiatore, ecc. Le pubblicità però, a quanto ne so, si rivolgono prevalentemente al pubblico che ha più soldi, che di solito sono persone di fasce d'età abbastanza alte, già fidelizzate a marchi di cui si ribadisce la solida tradizione (e ampiamente pastorizzate a DC nei tempi che furono, quindi inclini a reazioni ai temi famigliari). Idem per i programmi televisivi. In italia è sensato fare più programmi televisivi passatisti e nostalgici perchè la popolazione è un pò vecchia, forse, butto là, e meno progressista e moderna di quella americana.       

Da Da Da

sabino patruno 19/8/2010 - 10:12

Giorgio, tutto vero, ma secondo me una trasmissione come quella che tu citi ha un relativo successo non solo per una questione di nostalgia e di rimpianto per il dinamismo degli anni sessanta, anche perchè gli spezzoni e le frattaglie trasmessi arrivano sino agli anni ottanta, che non mi sembrano anni da ricordare per un particolare dinamismo culturale/economico/sociale.

Secondo me il successo risiede nel fatto che fa appello all'ultima memoria nazionale condivisa, vale a dire alle trasmissioni RAI quando la RAI era l'unica emittente.

Sino agli anni '80 la fonte dei sogni di massa della nazione erano le trasmissioni RAI e da quella fonte, volenti o nolenti, si servivano tutti. Questo crea una memoria condivisa che le generazioni dagli anni '90 in poi non potranno più avere, dato che l'offerta di "sogni" diventa sempre meno generale e sempre più segmentata, sicchè ciascuno finirà con l'avere il suo "sogno nostalgico", nel quale pochi altri potranno riconoscersi: insomma con mamma rai eravamo meno soli.

 

Re: Da Da Da

floris 19/8/2010 - 11:59

Gli spezzoni arrivano fino ai 2000 (Panariello, Brignano, Fiorello). A occhio direi che l' inferiorità del numero degli spezzoni deriva dal fatto che ha poco senso mostrare cose recenti e che comunque siamo a 4 decenni di archivio contro uno.

Io ho vissuto l' infanzia nei '90, per cui dovrei essere immune dal fascino da memoria condivisa, eppure noto una gran differenza di qualità fra il passato e il presente televisivo. Sono abbastanza convinto che ciò sia dovuto proprio ad una caduta di valore ella cultura popolare italiana. Semplificando brutalmente penso alla differenza fra i vari Sanremo, che mi sembra un buon termometro, e non dico di confrontare gli attuali (quando non son gli stessi di 30 anni fa, altro bruttissimo segno di stagnazione) con mica Mina o Battisti. Per fare un esempio anni '80, mi bastano anche i Matia Bazar che avevan il coraggio di rifarsi ai Kraftwerk. Magari poi mi sbaglio perchè del passato conosco solo quello che ha superato l' esame del tempo.

Magari poi mi sbaglio perchè del passato conosco solo quello che ha superato l' esame del tempo.

Credo non ti stia sbagliando troppo però diamoci una speranza. Il tempo è una variabile importante. Ad esempio, rimanendo nell'ambito della musica leggera, oggi si sente ancora "Luci a San Siro" di Vecchioni, ma in quegli anni il cantautore scriveva anche "tulli tulli bane bane tu miscugli le banane". Di Dalla ci ricorderemo "Caruso" e "L'anno che verrà", ma dimenticheremo probabilmente "Paff Bumm".

Se riguardo le classifiche degli anni settanta/ottanta, o ripenso alle recensioni del tempo, ricordo "album" oggi ritenuti capolavori brutalmente stroncati o che vendettero poche copie e, come contrasto, best-seller oggi inspiegabili (penso a "Rumors" dei Fletwood Mac, per anni album più venduto di tutti i tempi !).

Il paragone con lo sport mi sembra eccessivo. Chi fa sport, soprattutto ad alti livelli, non fa soltanto un "mestiere" ma porta avanti una passione. Questo vale anche per gli artisti, musicisti ecc... 

Per quanto riguarda la PA spesso si fanno discorsi da Bar. Probabilmente la signora dell'ufficio tributi ha altre competenze (eh si, anche nella pubblica amministrazione esiste la divisione del lavoro) ed il collega è in ferie.

Gli incentivi contano, questo è vero. Però devono essere incentivi "economici" e non "onorifici" (cioè fasulli, come lo stakanovismo di sovietica memoria), come quelli che si vedono nel film "Tutta la vita davanti" di Virzì sui precari dei call center.

