Il tabù dell'antisemitismo discrimina gli arabi? Una tesi ed un commento per discutere

25 febbraio 2015 Paolo Di Muccio e ne'elam

La tesi è di Paolo Di Muccio che si chiede, riflettendo sul caso Charlie Hebdo ed altri eventi simili, se non sia venuto il tempo, per l'Europa, di fare a meno del "tabù" (legale) dell'antisemitismo. ne'elam prende in considerazione la tesi di Paolo e la discute, trovando argomenti a favore e contro sia nella discussione odierna sia in quella antica, riassunta attraverso alcuni passaggi del "Libro".

La tesi di Paolo di Muccio

Nel 2008 il disegnatore Maurice Sinet (detto Siné) venne cacciato dalla rivista satirica Charlie Hebdo a causa di una battuta in cui insinuava che Jean Sarkozy, figlio di Nicolas, potesse convertirsi alla religione ebraica per farsi strada nella vita. I Sarkozy protestarono pubblicamente e gran parte dell'establishment intellettuale francese, di destra come di sinistra, accusò Charlie Hebdo di antisemitismo. Il direttore della rivista, Philippe Val, licenziò Siné dichiarando che la battuta "poteva essere interpretata come un collegamento tra la conversione al giudaismo e il successo sociale, e non era né accettabile né difendibile in tribunale" e che "il limite (alla libertà di espressione sulla rivista) è dato da un documento che vieta in particolare qualsiasi esternazione razzista e antisemita".

Se da un lato Charlie Hebdo ha sempre pubblicato battute feroci contro tutte le religioni, anche quella ebraica, dall'altro non ha mai osato giocare col fuoco dei cliché antisemiti, inammissibili nell'Europa post-Shoah. Proprio a sottolineare questo stato di cose, in occasione del recente arresto del controverso comico antiebraico Dieudonné, il premier francese Manuel Valls ha dichiarato che "l'antisemitismo, il razzismo e il negazionismo non sono ammessi in Francia". E infatti nessuno oserebbe mai raffigurare pubblicamente gli ebrei con il naso adunco a contare avidamente dei soldi: ciò configurerebbe chiaramente il reato di "istigazione all'odio nazionale, razziale o religioso". Pubblicare invece una vignetta con lo Spirito Santo che sodomizza Cristo, come ha fatto proprio Charlie Hebdo nel 2012, non rientra in tale fattispecie. I francesi distinguono tra i due casi perché nel primo riconoscono il disprezzo verso una popolazione, mentre nel secondo al massimo vedono lo svilimento di figure religiose, ma non di chi le venera.

Eppure, a ben leggere il recente catalogo delle condanne per antisemitismo e quello delle mancate condanne per islamofobia, si può riconoscere un certo squilibrio nella giurisprudenza francese. Dieudonné, ad esempio, nel 2007 venne giudicato colpevole di aver diffamato la comunità ebraica per aver affermato, durante un viaggio in Algeria, che "la lobby sionista coltiva il monopolio della sofferenza" e "sfrutta il ricordo della Shoah" facendone "pornografia memoriale". A ben guardare si trattò però di una semplice opinione politica, ancorché detestabile. Per contro nel 2002 venne riconosciuta come legittima l'affermazione che "l'Islam è la religione più stupida di tutte", fatta dallo scrittore  Michel Houellebecq. Ma in che cosa può consistere la presunta stupidità della religione musulmana se non nel praticarla? La ministra della giustizia francese, Christiane Taubirà, ha pochi giorni fa sottolineato con grande solennità che in Francia si può disegnare tutto, persino un profeta. Eppure la battuta che è costata un arresto a Dieudonné dopo l'attentato in Francia ("Io mi sento Charlie Coulibaly") appare sì spregevole, ma anche del tutto legittima: essa esprime una lacerazione d'animo, una vicinanza emotiva ad un terrorista forse, ma da quando è diventato illegale in Francia fare affermazioni sul proprio stato d'animo?

Nel mondo, le reazioni all'arresto di Dieudonné sono state le più disparate. Leggendo ad esempio i commenti alla notizia sulla pagina americana dello Huffington Post, si poteva notare sorpresa da un lato e derisione per le contraddizioni francesi dall'altro. I siti di notizie dei paesi arabi e musulmani si sono mostrati invece sgomenti o indignati. Sul Facebook francese decine di migliaia di utenti hanno aggiunto la scritta "Je suis Dieudonné" alla propria foto personale e hanno chiesto pubblicamente una libertà d'espressione senza discriminazioni, il che è un segnale allarmante dello scontro che potrebbe esplodere in Francia qualora gli arabi continuassero a sentirsi come dei cittadini di serie B.

