Abbie's Kitchen's today's special: fosse mai che le riforme si debbano comprare?

23 dicembre 2006 enzo michelangeli
Nella tradizione dei saporiti hamburger di mucca sacra celebrati da Abbie Hoffman, oggi vorrei commentare due (apparentemente non correlati) articoli comparsi sul Financial Times di ieri, e provare a trarne qualche conclusione irriguardosa. Non sparate sul pianista.

Allora, ieri stavo in aereo di ritorno dal Belpaese, e sfogliando il suddetto quotidiano rosa mi e' caduto l'occhio su due interessanti articoli.

Nel primo, intitolato "Ireland needs to do more to tackle legacy of Haughey's graft", Quentin Peel ci informa che una commissione d'inchiesta (Moriarty tribunal) ha concluso che l'ex primo ministro irlandese Charles Haughey, passato a miglior vita sei mesi fa, era corrotto. Pare che durante il suo mandato abbia intascato mazzette per almeno 9.1 milioni di sterline, pari a 171 volte il suo salario annuale, da "senior members of the business community". Il giornalista fa qualche commento condiscendente sulla tolleranza irlandese verso la corruzione e deplora la "cultura materialistica" che starebbe diffondendosi in quella nazione; auspica infine che il suo successore Bertie Ahern rimetta le cose a posto perche' "sarebbe una tragedia se l'Irlanda, che e' divenuta un modello di successo economico per i nuovi stati membri dell'EU, diventasse anche un sinonimo di corruzione". Augh, ho detto.

Nel secondo articolo, "Gilded age: how a corporate elite is leaving middle America behind", Krishna Guha, Francesco Guerrera and Eoin Callan si uniscono al coro delle pleureuses che lamentano la morte del Sogno Americano per la mitica "middle class", colpita dalla crescente diseguaglianza della distribuzione dei redditi (l'edizione stampata di FT riporta anche un grafico ottenuto sovrapponendone due pubblicati in The Evolution of Top Incomes: A Historical and International Perspective di Thomas Piketty ed Emmanuel Saez, e che mostra come l'ultimo centile e l'ultimo decimo di centile abbiano, a partire dalla fine degli anni '70, raccolto una fetta sempre crescente del reddito nazionale americano).

Ora, vorrei notare due cose. La prima e' che la fase raffigurata come piu' egalitaria nella distribuzione del reddito nei paesi industrializzati, cioe' gli anni '70, ha coinciso con un periodo di stagnazione e alta inflazione che non e' rimpianto da nessuno, neppure nei "quartili bassi", dove si faticava a trovare lavoro e a sbarcare il lunario con prezzi in ascesa; mentre in anni recenti il reddito anche delle fasce piu' basse ha continuato a crescere in termini assoluti, ed e' sceso solo marginalmente in termini relativi. Se una lezione va tratta dai grafici di Piketty e Saez, questa e' che l'egalitarismo danneggia la salute economica di tutti e bisogna buttarlo nel proverbiale immondezzaio della storia, anziche' porsi l'obiettivo di "far piangere i ricchi". La cosa semmai che colpisce nel paper di Piketty e Saez e' che a stagnare e' anche la fetta di reddito che va al capitale: alla faccia dei rendimenti piu' elevati comunemente attribuiti alla globalizzazione e all'ingresso sul mercato del lavoro delle masse di India e Cina.

La mia seconda osservazione risultera' sicuramente piu' controversa. Quentin Peel cita tra le nazioni che tollerano alti livelli di corruzione come l'Irlanda, anche Nigeria, India e Italia. Perche' pero' l'Irlanda e' diventata il paese con piu' alto prodotto per capita dell'EU e l'India sta crescendo a ritmi decenti, mentre l'Italia -- per non parlare della Nigeria -- non e' precisamente una tigre in questo campo? Se hanno ragione quelli di Transparency International, ci devono essere correlazioni piu' elevate tra corruzione e risultati economici.

La mia personale interpretazione e' questa: la corruzione e' dannosa quando e' diffusa a livello capillare, ma quando e' limitata ai vertici intralcia poco il processo economico, ed e' tollerabile. Puo' anzi in certi casi risultare utile, se le mazzette sono pagate per convincere i governanti ad abbracciare la causa di riforme impopolari, che non sarebbero mai varate se i governanti prestassero solo orecchio agli umori dell'elettorato. Come ebbe a dire il premier lussemburghese Jean-Claude Juncker, "sappiamo tutti quel che dovremmo fare, solo che non sappiamo come vincere le elezioni in seguito"; e del caso della Nuova Zelanda ho gia' parlato in un precedente commento. Si potrebbe anzi dire che comprare voti coi soldi dei contribuenti, che e' l'essenza della democrazia redistributiva, e' una forma di corruzione altrettanto indifendibile sul piano morale, e su quello economico ben piu' perniciosa.

