Sulle 10 proposte di Civati
Pippo Civati ha scritto un libro cercando di spiegare cosa farebbe se andasse al governo. È un libretto agile però ho fatto lo stesso una certa fatica fatica a leggerlo, non sono più abituato allo stile dei pamphlet politici. Ma mi sono applicato e ho cercato di estrarre il succo delle proposte. Le discuterò in questo post limitandomi alle questioni di politica economica, le uniche in cui posso sperare di dire qualcosa di informato.
Introduzione
Una delle ragioni per cui ho fatto fatica a leggere il libro è che contiene una serie di proposte (parecchie in più delle 10 promesse) ma poca analisi. Probabilmente questo è inevitabile per un libro di questo tipo, ma rende spesso difficile capire la ratio delle proposte stesse, ossia le ragioni per cui si ritiene che la proposta fatta sia opportuna ed effettivamente migliore di altre per affrontare un certo problema. In alcuni casi l'analisi sottostante si può immaginare o inferire, ma in altri no, e questo rende difficile la valutazione delle proposte stesse. C'è anche una mancanza abbastanza diffusa di numeri e cifre per la quantificazione dei costi e benefici delle proposte stesse (con qualche eccezione, come quella della mini-patrimoniale su cui dedicherò un po' di spazio in più). Comunque, bando alle lamentele un po' petulanti e mettiamoci all'opera.
Prima di passare ad enunciare le 10 proposte, Civati espone nell'introduzione il progetto politico, la visione se volete, che dovrebbe sottendere le proposte avanzate nel libro. Per metterla in termini un po' semplificati la proposta è quella di coniugare le carica di protesta anti-casta che sta scuotendo il paese con una visione di liberalismo di sinistra. Sembra che ''indignati e liberali'' sia una frase di Luigi De Magistris, e la frase chiaramente piace a Civati. La seguenti citazioni credo riassumano la sua posizione
[I]l centrosinistra italiano deve provare a portare le ragioni degli indignati (e di tutti coloro che si sono mobilitati in questi mesi) al governo del Paese [ ...] Cercando, con ciò, di rappresentare le forze sinceramente liberali che non sono state rappresentate da nessuno, in questi anni, e che cercano finalmente un'offerta politica
...
[I]n Italia la svolta che si attende è una svolta liberale ....Accettiamo il contenimento della spesa, la riduzione degli sprechi, la liberalizzazione di tutto quello che è cristallizzato e il contratto unico per i lavoratori, e l'universalizzazione dei sussidi quando si perde il lavoro. E un sistema di mercato meno condizionato dal pubblico e più concorrenziale.
Ovviamente, in un paese in cui si dichiarano liberali le persone più improbabili, da Berlusconi a Flores D'Arcais, tutto sta a capire cosa si intende con quel ''sinceramente liberale''. Già questa dichiarazione mette alcuni paletti, che sono propri del liberalismo di sinistra: è opportuno che lo Stato intervenga, per esempio con uno schema di assicurazione contro la disoccupazione, ma tale intervento deve avere carattere universale e non il carattere di concessione discrezionale tipica, ad esempio, di certe estensioni per decreto governativo della cassa integrazione guadagni. Ma la serietà di tali affernazioni va valutata guardando alle proposte specifiche, dato che il generico ''contenimento della spesa'' (evito di infierire sulla ''riduzione degli sprechi'', frase talmente abusata che non è nemmeno più divertente prenderla in giro) vuol dire ben poco se poi non si fanno proposte specifiche di riduzione o addirittura si fanno continuamente proposte di nuove spese. Su questo, come vedremo, il libro non è pienamente soddisfacente.
Per completare la descrizione della visione civatiana credo sia da aggiungere la forte spinta ambientalista. Anche se non necessariamente in contrasto con una visione liberale dell'economia, non si può negare che nella pratica qualche tensione tra libertà economica e regolamentazione ambientalista possa sorgere. Anche qui, l'unico modo serio per comprendere meglio in che modo viene raggiunta la sintesi è guardando alle proposte concrete.