Il nocciolo del problema è che la religione musulmana è tratto essenziale dell'identità della stragrande maggioranza degli immigrati arabi in Francia e quindi deridere essa è, in una certa misura, deridere tutti loro. Si ricordi a tale proposito che l'identità degli ebrei è invece ormai da tempo distinta dalla religione ebraica, tanto che Israele si definisce uno stato ebraico laico.

In Francia, così come in quasi tutta Europa, siamo abituati fin da piccoli a porre particolare attenzione a come trattiamo e parliamo degli ebrei. Ciò ha chiare ragioni storiche: dopo i terribili crimini commessi da noi europei durante la seconda guerra mondiale, abbiamo il dovere morale di combattere l'antisemitismo. Anzi, a dir la verità, l'antisemitismo pubblico è per noi un vero e proprio tabù, molto sentito in generale sia in Francia che in Italia (dai due paesi vennero deportati verso i campi di sterminio decine di migliaia di ebrei).

Probabilmente qualche lettore starà già storcendo il naso, pronto a darmi dell'antisemita solo perché ho parlato apertamente del tabù dell'antisemitismo: se si parla di un tabù lo si indebolisce, il che è chiaramente parte del tabù. Fino ad oggi in realtà ho sempre pensato anche io che fosse sacrosanto. Sono convinto però che sia arrivato il momento di metterlo in discussione chiedendo se debba valere anche per gli immigrati arabi.

La risposta, secondo me, è no: non è giusto che l'Europa imponga il proprio tabù anche agli immigrati arabi, perché gli arabi con la Shoah non hanno nulla a che vedere, né storicamente né culturalmente. E non si può neanche pensare che l'Europa debba avere maggior riguardo per gli ebrei indipendentemente dalla Shoah: l'ostilità verso le minoranze arabe non è mai stata, nella storia, inferiore a quella verso le minoranze ebraiche.

 E non crediate ai soliti estremisti quando vi dicono (a proposito di diffamazione di popoli) che i palestinesi durante la seconda guerra mondiale erano nazisti. Non è vero, anzi in molti addirittura si arruolarono con l'Inghilterra. L'unica importante personalità palestinese che collaborò coi nazisti fu il criminale di guerra al-Hussein, Gran Muftì di Gerusalemme in esilio. E si ricordi che tutto il mondo arabo era ancora prevalentemente sotto il controllo di Francia e Inghilterra. Se è vero che alcuni arabi, una minoranza, si schierarono a favore della Germania nazista, fu quasi esclusivamente per liberarsi dell'oppressione coloniale, visto che Hitler considerava gli arabi di razza inferiore (essendo anche essi semiti).

Quando ho espresso questa tesi sulla mia bacheca di Facebook, alcune persone hanno obiettato sia giusto che gli immigrati arabi si integrino, adeguandosi alla nostra cultura, e quindi anche ai nostri tabù. Ho due controargomentazioni. La prima è che in realtà stiamo parlando per la gran parte di figli e nipoti di immigrati, cittadini europei a tutti gli effetti, e stranieri nelle loro terre d'origine. Parlare nel loro caso di integrazione o adeguamento vuol dire precisamente considerarli cittadini di serie B. La seconda argomentazione è di carattere psicologico. Benché sia vero che le colpe non si tramandano di padre in figlio, abbiamo tutti provato orrore nel pensare che in generale i nostri padri e nonni sono stati parte di un regime criminale (pochissimi furono in percentuale i dissidenti). Siamo per questo ben felici di poter espiare in minima parte quella terribile colpa, nonché di poter dimostrare al mondo intero che non faremo mai più gli stessi errori. Tutto questo non può però valere per gli immigrati arabi e i loro discendenti, né è giusto che siano loro a farne le spese.

Tra le tante controverse sentenze che riguardano Dieudonné, gli è stato intimato di tagliare da un suo video su YouTube la seguente dichiarazione: "Sono contro la violenza e non sono antisemita... io non debbo decidere tra ebrei e nazisti, in questa vicenda sono neutrale, non sono nato nel 1900... dunque non so cosa sia successo... ho la mia piccola idea, ma comunque... ". Ora ditemi, in tutta onestà, è giusto da un lato permettere qualunque insulto all'Islam e dall'altro vietare le provocatorie allusioni revisioniste di un comico? E questo stato di cose, secondo voi, allevia o aggrava il conflitto strisciante in Francia tra la comunità araba e quella ebraica?

