Appunti di Teoria della crescita. Preliminari: Esternalità

6 novembre 2015 michele boldrin

Da tempo svariati lettori mi chiedono di scrivere qualcosa sul tema "teoria della crescita". L'argomento è delicato assai e, pur essendomene occupato per or sono 35 anni, ho sempre glissato. Troppo complicato e controverso. Nei mesi recenti, quasi sicuramente perché ho smesso di far ricerca attiva sul tema, m'è cresciuto l'interesse per un sunto che esponga quelli che a me sembrano i bandoli d'una intricata matassa multicolore. Che siamo ben lungi dallo sbrogliare. Comincio con un argomento teorico ancillare, però rilevante per poter capire quello ch'è successo negli ultimi 30 anni nel campo di ricerca di cui poi mi voglio occupare più attentamente, ossia la teoria della crescita economica.

Queste note sono state scritte parecchi anni fa. Ho deciso di preservare l'incipit polemico perché testimonia la situazione del tempo, che oggi è cambiata. Anche questo è un indicatore delle "mode" che spesso afferrano l'attività dei ricercatori e che giudichiamo, ex post, averci fatto sprecare grandi energie su problemi privi di effettiva rilevanza pratica e teorica. Ma le mode ci sono ed è meglio averlo in mente quando si cerca di valutare quanto "rilevante" sia una ricerca o meno. Ok, let's go.

Il teorizzare esternalità ad ogni pié sospinto è diventata un'abitudine dannosa ed infettiva che è oramai ovunque. Le esternalità spiegano tutto: dalla mancanza di crescita alla crescita, dalle politiche economiche (sono tutte praticamente ottime perché per ognuna c'è l'esternalità giusta) alla dipendenza dalle condizioni iniziali, gli equilibri multipli e quello che volete voi. Per carità, a volte (lo vedremo in seguito) l'uso delle "esternalità" per spiegare un certo fenomeno sembra legittimo e financo utile. Ho anche io la mia lista di pubblicazioni in cui "gioco" con le esternalità anche se, praticamente sempre, per provare che o ben portano ad una notte in cui tutte le vacche sono grigie o ben portano alle stesse conclusioni a cui si arriva con modelli ed argomenti più semplici e trasparenti. Ma di questo in futuro.

Che le esternalità siano il famoso can opener che apre tutte le porte, lo dubito assai. E non per pregiudizio (a suo tempo ne fui brevemente fascinato pure io) ma a ragion veduta: nell'ambito della teoria della crescita, e della macroeconomia più in generale, pur essendo state usate per teorizzare praticamente quasi tutto non hanno "spiegato" nulla. Qui la parola "spiegato" (sulla quale tornerò nelle prossime puntate) vuol dire in breve: prodotto delle previsioni che siano empiricamente testabili e che, quando testate, non vengano grossolanamente rigettate dall'evidenza empirica. Dopo trent'anni e centinaia di modelli dinamici con esternalità siamo, praticamente, al punto di partenza. Poiché le esternalità han giocato un ruolo cruciale negli studi teorici sulla crescita economica a partire dalla metà degli anni '80 - sino a circa un lustro, forse un decennio, fa - mi è sembrato utile illustrare cosa siano e come si manipolino teoricamente prima di discutere i problemi specifici della growth theory. 

Definiamo anzitutto la parola esternalità per i non economisti. Il classico esempio (dovuto a James Meade) è il seguente. Il frutticoltore A possiede un frutteto che coltiva al fine di raccogliere mele che porta al mercato e vende. L'apicoltore B alleva api per fare il miele, che pure vende. I due vivono contigui, non si conoscono, né si parlano, odiano o amano, insomma: sono indifferenti l'uno all'altro. Come conseguenza indiretta ed involontaria del fatto che A possiede un frutteto, quando gli alberi fioriscono le api che B alleva hanno libero accesso al polline e questo facilita la produzione di miele. Quindi B riceve un vantaggio economico da ciò che fa A, non paga per esso, né A lo fa intenzionalmente per fargli un favore. Quindi non ci guadagna nulla. Poiché il vantaggio che B riceve dai fiori di A non viene pagato da B ad A, A produce involontariamente qualcosa che ha valore sociale (B fa parte della società, dopo tutto) ma per la quale non viene compensato. Quindi ne produce troppo poco rispetto a quanto sarebbe socialmente desiderabile: se egli ricevesse, in una qualche maniera, una compensazione per l'extra miele che B ottiene dai suoi fiori, forse pianterebbe più alberi. Diciamo quindi che vi è un'inefficienza, perché la quantità di alberi coltivati è inferiore alla quantità socialmente ottima che tiene conto sia delle mele di A che dell'extra miele di B. Un ragionamento analogo vale per le api di B: poiché la loro attività favorisce l'impollinazione, A vorrebbe ve ne fossero di più ma, di nuovo, poiché A non ha maniera di pagare B per questo lavoro, B alleva meno api di quanto sarebbe socialmente desiderabile. Questo è un esempio di esternalità positiva.