Oltre all'introduzione, il libro è suddiviso in 10 capitoli più un cappello iniziale extra (un po' come ''io sono il signore dio tuo'' prima dei 10 comandamenti) titolato ''Cinque punti di PIL''. Mi occuperò principalmente dei capitoli 3,4 e 5, titolati rispettivamente ''Fisco 2.0'', ''Il credito pubblico per abbassare le tasse'', e ''Uguaglianza è un po' più di equità'', anche se sconfinerò un po' sugli altri capitoli quando dicono cose rilevanti per la visione economica. Il cappello iniziale sui 5 punti di Pil, molto corto, contiene semplicemente in forma di slogan proposte che vengono poi meglio specificate nei capitoli a seguire.
Capitolo 3: Fisco 2.0
Il capitolo 3 è, a mio avviso, un buon esempio di quanta strada debba ancora fare il PD, e segnatamente anche i suoi esponenti più liberali, sul tema del fisco. Il capitolo inizia in modo abbastanza standard, con una denuncia dell'evasione fiscale. Va bene, ma niente di particolarmente nuovo. Poi arriva la ciccia, che sembra essere di buona qualità e cotta bene, nello spiegare che fare con i soldi recuperati dall'evasione.
Non per creare ''tesoretti'', sia chiaro: ma per restituire immediatamente ai contribuenti onesti il maltolto. In che modo? Per ogni euro recuperato dall'evasione, un euro meno di tasse da pagare.
Caspita, eccellente viene da dire. Però nella frase immediatamente successiva Civati afferma:
Monti ha assunto questa filosofia.
E questo, francamente, lascia molto perplessi, visto che la ''filosofia'' di Monti è abbastanza difficile da osservare, ma i suoi aumenti della pressione fiscale sono invece fin troppo facili da vedere. È bene quindi fare qui un po' di chiarezza su cosa significa restituire ai contribuenti l'evasione recuperata, dato che questo è un tema su cui si fa molta confusione.
L'azione mirata alla riduzione dell'evasione agisce per due vie, una diretta e l'altra indiretta. Quella diretta è ovvia: la maggiore efficacia dell'azione antievasione porta alla luce base imponibile non denunciata, accrescendo il gettito mediante l'applicazione delle aliquote fiscali, e delle penalità aggiuntive, alla base emersa. Quella indiretta è un po' più sottile: dato che l'evasione è una scelta economica che tiene in conto la probabilità di essere scoperti, una più efficace azione antievasione (ossia, un aumento della probabilità che un evasore venga scoperto) porta a una riduzione dell'evasione. Idealmente, vorremmo avere solo il secondo effetto. Se, per esempio, l'amministrazione fiscale fosse così efficace da individuare con certezza tutta la base imponibile evasa, non ci sarebbe assolutamente evasione. In generale, tanto più è efficace l'azione antievasione tanto meno sarà rilevante l'effetto diretto e tanto più sarà rilevante quello indiretto. È chiaro che l'effetto diretto (scoperta e tassazione con penalità aggiuntive di base imponibile evasa) può continuare a essere rilevante solo se l'evasione stessa continua a essere rilevante, ossia se l'azione antievasione non è molto efficace.
Ora, l'impressione che si ha è che molto spesso i politici considerino unicamente la via diretta, implicitamente dando per scontato che l'evasione non può che continuare ai livelli attuali, e ignorino quella indiretta. Questa era evidente per esempio in vari decreti attuativi del federalismo fiscale, in cui si vaneggia in modo abbastanza ignorante di far partecipare gli enti locali alla lotta all'evasione attribuendo loro una parte degli introiti. Se è difficile discernere esattamente di chi è il merito per la scoperta di una base imponibile evasa, il compito diventa semplicemente impossibile quanto si guarda al maggiore gettito indotto da una più alta compliance.
