Corte o casta?

La libertà dei servi
Maurizio Viroli
Anticorpi Laterza, 2010
14 agosto 2010 alberto bisin

L'equilibrio politico italiano è meglio rappresentato dal modello/metafora di una casta o da quello di una corte (tipo rinascimentale)? Da entrambi.

Quale modello (o metafora) meglio caratterizza l'equilibrio politico in cui si trova l'Italia? Recentemente molti, inclusi noi stessi, hanno utilizzato il modello casta:  un gruppo di persone che sfrutta a proprio personale vantaggio una notevole rendita di posizione. Il bel libro di Stella e Rizzo ha introdotto il modello e lo ha motivato, diremmo empiricamente, documentando estensivamente i vantaggi privati e personali, che i politici garantiscono a se stessi a mezzo di leggi e regolamenti (stiamo parlando di rendite legali, la corruzione è un'altra questione, ancorché connessa).

Il libro di Maurizio Viroli propone invece un diverso modello, più complesso e articolato, il modello corte. Per "corte" si intende, con analogia storica, la corte rinascimentale, con un signore centro di potere smisurato (relativamente a chiunque altro nell'equilibrio politico), un gruppo di cortigiani il cui potere e ricchezza discende direttamente dal signore, e una moltitudine di sudditi (o servi) potenzialmente liberi - o meglio, la cui libertà discende anch'essa dal signore. Il libro (1) definisce i termini del modello con una certa attenzione, rifacendosi in larga parte (ma non solo) alla letteratura rinascimentale che per prima ha classificato vari equilibri politici e ne ha delineato le caratteristiche, e (2) argomenta per mezzo di esempi la sua tesi, che l'equilibrio politico in Italia instaurato dopo la "discesa in campo" di Berlusconi sia un equilibrio di "corte".

Proviamo quindi a riassumere brevemente il libro, distinguendo la parte "teorica"  (1) dalla parte empirica (2). Il libro non è esattamente organizzato in questo modo: teoria e fatti/esempi sono mescolati. Questo facilita il lettore e fa del libro una lettura perfetta per l'estate, ma non agevola un'analisi compiuta della sua tesi.

Teoria. L'equilibrio politico di corte ha la proprietà che se anche i sudditi sono liberi da costrizioni autoritarie, tale libertà discende dal signore, che può arbitrariamente loro toglierla, in virtù del suo smisurato potere. La distinzione tra la semplice libertà da costrizioni e libertà dei cittadini, che sono liberi in quanto tali e non in virtù della generosità del signore, è ricondotta a Cicerone e poi a Machiavelli, fino a Locke e Rousseau - mentre il rifiuto della distinzione è addebitato a Hobbes. La questione par chiara: i cittadini non sono soggetti a una opzione sulla propria libertà ad esercizio del signore, mentre i sudditi si.

Il potere smisurato del signore è generalmente incentivo sufficiente perché un gruppo di persone si specializzino nel soddisfare i desideri del signore stesso. I migliori tra essi sono addirittura in grado di anticipare i suoi desideri. Essi conducono una vita da privilegiati, potremmo dire da "casta", ma possono in ogni momento essere spogliati dei loro privilegi dal signore. Caratteristiche della vita del cortigiano sono quindi, da un lato, la necessità di guadagnare la fiducia del signore con ogni mezzo, incluse la menzogna e l'adulazione e, dall'altro, la paura di perdere questa stessa fiducia. La corte ha tipicamente una serie di palazzi (di proprietà del signore o a lui direttamente riconducibili) in cui svolge la propria attività,  un poeta e un menestrello, che cantano il signore, così come una serie di favorite e aspiranti favorite, e dei notabili che si occupano della sua vita pubblica e dei rapporti del signore coi sudditi. L'analisi compiuta della corte e del carattere del cortigiano è ricondotta a Il libro del cortigiano di Baldassar Castiglione.  Per quanto storicamente le corti nascano nei principati, cioè in regimi totalitari, vi sono esempi di corti in sistemi politici formalmente repubblicani, primo fra tutti il caso dei Medici a Firenze dopo il 1512. A Machiavelli è da ricondursi il primo studio analitico di come una corte possa formarsi all'interno di una repubblica, attraverso una invasione e personalizzazione della struttura istituzionale.

I sudditi spesso accettano l'equilibrio politico di corte, o meglio lo favoriscono. Questo avviene tipicamente qualora un popolo sia caratterizzato da un animo servile, cioè da tratti culturali caratterizzati dalla poca stima di sé e degli altri.

Fatti/esempi. Il signore è facilmente identificabile in Berlusconi. Il suo potere smisurato deriva dalla sua ricchezza personale e soprattutto dal controllo di televisioni e giornali che contribuiscono esplicitamente alla formazione dell'opinione pubblica. La corte è composta da uomini di fiducia ricompensati con il potere politico, dagli avvocati che si occupano degli affari privati del signore, ai giornalisti che lavorano per i suoi giornali e le sue televisioni, alle veline e altre belle amenità che si occupano di di allietarne le serate. Gli esempi nel libro corrispondono bene al concetto di corte: le ville private in cui la corte si riunisce (da Palazzo Grazioli, ad Arcore, a Villa Certosa),  le poesie di Bondi (vale la pena di leggere A Silvio), le canzoni del menestrello Apicella,  l'inno "meno male che Silvio c'è",  il telegiornale di Emilio Fede,  il comune di non-so-dove che vuole dedicare una via alla mamma di Berlusconi, i notabili Ghedini, Previti, Dell'Utri. Il tutto come da manuale di Baldassar Castiglione!  E come da manuale l'equilibrio politico di corte si traduce in una personalizzazione anche istituzionale delle politica, nella pretesa di una Costituzione naturale che richiama una democrazia diretta in opposizione a quella scritta che delinea invece una repubblica parlamentare.

Sulla  questione dell'animo servile dei sudditi, il libro cita ad esempio i giudizi espressi sul carattere degli italiani da  Leopardi, e più avanti, da Croce, i fratelli Rosselli, Ernesto Rossi. Inoltre le elites, che il popolo esprime, anche quelle all'opposizione del signore, sarebbero anche esse un esempio di fiacchezza morale, non avendo la forza di opporsi alla trasformazione  da cittadini in sudditi che è obiettivo ultimo del signore.

L'ultimo capitolo del libro è un inno al risorgimento - a un nuovo risorgimento, ovviamente, di là da venire - basato sulla cultura repubblicana, dove i concetti di virtù, onestà, dovere civile, ragione morale, eccetera fanno la parte dei protagonisti. Viroli ritiene la Costituzione un fondamento ideale sufficiente a tale risorgimento e si riallaccia in questo e altro all'ultimo libro di Paolo Sylos Labini, Ahi serva Italia. Un appello ai miei concittadini.

Io ho trovato il libro molto bello. È scritto bene, anche se una seconda lettura si rende necessaria per afferrare con chiarezza la relazione tra teoria e fatti. A mio avviso il modello corte spiega molto bene il cuore e i dettagli dell'equilibrio politico dell'Italia di Berlusconi. È anche da notare che il modello corte ingloba bene il modello casta, che ovviamente ha anch'esso una suo supporto empirico (anzi, sulle linee del modello si potrebbe argomentare che l'esistenza di una casta al momento della "discesa in campo" è stata assolutamente funzionale alla nascita della corte). Una prova del successo esplicativo del modello è che, una volta esposti al concetto di corte, non si può fare a meno di osservare la politica del paese con questi occhi, e vedere cortigiani ovunque. In questi giorni poi, ogni dichiarazione politica può essere letta come dichiarazione di fiducia nel signore, fino al ridicolo: ieri anche il ministro Gelmini - forse uno dei ministri più indipendenti - forse proprio per questa ragione - ha sentito il dovere di rinnovare i voti di fedeltà e adulazione al signore

[Il ministro Gelmini; ndr] trova che nella vicenda [Fini; ndr.] ci sia «una morale». Quale? «Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare».

Ministro, mi diventa John Belushi? «Voglio dire che quando la battaglia si fa difficile, in campo resta solo Berlusconi».

Marco Cremonesi, dal Corriere del  12 Agosto

Che altro dire?

La questione dell'animo servile degli italiani è meno convincente. Andrebbe meglio sviluppata, sia teoricamente che empiricamente. Mi pare abbastanza centrale alla tesi del libro, anche se capisco che è un enorme cesto di vipere. La questione del nuovo risorgimento repubblicano nell'ultimo capitolo è anch'essa non sviluppata. Anche se la lettura della Costituzione è fresca - o almeno lo è per me.

Gran bel libro: mi ha rovinato l'estate!

92 commenti (espandi tutti)

In fondo "la casta" e' solo un nome nuovo per il concetto de "la classe politica" che e' da sempre usato per spiegare la situazione italiana. "la corte" e' un concetto piu preciso, ma anche di aplicazione piu limitata (SB dal 1994 in poi).

[Edited 2010/08/14 14:15]

I links ora dovrebbero funzionare, grazie per la segnalazione.

La questione dell'animo servile degli italiani è meno convincente. Andrebbe meglio sviluppata, sia teoricamente che empiricamente.

Secondo me l'elemento dell'animo servile degli italiani non sta alla base della formazione della corte caratterizzata da un singolo principe con potere smisurato.  Ritengo che l'elemento primario alla base della formazione della Corte sia piuttosto la presenza di una Casta, cioe' di una elite di scadente qualita' e oppressiva.

La tirannia nelle citta' greche rappresenta una reazione "democratica" all'oligarchia.  Il tiranno Gerone di Siracusa si vantava proprio di rappresentare piu' democraticamente i suoi cittadini rispetto ad altre citta' greche coeve dove governavano i nobili. A Roma Cesare costituisce un potere personale assoluto contro i nobili che gli avevano preferito Pompeo, e Cesare era con Crasso massimo rappresentante del partito "popolare".  Anche in Russia il potere dello Zar si e' fondato storicamente oltre che con la tradizione anche grazie al supporto popolare contro nobili malversatori e oppressori.  Piu' recentemente anche Hitler e Mussolini sono stati dittatori con indubbio sostegno popolare, preferiti ad elites politiche giudicate fallimentari.

Insomma credo che la ragione primaria della costituzione di un potere assoluto personale sia la presenza di elites scadenti, fallite, oppressive.  Poi elites scadenti, fallite e oppressive si formano piu' facilmente in societa' con masse poco istruite, come la societa' italiana, e in societa' dove le elites sono avulse e separate dalle masse popolari, oltre che scadenti, come in Italia.

Una delle ragioni principali della popolarita' di Berlusconi e' la sua superiore capacita' di dialogare con l'italiano medio, quello che legge principalmente la Gazzetta sportiva e che ha bisogno quindi di una comunicazione essenzialmente basata su metafore sportive e possibilmente calcistiche.  Il fallimento di buona parte delle elites italiane e' segnalato sia dalla loro incapacita' di comunicare efficacemente con le masse (basta pensare ai discorsi di fine anno dei presidenti della repubblica) sia nella loro incapacita' di proporre e realizzare una effettiva istruzione di massa che sia contemporaneamente utile, accessibile e di buona qualita'.  Questo contesto, che affonda poi su un passato secolare di analfabetismo di massa, costituisce la base del successo di SB e della sua corte.

Se qualcuno ha il tempo di sviluppare un modello di game theory che definisca "l'animo servile" sarà possibile testare empiricamente l'ipotesi (e avere qualche sorpresa anche tra altri popoli europei, magari).

A livello suggestivo, l'animo servile si vede dal fatto che questo elettorato ha gettato nel cesso la Costituzione senza costrizioni particolari, passando volontariamente da una democrazia possibile a una corte medievale. Basta ricordare che il successo a due cifre del surreale movimento politico di Berlusconi (chi ricorda la delirante campagna elettorale del 1994, diretta esplicitamente a un elettorato di sprovveduti?) è arrivato nemmeno due anni dopo le monetine lanciate contro Craxi, che avevano fatto gridare le "anime belle" (altro tipo di animo diffuso in Italia) alla "rivoluzione italiana". Se rivoluzione c' stata, è stata dalla repubblica parlamentare alla signoria di SB. Incruenta e con amplissimo appoggio popolare.

C'è anche chi ha parlato di neomonarchia, altra spiegazione secondo me interessante per capire gli orientamenti attuali e prospettici della maggioranza dell'elettorato e il rischio, ancora concreto, che SB sia il prossimo presidente della Repubblica...

Basta ricordare che il successo a due cifre del surreale movimento politico di Berlusconi (chi ricorda la delirante campagna elettorale del 1994, diretta esplicitamente a un elettorato di sprovveduti?) è arrivato nemmeno due anni dopo le monetine lanciate contro Craxi, che avevano fatto gridare le "anime belle" (altro tipo di animo diffuso in Italia) alla "rivoluzione italiana".