L'esempio di esternalità negativa è più facile e più frequente, in quanto i fenomeni di congestione ed inquinamento sono quotidiani. Ogni volta che guido la macchina contribuisco all'intasamento del traffico e faccio danni agli altri, involontariamente, senza compensarli e senza che mi venga fatto pagare alcunché per questo danno. Il che giustifica le tasse d'accesso ai centri delle grandi città. Notate subito un particolare che, nel caso delle esternalità negative, si vede ad occhio nudo mentre, con quelle positive, si nasconde. È sempre vero, in principio, che l'esternalità si produce perché qualcosa di utile e scarso (l'aria, in questo caso, o lo spazio in centro città) non risulta proprietà di alcuna persona. Sia l'aria che lo spazio in centro città sono di tutti, quindi di nessuno. Per questo ognuno ne "abusa" fregandosene delle conseguenze che il suo atto può avere sul prossimo. Molti sostengono che qui sta la chiave di tutto, ossia nella "tragedy of the commons", altrimenti dovuta a diritti di proprietà non ben definiti o assenti. Questo è, senz'altro, il punto di vista di Ronald Coase e, con piccole qualificazioni a mio avviso scarsamente rilevanti (qui rischio di sollevare un vespaio), del mio collega Douglass North. Il loro punto di vista sembra potersi riassumere così: se (1) qualsiasi cosa utile è assegnata in proprietà a qualcuno, (2) tale diritto di proprietà è certo e ben definito, (3) gli agenti economici sono liberi di fare accordi d'ogni tipo che siano compatibili con tali diritti di proprietà, allora non vi possono essere (in equilibrio) inefficienze dovute a esternalità.

Visti gli esempi, veniamo all'astrazione. C'è un'esternalità ogni volta che un'azione compiuta dal soggetto economico X, per fini propri, influenza, negativamente o positivamente, il benessere del soggetto Y senza che (i) X intenzionalmente persegua tale fine; (ii) non esista un "mercato" (nel senso lato) in cui X ed Y possono accordarsi per compensare quest'effetto. La mancanza di volizione è necessaria per l'esternalità, altrimenti tutti gli atti di generosità o di scorno sarebbero esternalità: la carità fatta intenzionalmente non è esternalità, né lo è tenere il volume della radio altissimo al fine di molestare il vicino antipatico. Fare danni o favori a terzi perché tali danni o favori provocano a noi del piacere non può essere un'esternalità: fare meno danno al vicino riduce la mia allegria, quindi non vi è nessun guadagno di efficienza. Solo nel caso in cui, per danneggiare intenzionalmente il vicino A, si molesta anche il vicino B (in relazione al quale siamo indifferenti) si crea l'esternalità. Nel caso della guerra, un'esternalità si chiama anche "collateral damage", che è differente dai damages inflitti all'opponente.

Come si apprende a scuola, un'esternalità richiede due condizioni: "produzione congiunta" e la mancanza di un mercato. Quando queste condizioni sono verificate vi è un'inefficienza che potrebbe giustificare - non implicare, giustificare: avrò occasione di tornare sulla sottile differenza - un intervento correttivo dello stato via tasse/sussidi. Nel caso del frutteto e del miele, lo stato dovrebbe tassare/sovvenzionare (a seconda che il supremo programmatore decidesse che ve ne sono troppe/i o troppo poche/i) le api di B e gli alberi di A sino a raggiungere l'efficienza desiderata. Fin qui la teoria piguouviana, che troviamo anche alla voce Externality su Wikipedia.

Le cose, però, non sono così semplici nemmeno in teoria. Anzitutto: siccome sia api che frutteto favoriscono l'altro agricoltore non è impossibile che le due esternalità si compensino (qui andiamo nel complicato: magari no, perché magari la simmetria non è perfetta, ma chi lo sa?). Inoltre, se i due agricoltori si parlassero, potrebbero trovare vantaggio reciproco a collaborare, eliminando le esternalità. Questo è l'argomento che Coase ha usato per sostenere che, in moltissime situazioni, le cosidette esternalità non sono rilevanti se i diritti di proprietà son ben definiti: le api son di B, gli alberi di A ed i due si parlano e trovano un accordo perché i costi di transazione sono bassi in relazione ai guadagni attesi. Tutte le volte in cui questo è possibile (il caso è rilevante per le cosidette esternalità di rete) l'esternalità viene a mancare e, con essa, il presupposto teorico d'inefficienza e la giustificazione teorica per l'intervento statale. Non sono esperto abbastanza delle riflessioni teoriche recenti su quanto l'approccio di Coase possa risolvere il problema, quindi lascio ad altri, più esperti di me, dirimerlo magari con un articolo ad hoc. Per quanto mi riguarda albergo la convinzione che m'istillò un vecchio lavoro di due amici, Chari e Larry, svariati decenni fa: no, non funziona neanche in teoria.

Veniamo ora al caso delle reti. L'esempio che a molti piace fare è quello del telefono: il mio telefono a nulla serve se nessuno ce l'ha. Quindi, se tu t'installi il telefono mi fai un favore, perché mi permetti di comunicare con te. Quindi c'è un'esternalità. Sbagliato, per due ragioni. Se t'installi il telefono sarà presumibilmente per parlare con me che ce l'ho, quindi l'effetto positivo va in entrambe le direzioni e, perdippiù, è volontario e calcolato. Se tu sapessi che non ho il telefono, probabilmente non ti compreresti il tuo, o tarderesti a comprarlo, o vorresti pagare meno perché, in quel caso, il telefono lo useresti solo per parlare con Tonetta, che non ti piace molto. Entrambi, nella decisione di acquistare il telefono, calcoliamo il favore reciproco e, poiché tu compensi me ed io compenso te, la mancanza di compensazione ovviamente sparisce. Ovviamente la cosa è più complessa di quanto io qui la stia facendo. Per esempio: chi compra il telefono per primo, io o te? Se dobbiamo farlo simultaneamente quasi tutto dipenderà dalle aspettative e, banalmente, potremmo finire in un equilibrio di Nash "inferiore" se avessimo aspettative "negative" sul comportamento uno dell'altro. O viceversa. Alternativamente, potrebbe esserci un "mezzano" che ci coordina, magari un'impresa che ci offre il telefono promettendo che N altre persone lo acquisteranno e offrendo prezzi in funzione del numero di altri che fanno la scelta di acquistare. E via discorrendo. Il punto, sempliciotto, che voglio portare a casa è il seguente: l'esistenza di una "rete", di per se, implica poco o nulla per quanto riguarda la rilevanza delle esternalità visto che queste possono essere internalizzate o ben via aspettative e coordinazione di belief o ben attraverso la creazione di market makers. Per riuscire a dare un giudizio occorre andare oltre la semplice "rete" e guardare alla market "micro structure" e le opzioni di coordinazione che questa offre.