Perché tutto questo è importante e non un oscuro punto tecnico? Perché se si riconosce, come va riconosciuto, che gli effetti principali di un'azione antievasione realmente efficace sono quelli indiretti allora diventa chiaro che anziché parlare di euro recuperati da resitituire (che, se il piano funziona, saranno pochissimi perché l'evasione sarà minima) occorre invece parlare direttamente di quantità totale di tasse pagate e di pressione fiscale. Ossia, anziché promettere di restituire i soldi recuperati occorre promettere che la più efficace lotta all'evasione non porterà ad aumenti della pressione fiscale. Questo è in effetti l'unico modo sensato di ragionare, e purtroppo rende chiaro come il governo Monti stia facendo tutt'altro. Si può discutere se abbia fatto bene o male ad alzare le tasse, ma non si può certo affermare che stia restituendo alcunché, dato che la pressione fiscale è salita.
Civati dice che le tasse vanno abbassate ''con misura, senza spararle grosse'', ma è abbastanza avaro di numeri. Qual è la pressione fiscale che ha in mente, di quanti punti va ridotta rispetto a quella attuale? E quali spese vanno tagliate per raggiungere l'obiettivo del calo della pressione fiscale senza devastare il bilancio? Il libro non fornisce molti dettagli. Invece nel resto del capitolo si discute da un lato dell'informatizzazione del sistema fiscale e dall'altro dell'ampliamento degli oneri deducibili. Sul primo punto non ho molto da dire. La semplificazione delle scritture contabili, l'emissione e ricezione elettronica delle fatture con inoltro automatico all'Agenzia delle Entrate e varie altre cosette appaiono essere buone idee, in grado sia di ridurre il tempo che i contribuenti dedicano all'adempimento dei doveri fiscali sia di aumentare l'efficacia dei controlli. Sospetto, da ignorante, che siano anche cose con un impatto limitato, ma facciamole pure. Alla fine però c'è una amara verità che va tenuta in conto: come ha ben spiegato Giulio Zanella in un post recente, l'alto livello di evasione in Italia deriva principalmente dall'alto livello di lavoratori autonomi e piccole imprese che caratterizzano la nostra struttura produttiva. Le politiche più efficaci per combattere l'evasione sono quindi quelle che rimuovono gli ostacoli alla crescita delle nostre imprese. Ma questo è un discorso troppo lungo per poterlo far qui.
Sull'ampliamento degli oneri deducibili invece a mio avviso Civati dice cose confuse e sbagliate. La confusione deriva dal fatto che si mescolano in modo un po' troppo casuale due differenti compiti che gli oneri deducibili dovrebbero svolgere: una funzione di lotta all'evasione e una di promozione di attività desiderabili. In sintesi, la prima può essere in certe condizioni una buona idea ma la seconda è di solito pessima. Per intenderci, la funzione antievasione è quella che ha motivato le esenzioni per lavori di ristrutturazione edilizia, fornendo robusti incentivi ai committenti per far emergere il ''nero'' che caratterizzava il settore. L'idea invece non era (spero) convincere gli italiani a investire di più in immobili. Civati sembra partire dall'idea antievasione, affermando che ''occorre incoraggiare la richiesta di scontrini e fatture da parte dei consumatori ampliando la gamma degli oneri deducibili''. Ma se l'intento fosse di lotta all'evasione allora la deduzione dovrebbe riguardare i settori di attività in cui si sospetta l'evasione sia più alta (come era il caso del settore edilizio). Invece subito dopo Civati aggiunge:
Gli oneri deducibili dovranno essere inizialmente individuati tra le spese indispensabili e meritorie: salute, manutenzione della casa (anche non di proprietà), cura di figli e anziani, educazione, mobilità, risparmio energetico ecc.