Siamo seri: l'alternativa era la "gioiosa macchina da guerra" di Occhetto, il cui motto sottinteso era:"Ok, siamo su piazza da 40 anni e non ne abbiamo imbroccata una, ma mo vi tocca votarci che siam rimasti solo noi".

Gran parte di quelli che votarono BS nel '94 semplicemente avrebbe votato chiunque non fosse riconducibile a Occhetto &c.

Gran parte di quelli che votarono BS nel '94 semplicemente avrebbe votato chiunque non fosse riconducibile a Occhetto &c.

 

Mi sembra un giudizio sull'elettorato italiano ancora più severo del mio, completamente senza appello.

Gran parte di quelli che votarono BS nel '94 semplicemente avrebbe votato chiunque non fosse riconducibile a Occhetto

Mi sembra un giudizio sull'elettorato italiano ancora più severo del mio, completamente senza appello.

Non direi che sia un giudizio severo. Riflette semplicemente il fatto che la sinistra - specie se a guida PCI-PDS-DS - è minoritaria nel Paese. Direi anche "per fortuna", e l'assoluta inadeguatezza dell'ultimo governo Prodi ne è dimostrazione imperitura.

Il tutto a prescindere dal giudizio su Berlusconi. Molto probabilmente avrebbe vinto chiunque rappresentasse una possibilità di fermare la "gioiosa macchina da guerra" - slogan che fu di un'imbecilità disarmante ..... - ed avesse i mezzi per farlo sapere all'elettorato.

Permetti che ti rinfreschi la memoria.

Prima di mani pulite il PCI si era appena cambiato nome dalla disperazione, con un sacco di gente che nel definirsi ex comunista tratteneva a stento la lacrima.Poi all'improvviso tutti gli altri son finiti in galera, Occhetto ha pensato di aver vinto la lotteria ed è uscito di testa.

Ha cominciato a promettere di rivoltare il paese come un calzino, fare tutto quello che il PCI non era riuscito a fare, tartassare gli autonomi e le imprese, espandere lo stato sociale, distruggere fininvest  e mandare in galera Berlusconi.E con l'atteggiamento tipo: "vi piaccia o meno lo farò, tanto dovete votarmi lo stesso per mancanza di alternative".O con parole sue "Gioiosa Macchina Da Guerra".

Non è che ci si credesse più che alle promesse di BS di abbassare le tasse, ma non voti un partito che promette sfracelli che non vuoi, e credo che perfino molti simpatizzanti si chiedessero se una volta liquidato il CAF il paese avrebbe retto Occhetto.Siamo un popolo di conservatori, e pure la minoranza rivoluzionaria aveva molto poco appeal per il PDS.

Inoltre al tempo BS non era sputtanato quanto oggi.Pensare (nel '94) che fosse il meno peggio su piazza tra quelli con un minimo di chances mi sembra abbastanza ragionevole.

Personalmente non ricordo cosa votai, ma dovessi tornare indietro credo voterei lega.Ovviamente a naso turato, come sempre da che ho iniziato a seguire la politica.

Alberto, forse non ho capito la tesi del libro, ma mi spieghi meglio perché lo trovi convincente? Mi spiego. Che Berlusconi si comporti come un sultano che coltiva una corte di personaggi a metà tra l'orrido e il ridicolo è cosa che mi pare ovvia e che vede chiunque abbia occhi per guardare. Che questo sia reso possibile dalla sua ricchezza personale e dal suo controllo dei mezzi di comunicazione mi pare altrettanto ovvio. Quindi, questa osservazione di fatto non può essere la novità principale del libro.

La novità del libro deve stare in un tentativo di spiegare perché il fenomeno Berlusconi si sia potuto sviluppare in Italia, mentre non osserviamo nulla di così devastante nelle altre democrazie dei paesi sviluppati (la qualificazione ''così devastante'' è importante, i potenti che si attorniano di sicofanti e servi ci sono ovunque). Da quel che ho capito la causa principale, la variabile esogena se vogliamo usare un gergo econometrico, è l'animo servile che caratterizza il popolo italiano più di altri popoli. E' così? E se è così, il fatto che tu trovi questa parte la meno convincente del libro non mina alle fondamenta le tesi stesse del libro?

Tra l'altro, se questa è la tesi (ma, ripeto, potrei aver capito male) non vedo a cosa serva formulare appelli a un nuovo risorgimento. A meno che l'idea non sia che l'animo servile degli italiani non derivi semplicemente dal fatto che nessuno ha spiegato loro che si può vivere bene anche senza fare i servi. Ma, insomma, mi pare un'idea da un lato un po' ingenua e dall'altro senza molto supporto empirico.

Notarella finale che non c'entra niente con il resto. Ma quando mai la Gelmini si è mostrata indipendente? L'impressione che io ho sempre avuto è che fosse un po' un vaso di coccio tra vasi di ferro, che è la ragione per cui il suo ministero ha subito in misura maggiore le poche misure rigoriste di Tremonti. Non ricordo una sola dichiarazione coraggiosa. Quanto poi alla riforma che ha messo in piedi su questo sito se ne è parlato in abbondanza e non mi pare il caso di infierire, ma è il classico esempio di pavidità spinta all'estremo.

Ho la stessa perplessita'. Mi pare un'eccellente metafora per descrivere il berlusconismo ma chiamarla teoria, nel senso che intendiamo nelle scienze sociali, mi sembra eccessivo. Se gli italiani son servili lo sono da secoli (tra l'altro questa dell'animo servile era una tesi molto in voga in Italia nel secolo 19, fino all'unita': molti intellettuali e patrioti ritenevano che il cattolicesimo avesse addormentato lo spirito marziale degli italiani rendendoli docili e proni a servire lo straniero -- e il signorotto di turno, per estensione). Com'e' che solo dall'anno 1994 emerge la corte nella politica italiana?

Com'e' che solo dall'anno 1994 emerge la corte nella politica italiana?

Ecco, è esattamente ciò che si nota. E che suona strumentale per combattere il nemico: è legittimo, naturalmente, ma non particolarmente credibile.

Il problema è che, drammaticamente, l'unico modo di opporsi al berlusconismo pare essere la berlina - anche abbigliata da saggio socio-storico - mentre sul piano della proposta la latitanza è assoluta, benché ci sia molto da discutere in merito alle scelte del governo. A meno che non si vogliano considerare utili le consuete opzioni prelevate direttamente dal passato, spacciate per mirabolanti novità. Ma saremmo oltre le soglia del ridicolo.

Sulla  questione dell'animo servile dei sudditi, il libro cita ad esempio i giudizi espressi sul carattere degli italiani da  Leopardi, e più avanti, da Croce, i fratelli Rosselli, Ernesto Rossi.

Aggiungerei pure l' intera filmografia di Alberto Sordi.

e di Paolo Villaggio?

"La nobile arte del cortigiano, l'oggetto essenziale della sua cura, consiste nel tenersi informato sulle passioni e i vizi del padrone, per essere in grado di sfruttarne il punto debole: a quel punto sarà certo di detenere la chiave del suo cuore. Gli piacciono le donne? Bisogna procurargliene. È devoto? Bisogna diventarlo o fare l'ipocrita. È di temperamento ombroso? Bisogna instillargli sospetti riguardo a tutti coloro che lo circondano.  È pigro? Non bisogna mai parlargli di lavoro; in poche parole, lo si deve servire secondo i suoi desideri e soprattutto adularlo continuamente.  Se è uno stupido non si rischia nulla a procurargli lusinghe anche del tutto ingiustificate, ma se per caso - si tratta in verità di un'eventualità remotissima - fosse arguto o di buon senso, sarebbe opportuno prendere qualche precauzione.

Il cortigiano deve ingegnarsi per essere affabile, affettuoso e educato con tutti coloro che possono aiutarlo o nuocergli; deve mostrarsi arrogante soltanto con chi non gli serve a niente.  Deve conoscere a memoria il prezzo di tutti quelli che incontra, deve salutare con reverenza la cameriera di una Dama in auge, chiaccherare amichevolmente con il portiere o il valletto del ministro, accarezzare il cane dell'alto funzionario, inoltre non gli è permesso di sottrarsi un attimo, la vita del cortigiano è un perpetuo impegno.

Il vero cortigiano è tenuto, come Arlecchino, ad essere amico di tutti, ma senza commettere la debolezza di affezionarsi a chicchessia; costretto a soggiogare  anche l'amicizia e la sincerità, il suo attaccamento sarà riservato all'uomo di comando fino al momento in cui questo perde il potere. È necessario odiare senza por tempo in mezzo chiunque abbia contrariato il padrone o il favorito di turno.

Su questa base si può giudicare se la vita del perfetto cortigiano non è da considerarsi un'infinita serie di penosi impegni.  Possono gli Stati pagare in maniera eccessiva una schiera di uomini tanto devoti al servizio del Principe?  Tutti i tesori del popolo bastano a malapena per remunerare questi eroi, martiri votati all'interesse collettivo; non è forse giusto che uomini che si danno tanto da fare per il bene dei concittadini siano almeno ricompensati correttamente in questa vita?   Quanto rispetto, quale venerazione siamo tenuti a dimostrare verso tali esseri privilegiati resi così fieri dal rango e dal temperamento naturale, vedendo con quale generosità sacrificano constantemente fierezza, nobiltà e amor proprio! Non spingono forse ogni giorno il sublime abbandono di loro stessi fino al punto da eseguire presso il Principe quelle funzioni che il più umile dei valletti compie per il suo padrone?  Non trovano nulla di meschino in tutto ciò che fanno per lui; che dico? Si inorgogliscono nell'esercizio dei più infimi incarichi presso l'adorata persona; giorno e notte aspirano alla gratificazione di essergli utili; lo scortano, si atteggiano a intermediari compiacenti di ogni suo piacere, si attribuiscono le sue schiocchezze o si affrettano ad approvarle; in poche parole, il buon cortigiano è talmente assorbito dall'idea del dovere, che spesso si sente fiero nel compiere atti disprezzati anche dal più leale servitore. ... Smettiamo di sorprenderci che la Provvidenza ne ricompensi generosamente la duttilità, e che dalla loro abiezione conseguano onori, ricchezza e stima da parte degli Stati bene amministrati."

 Saggio sull'arte di strisciare ad uso dei Cortigiani, Paul H. D. d'Holbach, (1723-1789).

Non so, magari sono io che vivo in un altro mondo. Ma a me, francamente, la tesi del libro - che non ho letto, Alberto, e magari ho capito male la sintesi che ne fai - pare piú un esercizio di satira, che una descrizione della realtà. Mi spiego. Certamente quella situazione sarebbe la scelta del signorotto in questione, se potesse farla, ma mi pare che si trascuri un fatto banale: gran parte della vita quotidiana scorre senza che costui incida su di essa in misura maggiore dei governi passati. Il che non significa, naturalmente, che non sia "male", solo che gli si attribuisce un potere maggiore di quello reale. Forse perché non c'è un'opposizione in grado di proporsi credibilmente, e dunque non si vede come uscire dallo stallo.

 

pare piú un esercizio di satira, che una descrizione della realtà. 

 

hai centrato perfettamente il dramma del nostro paese dove non si riesce più a distinguere la satira dalla realtà.

Un mio amico si è dilettato in questi giorni a "taroccare" le prime pagine di Libero e de Il Giornale ed a metterle in rete assieme alle pagine originali.

Più di una volta ho fatto fatica a discernere gli originali dalla pagine taroccate.

 

Un mio amico si è dilettato in questi giorni a "taroccare" le prime pagine di Libero e de Il Giornale ed a metterle in rete assieme alle pagine originali.

link?

 

Dalla pag 3 di questo thread trovi per lo più prime pagine originali

3-d

le taroccate sono distribuite in vari 3-d ; ne ho scelto 6

taroccata 1

taroccata 2

taroccata 3

taroccata 4

taroccata 5

taroccata 6

 

 

La vita del cortigiano "democratico" è molto più dura di quella del cortigiano del passato.

Egli è impegnato su due fronti : compiacere il Signore e rimbambire i servi della gleba.

Corte o casta?

Arpazo 14/8/2010 - 23:18

Divertente post.

Consiglio il De Amore di Andrea Cappellano, ben meno inflazionato del celebre epigono, e certamente più emblematico e puro, nel merito essenziale delle dinamiche. Se si vuol mantenere l'ottica in termini di proprietà, basta leggere il capitolo sull'amor contadino di suddetta opera per notarne le radici spirituali.

La questione sembra immediata, ma affibbiare alla proprietà privata un'entelechia ben più profonda rispetto quella odierna, significa utilizzarla per muovere una serie di leve interiori che da quanto capisco dall'articolo di Bisin, non vengono toccate dal libro recensito.