Seconda ragione, collegata alla precedente. Le esternalità di rete sono analoghe a quelle di "ricerca" (search, nel senso di "cercare", tipo cercare un paio di scarpe al mercato o un amico al bar del dopo cena): se tanta gente va al mercato per scambiare i propri prodotti agricoli allora c'è più varietà e cresce la probabilità che ognuno dei partecipanti incontri ciò che desidera e dal cui possessore il proprio prodotto sia desiderato. Infatti, per questa ragione ci sono i mercati organizzati nei giorni prefissati. E ci sono le imprese che tali mercati di scambio organizzano, tipo e-Bay. E ci sono le imprese che i servizi telefonici vendono: se nessuno avesse il telefono, quanto sareste disposti a pagare per il collegamento? E se ce l'avessero solo trenta persone? Forse che le aziende telefoniche non interiorizzano tali effetti (pseudo) "esterni"? Certo che lo fanno, quindi la contrattazone indiretta fra utilizzatori di telefono avviene attraverso le imprese che vendono i servizi, ed il loro competere. Se v'è un problema non è tanto di esternalità ma, nel caso del telefono, di scarsa concorrenza fra imprese, barriere all'entrata, rete fissa satura o monopolizzata, eccetera. Anche qui il punto di fondo è che la "search" non avviene nel vacuo né si fonda solamente su aspettative "arbitrarie" degli agenti. Vi sono market-makers, vi sono aziende che costruiscono reti e che offrono servizi a dei prezzi che interiorizzano il numero di partecipanti alla rete e sono funzione dei medesimi. I mercati non esistono da soli, vengono "prodotti" ed "organizzati" da agenti quando sono profittevoli. Questo vale non solo per le reti ma anche, altrettanto rilevante, per i mercati finanziari. Su questo tema ha lavorato fra i primi proprio Alberto Bisin nella sua tesi di PhD, forse lui vuole provare ad approfondire, sul piano teorico, la questione della creazione di mercati/reti per far comprendere come l'automatismo rete=>esternalità sia tutt'altro che ovvio. 

A proposito di rete fissa: ci si scorda spesso che questa è un finto bene pubblico, in quanto soggetta a congestione (se c'è congestione la rete non è più "non-rivalrous" quindi non è più un bene pubblico): ogni nuovo abbonato offre certamente la possibilità di chiamare una persona in più, ma è anche una persona in più che chiama, quindi genera un'esternalità negativa. Il prezzo del servizio interiorizza anche questa seconda, e negativa, esternalità la quale quindi potrebbe compensare la prima, che era positiva. In presenza di congestione (e di investimenti costosi per ridurla e mantenere il servizio ad un certo livello per ogni nuovo utente) le esternalità possono esserci solo se assumiamo che il market (o network) maker non reagisca al numero di partecipanti e non cambi offerta e prezzo di conseguenza.

Altro tema che non ho tempo di trattare ma che molti hanno da tempo chiarito anche se tanti continuano a fare confusione: molti dei teorizzatori d'esternalità confondono le cosidette esternalità pecuniarie, che non fanno danno a nessuno, con quelle reali. Volete un esempio famoso? Posner.

Pensiamo ad altri esempi, per esempio la televisione o la radio. Forse che non è vero che il mio acquistare una TV o radio favorisce il produttore di spettacoli radiofonici e televisivi? Che non sia per questo che ai nuovi arrivati si offrono contratti vantaggiosi? Molte persone passano dall'asserita "esternalità di rete" ai "rendimenti crescenti" in una frazione di secondo, usando argomenti del tipo: più persone hanno la televisione più è conveniente fare programmi televisivi, quindi ci sono le esternalità di rete ed i rendimenti di scala che dipendono dalla dimensione del mercato. Non ci avevo pensato: più persone hanno la macchina più è conveniente raffinare petrolio, che ci sia un'esternalità anche lì? Oppure, più gente va al mare più è conveniente fare il "vù cumpra" nella vita: sono le esternalità che causano l'immigrazione illegale! Forse conviene studiare come funzionano gli equilibri competitivi in presenza di beni complementari, ma lasciamo stare: questo è solo un post, non un manuale. Spero gli esempi facciano capire il punto: non dovunque vi è una rete vi è un'esternalità ed è ancor meno vero che le complementarietà, di consumo o di produzione, implicano esternalità.