Non ci siamo. Qua e in altre parti del libro, che menzionerò in breve, si commette sempre lo stesso errore: se un'attività appare desiderabile allora va sussidiata, in questo caso mediante sconti fiscali (si veda il punto 9 del decalogo di Alberto Bisin). Non è così. I sussidi vanno usati con parsimonia e riservati per i casi in cui vi siano chiare, palesi e importanti esternalità positive (dico apposta ''chiare, palesi e importanti'' perché so per esperienza che se uno vuole a tutti i costi giustificare un sussidio una qualche esternalità la trova sempre). Ricordiamoci che alla fine tutto si tiene, per cui una detrazione in più per me deve essere o una spesa in meno o una tassa in più per qualcun altro (ora o nel futuro, se ci si indebita). Visto che della manutenzione della mia casa ne godo io, perché devono essere gli altri contribuenti a finanziarla? O, per andare a un esempio concreto effettivamente successo, perché mai i contribuenti dovrebbero pagare l'iscrizione alla palestra di qualcun altro? Balcanizzare il sistema fiscale, introducendo detrazioni ed eccezioni in grande quantità è pericoloso, ne distrugge l'unitarietà e porta inevitabilmente a una perdita di coerenza dell'intervento pubblico. Questa è la ragione per cui gli economisti consigliano di usare le detrazioni con estrema moderazione. Questo messaggio non è mai stato assorbito nella cultura politica italiana, e in questo purtroppo Civati non fa eccezione. In capitoli successivi per esempio propone la detassazione per i dipendenti delle start up (capitolo 4), sgravi fiscali per le imprese che donano quote dell'azienda ai propri dipendenti (capitolo 5), contributi figurativi a fini pensionistici, che sono un altro tipo di sussidio, per chi ha svolto attività di cura per figli e anziani, (capitolo 6), fiscalità agevolata per ''comuni, enti, privati che valorizzano le bellezze italiane'' (capitolo 9). Tremonti si divertì a defiscalizzare straordinari e premi di produzione e ad aumentare l'IRES in modo selettivo alle imprese petrolifere (intervento uguale e contrario alle detrazioni selettive), interventi sciocchi e deleteri oltre che sostanzialmente inefficaci. A quanto pare dobbiamo aspettarci errori simili quando la sinistra tornerà al potere, almeno se l'opinione di Civati su questi temi risulterà (come sospetto) diffusa nel PD.
Il capitolo si chiude con una perorazione di una tassa sull'uso del contante (mah) e di un accordo con la Svizzera che porti alla tassazione dei capitali italiani ivi nascosti. Sono d'accordo, ci mancherebbe, ma non ho competenze per valutare la fattibilità della cosa e rimango abbastanza scettico su quanto veramente sia possibile recuperare. Spero che il mio scetticismo sia ingiustificato e che i danari affluiscano copiosi.. In ogni caso qualcosa al riguardo va fatto, e posso solo augurare buona fortuna a chi dovrà occuparsi della materia.
Capitolo 4: Il credito pubblico per abbassare le tasse
Il titolo di questo capitolo è abbastanza sfuggente, dato che non è molto chiaro cosa sia il ''credito pubblico'' (per fortuna Civati non sta pensando a un intervento massiccio dello Stato per erogare credito). In realtà il capitolo è un po' disorganico, e affastella proposte di riduzione della spesa, proposte di riduzione delle tasse, proposte di vendita di parte del patrimonio pubblico e, purtroppo, una proposta di una nuova tassa (la ''mini-patrimoniale'').
Le proposte di riduzione della spesa sono, a mio avviso, la parte in cui Civati offre il meglio della sua visione politica di fusionismo tra indignazione e liberalismo, e vanno lette in combinazione con il capitolo 1 che contiene una serie di proposte ''anti-casta'' (per esempio, diminuzione significativa del numero dei parlamentari e della loro remunerazione). Qui si rilancia sull'importanza di mettere sotto controllo le spese delle aziende partecipate a livello locale e dei loro pletorici (ma vastamente remunerativi per chi vi partecipa) Consigli di Amministrazione. Si afferma che ''le partecipazioni dello Stato alle grandi imprese possono essere un'ulteriore fonte di recupero per rilanciare la crescita e alleviare le condizioni per i ceti medi''. Sarebbe stato meglio a mio avviso andare più avanti e mettersi a parlare di fondazioni bancarie, ma direi che Civati è sulla buona strada e ci arriverà.