Voglio arrivarci per traverso, e ricordare le frizioni incomponibili del padrone d'itaglia con gli antichi bastioni della morale. Non semplicemente la chiesa cattolica, ma anche una parte del sistema corporativo, in questi ultimissimi anni hanno dovuto cedere il passo all'uomo(ino) riformato (o da riformatorio) inventato da berlusconi a misura di se stesso. Possedere la roba (e capitale non significa roba) apre le porte dorate del sillogismo morale in virtù del quale, attraverso un'autentica investitura, il capo ha diritto a tutto, su tutti. Le minorenni, la droga, le demenze, in pratica i terrori e le ossessioni con cui la destra si appropria dell'elettorato vengono rigettate conato dopo conato in chiave positiva, perchè provenienti da colui il quale si fa esclusivo garante della loro liceità.

Il parallelo con il concetto di proprietà medioevale è spontaneo e gradito, in proposito. Ovviamente, per avere un senso ed evadere la denigrazione macchiettistica con cui la sinistra (miope\interessata) si è condannata, è necessario introdurre questo concetto in un'autentica cosmogonia capace di comprendere la natura qualitativa delle scissioni in campo.

Se non si opera in tal senso, non soltanto si produrrà un'analisi viziosa, ma non sarà neppure possibile evadere le primissime pastoie linguistiche.

Il popolo delle libertà (?)

Noi proveniamo da una cultura liberale (?)

Nanni Moretti è stato uno dei primi ad accorgersene, ma ovviamente, il suo sistema intellettuale democratico l'ha prevenuto dallo spingersi fino alle radici dei fenomeni che tanto biasima. E questo ha significato da un lato avvitarsi su se stesso (con compiacenza della stampa codina, tanto grata ai nemici-stereotipo) dall'altro togliere anzitempo la mano dal tizzone ardente.

Lui come altri ingegnosi interpreti di sinistra boccheggiano quando devono rivolgere lo sguardo alla frattura perchè non possono tollerare, nella loro buona indole, che tale frattura si sia espansa ben più in dentro rispetto i vari oggetti d'analisi che nel corso del tempo han dovuto affrontare, man mano che la cancrena andava infettando organi sempre più interni.

Il partito prima, la società civile, la gente (brutta questa parola frutto delle mani incerte di un cattivo vivisezionatore) ora. Ci vorrà ancora un po' perchè si rendano conto del guasto essenziale prodotto dalla frattura (frattura che non andrebbe neppure mitizzata) nella stessa dimensione umana.

FOSBURY

mario morino 15/8/2010 - 00:23

Ieri sera vedevo un filmato sulle Olimpiadi del 1960, con la gara di salto in alto. Ovviamente tutti usavano lo stile "ventrale".

A me pare che SB abbia inventato il Fosbury, e si sia ritrovato quasi automaticamente a vincere, istituzionalizzando, modernizzando e, come dire, rendendo più efficace ed efficiente, il "metodo corte", intuito da Craxi  ed al quale ha aggiunto la sua personale "potenza" economica e mediatica. Troppo "moderno" e fuori dagli schemi tradizionali per poter essere non solo contrastato, ma capito dalla sinistra italiana.

Perchè in Italia e non in Francia o Germania, mi sembra una questione importante e da approfondire. Penso però che Santa Romana Chiesa non sia del tutto estranea alla maggior percentuale di servilismo degli italiani.

Arrivo buon ultimo: il libro di Viroli è da maggio nella pila di quelli che mi piacerebbe recensire ed il contenuto del commento di Sandro collima abbastanza con quanto avevo in mente. Nondimeno, vorrei aggiungere alcune osservazioni che m'aveva stimolato.

- Lo schemino della corte non spiega l'Italia repubblicana, almeno sino al 1994. Spiega, da un lato una caratteristica di lungo periodo del popolo e della poltica italiana (per lo meno dai tempi delle signorie) e dall'altro il BS post 2001 (e 1994/95 nel cerchio strettissimo dei suoi "collaboratori"). Per cui vale, appunto, la domanda di Sandro: come la spieghi l'anomalia BS, visto che tale non era il potere di De Gasperi o di Moro o di Rumor o persino di Craxi (anche se quest'ultimo aveva cercato di creare la corte attorno a se stesso, ma abbiamo visto come sia brutalmente crollata)? Lo schema della casta mi sembra spiegare molto meglio sia l'Italia repubblicana che quella fascista e pre-fascista (altrimenti ed impropriamente nota come "liberale").

- Il libro di MV non mi pare voler essere un libro scientifico o anche solo analitico. È un pamphlet, lo j'accuse di un signore alquanto simile a noi (socialmente ed esistenzialmente parlando, almeno) che è particolarmente colpito ed offeso dal fenomeno BS. Io l'ho letto così: come uno sfogo morale, un'invito a guardarsi allo specchio ed a chiedersi se, davvero, si può accettare d'essere un paese in cui la maggioranza della popolazione aspira ad essere un Bondi, un Cicchitto, una Brambilla, una Gelmini, una Carfagna, un La Russa, un Ferrara, uno Sgarbi, un Alfano, una Santanché ... e via elencando servi, buffoni, pennivendoli e sgualdrine. Come pamphlet fa il suo lavoro e lo fa degnamente anche se, ovviamente, trasforma BS nella fonte di tutti i mali e mai si chiede: ma perché i miei concittadini soffrono di questa particolare e squallida malattia? Perché?

- Però, siccome è un pamphlet morale e tale vuole essere, come tale va esaminato. Da questo punto di vista l'ho trovato liberatorio. Alla fin fine, Viroli (che non a caso è uno dei più qualificati al mondo fra gli studiosi di Machiavelli) riafferma la centralità della questione morale nella crisi socio-politica italiana. Chiarisce - a mio avviso in modo abbastanza convincente nonostante le inutili sviolinate sul "principio repubblicano" nel primo capitolo - la rilevanza della moralità pubblica per il funzionamento degli stati liberal-democratici. Dice: non si può far politica utile, in un sistema liberal-democratico, senza un codice morale accettato da tutti, senza principi morali magari minimi ma intoccabili ed indiscutibili (tipo first amendement, tanto per dire). Se tutti i principi morali diventano malleabili, commerciabili, aggiustabili e relativizzabili, il sistema crolla e si arriva alla corte, o a qualche altra forma di degenerazione oligarchica. E la politica non serve più a nulla, nel senso che non serve più i cittadini ma solo chi la esercita professionalmente. Detto con il nostro linguaggio: senza principi morali la casta politica si appropria di tutto il surplus che l'esercizio della politica genera.

- Per questa ragione, sul piano della teoria politica, il libro di Viroli viaggia anni luce sopra quel gruppetto di pagliacci accademici italiani (orfani di Craxi ed adottati da BS) che, dalle colonne del Corriere della Sera in particolare, da anni teorizzano il relativismo morale più opportunista e squallido, spacciando il tutto come una grande conquista della cultura politica "liberale" sulle orme degli insegnamenti del grande fiorentino. Tanto per non far nomi, mi riferisco in primis a Panebianco ed Ostellino e, in secundis, ai loro pallidi comprimari, Battista, Romano e Galli della Loggia.

- Da questo punto di vista, il libro di Viroli prova, ancora una volta, che anche nel campo delle scienze politiche le teste migliori se ne sono scappate all'estero lasciando campo libero in Italia ai mediocri ed ai pennivendoli, che vengono spacciati per grandi pensatori perché funzionali alla casta. Alla casta, Maurizio, giacché costoro la servivano ben prima che in cima di essa si instaurasse il principe da Arcore.

Chiarisce - a mio avviso in modo abbastanza convincente nonostante le inutili sviolinate sul "principio repubblicano" nel primo capitolo - la rilevanza della moralità pubblica per il funzionamento degli stati liberal-democratici. Dice: non si può far politica utile, in un sistema liberal-democratico, senza un codice morale accettato da tutti, senza principi morali magari minimi ma intoccabili ed indiscutibili (tipo first amendement, tanto per dire). Se tutti i principi morali diventano malleabili, commerciabili, aggiustabili e relativizzabili, il sistema crolla e si arriva alla corte, o a qualche altra forma di degenerazione oligarchica.

Ecco, questa lettura mi convince di piu' e fa intravedere una vera teoria. Non c'entra lo spirito servile, se non nella misura in cui riflette bassa moralita' pubblica. E' la bassa moralita' pubblica (che a sua volta non discende dal cielo ne' e' proprieta' genetica ma riflette la qualita' delle istituzioni, delle regole, e del sistema di enforcement) a far si che l'equilibrio politico vari con le caratteristiche dei leader di turno. La selezione di queste caratteristiche, dei leader cioe', e' determinata da shock esogeni di tipo politico o economico.

Semplificando (idealizzando?): De Gasperi, Togliatti, Moro, Berlinguer avevano uno spessore morale ben diverso da quello di Craxi, Andreotti, Forlani. La selezione dei primi ha coinciso con la ricostruzione del paese e col boom, quella dei secondi con le crisi economiche degli anni 70. La casta e' un equilibrio post-1978, infatti. Poi e' arrivato Berlusconi a riempire il vuoto creato dal collasso di quel sistema corrotto, il vero shock politico del dopoguerra. Ed e' emersa la corte non perche' gli italiani siano piu' servili di prima ma perche' la corte non e' altro che la casta con un signore particolarmente potente in mezzo.

Se di teoria si tratta deve aiutarci a prevedere cosa arrivera' dopo, tenendo fermo quello che determina la moralita' pubblica (tutti speriamo che possa essere questa a cambiare, ma non puo' farlo dalla sera alla mattina: ci vuole almeno una generazione, 50 anni insomma). La cosa piu' probabile e' il ritorno a un equilibrio di casta con possibile variante "vaticana": un moralissimo leader (come mi sembrano ad esempio Fini e Bersani; e' un esempio: con molta probabilita' spariranno prima loro di Berlusconi dalla scena politica) con sotto un sistema marcio putrido.

Bel post, Alberto, e bella discussione. Lasciatemi andare un attimo fuori tema. Condivido le riflessioni generali di Michele (quelle specifiche sul libro non posso commentarle non avendo letto il libro) ma vorrei che mi spiegaste una cosa? Perche' ve la prendete cosi' tanto con Ostellino, Panebianco, etc. (parlo al plurale perche' Ostellino lo criticate in cinque anche nel libro su Tremonti)? Anni fa, in Italia, vidi uno studente uscire da una biblioteca universitaria con un libro di Friedman. Due suoi amici lo videro, osservarono il libro e gli chiesero con fare inquisitorio: "perche' leggi questo libro? non crederai mica a quelle assurdita'?" Lo studente arrossi' e balbetto' delle scuse. Insomma in Italia ci si doveva vergognare di leggere Friedman e "liberale' era una parolaccia. Avere qualcuno come Ostellino che conclude ogni frase con "io sono liberale" almeno serviva a dimostrare che secondo qualcuno liberale non era una parolaccia. Poi l'analisi e' un'altra cosa, certo.

Re(1): Mmmhhh ...

floris 15/8/2010 - 15:58

La domanda probabilmente era rivolta a MB o AB, ma visto che il forum è pubblico voglio dare il mio punto di vista.

Anch' io, nel mio piccolo (anzi piccolissimo) vengo guardato male quando mi dichiaro liberale. Ma se questo succede lo imputo, oltre all' ignoranza comune, anche al fatto che in Italia non siano sempre le migliori persone a definirsi liberali. BS & Co.(rte) ad esempio non fanno che ripeterlo. Io non vedo alcun vantaggio per la causa liberale e per la sua legittimazione nell' avere nelle fila persone che arzigogolino in tutti modi per finire inevitabilmente a difendere lo stato attuale delle cose. Per quanto mi riguarda un liberale coerente dovrebbe dire peste e corna di BS e della classe politica italiana da mane a sera.

Per tornare al mio piccolo insomma, non sarà certo essere accomunato ai vari editorialisti di un giornale che si rivela ogni giorno più zerbino a far cambiare lo sguardo di stupore (ma allora sei liberista!), quando non di malcelato disprezzo morale che a volte ricevo. Anzi, semmai complicano lo sforzo di liberarsi dai decenni di pregiudizi che hanno cosi bene attecchito quasi ovunque nella cultura italiana.

e che dire di Antonio Martino?

Ti rispondo io, Antonio, per quanto mi compete. E' fuori discussione che Ostellino si diceva liberale quando a dirsi liberali bisognava avere coraggio. Rispetto. Pero' cio' non toglie che scriva con grande pomposita' e usi la parola liberale come una clava. E poi non deve aver capito bene come si tiene la clava se con essa accarezza invece che randellare Berlusconi. In sostanza, la mancanza di rispetto per la sua boria supera il rispetto per il suo coraggio (30 anni fa). 

Sottoscrivo.

Mettiamola così: Indro Montanelli e Piero Ostellino. Li metti accanto e capisci la differenza fra uno che merita il tuo rispetto ed uno che invece s'è abbondantemente consumato quel poco che aveva guadagnato.

