America in declino?
Uscito nelle librerie un paio di mesi fa, Coming apart ha generato notevole attenzione nella stampa e blogosfera americane nonostante l’autore, il sociologo Charles Murray, non sia molto amato dall’intellighenzia accademica americana. In esso, viene presentata una visione pessimista del presente e del futuro della società americana.
Il libro più famoso di Murray, The bell curve, scritto assieme a Richard Herrnstein quasi vent’anni fa, venne attaccato per il contenuto del capitolo sulle differenze razziali nel quoziente di intelligenza. Agli economisti piacque poco non tanto per i contenuti, quanto per la qualità dell’analisi. Forse scottato dall’esperienza, in Coming apart Murray anticipa i potenziali critici evitando di affrontare l’ancora scottante tema delle differenze razziali, e limitandosi ad analizzare “lo stato dell’america bianca,1960-2010”. L’analisi empirica è meno ambiziosa che in Bell curve, ma più convincente.
L’argomentazione retorica sviluppata nelle circa 300 pagine, appendici e note escluse, è la seguente: 1. Il successo dell’america moderna, dalla rivoluzione all’età contemporanea, è dovuto a quattro valori che Murray considera fondativi della societa’ americana: matrimonio, operosità, onestà, religiosità. 2. La società americana negli ultimi 50 anni ha sperimentato una crescente polarizzazione sociale, evidenziata non solo da crescenti disuguaglianze economiche (come ampiamente documentato da un’enorme letteratura economica), ma anche da crescenti differenze di valori e stili di vita. Mentre fra le elites i quattro valori summenzionati rimangono più o meno ai livelli degli anni ‘60, nelle classi inferiori si nota un progressivo deterioramento in tutte le dimensioni. 3. Le crescenti differenze fra gruppi sociali si accompagnano ad una progressiva segregazione geografica fra popolo ed elites. Il risultato è che le elites non solo non sanno più trasmettere al resto della popolazione i valori fondativi, ma non riescono nemmeno a capirne i problemi e le esigenze. 4. Le prospettive non sono rosee: invertire la tendenza sembra impossibile senza intraprendere operazioni di ingegneria sociale eticamente inaccettabili. Le politiche correttive proposte sembrano più palliativi che veri rimedi. La società americana si sta sudamericanizzando, tanto vale farsene una ragione.
La lettura è scorrevole. Il libro combina con buona abilità letteraria aneddoti con dati statistici, ed è corredato di sette appendici tecniche per i più curiosi. La descrizione aneddotica iniziale della separazione culturale fra le classi sociali è notevole. Impossibile non riconoscersi nella caricatura dell’upper class dipinta da Murray. Anche se di opinioni politiche diverse, i suoi membri possiedono gli stessi riferimenti culturali e hanno simili esperienze intellettuali. Non guardano molta televisione, ma conoscono i personaggi dei Simpson e di South Park. Guardano the Colbert Report ma non Oprah. La parola “Branson” richiama alla mente Richard Branson, ma non l’omonima cittadina del Missouri, una delle destinazioni turistiche principali in America. In vacanza, preferiscono le città europee a disneyworld. Sorridono alla frase “tutti i bambini sono sopra la media”, e sanno esattamente a cosa si riferisce. Le madri in attesa seguono le diete ideali codificate da riviste scientifiche peer-reviewed. Le vite dei loro figli e il loro ideale percorso accademico sono pianificati da prima della nascita. Fumare in pubblico, o anche in privato, specie se alla presenza di bambini, è considerato quasi alla stregua di una molestia sessuale. Potrei continuare... esiste persino un questionario (che fa un po’ sorridere, come ha giustamente notato Steve Williamson) dove ci viene chiesto che film guardiamo, se conosciamo dei militari, se abbiamo mai comprato un pick-up truck e simili amenità per poi categorizzarci in una classe.