Sul fisco invece le cose non stanno così bene. Si può senz'altro concordare sull'idea che sia opportuno spostare la tassazione ''dai mobili agli immobili'', ossia più concretamente dai redditi da lavoro e impresa al patrimonio immobiliare (il contrario di quello che ha fatto il governo Tremonti-Berlusconi). Ma la proposta è in buona misura già stata attuata con la introduzione dell'IMU. Come al solito, e a conferma di timori che si sono rivelati tanto generalizzati quanto giustificati, non di spostamento ma di aumento secco del carico fiscale si è trattato. Civati riconosce questo problema ma la sua soluzione appare assai confusa. Qui mi permetto di citare con una certa abbondanza, perché è importante capire bene quali sono gli argomenti. Civati inizia affermando che la sua (e di altri, in particolare Filippo Taddei e Rita Castellani) proposta di tassazione del patrimonio immobiliare è di fatto molto simile a quanto ha fatto il governo Monti. Ma la differenza è che
destinando i proventi al risanamento di bilancio di Stato e Comuni, invece che all'alleggerimento fiscale dei redditi, si perdono tutti i possibili effetti redistributivi di potere d'acquisto.
Ma visto che il bilancio va risanato, che possiamo fare per ridurre la tassazione sugli altri redditi? Delle due l'una: o si riducono le spese o si aumentano altre tasse. Civati sceglie la seconda strada, con l'introduzione della mini-patrimoniale, ossia di una patrimoniale sulla ricchezza non immobiliare. Ho già cercato di spiegare su questo blog perché questa non è una buona idea. Rispetto alle proposte iniziali a cui il mio articolo reagiva, la proposta di Civati ora aggiunge alcuni numeri in più, che sono solo serviti a rendere i miei dubbi ancora più forti. Questi i numeri: Civati propone di tassare il patrimonio finanziario netto, ossia una volta sottratti i debiti per mutui e altro, in eccedenza di 100.000 euro. Non dice se la soglia si applica al patrimonio familiare o individuale, ed è un peccato perché è un dettaglio cruciale. Ad ogni buon conto è convinto che in tal modo si individuerebbe una base imponibile di circa 600 miliardi. L'aliquota proposta è di 0,5%, per un gettito di 3 miliardi annui. Alla luce di queste informazioni più dettagliate mi sento di aggiungere quanto segue rispetto a ciò che ho detto in precedenza:
a) I titoli del debito pubblico sono parte della ricchezza e c'è il rischio concreto che gran parte del gettito finisca in maggiori interessi. Il principale effetto di una tassa addizionale dello 0,5% sarà probabilmente un ribilanciamento dei portafogli, con i titoli che si muoveranno dai soggetti tassati ai soggetti esenti (patrimoni più bassi e residenti esteri), ma un qualche effetto di aumento dei tassi è inevitabile che ci sia. Qui la cosa da capire è che la dimensione del nostro debito è tale per cui anche piccole variazioni nell'interesse generano notevoli variazioni nella spesa totale. Con un debito di circa 2.000 miliardi, una aumento dei tassi dello 0,15% (ossia, meno di un terzo dell'aumento della tassa) causa un aumento della spesa per interessi di 3 miliardi, mangiandosi quindi interamente il gettito! Anche un aumento di solo lo 0,05%, un decimo dell'aliquota, causerebbe una spesa ulteriore di un miliardo, riducendo a soli 2 miliardi il gettito della tassa al netto delle maggiori spese per interessi. È vero che nel breve periodo i tassi sul debito già emesso sono fissi e quindi la traslazione dell'imposta sarà solo sul debito di nuova emissione, ma dato che questa è una tassa che si presume permanente la traslazione nel giro di pochi anni avverrà più o meno sull'intero ammontare del debito. Meglio poi non parlare della possibilità che l'imposta spaventi gli investitori e venga ritenuta segnale di aumenti futuri; se questo dovesse avvenire l'aumento della spesa per interessi potrebbe facilmente essere parecchio più alta del gettito.