Grazie a tutti per le risposte. Essere piu' severi con chi ha (o almeno dice di avere) idee piu' simili alle nostre e' un atteggiamento ammirevole e salutare. Condivido anche la considerazione che queste persone hanno usato troppo poco la clava contro Berlusconi. Non credo, pero' si debbano valutare le persone solo in base a quanto parlino male di Berlusconi, senno', paradossalmente, Travaglio sarebbe un eroe. Ci sono altre cose. In un paese in cui una Lilli Gruber ci parla della resistenza irachena avere una analisi di politica internazionale di Sergio Romano non mi pare un male. Se poi devo scegliere tra un editoriale di Romano e uno sconclusionato sermone di Scalfari, non ho dubbi. Voi? Infine, forse sono stato sfortunato perche' l'ho letto quando era assai  anziano (prima faceva il dipendente di Berlusconi) ma io, con tutto il rispetto per i morti, di Indro Montanelli ricordo solo articoli divertenti nello stile; quanto all'analisi, non ricordo andasse molto oltre il puro senso comune.

Una domanda a Floris: ma quelli che ti guardano con malcelato disprezzo morale a quali editorialisti si riferiscono per sentirsi a te cosi' superiori? Conoscono l'inglese?

Scusate se vi ho portati fuori tema.

Per cui vale, appunto, la domanda di Sandro: come la spieghi l'anomalia BS, visto che tale non era il potere di De Gasperi o di Moro o di Rumor o persino di Craxi (anche se quest'ultimo aveva cercato di creare la corte attorno a se stesso, ma abbiamo visto come sia brutalmente crollata)?

Eh, ma le disponibilita' finanziarie di Craxi erano ben minori: lui i soldi li intascava, piu' che elargirli. A un servo fanno molto piu' gola i contanti delle prebende (assessorati, posti in RAI etc.), e un semplice politico ha solo queste a disposizione.

La DC era un partito al cui  interno vigeva un sistema ferreo di spartizione dei posti (noto, credo impropriamente, come manuale Cencelli). Il numero di posti a disposizione di ciascun signore (Moro, Andreotti, Rumor etc.) dipendeva dal numero di tessere da lui controllate (la forza della sua corrente). Il sistema impediva l'affermazione di un leader unico. Ciascun leader doveva usare le risorse a disposizione (posti da distribuire, contratti etc.) al fine di massimizzare il numero di tessere. La competizione fra i leader per assicurarsi l'appoggio dei signorotti locali, e fra questi ultimi per assicurarsi il controllo dei pacchi di tessere era fortissima. Rimaneva molto poco da distribuire ai servi  à la SB - persone cioè utili solo al benessere del signore. Infatti, tutti i principali leader DC conducevano una vita personale da "normali" borghesi benestanti.

Bei tempi, sigh!

 

PS Mi ricordo una meravigliosa inchiesta di Iacona sul clientelismo nel Sud (RAI TRE) che spiegava in maniera perfetta il meccanismo. L'inchiesta era su Catanzaro, ma credo il discorso valga anche per altre regioni.

La mia lettura del libro e' completamente diversa da, quasi ortogonale a, quella di Michele (comincio da lui perche' mi par di capire che sia uno di quelli che il libro lo ha letto con attenzione). Il libro e' si' scritto come un pamphlet (era questo che volevo dire con "lettura perfetta per l'estate"). Aggiungo che anche l'edizione Laterza - un po' cheap, assomiglia nella grafica a quella per cui scrivono Travaglio, Gomez, etc. - sembra dare questa impressione. Ma alla faccia del pamphlet: il libro ha una struttura analitica ben precisa, che ho cercato di evidenziare nella recensione. C'e' un modello di equilibrio quasi esplicito sotto il j'accuse, secondo me. 

Altro punto in cui sono in disaccordo con Michele, connesso, e' che il punto del libro sia la centralita' della questione morale. Anzi, all'opposto, io ho letto il libro come una rappresentazione analitica  di un equilibrio - i giudizi morali sono soprattutto sui sudditi, non sulla corte. Sudditi che Viroli chiama "servi" con una scelta linguistica che mira a colpire allo stomaco. Certo che Viroli considera la corte un coacervo di piccoli uomini, ma non e' con loro che se la prende a mio modo di vedere. No, non sono affatto d'accordo che il libro si riduca a un j'accuse della amoralita' della "casta". E molto di piu' molto di piu'. 

Il primo capitolo, che a Michele non e' piaciuto, a me pare invece la chiave del libro (a me non e' piaciuto l'ultimo, sul risorgimento): e' li' dove il concetto di liberta' dei sudditi/servi e' definito. Ed e' li' che si comprende perche' la lettura che apparentemente io ho indotto in Franco - un libro di satira - e' errata. Ed e' li' soprattutto che Viroli considera l'affermazione di Franco, 

gran parte della vita quotidiana scorre senza che costui [Berlusconi; ndr] incida su di essa in misura maggiore dei governi passati.

Questa e' la liberta' dei servi, Franco (scusa, e' Viroli, non io) -  il servo vive libero da costrizioni ma e' servo perche' B. ha in opzione la sua liberta'.

Vengo ora a Sandro e Giulio. Forse e' ovvio, Sandro. Spesso i modelli lo sono, ex post. E' uno schema che permette di osservare la politica oggi come un equilibrio, senza dover chiedersi com'e' che ci siamo ridotti cosi', com'e' che questa sia classe dirigente. Diciamo che la ragione per cui mi piace e' che attraverso gli occhiali del modello l'osservazione della politica mi par piu' chiara. La spiegazione del perche' noi, la questione dell'animo servile, e' (come dicevo) poco sviluppata. Sono d'accordo che questo sia il punto chiave. Che questa sia la variabile esogena (ma Giulio, propio non capisco perche' animo servile non ti piace ma moralita' pubblica si' - che differenza fa, concettualmente? sono due spiegazioni diverse ma entrambe vaghe e fumose). In realta' la "cultura di un popolo" esogena non e' affatto, ma diciamo che si muove piu' lentamente e quindi, in prima approssimazione....

AlexCT ha notato che il modello spiega solo B, dopo il 1994. Concordo. Concordo anche, come ho detto,  che il fatto che B sia sceso in un campo dominato dalla casta e' fondamentale per comprenderne il successo [Viroli non accenna a questo]. 

@MarcelloBy: game theory non c'entra, ma guarda al paper di Guiso, Sapienza, Zingales sui comuni. 

@Mario (Morino): e se il Fosbury lo avessero inventato i Medici nel 1512? 

Grazie a tutti - anche gli altri - interessante discussione. 

 

 

Ed e' li' soprattutto che Viroli considera l'affermazione di Franco, 

gran parte della vita quotidiana scorre senza che costui [Berlusconi; ndr] incida su di essa in misura maggiore dei governi passati.

Questa e' la liberta' dei servi, Franco (scusa, e' Viroli, non io) -  il servo vive libero da costrizioni ma e' servo perche' B. ha in opzione la sua liberta'.

Ripartiamo da una riflessione. Tutto sommato, credo anch'io che una corte sia una casta con un personaggio fortemente prevalente al centro, ma tenderei ad escludere che questa configurazione sia peggiore (o migliore) di un'altra che contempli, invece, un nucleo che potremmo chiamare "politburo". Ecco, io continuo a pensare che l'incidenza sulla vita quotidiana, da parte di chi detiene il potere, non sia differente nei due casi: mi pare si possa sempre riscontrare la condizione di servi, così come la descrivi (o lo fa Viroli), ma ritengo che tale opinione sia alquanto esagerata, non so se volutamente o meno.

Credo, inoltre, che tutta questa attenzione al fenomeno Berlusconi sia proprio legata al fatto che il personaggio emerge - a prescindere dal giudizio di merito - e su di esso vien naturale concentrare gli strali. Anche perché, ribadisco, una teorizzazione di questo tipo serve ad esorcizzare "il mostro", in una situazione che non pare presentare vie d'uscita credibili (insisto sul termine, a mio avviso è fondamentale).

Giulio, propio non capisco perche' animo servile non ti piace ma moralita' pubblica si' - che differenza fa, concettualmente? sono due spiegazioni diverse ma entrambe vaghe e fumose

Fa una grossa differenza. Moralita' pubblica vuol dire che uno rispetta le regole e si aspetta che anche gli altri (concittadini e amministratori della cosa pubblica) le rispettino. E' un equilibrio, ed e' determinato da quello che sappiamo (preferenze, vincoli, aspettative).

Animo servile invece e' una caratteristica psicologica, una determinante delle preferenze, di per se' irrilevante: uno puo' avere animo servile oppure no e comportarsi in entrambi i casi come prescritto dall'equilibrio di moralita' pubblica.

Siccome le preferenze non vogliamo farle cambiare per spiegare un particolare fenomeno ma vogliamo far cambiare gli incentivi, animo servile non mi piace ma moralta' pubblica si.

Senza aver letto il libro. Tedo a concordare con l'opinione di Alberto Lusiani. Credo che in forme diverse e sicuramente meno pervasive la casta pre-esistesse a SB. Nel 1994 dopo tantentopoli, SB ha chiamato a raccolta tutto il vecchio ed il peggio dei resti dei vecchi partiti, quelli che portavano voti, che avevano i collegamenti giusti con i procacciatori di voti, quelli che non avrebbero avuto diversamente alcuna speranza di tornare ai vecchi fasti. La potenza delle TV è l'altro elemento fondamentale del successo. Poi ci sarà anche l'avversione ad Occhetto, ma i primi due elementi sono almeno di pari rilevanza. Se questo è vero, la sudditanza che non nasce con berlusconi, viene solo accentuata dal controllo mediatico ed irregimentata dall'incredibile e generalizzato spoil sistem che ha messo in mani amiche il controllo di ogni centesimo speso nel paese dalla mano pubblica. Temo che non sarà certo dai cittadini che verranno spinte ad uscire dal pantano.

La casta preesisteva , la corte no ( se non a livello embrionale con Craxi )

Esatto! Leggetelo il libro, che val davvero la pena

La casta preesisteva , la corte no ( se non a livello embrionale con Craxi )

E' la casta che si è fatta corte.

Secondo me coesistono anche se parte della corte è anche casta , una parte di casta elevata a rango più elevato.L'altra parte della corte gode di vantaggi marginali : il suo ruolo consiste nel divertire il sovrano.  

La casta non corte sta a un livello più basso ma gode di vantaggi a volte notevoli senza l'incombenza della cortigianeria continua.

Ma di corti ne esistono almeno due benchè difficilmente paragonabili per dimensione ed opulenza :

alludo alla corte verde e del medio all'insù nota anche come corte dei mira coli e dei miracolati.

E' una corte più alla buona ma molto bellicosa disponendo a sua difesa di 20 milioni di uomini armati di fucili.

In questi giorni Bossi è a Pontedilegno e là ci sono metà dei parlamentari leghisti , badante compresa.

I fucilieri non si vedono : saranno intelligentemente mimetizzati nella macchia.

Valtremont pare preferire questa corte forse perchè in un mondo di ciechi un orbo viene fatto re e in materia economica il concorrente più forte ( si fa per dire ) è l'ing. Castelli.

Mi sono chiesto come mai nelle corti manchi il giullare e ho concluso che se anche ci fosse sarebbe difficilmente individuabile tra tanti colleghi.

 

 

Corte o casta?

GO 15/8/2010 - 19:03

Condivido il commento del "prescottiano" Michele ;-). Il libro sembra piu' un pamphlet che un vero e proprio saggio scientifico. Due commenti aggiuntivi:

  1. La "questione morale" e' un punto cruciale anche a mio parere ma non e' una questione di esclusiva/stretta pertinenza degli stati liberal-democratici. Aggiungo che la moralita' della classe dirigente (sempre a mio parere) e' funzione dell'adesione ad un 'progetto/idea sociale' che sia almeno nominalmente a vantaggio della collettivita'. Un esempio estremo puo' essere la categoria dei fanatici/rivoluzionari sociali dove la corruzione trova poco spazio. Dove questa idea e' debole (e.g. caduta dei valori/degli ideali democratici cristiani e comunisti) la questione si sposta a livello individuale dove l'interesse personale puo' facilmente fare premio sull'eticita'.
  2. La situazione odierna mi ricorda piuttosto che il Rinascimento la Roma repubblicana dove in realta' la casta era una oligarchia magnatizia che controllava lo stato attraverso una articolata relazione clientelare. SB basa il suo potere su quello in quanto al popolo comunque deve rispondere. Controllo dei media, misure populistiche, controllo del territorio mediante ricattabili cacicchi locali, ecc. sono le chiavi per il controllo di un 20/30% della popolazione ossia per la quota di maggioranza relativa e/o assoluta (cosi' come per controllare un'azienda per il controllo di uno stato non e' affatto necessario il 51% dei voti).