Per riassumere, ripetendomi, le esternalità di rete, per esistere, richiedono che le reti siano spontanee (ovvero non organizzate/prodotte da imprese che internalizzano gli effetti del tipo io faccio un favore a te e tu fai un favore a me) e la generazione dell'effetto esterno non intenzionale. Richiedono inoltre che i benefici non siano interiorizzati da nessuno, che la trasmissione (o la ricezione, o entrambe) di informazioni sia anch'essa il prodotto congiunto di qualcos'altro e che non fornisca all'utente o all'emissore una compensazione monetaria o di utilità. Questo non implica che non esistano mai delle esternalità di rete, ma che le persone che ci hanno pensato ben si guardano dal farle apparire ad ogni pié sospinto. Ci sono, ma non si riducono a banalità tipo "Ho comprato il PC e quindi ho generato un'esternalità'', queste sono cose che solo Brian Arthur era capace di dire. Ma almeno di questo non si parla più, almeno mi sembra.

Queste osservazioni, a metà fra il senso comune e la teoria elementare, implicano che l'onnipresenza di esternalità è molto meno ovvia di quanto una mole enorme di letteratura, a partire dalla seconda metà degli anni '80 e sino a qualche anno fa, implicava. Temo infatti che molti di coloro che, negli anni '80 e '90, scoprirono le esternalità decidendo di farne la soluzione (matematica) di tutti i problemi della teoria della crescita - il 90% dei quali era dovuto solo alla scarsa conoscenza della teoria precedente, ma su questo torno nei post seguenti -  abbiano fatto molta confusione con pochi risultati utili. Mi domando spesso, infatti, che cosa abbiamo capito negli ultimi 30 anni dalle migliaia di modelli aggregati con esternalità che sono stati prodotti. Esiste una qualche proposizione corroborata solidamente dai dati? Un contributo teorico originale che spiegasse qualcosa che non potevamo spiegare, in modo molto più lineare, senza esternalità? Una qualche indicazione solida di politica economica che si possa utilizzare? Un fatto robusto (storicamente e statisticamente) che si possa spiegare usando le esternalità e non avesse una precedente spiegazione? Negli articoli che seguono, dedicati più strettamente alla teoria della crescita vera e propria, argomenterò che no: abbiamo appreso poco, quasi nulla, da questo enorme sforzo quasi trentennale. Ed è un peccato.

Continuiamo perché qualcuno dirà: "No, con l'internet è diverso. Con la televisione puoi solo ricevere informazione, mentre con l'internet puoi sia ricevere che trasmettere." Tralasciamo "l'irrilevante" fatto che il 99% degli utilizzatori internet lo fa o per ricevere informazioni o per comprare beni/servizi, mentre solo una sparuta minoranza produce informazione. Nel secondo caso, uso internet per acquisti, il consumatore paga un prezzo che ovviamente include il valore del servizio di transazione effettuato via rete, quindi spero che qualche anima bella non voglia insistere che lì c'è un'esternalità, altrimenti anche nelle malls, nei supermercati e nelle edicole c'è l'esternalità, passiamo da economics 101 a economics 1 e non finiamo più.

Consideriamo quindi se il seguente fatto "con il mio PC posso anche produrre informazioni oltre che riceverle" genera un'esternalità positiva che invece non riconosciamo alla povera TV. C'è, questo sì, lo spillover di congestione: uno in più occupa bandwith. Ma la congestione c'è anche in libreria o in edicola: più libri e giornali ci sono meno spazio c'è per ognuno di loro. Nulla di nuovo, insomma. Inoltre ci sono anche quelli che vendono i servizi di connessione e che, in teoria, ampliano la banda a disposizione, quindi questo spillover non diventa un'esternalità, comunque negativa, ma entra nel prezzo. Ora, dov'è la positiva? Per ciò che ha a che fare con l'allargamento del mercato per Google, acquistare un PC è uguale all'acquisto della televisione per CBS: niente esternalità. Per ciò che deriva dal fatto che ora anche tu puoi mandare email a me, presumibilmente questa è una delle ragioni per cui ho acquistato il PC, esattamente come acquistai a suo tempo il telefono. Il service provider, inoltre, ci fa pagare una tariffa che dipende, fra le altre cose, da quante persone possiamo raggiungere. Niente esternalità neanche qui. Rimane quindi il fatto che ora faccio dei posts e partecipo ad un gruppo di discussione. In che senso, dunque, il mio inserire informazione sulla rete è l'involontaria e non compensata produzione congiunta di qualcos'altro? Quando, come? La mia pagina web è lì intenzionalmente, perché la gente legga e diffonda la mia ricerca. Le amene belinate che scrivo su nFA sono intenzionalmente scritte, non sono l'effetto esterno ed involontario di nulla. Lo faccio perché ci ricevo utilità e mi diverto, nel secondo caso, e nel primo perché fa parte del mio lavoro diffondere la mia ricerca. Ho la pagina web, in via di aggiornamento, con i miei papers per la medesima ragione che mercoledì prendo l'aereo e vado all'IMF per una conferenza. Nessuna esternalità: mi pagano per il mio lavoro, sia direttamente che indirettamente!

Ah, l'esempio IMF calza molto bene perché così facendo viaggio e consumo le suole delle scarpe. Tal calzare spiega il mio frequente riferimento alle scarpe come fonte di esternalità da socializzazione, riferimento forse troppo ambiguo. Il PC collegato all'internet, se serve a qualcosa è per comunicare con il resto del mondo, intenzionalmente e consapevolmente. Andare in "piazza" o al "bar" o in "biblioteca" o allo "IMF" serve la stessa funzione: comunicare con il resto del mondo usando tecnologie meno rapide. Per fare la seconda cosa si usano, fra gli altri inputs, scarpe e calzini. Per fare la prima si usano, fra gli altri inputs, il PC, l'energia elettrica e la rete. Se è teoricamente giustificato sovvenzionare il PC, lo DEVE essere anche sovvenzionare le scarpe, i calzini e l'energia elettrica. Dove cavolo sta l'esternalità positiva che il sedicenne italiano genera comprandosi il PC ed andando in rete? E a chi arriva tale esternalità?

