A proposito del Decreto Liquidità

La crisi economica attuale e’ stata causata da una serie di provvedimenti che, mirando alla salvaguardia della salute pubblica, hanno limitato fortemente le attività di molte imprese, nonché la circolazione delle persone. Come ovvia conseguenza di tali scelte, una moltitudine di aziende hanno visto le loro entrate abbassarsi notevolmente e in molti casi addirittura azzerarsi. Non avendo la possibilità, a causa di vincoli contrattuali o disposizioni di legge, di adeguare i propri costi in maniera proporzionale, molte imprese si sono trovate nella impossibilita’ di fare fronte a parte delle proprie obbligazioni e quindi in pericolo di cessare l’attività in maniera definitiva.

Con il cosiddetto Decreto Liquidità varato l’8 aprile, il Governo si propone di soccorrere una buona parte di tali imprese, con il fine ultimo di scongiurarne la sparizione. Molto e’ già stato scritto a proposito dei supposti pregi e difetti del decreto. In questa sede, si vuole fare chiarezza su un punto fondamentale, ricorrendo a nozioni elementari di economia.

La differenza tra insolvenza e illiquidità.

Nonostante in Italia sia un evento spesso connotato negativamente, l’uscita dal mercato delle imprese e’ una condizione fisiologica. Ogni anno, circa il 10 per cento delle aziende cessa di operare[1]. Una frequenza, vale la pena ricordare, non dissimile da quelle registrate in altri Paesi. Gli effetti della sparizione di un’azienda sul valore aggiunto presente e futuro del Paese dipende dalle condizioni che l’hanno determinata. Qualora la cessazione derivi dalla presa d’atto che il valore atteso degli utili futuri e’ inferiore al costo opportunità dell’imprenditore, l’effetto e’ positivo. Deriva dall’opportunità di ricollocare i capitali investiti, nonché i lavoratori ed il talento dell’imprenditore, verso usi maggiormente produttivi.

Ci sono pero’ scenari in cui il valore atteso degli utili e’ positivo, ma la scansione temporale dei flussi di cassa e’ tale per cui l’impresa non riesce a far fronte a determinate obbligazioni contrattuali. Tale impossibilita’ deriva giocoforza da imperfezioni dei mercati finanziari che rendono impossibile finanziarsi a fronte di utili futuri. E’ quindi una situazione di illiquidità a causare la cessazione. In tali casi, l’uscita ha un effetto negativo sull’economia, visto che si viene a distruggere valore — la differenza tra gli utili attesi e il costo opportunità dell’imprenditore.

L’Illiquidità non deve confondersi con insolvenza, cioè la situazione in cui l’impossibilita’ di fare fronte ad obbligazioni non e’ dovuta all’incapacità di ottenere fondi a fronte di utili futuri, ma piuttosto all’inesistenza di tali utili. Mentre la distinzione dovrebbe essere chiara dal punto vista concettuale, discriminare tra i due scenari in pratica non e’ affatto semplice.

Le condizioni di ammissibilità alle garanzie.

Con il Decreto Liquidità, lo Stato pone la propria garanzia su finanziamenti rilasciati dal sistema bancario alle imprese, qualora le risorse ottenute siano destinate a sostenere costi del personale e investimenti in capitale fisso o circolante connessi all’attività di stabilimenti produttivi localizzati in Italia. L’ammontare massimo coperto e’ di 200 miliardi. Un importo ragguardevole, pari a circa il 10% del PIL del 2019.

Tra le condizioni per l’ammissibilità alla garanzia statale, ha creato stupore o addirittura indignazione l’inclusione di criteri basati sulla situazione finanziaria pre-crisi. In particolare, sono escluse dalla garanzia imprese per cui, al 31 dicembre 2019 – ben prima del manifestarsi della crisi attuale – la Centrale dei Rischi presentava segnali di sofferenza (per i non addetti, la Centrale dei Rischi e’ la base informativa gestita dalla Banca d’Italia che contiene informazioni sull’esposizione di famiglie ed imprese verso il sistema bancario).

In forza di quanto ricordato sopra, la finalità del requisito e’ facilmente individuabile nell’obiettivo di aiutare solamente le imprese che si trovano in situazione di illiquidità a causa della crisi attuale. La questione fondamentale e’ se questo criterio, e gli altri ad esso ancillari descritti nel decreto, siano efficaci o meno nel discriminare tra le imprese che e’ opportuno salvare e quelle che e’ opportuno lasciare fallire. E’ ovvio che tra le imprese con segnalazioni pregresse presso la Centrale dei Rischi, alcune avevano problemi di insolvenza mentre altre soffrivano di illiquidità. Con ogni probabilità, la crisi ha aggravato i problemi di entrambi i tipi. La condizione imposta ottiene l’obiettivo virtuoso di non riconoscere la garanzia alle imprese insolventi, al costo di eliminare anche le imprese la crisi ha comportato un aggravamento della preesistente illiquidità.

La garanzia.

Una nota finale a proposito del soggetto che sara’ richiamato a rimborsare le banche nel caso in cui le imprese non potranno ripagare i nuovi finanziamenti ottenuti in forza del decreto. Nella pubblicistica viene fatto spesso riferimento alla cosiddetta garanzia Sace, dove per Sace si intende Sace Simest, la societa’ del gruppo Cassa Depositi e Prestiti specializzata nel sostegno alle esportazioni delle imprese italiane. In realtà, Sace Simest e’ solamente lo strumento deputato all’erogazione formale della garanzia. Non solo il patrimonio netto della società non e’ posto a garanzia dei nuovi finanziamenti, ma neppure le e’ stato dato mandato di raccogliere fondi sui mercati riservati a tale proposito.

La garanzia, come chiaramente esplicitato nel testo del decreto, va a gravare direttamente sul bilancio dello stato. Anzi, dei bilanci futuri, visto che al momento lo stanziamento predisposto a copertura delle possibili perdite e’ di un solo miliardo di Euro.

Note

[1] Si veda “Net employment growth by firm size and age in Italy,” di Francesco Manaresi — Questioni di Economia e Finanza. Banca d’Italia, 2015

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