Il libro procede con la presentazione di dati piuttosto interessanti sulla segregazione sia geografica che culturale fra due “americhe”. I risultati presentati sono in parte sorprendenti. Murray crea due città artificiali, che chiama Belmont e Fishtown. Di Belmont fanno parte persone laureate, o membre di una professione fra le seguenti: dirigente, medico, avvocato, ingegnere, architetto, scienziato, professore universitario, e produttore di contenuti nei media (giornalisti, scrittori, etc...). A Belmont sono anche assegnati i coniugi di queste persone, se sposate, anche se non laureati o non impiegati in queste professioni. Di Fishtown fanno invece parte operai, impiegati di basso livello, e i non laureati. Belmont e Fishtown sono anche due vere cittadine del Massachussets e della Pennsylvania, i cui abitanti non possiedono caratteristiche molto dissimili da quelli delle loro versioni fittizie. Murray descrive con minuzia il percorso storico delle vere Belmont e Fishtown, ma è interessato più a quello delle versioni fittizie. Le due citta’ artificiali vengono dissezionate nella descrizione di varie attitudini sociali dei loro “abitanti”, secondo le dimensioni delineate dai valori fondativi della cultura americana come delineati sopra.
- Matrimonio. Nel 1960, il 95% degli “abitanti” di “Belmont” erano sposati. Nel 2010, questa percentuale rimane vicina al 90%. Nella Fishtown fittizia, la percentuale é passata dall’85% a meno del 50%. Andamenti di simile interpretazione si riscontrano fra le percentuali di persone che non si sono mai sposate, divorzi, bambini che vivono con un solo genitore, bambini nati fuori del matrimonio, e nelle attitudini nei confronti della coppia, come l’eticità di rapporti extraconiugali, o la percentuale di matrimoni “molto felici” fra gli sposati. In sostanza, l’immagine dell’upper class rimane quella della famiglia mononucleare delle sit-com anni ‘70. La famiglia della lower class sembra invece in profonda crisi.

- Operosità. Disoccupazione, tasso di occupazione, ore lavorate per settimana dipingono più o meno un ritratto simile a quello disegnato sopra: a Belmont si lavora di più che a Fishtown, e in qualcuna di queste variabili la situazione a Fishtown è peggiorata negli ultimi 50 anni in misura maggiore che a Belmont.

- Onestà. In questa sezione l’autore si limita a descrivere tassi di criminalità e di arresto. Manco a dirlo, le differenze fra classi sono enormi e crescenti.
- Religiosità. La percentuale di persone che si ritengono credenti e religiose ed il tasso di persone che praticano regolarmente attività religiose sono in calo piuttosto costante sia a Belmont che a Fishtown, ma è innegabile che gli abitanti di Belmont siano in media nettamente più religiosi.
L’autore correda questo quadro con dati riguardanti varie attitudini sociali dei cittadini. La separazione fra le due classi sembra netta, ed in aumento, sotto svariate dimensioni: la fiducia reciproca, il giudizio sulla correttezza altrui, il giudizio sull’altruismo altrui, la percentuale di persone che si considerano felici.
Cosa implica, per l’autore, tutto questo? Secondo Murray, i quattro valori delineati costituiscono l’essenza del “progetto americano”. Che operosità e onestà generino prosperità e crescita credo sia auto-evidente. Quanto a matrimonio e religiosità, è opinione di Murray (ed in parte confermato da altri specialisti, come Putnam) che siano correlati con varie misure di “capitale sociale,” che a sua volta risulta essere importante nelle prospettive socio-economiche di un paese. Persone sposate, o persone che partecipano attivamente ad attività religiose sono più probabilmente impegnate in attività di volontariato, atti di altruismo, etc...che costituiscono l’infrastruttura sociale che, complementando operosità e onestà, creano felicità, benessere e prosperità più della ricchezza materiale. Al contrario, il semplice trasferimento di risorse ai bisognosi, promosso dal governo dalla metà degli anni ‘60 in poi, creerebbe dipendenza e inoperosità.