I teorici delle esternalità di rete sembrano aver mancato un punto ovvio: gli esseri umani da sempre hanno costruito reti per comunicare/commerciare/socializzare. Oggi usiamo l'internet, ieri usavano la fiera di Champagne o Marco Polo si metteva in marcia sulla Via della Seta. Entrambe erano reti organizzate ed intenzionalmente tali, con costi, prezzi, accessi, strumenti, fattori di produzione, fattori fissi, tariffe, guadagni, contrattazioni e contratti d'ogni tipo e sorta. Dove sono le esternalità? Da nessuna parte, a meno che non si decida che sono ovunque: da tempo spiego ai miei studenti del primo anno di PhD (introducendo il modello walrasiano di equilibrio generale ed il suo uso come "unità di misura astratta") che se il puro vivere in società implica esternalità, allora qualsiasi interazione è fonte di esternalità perché gli essere umani imitano l'un l'altro ed, in particolare, imitano i comportamenti che hanno successo. Ma questo che c'entra con il personal computer? Nulla, ed in questo caso la parola esternalità perde completamente tutto il suo significato (i significati, si sa, si costruiscono per differance) e non vuol dire più nulla di specifico. Tassiamo e sussidiamo tutto? Ogni azione imitabile o ogni atto d'imitazione? È lo stesso, ma peggio, di tassare e sussidiare nulla, o no?

Notate che questo argomento, rovesciato, spiega anche perché sostengo che Coase & Co, o ben dicono cose vacue o ben hanno torto. Perché, se qualsiasi fenomeno imitativo genera esternalità, come sembra essere il caso, allora la soluzione che essi propongono è che si assegnino diritti di proprietà sopra il "guardarsi" ed il "vivere in societa'". In altre parole, poiché vi sono effetti esterni dovuti al puro vivere uno accanto all'altro ed entrare in contatto, per eliminare tali esternalità occorre assegnare a qualcuno (Il re? Il dittatore?) il diritto di decidere se e quando X può osservare Y, ed a qual prezzo. Poi basta contrattare con il "re" tale diritto, pagare e l'esternalità è eliminata. Peccato che questa distribuzione dei diritti di proprietà richieda una specie di "dio" che tutto sa e tutto vede. Insomma, la soluzione Coasiana è tanto vacua quanto quella che presuppone mercati walrasiani completi o il programmatore benevolente. D'altra parte, se invece si evita la vacuità, allora la soluzione Coasiana non funziona: poiché posso sempre imitare la strategia vincente, il vincente produce un'esternalità positiva non contrattabile. Il classico paper di Chari e Jones in Economic Theory (2000) mostra che, quando vi sono N oggetti, ognuno posseduto da un individuo distinto, ed occorrono tutti gli N oggetti per produrre qualcosa di socialmente utile, allora il potere di monopolio di (ognuno dei) N soggetti porta ad equilibri inefficienti. Lo stesso argomento, rivoltato come un calzino, porta alla "tragedy of the anticommons", come abbiamo provato David Levine ed io in un articolo nei Proceedings della NAS (2005).

Conclusione, temporaneissima: le esternalità esistono, eccome che esistono. Ma è ancora lontana la prova, sia essa empirica o teorica, che infilarle ad ogni pié sospinto nei modelli di equilibrio generale che vogliono cercare di capire problemi macroeconomici (e la crescita in particolare) sia una strategia teoricamente o empiricamente utile. Ma, su questo tema, ovviamente tornerò con molto maggior dettaglio nei post delle prossime settimane. Questo lungo aperitivo finisce qui.

40 commenti (espandi tutti)

Complimenti è scritto benissimo e credo anche di avere capito tant'è che mi metto subito alla prova: Non ho potuto fare a meno di pensare alla Net Neutrality sostanzialmente impedirebbe che siano interiorizzate le eventuali esternalità è corretto ? Se io impedisco che gli intermediari si coordino con gli utenti della rete sostanzialmente permetto alle eventuali esternalità di creare inefficienza ?

Tu scrivi:

C'è un'esternalità ogni volta che un'azione compiuta dal soggetto economico X, per fini propri, influenza, negativamente o positivamente, il benessere del soggetto Y senza che (i) X intenzionalmente persegua tale fine; (ii) non esista un "mercato" (nel senso lato) in cui X ed Y possono accordarsi per compensare quest'effetto. La mancanza di volizione è necessaria per l'esternalità

Prendiamo il caso di un'industria inquinante. Il suo fine è produrre, per esempio, acciaio. Ma come sottoprodotto della lavorazione sappiamo che c'è un certo inquinamento. Lo sa anche l'industria e sa anche quanto costa rimediare (filtri etc). Se non mette in atto o ritarda il piu' possibile tutte le misure adatte per ridurre l'inquinamento su base volontaria (immaginiamo che non esistano leggi a riguardo) è per non uscire dal mercato rispetto ai prezzi dei competitors. Quindi volutamente inquina. La volizione vera è propria è concentrata verso il fine di produrre e vendere acciaio ad un determinato rapporto qualità prezzo ma come sottoprodotto c'è anche un inquinamento consapevole e tutto sommato voluto. Mi pare che qui l'esternalità negativa esiste, anche in presenza di una volizione. 

la definizione va corretta, nel senso che influenzare il benessere del soggetto Y non è l'obiettivo dell'azione di X: vale a dire, tra X e Y non c'è un contratto che abbia quale obiettivo proprio quell'influenza. X vende la sua attività ai suoi clienti, creando un mercato, rispetto al quale Y resta estraneo.