Puoi spiegare meglio il tuo punto 1? A una prima lettura sembrerebbe tu sostenga che con la DC e PCI ci fosse meno corruzione, il che e' ovviamente falso. Forse ho capito male. Cosa ti porta a pensare, poi, che la moralita' della classe dirigente sia una funzione (crescente?) dell'adesione a un progetto almeno nominalmente a vantaggio della collettivita'? Se proprio devo pensare a una correlazione, la sospetto negativa: di solito la credenza nei valori della 'collettivita'' e'  correlata positivamente a uno stato di grosse dimensioni che favorisce le rendite sia legali che illegali dei politici.

Re(1): Corte o casta?

GO 16/8/2010 - 13:31

Sara' che non conosco la questione nei termini corretti ma la mia idea e' esattamente quella che hai capito e ovviamente (secondo me) falso e' il fatto che con la DC e il PCI ci fosse altrettanta corruzione. A mio parere la corruzione c'e' sempre stata ma e' degenerata progressivamente a partire dagli anni settanta (con la nascita del consociativismo coevo al compromesso storico) e non a caso lo stesso Berlinguer tiro' un freno e pose con forza la questione morale. La sua morte, i miglioristi nel PCI che facevano la sponda a Craxi, ecc. posero definitivamente la cosa fuori dall'agenda politica.
Riguardo la DC pur essendo un grande partito basato in larga parte su clientele non mi fermerei a questo livello. Correnti e ideali (seppur minoritari) facevano parte del partito e non era infrequente trovare dei galantuomini ad alto profilo istituzionale (http://it.wikipedia.org/wiki/Piersanti_Mattarella) all'interno del partito.

Aggiungerei che l'ipotesi della superiorità morale da attribuirsi ad un supposto progetto vantaggioso per la collettività mi pare molto diffusa in coloro che hanno un'impostazione ideologica di tipo - appunto - collettivista, ma non corrisponde alla realtà. In primis - come tu fai correttamente notare - perché ne deriva un'ipertrofia dell'intervento pubblico, con il conseguente moltiplicarsi delle occasioni d'intermediazione e di corruzione; in secondo luogo perché non mi pare moralmente meno condannabile un comportamento lesivo degli altrui diritti se perpetrato in nome di un ideale. Anzi, spesso le forti convinzioni danno erronea e/o strumentale giustificazione a qualunque azione, anche perfettamente immorale se vista con occhi liberi dalla passione ideologica.

A mio avviso, la moralità è caratteristica del tutto individuale e nulla ha a che vedere con la sua lettura attraverso uno schema motivazionale. Molto piú legata è, invece, al tipo di ciltura personale: in questo senso, il liberalismo - che ne fa il fondamento della convivenza - si mostra superiore ad altre visioni, non ostante metta l'individuo - e la sua libertà - al centro dell'attenzione. O, forse, proprio per questo motivo .....

Re(2): Corte o casta?

GO 16/8/2010 - 15:59

Secondo me la tua lettura e' prettamente ideologica ed e' frutto di una presunta superiorita' del liberalismo "spinto". Personalmente a priori non farei l'errore di dire che una cosa e' meglio dell'altra "a prescindere" ma in fatto di opinioni ognuno e' libero di pensarla come vuole. Riguardo i fatti ho citato esempi concreti e punti di svolta che a mio parere hanno portato all'attuale degenerazione. Credo che alcune stime sulla corruzione confermino la mia tesi ma qui posso sbagliare dato che mi baso su quello che ricordo di aver letto. Se qualcuno ha dati sul costo della corruzione in Italia ben venga perche' al momento io non ne dispongo.

PS

A mio parere dire che la DC aveva un animo "collettivista" e' un po' esagerato.

Re(4): Corte o casta?

GO 16/8/2010 - 16:43

Questo, se non erro, e' costo corrente. Per capire se quello che sostengo e' vero o meno bisognerebbe osservare l'evoluzione del fenomento nel tempo. Secondo i miei ricordi le cose sono andate come ho detto sopra: progressiva degenerazione a partire dagli anni settanta.

<em>Corte dei conti: «Corruzione tassa occulta da 50/60 miliardi»<em>

La maggiore tassa occulta Italiana:

strategie di sviluppo errate della nostra classe politica a livello nazionale e locale e mancanza di vere liberalizzazioni;

incapacità generale della classe dirigenziale instaurata della PA e mancanza generale di cultura organizzativa

Sfatiamo quaesto mito che l'Italia senza corruzione e aggiungiamoci senza evasione diventerebbe un paese normale.

Gli INCAPACI fanno molti più danni dei ladri,  con la nostra classe politica e con la nostra PA ci vuole pochissimo per fagocitare 50/60 miliardi di Euro.

Ripeto, gli asini e la disorganizzazione fanno  più danni dei ladri!!

A una prima lettura sembrerebbe tu sostenga che con la DC e PCI ci fosse meno corruzione, il che è ovviamente falso.

Ne sei certo? Io non ne sono più certo. Mi guardo in giro e, davvero, non ne sono più certo. Quando uno si fa una legge a caso, una delle tante, ed una delle sue aziende risparmia di botto 150+ milioni di sanzioni fiscali, tu come la chiami quella cosa lì? Con Andreotti e Rumor non era mai successo. Era successo con Craxi, e guarda caso di mezzo c'era la medesima persona che governa ora ...

La prima Repubblica ci ha dato l'Irpinia, BS ci ha dato l'Aquila, Verdini, e l'Antonveneta ... Davvero, che evidenza abbiamo per sostenere che vi era maggior corruzione con la DC, il PSI ed il PCI che con costoro? La maxi-tangente Enimont era grande, ma l'operazione Alitalia come la vogliamo classificare? No, l'onere della prova decisamente è sulle spalle di chi dice che ora c'è meno corruzione. A mio avviso ce n'è di più, altro che storie.

L'unica differenza tecnica tra la prima e la cosiddetta "seconda" repubblica è stata la legge elettorale e l'introduzione del collegio uninominale. Molti dicevano, infatti, che con il collegio uninominale ci sarebbe stata più accountability, meno voto di scambio e così via. Insomma, importanto i meccanismi elettivi britannici avremmo preso tutto il pacchetto di vantaggi. Così però non è stato. Lo aveva detto già Sartori in un editoriale del 1993 sul Corriere. Nell'uninominale secca si vince a maggioranza relativa (e nella situazione frammentata del '93 con basso quoziente, come fu poi nel 1994 con i 3 poli) e per la mafia sarebbe stato facile controllare quei 2 mila voti decisivi. Con il doppio turno le cose sarebbero state più difficili. Con l'uninominale secca si sarebbe divisa l'Italia in 3 (diceva il politilogo) e così fu. Il Nord alla Lega (che ha deciso la sconfitta nel '96 e la vittoria nel 2001 di Mr B), il centro al Pds (conferma storica) ed il sud alla Dc (poi An-Udc). Ancora oggi, se ci fate caso, c'è il fronte del nord (lega-fi) il pd rannicchiato al centro ed i lfronte del sud (An-Udc con la costola Mpa e Api). Ognuno di questi partiti ha ormai fondato territorialmente le proprie clientele. Rispetto alla prima repubblica la differenza è che ogni partito ha clientele territorializzate e le clientele oltre quelle vere e proprie sono diventate diffuse.

Come chiamate, se non voto di scambio, la promessa di condonare l'abusivismo (soprattutto al Sud, credetemi, il piano regolatore se raffrontato alla città reale fa proprio ridere) o di non mandare la guardia di finanza. Gli attuali scontri nella maggioranza sono tutt lì.

La Lega attacca An sugli immigrati irregolari perchè più ce ne sono più i cantieri edilizi al nord possono assumerli in nero sotto ricatto (anche se la legge porta ancora il nome di Fini oltre a quello di Bossi). Udc, An e Mpa (ma anche l'Api) sono contrari al federalismo fiscale che porterebbe allo snellimento dell'apparato pubblico meridionale, grande fonte di occupazione e di voti. Il Pd è il partito più prodico per gli incentivi Fiat, che si trova nell'unico polo industriale, Torino, che al nord è ancora governato dal Pd (comune e provincia).

Oltre alla corruzione vera e propria che non è diminuita dagli anni di mani pulite in poi, sembra proprio che i "programmi" dei partiti siano dettati più da interessi territoriali clientelari, senza uno sguardo d'insieme all'intero paese. La Lega ha portato un elemento, a mio parere disastroso, nella politica italiana. La territorializzazione spinta dei programmi politici. Forse è solo questa la differenza tra prima e cosiddetta "seconda" repubblica (oltre all'anomalia B).

"La Lega attacca An sugli immigrati irregolari perchè più ce ne sono più i cantieri edilizi al nord possono assumerli in nero sotto ricatto (anche se la legge porta ancora il nome di Fini oltre a quello di Bossi). Udc, An e Mpa (ma anche l'Api) sono contrari al federalismo fiscale che porterebbe allo snellimento dell'apparato pubblico meridionale, grande fonte di occupazione e di voti. Il Pd è il partito più prodico per gli incentivi Fiat, che si trova nell'unico polo industriale, Torino, che al nord è ancora governato dal Pd (comune e provincia)."

Questo commento è riuscito a deprimermi, nella sua spietata esattezza. Da lurker abituale intervengo solo per dire ciò. Che male che siamo messi.

Re(4): Corte o casta?

GO 17/8/2010 - 13:31

<>
Secondo me non e' del tutto vero. La maggiore autonomia delle regioni sta a dimostrare come le spese in questi anni siano aumentate a dismisura. Inizialmente prevedo lo stesso fenomeno visto con l'autonomia universitaria dove le spese/cattedre sono esplose. Nel medio periodo invece concordo che la situazione verra' messa sotto controllo. Il federalismo serve a dare mano libera al nord alla lega di estendere ancora di piu' le sue clientele. Gli altri sono contrari perche' le regioni del sud dovendo contare sulle proprie esigue risorse (a parte un fondo di perequazione tutto da discutere) dovrebbero stringere la cinghia (sia in termini di clientele sia in termini di servizi che sono gia' al minimo). L'indebolimento delle clientele politiche aumenterebbe la dipendenza dei partiti da altri soggetti (e.g. imprese e mafia). La riduzione dei servizi e dell'assistenzialismo potrebbe comportare notevoli conseguenze sociali e di ordine pubblico.

Un punto di vista interessante e inquietante al contempo.

 

L'indebolimento delle clientele politiche aumenterebbe la dipendenza dei partiti da altri soggetti (e.g. imprese e mafia).

Per preservarsi dall'aggravamento della dipendenza dei partiti da imprese e mafia, si devono perpetuare le clientele? Le clientele sono dunque un positivo fattore di stabilità?

 

La riduzione dei servizi e dell'assistenzialismo potrebbe comportare notevoli conseguenze sociali e di ordine pubblico.

 

Servizi e assistenzialismo non soltanto non si pongono sullo stesso piano, ma fanno a pugni gli uni con l'altro. L'assistenzialismo, ovvero gli sprechi finalizzati alla pasturazione delle clientele, erodono la qualità dei servizi, tant'è che il costo degli stessi non è indice di qualità.

L'ordine pubblico e il benessere sociale si garantiscono con l'assistenzialismo? Ovvero sprecando risorse, anziché investirle?

Insomma, tolte le clientele e l'assistenzialismo, perché non si è più in grado di foraggiarle attingendo ad una fonte lontana, il Mezzogiorno rischia il tracollo?

Ma rinnovandole e perpetuandole, rischia il tracollo il paese intero. Si tratta di un'aporia insolubile? Il riscatto non è un'ipotesi contemplata? Dobbiamo confidare nel mantenimento dello staus quo? E se non fosse possibile?

Re(6): Corte o casta?

GO 17/8/2010 - 16:18

1) Ovviamente esiste una via virtuosa ma non vedo all'orizzonte chi possa realisticamente percorrerla.
2) L'assistenzialismo serve come stabilizzatore e rende la politica meno dipendente da "risorse esterne". Ovviamente le stesse risorse potrebbero essere spese meglio ma mentre l'assistenzialismo e' funzionale alle clientele il denaro speso bene non lo e'.

Visto che sono stato chiamato in causa da Michele, faro' un commento piu' articolato. Per la verita' io non ho sostenuto che con la DC e PCI ci fosse piu' corruzione, ho scritto che era falso ce ne fosse di meno. In altre parole, a me pare non sia cambiato granche', non mi pare che la corruzione l'abbiamo scoperta in Italia con Berlusconi o con Craxi. GO ha sostenuto ce ne fosse meno, ma a dimostrazione ci ha solo portato l'esempio di un galantuomo democristiano. Ma GO concordera' che ovviamente un esempio non dimostra nulla, per un democristiano galantuomo ce ne potevano essere 99 corrotti. La questione comunque e' empirica, non so se ci siano studi seri sull'argomento, altrimenti potrebbe essere un buon tema per qualche studente che si voglia dilettare.