La Francia e l'Europa intera saranno presto costrette a decidere se uscire o meno dal dopo-Shoah, facendo cadere il tabù dell'antisemitismo e trattando alla pari arabi ed ebrei. La decisione è certamente tragica perché qualunque scelta faremo, sbaglieremo: se rinunciamo al tabù dell'antisemitismo faremo un torto agli ebrei; se lo manterremo faremo un torto agli arabi. Ma in un mondo realmente moderno e laico, la libertà di espressione deve valere per tutti o per nessuno. I reati di opinione oggigiorno andrebbero probabilmente aboliti, ma se proprio li vogliamo mantenere, essi devono valere per tutti. Quando si iniziano a fare dei distinguo si finisce sempre per essere più indulgenti con le fazioni amiche, e si comincia a sentire lo sgradevole odore dell'ipocrisia.

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Il commento di ne'elam

La tesi di Paolo è sostanzialmente una. Qualunque scelta si adotti per "decidere se uscire o meno dal tabù dell’antisemitismo, e trattando alla pari arabi ed ebrei", si fa un torto. Sempre usando le sue parole, "se rinunciamo al tabù dell'antisemitismo faremo un torto agli ebrei; se lo manterremo faremo un torto agli arabi". Se si vuole concretamente dare senso alla nozione di libertà di espressione, una delle maggiori conquiste delle società moderne e laiche, i reati di opinione vanno cancellati dall’ordinamento. Se a questa libertà si pongono dei limiti, essi devono valere per tutti allo stesso modo, senza discriminazioni. Sulla questione del tabù dell’antisemitismo tornerò dopo.

Paolo inizia il suo argomento utilizzando due esempi, a suo modo di vedere paradigmatici, tratti dall'esperienza francese. Il ​primo​, sul quale si dilunga meno, riguarda un ex-collaboratore di Charlie Hebdo, Siné, licenziato perché aveva ironizzato sul figlio di Sarkosi che voleva farsi ebreo per mettere le mani sui soldi di una ricca ereditiera. Sulla questione dell'antisemitismo Siné aveva già chiarito il suo pensiero in una intervista radio di qualche anno prima

Je suis antisémite depuis qu’Israël bombarde. Je suis antisémite et je n’ai plus peur de l’avouer. Je vais faire dorénavant des croix gammées sur tous les murs... Rue des Rosiers, contre Rosenberg-Goldenberg, je suis pour... On en a plein le cul. Je veux que chaque Juif vive dans la peur, sauf s’il est pro-palestinien... Qu’ils meurent ! Ils me font chier... Ça fait deux mille ans qu’ils nous font chier... ces enfoirés... Il faut les euthanasier... Soi-disant les Juifs qui ont un folklore à la con, à la Chagall de merde... Y a qu’une race au monde... Tu sais que ça se reproduit entre eux, les Juifs... C’est quand même fou... Ce sont des cons congénitaux.

Successivamente si scusò per questa sua intemperanza, sostenendo che quando lo avevano intervistato non era propriamente sobrio.
Il licenziato vide riconosciute le sue ragioni dal tribunale e l'editore del settimanale lo ​indennizzò per essere stato messo alla porta. La sua libertà di esprimere pubblicamente il proprio antisemitismo venne deprecata da molti ma non venne minimamente messa in discussione dalla magistratura. Come esempio di doppio metro a sfavore di chi si esprime da antisemita non solo non funziona, semmai prova esattamente il contrario.

Il secondo esempio riguarda ​Dieudonné M'Bala MBala​.
Dieudonné, per chi non lo sapesse, è un comico francese che nei suoi spettacoli fa dell'antisemitismo il suo cavallo di battaglia. Secondo Paolo, le idee del comico detestabili ma pur sempre opinioni, le condanne che ha subito sono la prova di questo doppio metro.
Che in entrambi i casi si tratti di antisemitismo è fuori discussione. Sostenere il contrario - ma non è questo quello che sostiene Paolo - significa insultare l'intelligenza di chi ha letto l'intervista di Siné o visto, anche solo di sfuggita, gli spettacoli di Dieudonné. Valga per tutti il suo rincrescimento per la chiusura delle camere a gas che ha impedito di far fuori tutti gli ebrei francesi.