b) Ma ignoriamo pure il problema dell'aumento della spesa per interessi (e altri abbastanza ovvi meccanismi di elusione) e prendiamo per buono il gettito di 3 miliardi. Il fatto è che rispetto agli obiettivi inizialmente conclamati, il riequilibrio della tassazione con un alleggerimento delle tasse sul reddito da lavoro, tre miliardi sono poco più di uno spruzzo di acqua fresca. È meno dello 0,2% del PIL, meno dello 0,5% del gettito fiscale complessivo. È ovvio che al più stiamo parlando di una riduzione simbolica dell'IRPEF o dei contributi sociali che gravano sul lavoro. Si può rispondere che poco è meglio di niente e che da qualche parte bisogna iniziare, ma anche come atto simbolico questo è veramente di una inefficienza terribile (vedi la discussione al blog post precedente sui problemi amministrativi di gestione della tassa).
Ma la cosa che più di tutte mi fa arrabbiare è che nel giro di un paio di pagine la nuova tassa, inizialmente proposta come manovra per un ''alleggerimento fiscale dei redditi'' è già diventata una strumento di finanziamento di nuove spese. Così infatti conclude Civati:
Con tre miliardi in un anno possiamo fare molte delle cose che troviamo in questo libro: cominiciamo con la riduzione della pressione fiscale sul lavoro e poi, personalmente mi concentrerei sul segmento istruzione, ricerca innovazione.
Beh, no. Se la tassa ha un gettito di tre miliardi l'anno (ammesso e non concesso) e la usiamo per ridurre le tasse sul lavoro di 3 miliardi, allora altri soldi non ne restano se vogliamo mantenere una variazione nulla nel bilancio pubblico. Ogni anno si introitano tre miliardi in più per la minipatrimoniale e tre miliardi in meno per la riduzione dell'IRPEF. A meno che, e voglio proprio sperare non sia il caso, non si stia pensando a una riduzione solo temporanea delle imposte sul lavoro: il primo anno e basta, che poi i soldi servono per altro. La verità è che le cose stanno esattamente al contrario di quello che dice Civati: tre miliardi sono pochini (di nuovo, ammesso e non concesso che tre siano) e, ben lungi dal poter fare molte delle cose proposte, non bastano nemmeno per fare bene la prima, la riduzione del carico fiscale sul lavoro.
Non posso che rinnovare il consiglio: lasciate perdere e concentratevi sulle cose serie, ossia la riduzione della spesa.
Capitolo 5: Uguaglianza è un po' più di equità
Il titolo è anche in questo caso ambiguo, e anche in questo caso il capitolo affastella in modo un po' disorganico una serie di proposte su temi disparati. Si apre con la consueta tirata sul precariato e con l'appoggio alla proposta di contratto unico di Boeri-Garibaldi. A seguito si propongono, in serrata sequenza, un sussidio universale di disoccupazione, un salario minimo, l'abolizione o attenuazione (il linguaggio non è chiarissimo) degli scatti di anzianità e infine un reddito minimo di cittadinanza. Quest'ultimo, dati gli ovvi rischi di moral hazard, non appare particolarmente ben pensato e richiederebbe un'esposizione assai più corposa.