Per altro, valutare i costi della corruzione e' complicato. Pastore sardo ci dice che il problema sono gli asini piu' che i ladri. Magari ha ragione, ma i ladri (ossia i corroti) e gli asini vanno d'accordissimo. Gli asini vanno avanti grazie ai corrotti che li favoriscono rispetto ai meritevoli. E in un sistema di corruzione c'e' pure piu' incentivo a essere asini. Se dobbiamo valutare tutti questi effetti delle raccomandazioni andreottiane non so a che numero arriviamo…

In un altro commento e' stato detto che i numeri della corruzione sarebbero molto piu' bassi in passato che ora. Ma non si possono mica confrontare valori assoluti. Cio' che conta e' la percentuale della corruzione rispetto al prodotto.

Siccome, semplificando, io penso che oggi l'italia non sia un paese piu' corrotto di 30 anni fa e Michele sospetta il contrario ma senza numeri non possiamo deciderlo, per rendere la cosa piu' concreta vorrei fare un giochetto estivo a Michele. Guardiamo a cose che conosciamo direttamente. Michele, supponiamo che tu abbia disperato bisogno (Dio non voglia) di ritornare e lavorare in Italia. Hai solo due possibilita': A) partecipare a un concorso da professore ordinario del 2010; B) partecipare a un concorso da professore ordinario degli anni 80. Cosa scegli , A o B?

Io penso di conoscere gia' la risposta, ma attendo. A costo di scrivere l'ovvio, voglio essere esplicito: io sceglierei A ma questo non vuol dire che pensi la situazione attuale sia ideale, al contrario, penso faccia pena, Michele rischierebbe pure di perdere il concorso contro qualcuno che ha solo 4 working paper del proprio dipartimento nel CV. Mi oppongo solo all'idea che 30 anni fa faceva meno pena.  (Naturalmente anche gli altri paesi sono cambiati in 30 anni e allora il confronto internazionale puo' essere oggi ancora piu' sfavorevole all'Italia, ma questo e' un altro discorso).

Veniamo al tema del libro (che, ripeto, non ho letto). Dalla illustrazione di Alberto, mi pare che il punto del libro non sia la corruzione, ma le rendite legali dei politici. Tutti sappiamo che le rendite si generano quando c'e' poca concorrenza.  I politici democristiani govevano di ampie rendite perche' tanto non c'era alternanza. Potevano fare quello che gli pareva, tanto governavano loro. Craxi avrebbe potuto creare piu' concorrenza ma in realta' si mise a colludere. Berlusconi  e' in una situazione piu' concorrenziale, tanto che in piu' di una occasione gli elettori lo hanno mandato a casa. Eppure tanta concorrenza non c'e' e, indipendentemente da confronti col passato, nessuno dubita che le rendite oggi siano altissime. Perche'? Se non capisco male dalla spiegazione di Alberto, il libro di Viroli lo spiega con il servilismo degli italiani. Propongo una spiegazione alternativa semplice semplice (e immagino l'abbiano gia' detta in mille). E' una questione di preferenze: gli italiani sono in maggioranza di "destra", nel senso che istintivamente non sopportano quelli di sinistra. Preferenze. Non a caso, Berlsuconi ripete ancora oggi "attenti ai comunisti!". Pur di non far governare I "comunisti" piu' di meta' degli italiani farebbero governare chiunque, perfino Berlusconi. Non fanno altro che continuare a turarsi il naso e votare Berlusconi, come gia' suggeriva Montanelli (che Michele apprezza assai) a proposito della DC. Ora non c'e' piu' il muro di Berlino, non ci sono piu' i comunisti, Montanelli darebbe forse consigli diversi, ma le preferenze sono rimaste quelle, non dipende da noi. Perche' a piu' di meta' degli italiani piace Sgarbi? Perche' l'antagonista di Sgarbi in TV e' Travaglio, il quale sostiene che gli americani (scusate, amerkani) sono terroristi, che c'e' la resistenza irachena…e allora piu' di meta' degli italiani preferisce Sgarbi. E piu' della meta' preferisce un ministro come la Gelmini a uno come Berlinguer che , se non ricordo male, voleva inserire nei programmi scolastici una interpretazione alquanto strana della storia del novecento. Non mi pare il servilismo c'entri molto in tutto questo. Come si inserisce tutto questo nel modello di VirolI?

erche' l'antagonista di Sgarbi in TV e' Travaglio, il quale sostiene che gli americani (scusate, amerkani) sono terroristi, che c'e' la resistenza irachena…

Travaglio??? Penso tu lo stia confondendo con qualcun altro...

Non mi confondo affatto. Se trovo uno dei tanti filmati delle sue prediche da Santoro in cui si occupa di guerra in Iraq metto un link (ma non mi pare una questione cosi' importante, no?).

<>

Ti invito a rileggere quello che ho scritto. Se non fosse chiaro sono disposto ripeterlo.

Non fanno altro che continuare a turarsi il naso e votare Berlusconi, come gia' suggeriva Montanelli che Michele apprezza assai.

Per la cronaca, invitava a turarsi il naso e votare quegli altri.

Non fanno altro che continuare a turarsi il naso e votare Berlusconi, come gia' suggeriva Montanelli che Michele apprezza assai.

Per la cronaca, invitava a turarsi il naso e votare quegli altri.

In realtà la frase di Montanelli si riferiva alla necessità di votare DC - turandosi, appunto, il naso - per evitare che la sinistra comunista andasse al governo. È dunque precedente all'ingresso in politica di Berlusconi, e solo dopo la rottura con il medesimo fu trasferita alla nuova situazione, peraltro - pare - piú per il legittimo personale contrasto, che per apprezzamento dello schieramento a lui opposto.

la frase di Montanelli si riferiva alla necessità di votare DC - turandosi, appunto, il naso - per evitare che la sinistra comunista andasse al governo.

Sì, credo fu nel 1976.

Posso dire che secondo me quel consiglio non aveva alcun senso, dato che si votava con sistema proporzionale? Il consiglio, suppongo, era rivolto agli elettori dei partiti laici di centro (ai democristiani non serviva il consiglio...). Se il pool totale di seggi parlamentari di DC+PSDI+PRI+PLI restava invariato, a cosa serviva aumentare i seggi della DC a scapito degli altri? Se era possibile rifare il governo con il PSI lo avrebbero rifatto. Altrimenti, bisognava accordarsi con il PCI, come di fatto avvenne con il governo delle astensioni. Perché fosse meglio, a quel punto, avere una DC anziché un PLI (per dire) più forte non mi è affatto chiaro. Boh, forse stava solo cercando di convincere i fascisti...

Certo lo diceva della DC, lo sappiamo tutti. Era ovviamente un errore di scrittura del quale mi scuso.

Posso dire che secondo me quel consiglio non aveva alcun senso

Credo intendesse "votare DC" in senso lato, e cioe' votare DC, PRI, PLI, PSDI a piacere, ma non votare altri partiti. 

Se non ricordo male il timore di Montanelli era "il sorpasso" del PCI sulla DC che avrebbe consentito ai comunisti di diventare il partito di maggioranza relativa. Anche perchè, sempre secondo Montanelli, lo sport preferito dagli italiani è quello di "correre in soccorso del vincitore" (abbastanza coerente con il concetto di servilismo di cui si è discusso in questa sede) e quindi il PCI, dopo il sorpasso, avrebbe potuto avere un ulteriore feedback positivo.

NB Per la cronaca il sorpasso avvenne, ma solo temporaneamente, appena dopo la morte di Berlinguer, in occasione delle elezioni europee che, come noto, contano niente.

il timore di Montanelli era "il sorpasso" del PCI sulla DC che avrebbe consentito ai comunisti di diventare il partito di maggioranza relativa

Esatto, l'idea era proprio questa. È difficile dire se le conseguenze sarebbero state quelle paventate, ma non è possibile escluderle a priori. E, fortunatamente, non ci è toccato di verificare la tesi.

Concordo. Per questo facevo un riferimento al muro di Berlino.

Rispondevo a Guarino, secondo cui Montanelli invitava a votare BS.Sui motivi possiam discutere (personalmente concordo con te), ma che gli si opponesse è un fatto.

fra l'altro ebbe a dirne :

 

È il bugiardo più sincero che ci sia, è il primo a credere alle proprie menzogne. È questo che lo rende così pericoloso. 

Neppure a me sembra che sia cambiato granché, se non nello stile, né avrebbe potuto. Una buona ragione mi sembra che sia illustrata in questo provocatorio scritto di Hans-Hermann Hoppe.

http://www.lewrockwell.com/hoppe/hoppe13.html

So di avventurarmi su un terreno minato (per me) ma mi sembra che considerazioni analoghe stiano alla base della Public Choice di James Buchanan.

Marco Travaglio può piacere o non piacere (a me non piace, per niente) ma è un giornalista che espone dei fatti e delle interpretazioni. Sgarbi è un guitto che probabilmente ha un trait di sindrome di Tourette o di qualche altro disturbo dello spettro ossessivo-compulsivo e che interviene su qualsiasi argomento, dal crocefisso nelle aule scolastiche al vincitore de "La Pupa e il Secchione" schiumando e insultando il prossimo.

Se più della metà degli italiani preferisce Sgarbi, o comunque pensa ci possa essere un parallelismo tra le due figure, il problema dell'Italia non è nè la casta nè la corte ma la diffusa ignoranza e mancanza di buon senso.

Tra la Gelmini e Berlinguer invece ammetto che è difficile dire chi ha fatto più danni (bè neanche tanto difficile, evidentemente Berlinguer con il 3+2). Anche se dietro la riforma Berlinguer (lasciando stare polemiche sterili sui programmi scolastici) c'era comunque un progetto e il tentativo di uniformare il sistema universitario a quelli degli altri paesi europei, la Gelmini è solamente l'emblema vivente del disprezzo nutrito dall'attuale maggioranza (e di una buona quota dei suoi elettori) verso i temi della ricerca e della formazione. Tornando così alla mia affermazione precedente.

- Ad Alberto B: non capisco in cosa consista il "modello". Io non lo vedo, a meno che l'esistenza del servilismo cortigiano, come proprietà della cultura nazionale, non sia IL modello. Alternativamente, il modello è quello secondo cui senza "moralità pubblica" non c'è liberal-demcorazia? Ok, se è questo allora intendo. Però non spiega perché in Italia sì ed in Spagna no.

- La ragione per cui il primo capitolo non mi convince e mi appare superfluo è la seguente (questo trascende lo specifico topic del libro, avverto). MV contrappone la concezione "repubblicana" della libertà ad una "hobbesiana" ed argomenta (a mio avviso in modo non convincente) che per comprendere la differenza fra cittadini e servi e per capire l'anomalia italiana sia necessario adottare il punto di vista di Locke e Rousseau, tanto per dire, invece di quello hobbesiano. Sinteticamente: MV sostiene che la libertà dei servi, in cui gli italiani vivono, è compatibile con, si fonda su, l'idea che la libertà consista in "libertà dalle leggi". Il cittadino, invece, è libero perché capisce che la sua libertà esiste grazie alle leggi. Ecco, a me questa contrapposizione appare da un lato non necessaria e, dall'altro, spuria: la condizione servile del popolo italiano rispetto a BS ed i suoi si fonda, infatti su delle leggi e l'argomento di MV mi sembra funzionare solo se i termini della questione si potessero/dovessero ridurre alla contrapposizione fra tirannia assolutista (non a caso cita il sultano come esempio) e qualsiasi altra forma di governo "costituzionale" (nessuno ha potere arbitrario, tutti i poteri politici sono definiti/limitati da leggi). A me questa contrapposizione sembra sia non necessaria in generale, sia non utile per capire l'Italia di BS (che non è un tiranno, in nessun senso).

- Son d'accordo che la casta pre-esisteva BS. Con buona pace di Giulio, che ha una visione eccessivamente ottimistica della storia dell'Italia repubblicana, la casta esiste almeno dal 1946 (infatti, da prima, ma prima manco c'era il suffragio universale, quindi era una casta per definizione quella che governava!). Non son d'accordo che la corte invece non esistesse: nella Roma della politica pre 1992-94 vi erano svariate e consolidate corti: una per ogni grande capo DC, una per Craxi, quella del PCI, quella di Bertinotti che era in formazione e le cortine dei satelliti ... La differenza è che ora c'è una corte così grande e potente che ha eclissato tutte le altre, o ci ha provato. Una delle ragioni per cui BS continua ad affascinare una fetta di paese è che egli riesce a far loro vedere solo le altre corti che complottano contro di lui occultando la propria!  Infatti, la grande corte di BS è palese solo dal 2001, che è quando vince veramente. Nel 1994/95 venne fatto cadere perché non fece attenzione all'operato delle corti pre-esistenti e queste riuscirono a complottare contro di lui. Una maniera d'interpretare la situazione di questi giorni è che la corte di Fini stava sparendo e costui ha reclamato i suoi possessi, trovando supporto in Rutelli e Casini le cui corti pure stanno evaporando ... Insomma, BS è incapace di permettere ai grandi capi della casta di coltivare, mantenere e sfruttare le proprie piccole corti.