Sul punto faccio totalmente mie le considerazioni di ​Seth Mandel e ​James Tobin​ sulla rivista Commentary.
Il primo osserva

He’s been “convicted” [Dieudonné ndr.] time and again for his racism and anti-Semitism. Dieudonné’s hateful act should be shunned, but not by punished by the government. Yet as Dieudonné’s popularity has increased, so has the French government’s authoritarian response–one that should be anathema to a free society

Dello stesso tenore le osservazioni del secondo, qualche mese dopo

efforts to restrict free speech in this manner — even the sort of hateful, Holocaust-denying speech practiced by Dieudonné — are bound to backfire and this is exactly what has happened in France. Dieudonné’s audience hasn’t just increased as a result of rulings banning his performances and fining him for Holocaust denial have enabled him to bridge the vast gap between Muslim immigrants and right-wing French nationalists who share their hatred for Jews. This is bad news for France and Europe. But the problem here goes deeper than the way the measures employed by government authorities and Jewish groups to punish Dieudonné have predictably boomeranged on them and turned him into a counter-cultural hero. This depressing spectacle can be represented as something new in which social media and the Internet have provided a forum for disgruntled people looking for a spokesman for their desire to use the Jews as a convenient scapegoat for their troubles. But Dieudonné is merely the latest outbreak of the same old European sickness that produced the very Holocaust that the comedian has tried to deny.

Commentary è il mensile espressione della parte più conservatrice dell'ebraismo americano e questo spiega il crudo giudizio sull'Europa.
Il loro punto - che io condivido e credo anche Paolo sia del medesimo avviso - è che non si cura il problema dell'antisemitismo con la messa al bando dei Dieudonné. Condannandoli si offrono argomenti ai loro sostenitori per presentarli alla pubblica opinione come vittime dell'odiosa macchina repressiva orchestrata dalla lobby ebraica. Questa è la declinazione particolare del caso in questione; l’argomento contro l’intervento di giudici e governi in faccende del genere, è assolutamente generale.

Dopo i terribili eventi parigini di Charlie Hebdo la sensibilità a favore della libertà d'opinione, anche nella sue forme più crude e discutibili, si è andata rafforzando, almeno in Francia. Una cosa è la satira, anche volgare e di cattivo gusto come quella del comico francese, altra cosa sono i reati veri e propri, intendo quelli diversi dai reati di opinione.

Quindi, alla fin fine, perché trattare differentemente Charlie Hebdo da Dieudonné?
Su questo sono totalmente d'accordo con Paolo. I reati di espressione e di opinione, per quanto sgradevoli o addirittura esecrabili possano apparire agli occhi di chicchessia, vanno eliminati dall'ordinamento legale. La libertà di esprimere le proprie opinioni, per quanto detestabli, deve valere per tutti, senza eccezioni. Dieudonné compreso.

Tuttavia si tratta ​realmente​ di opinioni?

Sartre, nel suo ​Réflexions sur la question juive,​ ci mette in guardia

Mi rifiuto di chiamare ​opinione una dottrina che prende di mira espressamente persone determinate, che tende a sopprimere i loro diritti e a sterminarle

L’argomento usato da Sartre va ben oltre l’antisemitismo

...l’ebreo è qui solo un pretesto: altrove ci si servirà del negro, o del giallo. La sua esistenza permette semplicemente all’antisemita di soffocare sul nascere ogni angoscia persuadendosi che il suo posto è stato da sempre segnato nel mondo, che lo attende e che egli ha, per tradizione, il diritto d’occuparlo. L’antisemitismo, in una parola, è la paura di fronte alla condizione umana. L’antisemita è l’uomo che vuole essere roccia spietata, un torrente furioso, fulmine devastatore: tutto fuorché un uomo.

Sulla questione del tabù dell'antisemitismo sarei propenso a credere a Tom Lehrer (grazie a Enzo Michelangeli per la citazione) ed ho idee diverse da quelle di Paolo. Ha perfettamente ragione quando sostiene che non devono essere loro a subire le conseguenze di una questione della quale non portano responsabilità. Imporre loro questa sensibilità europea che trae origine dal senso di colpa per la Shoah, non ha ragion d'essere. Nelle parole di Paolo

Tutto questo non può valere per gli immigrati arabi e i loro discendenti ne è giusto che siano loro a farne le spese.