Il problema che tutti sappiamo sta nella difficoltà di calcolare la produttività nel pubblico impiego. Chi è più produttivo? Chi compie più atti a settimana o chi ne compie di meno ma riceve meno condanne e meno ricorsi contro di esse? Bisogna mettere un punteggio all'atto non impugnato ed un altro a quello soccombente? Non sarebbero arbitrari tali punteggi?

Chiudo mettendo in guardia dal fatto che spesso con questi discorsi si finisce per attaccare il sindacato, il contratto nazionale, le "rendite dei lavoratori". L'immagine dei precari dei call center è emblematica. Senza sindacati si va a finire lì, con tutta la bella retorica su libertà/responsabilità ma con il reale stakanovismo sovietico.

Per quanto riguarda la PA spesso si fanno discorsi da Bar. Probabilmente la signora dell'ufficio tributi ha altre competenze (eh si, anche nella pubblica amministrazione esiste la divisione del lavoro) ed il collega è in ferie.

Già.

Infatti in Agosto è un disastro, tra agenzie viaggi che non fanno biglietti perchè quello dei biglietti è in ferie, macellerie che vendon solo pollo perchè manca quello che spolpa i manzi, ecc.

 

Straordinaria ironia, Marcello .....

Poche, disarmanti parole per mettere in luce una fondamentale differenza di mentalità tra pubblico e privato. Eppure, pensa a quante persone - in questo disgraziato Paese - pare normale, od almeno giustificabile, la risposta di quell'impiegata comunale.

Curiosamente, potrebbe sorgere il vago sospetto che giudizi così benevoli provengano dalla stessa scuola di pensiero che propugna la superiorità del pubblico sul privato .....

Il problema che tutti sappiamo sta nella difficoltà di calcolare la produttività nel pubblico impiego. Chi è più produttivo? Chi compie più atti a settimana o chi ne compie di meno ma riceve meno condanne e meno ricorsi contro di esse? Bisogna mettere un punteggio all'atto non impugnato ed un altro a quello soccombente? Non sarebbero arbitrari tali punteggi?

Big news, ogni classifica in quanto tale è arbitraria perché discende dalle preferenze di chi la ha definita (per esempio non è arbitrario che nei 110 ostacoli non ci sia penalità se si abbatte l'ostacolo? non è arbitrario che l'altezza dell'ostacolo sia di 1.067m?)

Più seriamente una risposta alla tua domanda sta qua http://www.ilsole24ore.com/art/norme-e-tributi/2010-07-03/primo-grado-promuove-torino-080824.shtml?uuid=AY3wua4B

Una causa che finisce presto non viene impugnata, quella che invece finisce dopo tanti anni viene appellata, soprattutto perché lascia delusi

Forse può sembrarti semplicistico ma se gli incentivi sono progettati ed amministrati adeguatamente non è necessario pensare a indici troppo complessi.

Infatti in Agosto è un disastro, tra agenzie viaggi che non fanno biglietti perchè quello dei biglietti è in ferie, macellerie che vendon solo pollo perchè manca quello che spolpa i manzi, ecc.

Le agenzie viaggi fatturano ad Agosto la metà di quello che fatturano durante tutto l'anno. Dal macellaio non credo ci sia lo stesso grado di divisione del lavoro di un ufficio comunale, ecc...

 

Big news, ogni classifica in quanto tale è arbitraria perché discende dalle preferenze di chi la ha definita (per esempio non è arbitrario che nei 110 ostacoli non ci sia penalità se si abbatte l'ostacolo? non è arbitrario che l'altezza dell'ostacolo sia di 1.067m?)

 

Bene allora iniziamo a stilare quante più classifiche arbitrarie tra atti impugnati e non e mettiamo ad ognuno di essi un punteggio che incida sullo stipendio.

Mi sembra lo stesso discorso dei marxisti alla domanda "come si calcolano i salari in un'economia socialista, tra chi fa un lavoro come l'ingegnere che presuppone anni di studio e lavoro e quello di lavascale?" Le risposte sono due: salari uguali oppure "coefficienti politici". Contento Marx contenti tutti.

 

Le chiesi se potevo riferire il suo nome al suo supervisore, per nominarla come "dipendente del mese" o qualcosa del genere. Si è messa a ridere, dicendo che queste cose in Italia non esistono.