Dobbiamo quindi scandalizzarci se quasi ogni dirigente della Cina post-Mao ha figli e nipoti che fanno i finanzieri in USA o Hong Kong? Se ci stracciassimo le vesti, dovremmo anche ricordare che l'austerita' egalitaria di Mao Zedong condusse la Cina alle carestie del "Grande Balzo in Avanti". Del resto, gia' Jacob Burckhardt a malincuore (essendo calvinista) e il suo piu' disinibito collega Friedrich Nietzsche con dionisiaco entusiasmo, notarono che, al di la' dell'opinione corrente, il corrottissimo Alessandro Borgia fu in realta' un buon amministratore, che tratto' Roma meglio di tanti altri e protesse arti e letteratura (salvando anche la pelle a Pico della Mirandola, nei guai con l'Inquisizione e il Papa precedente). Non fossero arrivati a moralizzare prima Lutero, e poi la Controriforma, forse per l'Illuminismo e la Rivoluzione Industriale non si sarebbe dovuto aspettare ancora un altro paio di secoli.

Chissa', ora forse dovremmo parlare con qualche Private Equity group e lanciare un fondo specializzato in PLBO (Politicians Leveraged Buy-Out)...

2 commenti (espandi tutti)

C'e' molta carne al fuoco nel pezzo di Enzo. Qui mi limito a commentare la relazione tra corruzione, livello del reddito, e crescita dello stesso. A unico beneficio dei laici. I religiosi queste cose le sanno a memoria. Mi scuso per l'assenza di dati, che non ho con me, e per il linguaggio talvolta impreciso.

L'evidenza empirica. Enzo si avventura nell'accattivante ma pericoloso esercizio di derivare insight dalla considerazione di pochi data points. Ci chiede di considerare quattro Paesi (Irlanda, India, Italia e Nigeria), che si affretta a categorizzare come high-corruption countries e di notare che mentre il reddito pro-capite nelle prime due e' cresciuto ad un ritmo molto alto nell'ultimo decennio (non ho i dati con me, ma si tratta di almeno 5% in media per l'India e almeno 3% per l'Irlanda), nelle ultime due e' essenzialmente rimasto invariato. Enzo vede in questi quattro numeri la confutazione della conclamata evidenza empirica circa la correlazione tra corruzione e crescita. Articolo il mio pensiero in semplicissimi punti:

1) L'evidenza empirica di cui sono a conoscenza, derivante dall'analisi di dati cross-country, indica una negative conditional correlation tra livelli di PIL pro-capite e vari indici di corruzione. Sottolineo le parole i) livelli e ii) conditional. Il livello del reddito pro-capite, come indica la parola, indica il suo valore assoluto, generalmente espresso in dollari a prezzi costanti e corretti per eterogeneita' nel potere d'acquisto. Crescita indica la velocita' alla quale il reddito di un Paese cresce anno dopo anno. Generalmente, e' espressa in termini percentuali. Conditional significa che la correlazione emerge, e in genere e' statisticamente
rilevante, una volta che si sono presi in considerazione altri fattori reputati importanti determinanti del livello del reddito. Quali, prima di tutto, quantita' e qualita' dei fattori impliegati, come infrastrutture e capitale umano.

2) Correlazione non va confusa con causalita'. Pare innocuo ipotizzare un nesso causale negative dalla corruzione verso qualsiasi indicatore di successo economico. Ma i dati a nostra disposizione non ci consentono di negare il nesso causale inverso, da successo economico verso corruzione. Per esempio, perche' molte delle istituzioni atte a limitare e combattere la corruzione, come law enforcement, sono molto costose e quindi costituiscono un lusso che Paesi poveri non si possono permettere.

3) Non sono al corrente di una correlazione negativa tra crescita e corruzione. Purtroppo non ho i dati qui con me in Italia, ma sarei molto sorpreso se ci fosse una negative unconditional correlation tra misure di questi fattori. Semplicemente perche' nei Paesi cosiddetti emergenti, cioe' quelli che crescono rapidamente come India, Cina, Vietnam, e Brasile, per esempio, la corruzione, comunque la si voglia quantificare, e' sicuramente un fenomeno ben piu' diffuso di quanto succeda in Paesi a bassa crescita come la Germania, la Francia, e, believe it or not, l'Italia. Se correlazione c'e', deve essere conditional. In altre parole, la si potrebbe riscontrare, una volta tenuto conto di fattori, sicuramente molto piu' importanti per la crescita, che sono distribuiti tra i Paesi in maniera molto diversa dalla corruzione. Il motivo principale per cui i Paesi emergenti crescono a tassi molto piu' alti dei Paesi cossiddetti sviluppati, sembra essere la differenza nei livelli di capitale fisico (infrastrutture, equipment) pro-capite. Questo, perche', coeteris paribus, l'aggiunta di un ulteriore unita' di capitale installato pro-capite ha effetti positivi tanto maggiori sul reddito, quanto piu' il livello di tale capitale e' basso. Un ulteriore fattore che pare importante e' il forte cambiamento nella distribuzione della forza lavoro tra settori, da settori meno efficienti verso settori piu' efficienti. Essenzialmente, la Cina sta crecendo in maniera prodigiosa per gli stessi motivi per cui Italia e Giappone crescevano velocemente negli anni Sessanta e Settanta. Diversamente, le differenze di capitale pro-capite e distribuzione inter-settoriale delle risorse umane non riescono a spiegare le differenze nei tassi di crescia tra Paesi sviluppati. Come, ad esempio, tra Italia e Stati Uniti. Tra i fattori che vengono considerati responsabili di queste differenze sono differenze nel tasso di progresso tecnologico, le aliquote marginali sul reddito, la qualita' delle istituzioni (con effetti in particolare sul funzionamento ed evoluzione dei mercati finanziari)... Non c'e' accordo sull'importanza relativa tra queste determinanti.