Tuttavia che vi sia un serio problema di antisemitismo diffuso presso i giovani musulmani in Europa è fin troppo evidente. Ammetto che dopo il caso Halimi è difficile convincermi del contrario. Le analisi recenti ​mostrano che i giovani musulmani in Europa sono significativamente più antisemiti (più del doppio) dei non musulmani.

Many young Muslims in Europe exhibit antisemitic attitudes; some resort to violence. While polls reveal that only a minority of European Muslims endorse antisemitic views, they also show that the level of antisemitism is significantly higher among Muslims than among non-Muslims. Our survey of young male Muslims from Berlin, Paris, and London provides some insights into sources and reasoning about negative views of Jews among young Muslims. The genesis of antisemitic views cannot be reduced to a single factor. Ethnic or religious identity and interpretations of Islam are significant for some. In this sense, use of the term Muslim antisemitism is apt and meaningful. Others relate their hostility toward Jews to their hatred of the State of Israel. Many use classic antisemitic attitudes that are also widespread in mainstream European society. However, negative views of Jews have become the norm in some young Muslim social circles so that they do not feel the need to justify them. This facilitates radical forms of antisemitism and antisemitic violence.

Le preoccupazioni di Paolo sulla questione della discriminazione sono serie e comprensibili. Io trovo risposta nel capitolo 25 del Deuteronomio [versione italiana di E. Toaff]

13​ Non avrai nella tua tasca due pesi diversi, uno grande e uno piccolo,

14​ né terrai in casa due misure diverse, una grande e una piccola.

15​ Avrai un peso regolare e giusto ed una misura regolare e giusta.

Come al solito nel Libro le risposte alle domande di chi interroga prendonono strade imprevedibili. Due versetti dopo, infatti, il Libro ammonisce

17​ Ricordati di ciò che ti fece ‘Amalec quando eri in viaggio, allorché uscisti dall'Egitto,

18 che ti assalì sulla strada e colpì tutti coloro che affranti erano rimasti indietro mentre tu eri stanco e sfinito ...

19 ... cancellerai il ricordo di ‘Amalec di sotto al cielo; non dimenticarlo!​

16 commenti (espandi tutti)

Apprezzo

palma 25/2/2015 - 08:35

apprezzo il disperato tentativo dei due autori, dicono molte cose vere, se la categoria di verita' si applichi alla legge (deuteronomio, per chi ha fatto il classico, e' quella cosa che ripete la legge per la seconda volta, evidentemente il popolo in marcia a Zin [che per altro e' un bel deserto anche adesso, di curioso c'e' che non e' cambiato niente] era duretto di comprendonio.) due punti:

1. lo sterminio della popolazione europea di origine ebraica, per chi fosse in cerca di informazioni: vi fu una e una sola popolazione ebraica che non venne sterminata  -i Karait'hes- tutti gli altri fossere battezzati, convertiti, comunisti, eroi dei laghi di Tannenberg, massoni, clowns o violinisti vennero gasati accusati di nulla. tale sterminio non e' un tabu' degli europei, siano o meno adepti alle religioni del libro, e' un genocidio, assai deprecabile e schifoso quanto lo sterminio degli Herero eseguito da Goering (il padre, non quello che pensate voi con la panza e le divise di seta) il massacro della gente di Tasmania, a cui spararono per noia e avendo poche anatre da fucilare, e cosi' via, ahinoi, proseguendo in una triste litania di omicidi, eseguiti in massa per soddisfare le ubbie di qualche governatore, Gauleiter, amminsitratore coloniale, Mezzasoma del cazzo etc., fosse esso in Bukovina o in Australia. Ne segue, a mdoesto avviso del sottoscritto, che se gli immigrati di quarte generazioni (vedasi il caso di chibanis, che la legge riconobbe tardi assai) si integrano, come dice la vulgata, imparino che una parte, a volte preponderante, delle popolazioen europee disprezza l'apologia del genocidio. Che decidano gli avvocati se tal comico e' cretino o meno, non faccio il giudice, che decidano i giudici come applicare la legge sei casi assai grigi in cui le liberta' di espressione artistica, di scrivere, fossi pure Celine, che cosi' e' se vi pare, e' in conflitto con istigare al rinnovamento della violenza contro minoranze, che hanno il grave difetto di generare Mendes France  e Paul Newman, se non fosse per Cohen-Tannoudjii.