Scusate ma l'intenzione di X è ottenere un miglior rapporto qualità prezzo non produrre inquinamento, anche se X sa di inquinare non è quello il suo fine... Riprendendo l' esempio del tizio che tiene il volume della radio altissimo per disturbare i vicini: inquesto caso non c' è esternalità è semplicemente un danno intenzionale, la discoteca che tiene il volume al massimo non lo fa per disturbare i vicini ma lo fa per i suoi scopi in questo caso l' esternalità è presente, corretto ?

Direi di no se è consapevole di inquinare. E' una scelta.
Diverso è il caso se NON SA di inquinare e gli effetti di quell'inquinamento si scoprono come "esternalità" nella patologia di una popolazione.

Immaginavo che la storia della "volizione" creasse dibattito ed anche confusione. La colpa è almeno parzialmente mia perché, data la natura della nota, l'ho tagliata con l'accetta rendendola ambigua. Chiedo perdono.

In realtà io ho in mente le esternalità positive più che negative (vedi sotto la questione del faro, posta da Pietro Senesi via FB) ma credo il ragionamento valga anche per quelle negative. In questo caso il "calcolo" è ovviamente teorico (ma sto facendo della teoria, dopo tutto) perche' richiede una "valutazione pubblica" di un sentimento (o utilita') privati ma (e mi fermo) la cosa non e' cosi' assurda teoricamente visto che la questione esternalita'/beni pubblici e' direttamente legata alla nozione di Lindhal Equilibrium. Magari ci ritorno quando ho un po' di tempo per farlo (sono ancora in viaggio di lavoro e ho pochissimo tempo, ragione per cui rispondo solo stamattina, scusate anche per questo).

In ogni caso, la "volizione" (ossia l'idea che l'industriale in questione ci guadagni anche in utilità) ... rende l'esternalità ancora più seria, non la diminuisce. Ossia, se l'industria "inquinua per il gusto di inquinare" (persegue tale fine per quanto esso vale, non come effetto inevitabile di altro fine) si comporta un po' come il sadico che forza la sua vittima. Il danno raddoppia, almeno dal punto di vista del calcolo delle utilità, perché riceve un'utilita addizionale che non viene compensata. 

Avrei dovuto introdurre, nella definizione, una distinzione adeguata fra esternalita' negative e positive oltre che riferimento esplicito al sistema di property right sotto qui la definizione vale ... 

 Un filosofo andaluso del 1100, certo Ibd Rashd meglio noto come Avorroè, assimilava l'intelletto attivo alla sola categoria dei filosofi. Intendendo con quest'ultima quell'insieme di menti superiori che con il loro sapere erano fautori della "conoscenza". Da buon scienzato economista, il tuo pezzo sull'esternalità mi ha riportato ai dialoghi di Platone, in uno dei quali lo stesso si interrogava sulla comunicazione sociale. Quindi, se mi consenti, per come hai molto brillantemente trattato l'argomento, io mi permetto iscriverti nel contesto dei filosofi, secondo Avorroè!

 A questo punto, pero', Socrate imperat con la sua teoria dei "tre colini". Cosi' che quando un uomo nel mentre voleva raccontargli cosa era accaduto a un suo amico, Socrate rispose: prima di raccontarmi la tua storia, sarà bene "filtrarla" opportunamente. "Hai verificato che quanto mi vuoi dire sia vero?". "No, l'ho semplicemente osservata ...", rispose l'uomo.

Socrate:"Non sai quindi se sia vera! Vediamo allora se la notizia goda di una certa "Buontà". L'uomo: " No, veramente ci si concentra sugli aspetti engativi.". Socrate:"quindi tu mi vuoi parlare di un qalcosa di negativo e di non vero!". "Passiamo, dunque, all'ultimo filtro. Secondo te la notizia che mi vuoi dare è da considerarsi "utile" ai fini della comune conoscenza?". L'uomo, sconcertato gli rispose: "Non veramente...". "Allora" concluse Socrate, "Se cio' che mi vuoi raccontare non è né Vero, né Buono, Utile, perchè me lo vuoi raccontare? 

Chiaramente è una stoccata filosofica che solo relativamente tocca il tuo articolo, visto che io per primo lo considero utile e buono!

 
Permane in me il dubbio su quanto vero esso posa essere. Fatto sta che tra la scienza e la filosofia oggigiorno ne passa di differenza! :-)   

 

Io, umilmente, non capisco!
Il fatto che si sia consapevoli delle conseguenze di un comportamento è sufficiente a far sì che non ci sia esternalità? Perché a me sembra che consapevolezza implichi intenzionalità, scelta. Se i due agricoltori sanno, ma non si parlano, quella è già volizione. Se non lo sanno, allora sarebbe giustificabile l'intervento del legislatore. Ma se non lo sanno loro, di certo non lo sa nemmeno il legislatore! O meglio: lo saprebbe nell'eventualità che fosse onnicosciente. In effetti, non capisco se tu sia d'accordo o meno con Coase. L'esempio del telefono, ad esempio: io ho un sacco di motivi per comprare un telefono, e tutti questi motivi sono già ben chiari al produttore di telefoni e/o al mercato della telefonia. Non è questo ciò che Coase stesso sostiene? Proprio la mancanza di esternalità, dal momento in cui è chiaro a chi appartiene la proprietà di un bene (il telefono). Proprietà implica mercato, e quindi mancanza di esternalità. Ma a me questo sembra il linea con ciò che sostieni tu! Se è vero che Coase sostiene quanto segue: 

(3) gli agenti economici sono liberi di fare accordi d'ogni tipo che siano compatibili con tali diritti di proprietà, allora non vi possono essere (in equilibrio) inefficienze dovute a esternalità.