Qui, più che altrove, l'assenza di analisi rende particolarmente difficile valutare le proposte. È un problema che non è solo di Civati, l'intera sinistra politica e sindacale non sembra avere le idee gran ché chiare su quali sono i principali difetti di funzionamento del mercato del lavoro italiano e sulle cause della diffusione della precarietà e dei bassi salari. Lo si è visto anche nell'ultimo dibattito sulla riforma del mercato del lavoro, dove con poche eccezioni (Pietro Ichino, principalmente) commentatori, politici e sindacalisti schierati a sinistra hanno esplicitamente o implicitamente aderito alla posizione secondo cui il problema principale del mercato del lavoro è tutelare il più possibile per via legislativa il salario e le condizioni contrattuali di chi è già occupato, senza farsi troppe domande sugli effetti sull'occupazione e sulla produttività del lavoro. Direi che su questo è bene sospendere il giudizio in attesa di analisi più dettagliate.
Il capitolo prosegue bene con una proposta di limitare i salari nel pubblico impiego e nelle aziende che ricevono aiuti dallo stato (un po' bizzarramente questa proposta viene chiamata ''quoziente Obama''). Si danza poi di minuetto sulla proposta di limitare la disparità salariale nelle aziende private. A Civati piacerebbe che ci fossero meno disparità ma è abbastanza intelligente da capire che non è il caso di imporre la minore disparità per legge. Si affida pertanto alla ''sensibilità della nostra società'' e richiede il dialogo con i datori di lavoro sul tema. Tanti auguri.
Il resto del capitolo non è gran ché: proposte di sgravi fiscali per chi regala azioni ai dipendenti, per chi inserisce rappresentanze dei lavoratori negli organi di gestione, proposte di sussidi per le start-up. Tutte cose che possono essere variamente pericolose (per l'ammontare di intervento statalistico che comportano) o velleitarie (perché alla fine i soldi non ci sono e per raggiungere gli obiettivi conclamati ne servirebbero molti di più). La mia personale opinione è che al posto di disegnare piani arditi di sussidi per le start up, detassazione delle imprese con relazioni industriali che ci piacciono e così via sarebbe bene concentrarsi sulla riduzione del carico fiscale per le imprese, in modo universale e incondizionato, e sugli altri ostacoli (a cominciare dall'organizzazione del mercato del credito) che rendono difficile per le imprese italiane crescere. In realtà Civati ci va abbastanza vicino nel capitolo precedente, in cui richiede
un profondo ripensamento del sistema di sussidi alle imprese, che sarebbe meglio sostituire con sgravi fiscali o, meglio, con un abbassamento del carico fiscale: una profonda revisione in questo campo può portare a un risparmio intorno a un punto del Pil.
A parte la curiosa osservazione sul ''risparmio'' (se si tagliano le tasse in misura uguale alla riduzione dei sussidi lo Stato non risparmia nulla; e se si sta pensando agli effetti indiretti di miglioramento della crescita derivanti da minore tassazione quel punto di Pil andrebbe motivato molto meglio), qua Civati ha perfettamente ragione. Solo che se si propone questo, poi non si può saltar su il capitolo dopo e proporre sussidi per le start up e fiscalità di favore per questo e quello.
Conclusione
Questa recensione è decisamente troppo lunga, quindi cerco di terminare brevemente. A rileggerla temo di aver dato un'impressione eccessivamente negativa. In realtà il libro non è male, soprattutto nelle parti sulla riforma (rivoluzione?) della politica, lotta alla corruzione etc. Su questi temi ci sono varie proposte utili e meritevoli, ma come ho detto ho scelto di concentrarmi sulle parti su cui ho un minimo di competenza.
Sulla politica economica è probabilmente vero che su questo sito tendiamo a essere giudici abbastanza severi. Civati ha alcune buone idee, alcune cattive e una buona dose di confusione. Sembra però, a differenza di molti altri, deciso a capire meglio e dialogare, e il suo progetto politico appare interessante. Vedremo quindi come evolvono le sue posizioni e quelle del movimento che si sta costruendo intorno a lui. Per il momento, questo è il nostro contributo al dialogo.