2. lo stato di israle non ha una costituzione, e non ha una terra, in termini (chi conosce Israele stato lo sa benissimo) e' posseduto da una fondazione che lo mantiene per tutti gli ebrei, fosseo M Lansky o Noam Chomsky. E' un pensiero arcaico, su cui gli interessati possono esser mai d'accordo, vedasi l'invito del primo ministro a tutti gli ebrei francesi a "salire", e (quasi un milione di ebrei in Francia) semplicemente canto Marseillaise non ha Tikvah al tempio.

 

per chi abbia interesse alcuno al problema storico di cosa sia l'antisemitismo, che e' un prodtto strettamente europeo, consiglio la lettura dell'opus (lunghissimo, ahime, ma gli ebrei hanno la memoria lunga) del padre del primo ministro, che -- a mia conoscenza-- esiste in ebraico e in inglese -non credo in italiano, ma aspetto le corrosive critiche di chi segue l'argomento. Il volunme, ricchissimo di indicazioni e' THE ORIGINS OF THE INQUISITION, di Ben Tzion Netanyahu -Mileikowsky, 1910-2012

Alla luce di questo commento di palma

..se gli immigrati di quarte generazioni si integrano, come dice la vulgata, imparino che una parte, a volte preponderante, delle popolazioni europee disprezza l'apologia del genocidio.

E della citata frase di Sartre

Mi rifiuto di chiamare ​opinione una dottrina che prende di mira espressamente persone determinate

Provo a correggere questa frase di di Muccio

..la religione musulmana è tratto essenziale dell'identità della stragrande maggioranza degli immigrati arabi in Francia e quindi deridere essa è, in una certa misura, deridere tutti loro.

in questo modo:

..molti credono che, essendo la religione musulmana tratto essenziale dell'identità della stragrande maggioranza degli immigrati arabi in Francia, deridere essa sia in una certa misura, deridere tutti loro. 
Imparino la differenza tra un insulto o critica rivolto a una persona determinata, e lo stesso insulto o critica rivolto alla sua religione.

 

 

Non sposo la posizione di Paolo Di Muccio.

Una prima spiegazione, forse un po' naif, ci richiama ai nostri doveri nei confronti delle categorie a rischio.

Le categorie a rischio meritano, da parte nostra, quantomeno un surplus di attenzione? Io penso di sì. Se all'interno della nostra famiglia (o tra gli ospiti che abbiamo invitato a cena) c'è qualcuno che, per i motivi più disparati, è a rischio, sarà cura di tutti i membri della famiglia evitare tutto ciò che può nuocere alla sua salute. Se abbiamo a tavola un celiaco eviteremo di dargli pane o pasta e saremmo assolutamente severi nei confronti di chi dovesse tentare di ingozzarlo di tagliatelle perché fanatico di questo piatto. Il nostro è un comportamento un po' asimmetrico? Forse, ma ha delle ragioni. La comunità ebraica residente in Europa, ancora oggi, è soggetta a forme di attacchi e discriminazioni? Purtroppo sì. (Certo, anche gli arabo-palestinesi in Israele, ma evitiamo di aprire un altro fronte). È pertanto buona norma, da parte nostra, avere un surplus di attenzioni nei loro confronti a tutti i livelli: leggi, cultura, sicurezza, supporto. Questo non deve far sentire tutti gli altri europei come cittadini di serie B, ma semplicemente come persone che non richiedono questo surplus di attenzioni, come non lo richiedono gli ospiti di una tavolata non intolleranti al glutine. Per lo stesso motivo tutte le minoranze etniche nei nostri paesi, richiedono, sia pure in forme e misure diverse, surplus di attenzione.

Le donne sui luoghi di lavoro richiedono un surplus di attenzione? Certo. Io sono favorevole a programmi aziendali (o persino di legge) volti ad aumentare, senza particolari forzature, il numero di donne nei ruoli apicali? Certo che sì. Questo è il tipo di iniziative che non deve fare sentire gli uomini come lavoratori "di serie B", ma come lavoratori che non necessitano, per ragioni storiche e culturali, di un surplus di attenzione. Dico questo per sgomberare il campo dall'inseguimento ossessivo dell'assoluta simmetria dei nostri comportamenti nei confronti delle varie categorie. Ci sono fasce della popolazione che, per i motivi più disparati, necessitano di un surplus di attenzione. Ed applicare questa attenzione, ripeto: anche con leggi ad hoc, non è discriminatorio nei confronti degli altri.