E qui torniamo al punto di partenza: a me il libro è piaciuto "eticamente", ma è analiticamente miope. Argomenta che se salta BS il problema della cortigianeria italiana svanirebbe. Lo dubito: passeremo da un would-be sultano a tanti signori, com'è da svariati secoli a questa parte.

E qui torniamo al punto di partenza: a me il libro è piaciuto "eticamente", ma è analiticamente miope. Argomenta che se salta BS il problema della cortigianeria italiana svanirebbe. Lo dubito: passeremo da un would-be sultano a tanti signori, com'è da svariati secoli a questa parte.

Sono d'accordo, anzi direi che attualmente  i signori siano due: SB e BOSS(i)

In Italia abbiamo sempre la convinzione che il signore sia uno solo e nonostante si parli anche spesso di BOSS alla fine vediamo come unico riferimento SB (vedi anche per questa recensione sul libro).

Il signore SB e la sua corte senza BOSS e la sua corte (magari un pò meno casta rispetto ad altre corti) non andrebbe da nessuna.

 

Credo che ci sia una differenza di fondo fra "corte" nella definizione di Viroli (ammetto - non ho letto il libro) e casta. La prima è funzionale al benessere personale del signore, la seconda all'incremento del suo potere politico (che è solo uno delle componenti del suo benessere).

 

Non son d'accordo che la corte invece non esistesse: nella Roma della politica pre 1992-94 vi erano svariate e consolidate corti: una per ogni grande capo DC, una per Craxi, quella del PCI, quella di Bertinotti che era in formazione e le cortine dei satelliti ... La differenza è che ora c'è una corte così grande e potente che ha eclissato tutte le altre, o ci ha provato.

 

 Non mi sembra una differenza trascurabile. La corte di ciascun leader DC era significativamente più piccola di quella di Craxi  perchè la competizione fra leaders, istituzionalizzata dal cosidetto manuale Cencelli, imponeva a ciascuno di loro di usare le risorse (posti, prebende) per preservare/aumentare il proprio consenso interno piuttosto che per mantenere inutili cortigiani. I servi (oops i cittadini), potevano almeno scegliere. SB può permettersi una corte molto più grande perchè ha risorse proprie. I soldi gli permettono di ricompensare i famigli indipendentemente dalle risorse pubbliche (p.es. con una apparizione in televisione), le televisioni ed i giornali di competere ad armi impari con altri leader della sua parte politica.

A costo di sembrare polemico, ripeto: a me le tesi di Viroli non convincono per nulla.

Il punto di partenza che ha sottolineato già Michele è semplice e chiaro: il libro è valido eticamente, perché solleva dei problemi reali, politici e di costume, ma non è un'analisi credibile della situazione attuale.

Lascio da parte tutta la supposta pars costruens del libro, con la sua idea della libertà repubblicana come elemento di ricostruzione nazionale, anche se ci tengo a dire che le implicazioni pratiche di quel modello di coesione sociale sono ad anni luce da idee autenticamente libertarie. Ma ripeto, lasciamo perdere i retroterra teorici.

Innanzitutto trovo fuorviante ritenere che il modello di trasmissione del potere politico di BS sia assimilabile ad una corte rinascimentale: è proprio un paragone storico forzato che non rende giustizia di differenze che sono troppo grandi per essere ignorate. Bs ha una grandissima ricchezza privata e certamente l'uso accorto dei mezzi di comunicazione di massa gli consente di colpire la dignità e l'onore di quanti cerchino di uscire dal cono d'ombra che la sua personalità crea, ma da qui a dire che siamo dinnanzi a una corte ce ne passa. In primo luogo, le ricchezze smisurate di BS sono private e non si confondono con quelle dello stato, quindi viene meno la possibilità di definire lo stato come corte, dal momento che lo stato italiano, ancora o non del tutto, non si fonda su una concezione patrimonialistica per cui gli averi dello stato si confondono del tutto con gli averi del singolo che in un frangente storico occupa una posizione di potere. Il modello della corte può servire, se serve davvero, tutto al più per descrivere l'equilibrio che si crea all'interno della cerchia del capo, non per descrivere l'intero sistema politico italiano. Lo stesso dicasi per le libertà dei sudditi. Bs è ripugnante, ma pensare che in Italia oggi le libertà delle persone siano nella disponibilità di quell'elemento è poco credibile, anzi del tutto falso.

Ma aggiungo che il modello di corte secondo me non è credibile neppure nel caso si voglia descrivere la cerchia di BS. Mi spiego meglio. Un modello di corte sembra presupporre che BS sia il dominus ultimo e incontrastato della sua corte, e che le decisioni finali spettino a lui e solo a lui, che decide in assoluto arbitrio e discrezione. Se la cosa vale, può valere per i cortigiani che nella scala di potere sono ad un livello basso o infimo: penso ai vari portavoce (Capezzone), alle ministre-soubrette in disarmo, agli istrioni più cortigiani del più cortigiano del signore (Sgarbi)...ma nella corte ci sono anche personaggi che sono, a mio avviso, sullo stesso piano di BS. Gente come Dell'Utri, Previti, Verdini, Massimo Maria Berruti, tanto per fare alcuni nomi, sono persone che conoscono molto bene l'amico Silvio e sanno bene tutti i felici trascorsi della sua carriera: dinnanzi a persone simili mi chiedo chi sia il signore e chi il cortigiano, almeno a giudicare dalla potenziale pericolosità che certe rivelazioni potrebbe avere per il signore; e se anche degradassimo quei personaggi al solo rango di notabili, la loro funzione non sarebbe certo quella di meri esecutori di decisioni altrui. Per dirla molto chiaramente: io penso che il signore di cui parliamo sia sotto schiaffo permanente...non è certo un vittima, ma me lo immagino dentro situazioni che sono andate avanti praticamente da sole e rispetto alle quali lui deve penare non poco per impedire che esplodano e lui salti in aria con tutto il suo bel gruppo.

Altro punto. Il signore che trasforma in sudditi. Anche qui l'analisi è debole, debolissima. L'insieme dei caratteri comportamentali, etici, e civici sui quali si regge la corte di BS non sono una sua invenzione, e l'eliminazione del personaggio non servirà a nulla se quei tratti continueranno a permanere intatti nella società italiana. L'idea del politico che aggiudicando l'allocazione delle risorse pubbliche fa la fortuna dei cittadini; la costruzione del consenso a mezzo della realizzazione di cordate di interesse all'interno delle istituzioni; l'uso di queste ultime per fini strumentali di acquisizione di potere e della sua conservazione in totale spregio a qualunque idea di buon governo; la mancanza di sfere economiche genuinamente distinte dal poter politico ma dipendenti da quello; ecco tutti questi aspetti sono già presenti nel costume nazionale italiano ben prima dell'avvento di BS. Bs ha solo funto da catalizzatore, esasperando taluni aspetti di trasformazione del modo abituale di condurre la politica che erano nell'aria anche in altri paesi: la personalizzazione del potere; una modifica del costume nazionale che porta a considerare pubblici aspetti del privato. Certo, il nostro ci ha messo moltissima farina del suo sacco, ma pensare che siano elementi solo berlusconiani, descrivibili con il modello della corte rinascimentali mi pare inappropriato.

Forse che Andreotti non aveva una corte? Forse che non aveva anche lui il suo codazzo di tribuni, porporati, imprenditori ed editori che avrebbero fatto impallidire Lombroso? Certo che li aveva! Non aveva le TV, direttamente, e quindi non si poneva il conflitto di interessi gravissimo che si pone per questo elemento che abbiamo noi oggi, ma aveva anche lui una corte. Certo, in termini di costumi la sua corte era molto più sobria, parca, meno televisivizzata, meno arrogante, ma era tutto il costume nazionale che era diverso, e diverse era il modo di fare delle persone comuni. Adesso non voglio fare il Pasolini (che mi è sempre stato oltremodo sulle scatole), ma i tratti comportamentali di BS li puoi vedere benissimo in una piazza d'estate piena di gente, non credo che li abbia prodotti lui questi tratti (io direi che la colpa è delle famiglie, dell'educazione troppo dialogica fondata su certe suggestioni pedagogiche...ma siccome qui si dovrebbe parlar male non del consumismo delle TV di BS, ma del fallimento di un certo modo di intendere l'educazione-post '68...questa riflessione non si fa).

La cortigianeria, le fortune individuali legate al benestare di un potere politico che si lecca e blandisce per ottenerne favori, l'uso delle istituzioni pubbliche con finalità personali, la commistione fra potere politico pubblico e interessi privati sono ben radicati nel nostro modo di fare nazionale e la cosa più tragica di tutte, la più insopportabile ai miei occhi, è che questi tratti sono sopravvissuti all'instaurazione di forme di governo repubblicane e parzialmente liberali, lontane dal modello di corte che qui si propone.

Il modello di corte, che si è usato per descrivere il sistema di potere quest'individuo, è comunque una bella metafora, che ritrae in forme volutamente negative sistemi di potere che si rifiutano e che si intendono combattere. Spendersi perché l'anomalia di un "liberale" come BS passi alla storia è una nobile battaglia, alla quale io pure vorrei prendere parte, ma scambiare gli atti della battaglia come una spedizione del National Geographic interessata solo a descrivere il profilo orogenetico del terreno di battaglia non è onesto: quella di Viroli è un azione giusta per l'oggetto degli strali che sceglie, che sia poi anche una descrizione accurata delle caratteristiche tassonomiche del potere politico oggi in voga non mi pare si possa dirlo. Che poi l'attuale classe dirigente sia (anche) quella ributtante accozzaglia di paccottiglia ex-craxiana, piduisti, pitruisti, centristi tutti casa-chiesa-coca e trans, soubrette e pregiudicati da 41-bis... si può dire senza tornare al 1500 o ai Fenici.

Ps: quanto sono logorroico.

Mi sa che quoto l'intero post e penso che il punto chiave sia questo:

i tratti comportamentali di BS li puoi vedere benissimo in una piazza d'estate piena di gente, non credo che li abbia prodotti lui questi tratti

Forse dovrei leggere il libro per capire, dato che dal post e da tutti i commenti mi sfugge cosa ci sia di distintivo in quelli che circondano SB, rispetto alle dinamiche di un qualunque gruppo. Gli adulatori del capo o di quello più carismatico li ho sempre visti. Il limite a cui si spingono dipende sia dal temperamento personale, sia da cosa c'è in gioco, ma il meccanismo non mi sembra certo esclusivo della politica o di quella che circonda SB.

L'esasperazione di queste caratteristiche nella sua corte è notevole e soprattutto appariscente, sia per narcisismo, sia perché "fa notizia" e quindi non manca mai chi la evidenzia.

Fatico a dire quanto sia comune nell'Italia di oggi. Le analogie di cui dispongo personalmente risalgono a una quindicina d'anni fa, dato che ultimamente fra libera professione, la mia piccola ditta e una vita sociale limitata a qualche amico, non faccio più vita di gruppo.

Credo però di poter notare affinità con diversi altri comportamenti sui quali condivido questa opinione:

(io direi che la colpa è delle famiglie, dell'educazione troppo dialogica fondata su certe suggestioni pedagogiche

Questo credo sia uno dei problemi più grossi dell'Italia attuale...oppure sono io che sono invecchiato male e mi sto facendo ossessionare da novità che non capisco.

...ma siccome qui si dovrebbe parlar male non del consumismo delle TV di BS, ma del fallimento di un certo modo di intendere l'educazione-post '68...questa riflessione non si fa).

Questa non l'ho capita. Forse perché sono nuovo di nfa.

Mi piacerebbe però che si parlasse dell'educazione impartita dai genitori dagli anni 80-90 in poi.

Credo anzi che la cosa riguardi anche insegnanti, legislatori, media...e, ora che ci penso, se la maggior parte degli adulti italiani applica davvero alle proprie vite i criteri che insegna ai figli, il problema non è solo l'educazione.

Parlo delle solite vecchie cose...galline domani invece che uova oggi, correre qualche rischio, prendersi qualche responsabilità...sarà che oggi ho appreso che in un paese qui vicino (devo informarmi se la cosa è diffusa) è obbligatorio per i genitori o per un adulto da loro incaricato accompagnare fino al cancello della scuola i bambini delle elementari.

quando traduco in euro le tangenti di Craxi o quella di Bossi e ne attualizzo il valore , rispetto alle cifre che girano ora ( Maddalena , Mokbel , Di Girolamo , Verdini ) , mi sembrtano paghette.

Con l'euro è aumentato tutto ;)

Articolo e dibattito interessanti, ma mi sembra senza sbocco. Pur non avendo letto il pamphlet di Viroli, e quindi tenendo conto della recensione di Bisin e delle osservazioni di altri (in particolare di Boldrin), credo che le considerazioni critiche svolte nell'intervento di Boninu siano condivisibili.