Vengo infine ad argomentare brevemente circa i diversi tassi di crescita di Irlanda, Nigeria, Italia, e India. Peraltro, questi sono Paesi su cui la ricerca (piu' o meno buona) si spreca. Del successo dell'India s'e' detto. Il livello (alto) della corruzione, benche' molto maggiore di quanto sia in Italia e Irlanda, ha un effetto minimo rispetto ad altre determinanti. Allo stesso tempo, viene reputato che la forte accelerazione della crescita avvenuta in quel Paese attorno al 1990 sia dovuto anche all'effetto migliorativo delle riforme anche sulla corruzione, che ha portato ad una molto piu' efficiente allocazione delle risorse. La Nigeria e' il textbook case di un Paese le cui risorse naturali hanno scatenato gli appetiti piu' voraci. Here corruption matters. Un po' come in Venezuela, con la differenza che in quest'ultima il dittatore corrotto tiene a bada la popolazione dandogli da mangiare, mentre in Nigeria il regime se ne strafotte e utilizza armi e terrore. Il successo dell'Irlanda e' dovuto principalmente ad un drastico taglio dell'imposizione fiscale, unitamente ad una vasta liberalizzazionedell'entrata di nuovi soggetti (anche e soprattutto stranieri) in tutti i settori dell'economia. Dei mali dell'Italia, parliamo tutti i giorni su questo sito.

Enzo si avventura nell'accattivante ma pericoloso esercizio di derivare
insight dalla considerazione di pochi data points. Ci chiede di
considerare quattro Paesi (Irlanda, India, Italia e Nigeria), che si
affretta a categorizzare come high-corruption countries

In realta' non io, ma Quentin Peel nell'articolo che avevo linkato (e che purtroppo da oggi e' disponibile solo a pagamento). A me pare che Peel, come molti giornalisti, pecchi di wishful thinking: siccome la corruzione e' moralmente ripugnante, bisogna sostenere che essa e' dannosa alla crescita (un po' come una volta dicevano che masturbarsi fa diventare ciechi). Se l'evidenza sperimentale punta talora altrove, ci si appella alle autorita' per correggere la situazione, invece di riflettere sulle fondamenta della teoria: "Presto, Bertie, fa' sparire questo scandalo!".

Stessa storia per un altra vacca sacra, la democrazia: siccome e' "buona" a priori, bisogna recitare come un mantra che essa e' indissociabile dalla crescita economica. Se fai notare che la Cina cresce al 10% all'anno da decenni, e lo stesso in passato accadde per paesi tutt'altro che democratici come la Taiwan di Chiang Kai-shek e la Corea del Sud del generale Park, ti guardano come se fossi un sostenitore dei regimi autoritari. A me pare che l'evidenza punti a un altro processo: la prosperita' e' figlia della pace (militare e sociale), della stabilita' politica e del rispetto dei diritti di proprieta', con tolleranza di relativamente alti livelli di diseguaglianza ("to get rich is glorious", decreto' Deng). Successivamente, la crescita favorisce la formazione di una middle class istruita e cosciente del proprio peso che comincia a chiedere liberta' politica e limiti al potere del governo. Successe cosi' nell'Europa del XVIII secolo (da cui l'America eredito' i principi liberali sin dall'inizio), in Cile, nei paesi dell'Asia dell'Est, e in misura crescente sta succedendo anche in Cina. La democrazia nel senso di "suffragio universale" c'entra poco: c'e' poca evidenza che essa di per se' contribuisca alla crescita; e spesso la danneggia, causando l'abbandono di principi liberali sia in campo economico (incoraggiando politiche redistributive) che politico (demagoghi da Adolf Hitler a Hugo Chavez hanno sempre avuto poca difficolta' a usare il sistema elettorale per smantellare le liberta' civili).

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