Ma c'è poi una seconda spiegazione, più logica e profonda, che mi allontana dalla visione di Di Muccio.

Il principio generale, richiamato da Di Muccio per il quale ogni opinione è lecita e che ogni reato di opinione andrebbe abolito è sacrosanto, ma viene contraddetto, in un vero e proprio cortocircuito logico, da tutte quelle manifestazioni del pensiero che vogliono escludere alcuni altri dall'esercizio della libertà di opinione (quando non far loro di peggio).

L'antisemitismo, nelle sue varie manifestazioni (tra cui le idee di Dieudonné, ad esempio) rientra ampiamente in questa fattispecie di pensiero che punta ad escludere qualcuno dall'esercizio della libertà d'opinione e della altre prerogative della democrazia (quando non a danneggiarlo fisicamente). Quindi va combattuto con ogni metodo utile alla sua sconfitta definitiva. Oltre che per le ragioni più ovvie, proprio per evitare il cortocircuito appena descritto, un cortocircuito che, colpendo anche solo una piccola parte della popolazione, impedirebbe un corretto funzionamento della vita democratica dei nostri paesi.

Analogamente, proprio per evitare lo stesso cortocircuito, non dovrebbero essere ammessi alle elezioni partiti che per statuto prevedano l'abolizione delle elezioni o l'esclusione di alcuni cittadini dal voto. Si dirà: "Sì, ma ad esempio nel marzo 1946 vennero per decreto esclusi dal voto all'assemblea costituente non solo il partito fascista, ma persino alcuni singoli cittadini perché ritenuti corresponsabili del regime fascista; e poi nel dicembre 1947 vennero cancellati dalle liste elettorali i nomi di una serie di cittadini che avevano ricoperto cariche di rilievo durante il fascismo o nella Repubblica Sociale Italiana". Certo, ma c'era una ratio dietro queste norme, di per sé odiose: ovvero l'alta probabilità che questi cittadini, una volta giunti al potere tramite elezioni, avrebbero di nuovo abolito le elezioni.

In altri termini: il primo che alza il dito e dice a qualcuno: "no, tu no", è proprio l'unico che si merita il "no, tu no".

Per farla breve: l'antisemitismo va combattuto perché rientra a pieno titolo nel popperiano paradosso della tolleranza: Unlimited tolerance must lead to the disappearance of tolerance. If we extend unlimited tolerance even to those who are intolerant, if we are not prepared to defend a tolerant society against the onslaught of the intolerant, then the tolerant will be destroyed, and tolerance with them. (da The Open Society and Its Enemies).

Se poi l'istituzione sociale di un tabù e l'istituzione giuridica di specifici reati sia il metodo tecnicamente più efficace di combattere l'antisemitismo questa è materia che forse è un filo out of scope rispetto a questa discussione.

Quanto sopra detto deve valere per tutte le manifestazioni del pensiero che puntano ad escludere qualcun altro dalla vita democratica (quando non dalla vita stessa). Tutte le manifestazioni di pensiero discriminatorio contro qualsiasi altra etnia, religione, credenza, genere, orientamento sessuale, tifo calcistico, ecc. ecc. e che puntano ad escludere qualcuno dalla vita democratica devono essere combattute con la stessa forza con cui si combatte l'antisemitismo TRANNE quelle che si oppongono a idee palesemente intolleranti. L'antifascismo e l'anticomunismo dicono "no, tu no", ma solo a chi aveva già detto "no, tu no" ad altri e sono per questo accettabili, anzi auspicabili. Il razzismo e l'antisemitismo dicono "no, tu no" a chi non dice "no, tu no" a nessuno, e per questo sono inaccettabili.

Il tabù, per quanto possa sembrare assurdo, ha una sua logica stringente.

Il ragionamento di Marco Ardemagni è condivisibile ma bisogna porre attenzione a come lo si pone in atto ed alle conseguenze.

Il tabù, per essere accettato, deve essere compreso da tutti. Io temo che spesso gli emigrati mussulmani extraeuropei, avendo una storia diversa, non lo capiscano, con i problemi che ne conseguono. Tipo quello di sentirsi discriminati ingiustamente ("noi sì, gli ebrei no").