Peraltro, non riesco a vedere quale sia la via d'uscita dalla palude. Porre il problema in termini di moralità pubblica non mi convince: dobbiamo augurarci la formazione di una classe politica integerrima, o almeno meno sbracata di quella attuale, ma per quali vie ed in quanto tempo si raggiungerà questo obiettivo? Ma poi: è sufficiente invocare moralità? Togliatti, credo, era personalmente integro (a parte il trattamento riservato alla moglie e la sua sudditanza verso Stalin ...), ma sono ben contento che sia rimasto sempre all'opposizione (mi chiedo, anzi, se l'esistenza di quell'opposizione non si sia risolta in una palla al piede per la democrazia italiana).

D'altro canto, se gli italiani sono geneticamente, storicamente o culturalmente servi, come si può pensare ad un loro mutamento in seguaci di Locke e di Rousseau (accostamento improprio, per la verità)?      

 

Re: Corte o casta?

GO 16/8/2010 - 18:11

3 osservazioni:
1) I comunisti in Francia sono andati al governo e in Italia a quello non potevano ambire dato che il paese ha perso la guerra (ed e' stato "puppettizzato" dagli Stati Uniti) ma hanno governato diverse regioni. Secondo me invece che dare risposte ideologiche bisognerebbe guardare ai risultati e giudicare quelli. 2) Riguardo il fatto che l'ideologia o la sovrastruttura sia ininfluente ci andrei piano dato che ci sono fior di studi che indicherebbero il contrario (e.g. http://en.wikipedia.org/wiki/The_Protestant_Ethic_and_the_Spirit_of_Capi...)
3) La democrazia italiana e' stata danneggiata dal comunismo? Io non conosco la risposta ma qualunque essa sia mi piacerebbe che sia suffragata da qualche dato.

Intendevo ricordare l'ipotesi che la presenza di un forte partito comunista abbia bloccato la democrazia, impedendo l'alternanza al governo di "destra" e "sinistra"; ipotesi formulata in tempi non sospetti da diversi commentatori e suffragata, in definitiva, dal fatto storico che una parte della sinistra - il PSI di Nenni, per intenderci - potè entrare nel governo solo alleandosi con la DC e gli altri partiti di centro, in posizione subalterna.

In Francia i comunisti poterono partecipare al governo di Mitterand, grazie alla costituzione semi-presidenziale introdotta da de Gaulle dopo la crisi algerina (costituzione, guarda caso, dapprima demonizzata come semi-dittatoriale): ma certo non ebbero la guida della politica della coalizione, anzi, furono costretti ad adeguarsi all'indirizzo moderatamente riformatore adottato da Mitterand dopo un primo periodo "avanzato".

La cultura è importante, con essa l'ideologia; ma la tesi di Max Weber è un po' datata: altri hanno sostenuto che l'economia di mercato trovi le sue basi intellettuali nella scolastica (più precisamente, nella "seconda scolastica" spagnola del secolo XVII). In ogni caso, l'ideologia e la cultura devono tradursi in istituzioni politiche e giuridiche: non basta il miglioramento della morale pubblica.    

   

Re(2): Corte o casta?

GO 16/8/2010 - 23:32

1) La Francia ha "vinto" la guerra e ha rifiutato la subalternita' rispetto agli USA. L'Italia ha perso la guerra e per piacere o per forza ha adotato un posizione a 90 gradi. La democrazia bloccata e' una tesi interessante ma che prescinde dal fatto che mai e poi mai neanche con la rottura con l'URSS di Berlinguer e con il compromesso storico (con il conseguente suicidio politico del PCI che si fa portatore d'acqua della DC per nulla in cambio) gli USA avrebbero permesso un governo con i comunisti (per quanto il rosso fosse piu' che mai stinto). I fatti (strategia della tensione) secondo me stanno a dimostrare questo.

2) IDEOLOGIA = Nel pensiero sociologico, il complesso di credenze, opinioni, rappresentazioni, valori che orientano un determinato gruppo sociale e ne informano il comportamento.

 

A parte l'esito della guerra, il PCF svolse il ruolo di portatore d'acqua dei socialisti mitterandiani, perdendo peso politico e seguito elettorale.

Quanto al PCI, le Sue osservazioni confermano l'ipotesi della democrazia bloccata. Se al posto del partito diretto da Togliatti e poi dai suoi successori ci fosse stato un partito socialdemocratico, crede che gli USA ne avrebbero impedito l'accesso al governo? Forse che in Germania si opposero ai governi di Brandt e di Schmidt? eppure la Germania aveva perso la guerra peggio dell'Italia, se così si può dire.    

Re(4): Corte o casta?

GO 18/8/2010 - 14:48

Il PCI perse ogni velleita' rivoluzionaria quasi subito ossia da quando Togliatti in seguito all'attentato ai suoi danni diede l'ordine di stare calmi. Sin dagli inizi nella sua leadership il PCI sapeva bene in che parte del mondo si dovesse stare.
Con il tempo il PCI sposo' la NATO (=alleanza militare antisovietica), ruppe con l'URSS, supporto' la DC e dopo il golpe della CIA in Cile formulo' il principio che non avrebbe mai potuto governare da solo neanche con il 51%. A parte il nome mi sa dire cosa distingueva il partito da un qualunque altro partito socialdemocratico?

Che il PCI avesse rotto con l'URSS è tesi ardita; lo strappo di Berlinguer fu giustificato con il c.d. "esaurimento della spinta propulsiva" del comunismo sovietico, ma non comportò una radicale revisione di precedenti legami; in ogni caso è successivo al golpe cileno.

L'ipotesi del compromesso storico è quanto di più lontano possa darsi dalla politica delle socialdemocrazie europee, storicamente alternative ai partiti di centro-destra: le "grandi coalizioni" talora sperimentate ebbero sempre un carattere transitorio; il compromesso storico era un'ipotesi di lungo respiro.

Mi chiede in che cosa il PCI si distingueva da ogni altro partito socialdemocratico: domanda  che implica, ovviamente, la sua qualificazione come partito socialdemocratico. Oltre a quanto ho appena rilevato, basterà ricordare la sua mancata accettazione del libero mercato, che le socialdemocrazie europee avevano compiuto da tempo e che il PD stenta ad attuare.   

Re(6): Corte o casta?

GO 18/8/2010 - 18:27

Nel suo ragionamento vi e' una contraddizione interna: come puo' un partito che strategicamente adotta una politica di lungo respiro con la DC non accettare il capitalismo almeno nel medio termine? In realta' il PCI sin dal primo dopoguerra sapeva che al comunismo non si sarebbe potuti giungere secondo il modello sovietico per cui elaboro' un proprio modello ed una "terza via". Con il tempo il comunismo divenne una prospettiva escatologica (come il paradiso per i cristiani) piu' che una concreta prospettiva terrena. Ovviamente a parte l'ambiguita' o ambivalenza summenzionata il PCI di comunista aveva sempre meno. Riguardo lo strappo con Mosca a parte le tonnellate di inchiostro scritto a mio parere cio' che conta e' la piena adesione alla NATO ossia ad una organizzazione avente una precisa missione antisovietica.

GO e Luponti, mi intrometto per un attimo nella vostra garbata e intelligente discussione. Sperando di non aver frainteso di nuovo il suo pensiero, domando a GO: se il PCI era di fatto un partito socialdemocratico con il nome, i simboli, la retorica ma quasi niente altro di un partito comunista, cosa impediva ai vertici del PCI di fare un cambio che a tuo avviso era di pura forma e che avrebbe consentito loro di uscire dalla posizione di partito di opposizione? Sappiamo tutti del dramma collettivo quando Occhetto si decise alla svolta, e sappiamo che dei compagni vollero mantenere il nome. Cosa sarebbe successo se qualcuno si fosse azzardato a dire 'siamo socialdemocratici' in un convegno comunista 10 anni prima?

Re(8): Corte o casta?

GO 19/8/2010 - 12:24

Puo' la Chiesa Cattolica dire che il paradiso non esiste ne in terra ne' in cielo? Certe cose contano anche se non sono ne' saranno realizzabili (specialmente se la "massa" non lo sa). Il PCI sapeva bene da che parte del mondo dovesse stare almeno fino a quando l'ordine di Yalta non fosse stato messo in discussione (ovviamente non certo dal PCI). Il PCI si limitava a rimandare ad un tempo sempre piu' lontanto e indefinito l'avvento del comunismo. L'idea era che il capitalismo avesse delle contraddizioni interne tali da minarne alla base la sua stessa esistenza quindi bastava aspettare "l'anno mille". Intanto il mandato del partito era di garantire l'ordine/ortodossia a sinistra stroncando ogni velleita' insurrezionalista/anarchica (per questo motivo il principale nemico della sinistra del 68 divenne il PCI). DC e PCI assieme hanno garantito la democrazia in Italia. Riguardo, invece, stragi e terrorismo bisogna rivolgersi ai paesi stranieri, alla questione intenazionale e a pezzi dello Stato e della DC di cui un illustre esponente e' recentemente morto portandosi molti segreti nella tomba.
La trasformazione del PCI e' durata decenni e quando ha perso la prospettiva comunista/escatologica il partito ha perso la sua anima ed e' diventato un partito come gli altri per certi versi peggio degli altri. Avrebbe potuto anticipare la svolta di dieci anni? Secondo me no perche' i tempi non erano maturi; il sogno e' finito quando il comunismo e' finito. D'altra parte il sogno comunista da cosa e' stato sostituito?

Non me ne volere, ma a me pare che il tuo commento supporti la tesi di Luponti. Quanto ai sogni, ognuno ha i suoi.

Mi spiegheresti il motivo?

leggendo i commenti al libro di M. Viroli (che non lessi, anche se lessi il dottore su Machiavelli) mi venne in mente che forse non e' un modello (nel senso che ad esempio ha zero potere predittivo e zero potere retrodittivo.)

E' uno strumento di interpretazione, in parte illuminante.

Le osservazioni anche qui, su nFA, sulle universita' mi sembrano indicare che attorno ai baronati si formino corti e "corte sconte" (con le mie scuse a H. Pratt.)

Quale meccanismo indica meglio del baronato di origine feudale il meccanismo reale di riproduzione di un 

sistema di clienti e acquirenti che in cambio di pozizioni lucrative e di poco peso, genera immensa felicita' nello stare a riprodurre culture assai datate.

Il libro lo leggerò appena possibile, gli spunti che seguono sono basati sulla lettura del post e sui commenti di Michele/Sandro

1-E' possibile applicare lo schema della corte a vari livelli? Diciamo che nell'area geografica che oggi chiamiamo Italia, da qualche secolo, ci sono varie corti, intendento per corte l'insieme di sovrano+cortigiani+sudditi/servi.Come accennato più su da Palma, non è forse un sovrano il barone universitario che decide quando e come si vince un concorso/accede a una specializzazione/ottiene un contrato? Non in senso assoluto, magari, ma di sicuro lo è per chi non può o non vuole emigrare/fare altro. Che dire del politico che per 40 anni fa il tutto esaurito in un collegio, qualsiasi partito scelga? Numerose corti, dunque, nelle quali scegliamo (per natura, per educazione, impostazione religiosa, dio sa che altro) di farci servi.

2-Il caso BS. Concordo che (per il momento) il patrimonio dello stato è distinto da quello del presidente del consiglio, come pure che la vita di molti cittadini può andare avanti praticamente ignorando quello che BS fa o dice. Tuttavia credo che lo schema (evito di proposito la parola modello) della corte a meno di qualche semplificazione/astrazione descriva efficacemente la realtà. Secondo me l'opzione che il signore ha sulla nostra libertà  risiede nell'influenzare o restringere le possibilità di scelta del cittadino in numerosi ambiti uno per tutti, qualità e quantità dell'informazione a cui si può accedere.

3-Mi (si) consenta.Non so se nel libro si dica che BS sia la causa di tutti i mali(ne dubito),tuttavia è un'idea che cade di fronte al minimo buon senso. Altrettanto ovvio e non meritevole di ulteriori specifiche è il danno per la collettività causato dal suo operare. Tuttavia, mi pare che lo spirito servile sia un espressione che fa storcere il naso a vari commentatori forse per un (inconscio?) amor di patria che spinge anche Viroli a vagheggiare di un qualche risorgimento prossimo venturo.Io credo che, anche se spiacevole a dirsi servili e servi eravamo, siamo e con ogni probabilità continueremo ad essere in futuro.  Può darsi che qualche comune/regione lo sia meno degli altri, così come alcuni sovrani locali si sono dimostrati meno miopi e ladri di altri, ma la sostanza non cambia. E'plausibile che al monopolio presente, quando natura vorrà, segua un qualche oligopolio nel quale l'unico beneficio per la collettività sarà che la divisione del potere tra vari signorotti  renderà meno praticabili alcuni eccessi a cui abbiamo assistito di recente.

Inizia una nuova discussione

Login o registrati per inviare commenti