Il concetto di esternalità coasiano, non dice forse che il fatto che ci sia proprietà - e quindi mercato - implica l'annullamento delle esternalità da esso derivate, in quanto proprietà comporta volizione? Non è ciò che dici ai tuoi studenti? E cioè che qualsiasi scambio è esternalità (o non lo è nessuno, appunto) dal momento in cui le conseguenze delle proprie scelte economiche sono implicite nella natura di quel mercato in cui agisco come agente economico, dal momento in cui compro e utilizzo un bene. Il prezzo, ad esempio, tiene conto della mia presenza nel mercato.
A me sembra che non esistano proprio casi di esternalità: anche colui che va in centro con la macchina, sa bene di inquinare. Ma se anche non lo sapesse lui, è il legislatore a saperlo. Ma se il legislatore è a conoscenza del danno provocato dalle emissioni, è perché quel danno è noto.
A me sembra che l'esternalità coincida sempre con ciò che il legislatore non può sapere, perché o non esiste un mercato o esiste volizione. Al contrario, se esistesse un mercato, allora il legislatore può venirne a conoscenza, ma a quel punto l'esternalità non c'è più.  Ad esempio: se io fornisco delle informazioni stradali ad una ditta che, munita di furgone, sta cercando il cliente cui fornire il proprio servizio (e magari sono l'unica persona cui poter chiedere nell'arco di tot km)  io sto fornendo delle informazioni (il mio bene, la mia conoscenza) che producono esternalità positive sul servizio offerto a quella persona. Allo stesso modo, se io metto in contatto un produttore di un servizio con un cliente - che senza di me non avrebbe avuto - potrei pretendere una percentuale: se io la richiedo, annullo l'esternalità e creo un mercato, se io non la richiedo, probabilmente è perché l'ho fatto in amicizia - o per gentilezza -, e l'amicizia è anch'essa volizione. Si da il caso che il legislatore arriva sempre dopo, e mai è in grado di individuare alcuna esternalità. Se c'è esternalità, è perché gli agenti economici hanno scelto che non ci fosse un mercato. E se invece non l'hanno scelto, di certo il legislatore non può venirlo a sapere, non essendoci il mercato. 

Forse - e forse è proprio questo il punto della tuo articolo - l'esternalità è laddove né gli agenti economici né il legislatore sono a conoscenza di un'inefficienza. Ma a me pare che se il legislatore non ha il potere di intervenire, è perché non esiste univocità di informazioni che giustifichino il suo intervento. Ma se esistono, allora non è più un'esternalità: è piuttosto cosa nota, che è o parte del mercato o volizione. 
 
Per quanto l'ho capita (e, spassionatamente, dichiaro di non avere pretesa alcuna di averla capita) la questione sull'esternalità mi ricorda quelle sul determinismo (storico e filosofico) e più banalmente sul complottismo: in effetti, sembra proprio che esternalità e complottismo siano sinonimi: il complottismo è laddove non ci sono abbastanza informazioni per attribuire ad una catena di eventi lo status di complotto, ma se le informazioni ci sono, allora non è più complottismo, ma è fatto noto. 

Ti giuro, voglio solo capire! 

Io non ho mai letto Coase e quindi non so in che cosa le argomentazioni di Boldrin differiscano. Mi pare però che tu abbia perfettamente iterpretato il suo (di Boldrin) pensiero.
Le esternalità sono influenze indeterminate ; il determinismo le esclude.
Come ho scritto sotto, la maggior parte dei fenomeni sono però soggetti ad entrambe le situazioni, deterministica e non. Quindi i modelli dovrebbero tenere conto di entrambe le cose.

L'idea di esternalita' si fonda sull'intuizione secondo cui i benefici sociali di un certo atto sono distinti dalla somma dei privati. La trovi ripetuta anche alla voce externality di Wikipedia, per essere rapidi ed e' ovviamente fondante.

Ora, si da' il caso che questa definizione crei un'ambiguita' (presente nella letteratura) visto che i costi sociali non li puoi, in generale, valutare solo in termini di prezzo ma bisogna spesso introdurre anche una valutazione dell'utilita' di uno o piu' dei partecipanti.

Il fumo nell'aria molesta chi non fuma e questa molestia e' ovviamente misurabile solo in termini di utilita' di chi il fumo senza riceverne piacere. Ora, nel tipico bar di qualche anno fa, chi fumava non lo faceva con l'intenzione di molestare le altre persone, ma solo per il piacere che ne provava. Gli altri venivano infastiditi ma non compensati, c'era ovviamente un'esternalita': ne' il fumatore aveva possibilita' di scelta ne' ce l'aveva il non fumatore. L'esternalita', per altro, era risolvibile (come molti fecero ed ancora fanno osservare) attraverso un semplice meccanismo informativo: bastava permettere a chi volesse impedire di fumare nel proprio bar di farlo, mentre chi voleva permetterlo avrebbe continuato come prima. Il mercato si sarebbe segmentato fra bar per fumatori (e non fumatori altamente tolleranti) e bar per non fumatori (e fumatori capaci di astenersi). I membri dei due gruppi avrebbero scelto dove andare e come comportarsi ed i prezzi dei rispettivi tipi di bar riflettuto la combinazione di preferenze e tolleranza verso effetti collaterali del fumo presenti nel mercato, facendo sparire l'inefficienza. 