Ad esempio, proprio in Francia l'esistenza del tabù "antisemitismo" (o comunque la percezione che si sia creato un tabù sull'argomento) ha generato la richiesta di creare un analogo reato di Islamofobia da parte dell'OCI (organisation de la conference islamique) e di alcuni politici socialisti. Dimostrando come confondano un problema di  razzismo (pur se il concetto di razza ebraica è sui generis, come ci spiego Palma) con la critica ad una ideologia (religiosa in questo caso).

Hai ragione nell'indicare il cortocircuito logico della tolleranza dell'intolleranza. Chiaramente tale estrema forma di tolleranza può al massimo riferirsi a pure espressioni di opinione, non certo ad azioni concrete di alcun genere.

Colgo l'occasione per notare il parallelo cortocircuito della INtolleranza dell'intolleranza: nell'esercitare intolleranza diventiamo proprio come coloro che stiamo combattendo. 

C'è qualcuno fra i redattori e/o fra il lettori che riesce a darmene una lettura filtrata da esperienze e conoscenze dirette (ho fatto una breve ricerca e ne ho ricavato solo un po' di nozioni). Così a primo impatto mi suona paradossale ... un po' come pensare al cristianesimo laico...

Adesso una persona atea è orfana anche di una cultura di provenienza se non la inserisce nella matrice religiosa?

Gli ebrei costituiscono una etnia, ossia un popolo in senso culturale. L'equivoco tra etnia ebraica e religione ebraica ha chiare ragioni storiche, ma non deve trarre in inganno: moltissimi ebrei moderni sono agnostici o persino atei. In effetti, però, rimane una domanda: si può rimanere ebrei pur abbracciando una qualunque religione non ebraica?

naturalmente

palma 26/2/2015 - 12:32

ho personalmente svariati amici che sono atei e buddhisti

Ma se la religione ebraica è storicamente parte caratterizzante della cultura dell'etnia ebraica, ne segue che il distacco dalla prima esclude dalla seconda? Detto altrimenti: la cultura ebraica sopravvive all'amputazione della religione?

gradirei qualche indicazione bibliografica.

a parte gli ebrei ortodossi - in genere si si notano perchè sono esibizionisti ma sono numericamente minoratari - che seguono scrupolosamente le 613 mitzvot, gli altri allegramente concepiscono l'appartenenza più come storia comune che come religione in senso stretto

qui trovi una piccola e sintetica risposta. attiro la tua attenzione sulle parole di heschel

According to Heschel, "Awe rather than faith is the cardinal attitude of the religious Jew. In Biblical language, the religious man is not called 'believer,' as he is for example in Islam (mu'min) but yare hashem (one who stands in awe of God)."

La diffamazione, la calunnia, l' apologia di reato, l' ingiuria sono reati che derivano non dal fare ma dal dire. In particolare chi fa l' apologia di un reato esprime un' opinione, ma un' opinione che è reato (art. 414 del codice penale). Nella misura in cui il genocidio è un reato (e non un reato da poco) qualunque esaltazione di un genocidio (non solo la shoah), come quelle fatte da Dieudonné è passibile di sanzione penale (perlomeno secondo l' ordinamento italiano, ma suppongo anche secondo l' ordinamento francese). Poco importa che questo renda simpatico Dieudonné agli occhi di chi apprezza il genocidio (o piuttosto un certo genocidio). Il fatto che la punizione di un criminale lo renda celebre e venerato da chi apprezza il suo crimine non mi pare che costituisca un motivo per evitare di punirlo. Per quanto poi riguarda la punibilità o meno dei cittadini di famiglia immigrata (sia di prima o di quarta generazione) o di una religione invece che di un' altra un criterio elementare di civiltà è che la legge dovrebbe essere uguale per tutti, indipendentemente dalla presunta etnicità di chi commette un reato.

Attenzione perché Dieudonne è assai più furbo: lui non fa apologia di genocidio, bensì dice di essere neutrale perché storicamente e culturalmente estraneo alle guerre intercorse tra cristiani/indoeuropei ed ebrei.

infatti

palma 26/2/2015 - 12:35

e qui debbo ripetere, non faccio l'avvocato, uno dei canyon concettuali in cu s infogno' il legislatore della repubblica fu l'idea di sanzionare non esclusivamente l'apologia di genocidio, ma il -- diverso-- caso di chi dica o dubiti di materia storica di un genocidio, per cui il riconoscere che le popolazione armene del tardo impero ottomano e della (quasi) neonata repubblica di turchia venner sterminate.

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