Il mancato riconoscimento del merito costituisce di per se' un potente incentivo alla mediocrita'

 

Da Da Da

Paolo 19/8/2010 - 15:32

Lavoro in UK, sono un civil servant. Noi abbiamo il nostro buon sistema di incentivi, con premi e cotillon.

Una farsa totale, si perde tempo e si premia l'ipocrisia. E` utile ai boss perche il sistema e` normativizzante, promuove comportamenti e condotte compiacenti (in sostanza, va bene soprattutto se sei uno "yes man") - PS. onde evitare dubbi, parla uno che ha avuto la sua buona dose di top marks every now and then - per cui non son bastian contrario in questo caso specifico.

Sara` sempre troppo tardi quando gli economisti si dedicheranno a smascherare l'ipocrisia imperante che e` alla base della funzione di HR, la cui esistenza e sopravvivenza consiste nell'inventarsi politiche dai toni altalenanti con cui i vertici dell'organizzazione possono giocare al meccano. Sospetto fortemente che la teoria del principal-agent applicata al lavoro salariato ha prodotto ahime` tendenze (perche` di questo si tratta, di mode) alla meglio inutili e costose, se non controproducenti.

A chi possa interessare consiglio la seguente lettura: http://www.newyorker.com/archive/2002/07/22/020722fa_fact

 

 

Visto che sei un "civil servant" sono interessato a sapere qual è, a tuo avviso, la motivazione per cui dipendenti e dirigenti delle PA in altri paesi CE sembrano avere un diverso "attaccamento" al lavoro,  fornendo un servizio più professionale con una maggiore attenzione ai bisogni del cittadino. Sempre ovviamente che, anche tu pensi, le cose siano cosi (e se non lo pensi, sarei comunque interessato a saper la tua opinione)

PS

Se c'è uno overrated quello è proprio Gladwell ;-)!

ma pensi veramente che in Italia sia solo la P.A. a non funzionare?

se no la risposta è semplice : è l'Italia , bellezza!

ma pensi veramente che in Italia sia solo la P.A. a non funzionare?

Da dove evinci che io pensi questo ?

Se non funziona il Palio di Siena ne parleremo in un post sul Palio ora stiamo parlando della PA.

"è l'Italia bellezza" è un bello slogan alla Luttazzi cioè: è copiato in giro, fa figo ma non spiega una mazza.

Agli slogan preferisco il dialogo con persone che lavorano nel settore, e che hanno qualcosa da dire, per capire perchè a condizioni di lavoro simili (stipendio basso e posto garantito) corrispondano comportamenti così diversi (una mia ipotesi lo anche fatta).

Per il resto: "c'è la viè" , "siamo un popolo di santi, poeti e navigatori " e "non ci sono più le mezze stagioni" :-)

DISCLAIMER

Sia chiaro che non sto nemmeno dicendo che la nostra PA sia un covo di fannuloni. Mi limito a pormi domande su diversi comportamenti nei confronti del pubblico che ho avuto modo di sperimentare sulla mia pelle, e su quella di amici residenti all'estero, non intendo (per restare sulle frasi fatte) far di tutta l'erba un fascio.

Re: Da Da Da

z f k 20/8/2010 - 08:16

Qui in italia c'e' un premio di produttivita' (mi pare dovrebbe essere annuale ma ogni tanto salta) in denaro, che va distribuito (credo) in due quote: una prima quota percentualmente suddivisa per ogni impiegato a seconda della qualifica funzionale; il rimanente lasciato alla contrattazione decentrata.

Indovinate come va a finire? Si decide di suddividere la seconda quota "a pioggia", tale e quale la prima, possibilmente ripianando i gap della prima, cosi' che tutti abbiano piu' o meno lo stesso, indipendentemente dall'impegno messo nel proprio lavoro o dall'aggravio avutone.

Cosi', sia che ci si sia impegnati per migliorare il servizio reso o la metodologia lavorativa o che so io, sia che ci si sia imboscati, lasciando che il lavoro si accumuli o scaricandolo sui colleghi, si finisce per avere piu' o meno la stessa quota di un tale premio.

Qualcuno qui parlava di incentivazione al peggioramento o qualcosa del genere?