La differenza di opinione rispetto a quelle della maggioranza degli intellettuali, anche americani, è sostanziale. Non è solo che Murray non pensa che il governo non debba o possa garantire uguaglianza e sicurezza economica. Secondo Murray la felicità non viene dal semplice consumo di un certo bene, ma dalla soddisfazione derivante dall’aver fatto qualcosa di concreto per ottenerlo. Politiche di semplice sostegno alla povertà non solo non contribuiscono, ma impediscono la crescita sociale e personale della lower-class. Per questo, l’autore non crede nel “modello europeo” del welfare state: la soddisfazione di alcuni bisogni personali ad opera del governo centrale in cambio di un maggiore controllo nel comportamento economico di imprenditori e lavoratori. La famiglia, secondo Murray, è importante non per qualche astratto principio religioso, ma perché è l’istituto responsabile nel prendere decisioni che non possono essere prese altrove. Lo stesso vale per l’intera comunità. La soddisfazione di aiutarsi reciprocamente, nel creare club, associazioni, attività comuni viene dal senso di responsabilità che deriva dal fatto che se non esiste la comunità, allora queste attività non esisterebbero. Nel momento in cui lo stato interviene a soddisfare bisogni che storicamente famiglia e comunità erano preposte a soddisfare, viene meno il senso di responsabilità e la comunità si disintegra.
Questa è la parte meno convincente. Quale concetto di famiglia ha in mente Murray? Davvero è la religione il tessuto dei rapporti sociali interfamiliari? Umilmente, mi pare di osservare che non mi sembra sia così, ma magari mi sbaglio perché bazzico con gente specialmente diversa, cosa del tutto possibile. Per quello che posso osservare, mi sembra di notare che fra i membri dell'upper class siano le scuole più che le chiese il fulcro delle attività di collaborazione, volontariato, fund-raising (che poi generano rapporti anche al di fuori delle mura scolastiche). E che coinvolgano non solo famiglie in senso tradizionale. Questo sia nelle scuole private, sia in quelle pubbliche nei quartieri benestanti. Cosa succeda nelle scuole della lower class lo si legge, tristemente, nei giornali. Ma sicuramente io ho una visione parziale della situazione.
Le prospettive future, secondo Murray, non sono rosee. La progressiva segregazione soprattutto geografica fra le classi impedisce la condivisione di questi valori che esisteva in passato. Non solo: la situazione é destinata progressivamente a peggiorare, perché i membri dell’upper-class si sposano fra loro molto più di quanto facessero trent’anni fa (assortative mating, lo chiamiamo noi economisti), generando una prole con in media maggiore intelligenza, ma anche con una serie di condizioni di partenza vantaggiose per l’apprendimento e sviluppo (caso da manuale: la gestione della prole della coppia di power-economists Wolfers-Stevenson raccontata dal New York Times).
Per Murray, questa segregazione si accompagna all’abdicazione, da parte delle elites, della responsabilità di essere da esempio per il resto della popolazione nella trasmissione dei valori. Le elites sono sempre meno in contatto con le esigenze della lower class. Il loro successo personale si fonda sempre più su privilegi ingiustificati che perpetuano e accentuano il divario sociale senza riguardo all’inappropriatezza di certi comportamenti. Un’America sempre più sud-america: criminalità e povertà da una parte, privilegi e ricchezza dall’altra protette da gated communities.
Due sole fievoli speranze: la prima, un risveglio collettivo dopo l’implosione del modello europeo causato dalla bancarotta finaziaria, inevitabile sotto il peso dei crescenti benefici elargiti da sistemi pensionistici e sanitari. La seconda, il progresso nelle scienze sociali (in particolare dalla psicologia evolutiva), che scopriranno, entro una ventina d’anni, che le fondamenta intellettuali del welfare state sono errate. E cioè, in sostanza, che la soddisfazione dei bisogni materiali è meno importante della consapevolezza di aver raggiunto, da soli, un certo risultato, in un contesto socio-politico in cui si presuppone la libera volontà degli individui. Di pari passo, si scoprirà che esistono differenze genetiche fondamentali fra gruppi demografici (e all'interno degli stessi, il che genera naturalmente una distribuzione di abilità che non si può pensare di eliminare artificialmente). Questo permetterà per esempio di dimostrare che il ruolo della famiglia tradizionale è più fondamentale di quanto si creda (per esempio, nelle differenze fra come uomini e donne rispondono ai bambini); tutto ciò permetterà di ri-considerare criticamente politiche redistributive basate sul principio che non ci siano differenze di abilità e attitudini fra gruppi sociali. Qui Murray ha in mente secondo me le razze, ma non lo dice.
In sintesi, un testo di più agevole lettura di Bell Curve, con dati interessanti, e conclusioni forse poco convincenti, ma meritevoli di riflessione.