CYA

Da Da Da

Paolo 19/8/2010 - 16:21

Penso che in generale tutti si abbia buoni propositi quando si intraprende la carriera di civil servant, ma la chiave sta in chi ricopre cariche di responsabilita`, perche` come ogni organizzazione, la cultura aziendale e` tutt'altro che qualcosa di etereo. Voglio dire che spesso capita che metterci tutta la buona volonta ti porta a contrapporti con chi ti dirige, nel caso costui perseguisse altri mandati - al che o te ne vai o ti adatti. In Italia, la selezione di chi ha posizioni di responsabilita` e` soprattutto clientelare e di natura politica e questo e` deleterio per la cultura aziendale - inoltre, ci sara` (sospetto) una maggior tendenza a restare e ad adattarsi, invece di lasciare e cercare posti piu` confacenti. 

Ma questo con gli incentivi ha poco a che fare, perche queste politiche sono top-down, indipendentemente da quel che si racconta per indorare la pillola.

Questa natura top down ha conseguenze deleterie a mio avviso per chi lavora nelle PA. Ad esempio, io, in linea di principio, lavoro per la Regina, e non per il mio direttore o CEO. A questo proposito e` cosa buona e` giusta che ci sia una certa cultura di indisponibilita` ad assecondare le bizze del momento, per tener la barra ferma a quel che e`l'obbiettivo primario, il benessere del cittadino. Ebbene, questo tratto a mio avviso salutare viene meno man mano che i sistemi (normativizzanti) di performance management definiscono sempre piu` l'orizzonte di carriera del civil servant.

 

PS

Non conosco l'autore per cui non saprei risponderti. Lessi l'articolo e lo trovai piu` che corrispondente - anche se forse stereotipato - a tendenze che ho avuto l'occasione di osservare per esperienza diretta non solo nel civil service, ma pure nelle multinazionali e - benche` in misura minore - nelle societa` di consulenza.

Grazie della risposta.

PS

La battuta era su Gladwell non sull'articolo. Comunque, anche se decisamente overrated e se non sempre ci prende, è sempre interessante e stimolante da leggere (anche i suoi libri)

Re(1): Da Da Da

Paolo 20/8/2010 - 11:12

Meno prosaico dell'articolo, ma il punto mi pare lo stesso

http://www.management.wharton.upenn.edu/cappelli/documents/Cappelli_Employee_Screening.pdf

Circa il ruolo delle societa` di consulenza, un articolo recente ugualmente prosaico devo ammettere

http://www.independent.co.uk/opinion/commentators/johann-hari/johann-hari-the-management-consultancy-scam-2057127.html

Paolo

 

Re: Da Da Da

nr 19/8/2010 - 16:52

Mi trovo d'accordo. Lavoro in uno di questi giganti (ed in altri dove ho lavorato) e l'imperversare di metodologie pseudo-quantitative per misurare i risultati e un fatto. Purtroppo credo che cio abbia a che vedere con la dimensione dell azienda; e quindi a PA o MNC si applicano simili criteri. Le societa di consulenza sono invece quelle che consigliano di adottare tali criteri, perlopiu insensati - ho avuto modo di vedere criteri "quantitativi" ridicoli, e quando chiesi perche credessero che rilevarli fosse utile la risposta fu "non sono i migliori, ma siccome non possiamo misurare A, prendiamo B come proxy". certe volte si misura per misurare, ed e li che sta il probelma, mentre magari la misura stessa non dice niente sull'operato finale. Un esempio vissuto: in un'azienda finanziaria una volta conclusa una vendita bisognava aggiornare una base dati interna (tipo excel); chi magari aveva troppo lavoro e non l'aggiornava era penalizzato, mentre uno che passava la gironata ad aggiornarla con i minimi dettagli veniva promosso. Perche non si misurava semplicemente il numero/ammonatre totale di vendite? per farla breve perche non riuscivano sempre a segregarle e quindi avevano il sistema id sopra.

Da Da Da

paolo severini 19/8/2010 - 20:52

Mah... riguardo al fenomeno Da Da Da, io piu' che tirare in ballo l'economia e gli anni del boom ne farei piu' una questione di nostalgia per il passato, per quando si era giovani. Oltretutto molti spezzoni sono anche presi dagli anni 70, quando in Italia ci si sparava per la strada, e dagli anni 80. Ma poi l'Italia e' una nazione dove l'eta' media della popolazione e' piuttosto alta e tutti dopo i 40, 50 rimpiangono i 20. Anche chi non lo ammette. E a molti fa piacere rivedere personaggi del passato e che ci hanno fatto da sfondo ad un tempo ormai perduta. Tutto qui.

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