Questo mi spinge ad un esempio piu' estremo ma che rende la questione piu' esplicita. Pensa ai rapporti interpersonali ed alle regole della frequentazione. Limitiamoci al fumo, ma ognuno credo possa costuire lungo la stessa linea altri esempi realistici. Se X frequenta Y e sa che Y non gradisce il fumo X tiene questo suo effetto negativo in conto. Lo stesso fa Y nel frequentare X, sa che X fumera'. In equilibrio i due continuano a frequentarsi se e solo se il costo per X di ridurre un po' il suo fumo e' compensato dalla compagnia di Y ed il costo per Y di sopportare il fumo di X e' compensato da altri aspetti della compagnia di X. Fra i due non c'e' nessuna esternalita' e, direbbe qualcuno convinto da Coase, questo e' un classico esempio di quello di cui, appunto, Coase parla nel suo tentativo di risolvere il problema del social cost. Che, in questo caso, sembra funzionare ...

Aiuta? Spero di si. nel prossimo commento vediamo il caso del faro costruito per generosita'.  

Concedimi un ultimo tentativo... se mi è andata male, guarda e passa. Il tuo secondo esempio (coppia di amici, uno fumatore e l'altro no): riescono a compensare l'esternalità prodotta dalle sigarette fumate in compagnia, con il piacere di stare assieme. Equilibrio (che tra l'altro mi pare sorprendentemente simile alla definizione che dai del criterio di Lindhal, seppur citandolo in altra circostanza). Ovvero, il costo del fumo - di ridurlo da una parte e di sopportarlo dall'altra - è pari (a spanne, presumo...ma è irrilevante dato che i due continuano a frequentarsi) al guadagno che i due ricevono dalla compagnia reciproca. Ora, tu questo esempio (dei due amici) lo ritieni significativo della teoria suggerita da Coase. Nel caso delle reti - applicando lo stesso principio, ma è proprio su questo passaggio che ho fatto fatica a capire, ma per problemi miei - si vedono esternalità ovunque perché l'unico discrimine che egli introduce all'individuazione dell'utile (e alla sua compensazione o implementazione) è il diritto di proprietà, o meglio, il diritto di proprietà è una conseguenza della totale arbitrarietà di scelta di quali siano gli ambiti in cui è necessario applicarlo. I diritti di proprietà possono essere applicati indiscriminatamente a qualsiasi esternalità, e di cui il mondo - la cui analisi è stata viziata dalle ricerche scandalistiche svolte in questo ambito negli anni '80 e '90 - ne è pieno. Qualsiasi azione produce esternalità: il punto è capire dove questa esternalità è effettivamente rilevante. Ma per tutto il resto, se ho ben compreso, per tutto il resto c'è il mercato.

Ciò che mi ha portato confusione (sempre se è corretta la parte precedente), oltre al fatto che non avessi intuito minimamente né i rudimenti né il contesto né dove volessi arrivare (copyright, ad esempio), è che il modello proposto da Coase (che critichi) e che sembrerebbe funzionare nell'esempio dei due amici fumatori (la compensazione o esternalità interiorizzata o ottenimento dell'utile) mi pareva essere lo stesso criterio che nell'articolo utilizzi per dubitare delle implicazioni che la stessa teoria di Coase ha sull'esternalità di rete: quelle che tu intendevi come esternalità diffuse per me erano compensazioni diffuse. Ma forse era proprio quello il punto. I due amici fumatori si compensano perché conoscono il proprio utile e il sistema di riferimento è ben definito (la loro frequentazione), nonché risultato della loro totale libertà di scelta. Giudicano per sé e sono in grado di farlo, nessuno gli impone brevetti per compensare la nocività del fumo di uno sulla salute dell'altro. Se le cose stanno così, neppure comprendo come questo esempio dei fumatori possa essere tanto serenamente rivendicato dai sostenitori di Coase...

Mi rimangono comunque da capire un paio di cosette...

Con che criterio si individua un'effettiva esternalità da correggere?

Un punto di partenza potrebbe essere quello di valutare qual'è il sistema di riferimento, e la valutazione deriva dalle scelte dei consumatori: prendiamo l'esempio del bar, il primo da te proposto: se il sistema di riferimento fosse 'la vita' e non il bar, non esisterebbe alcuna esternalità perché per evitare il fumo basterebbe non andare al bar. Ma è prassi (se non diritto) che la gente al bar ci vada: questo è un sistema di riferimento (da cui un possibile discorso sulla libertà, che di per sé presagisce che cosa è utile e cosa non lo è, anche solo per ragioni, aimé, deterministiche). La soluzione, poi, è l'esempio B, da te peraltro auspicata ai tempi che furono: che ad ognuno sia permesso di dar seguito al proprio utile. Se mi è permesso aggiungere un carico in più alla critica della ragion coasiana, questa è forse ancor più precaria dal momento in cui il legislatore ha capacità conoscitive che non sono superiori per definizione a quelle del consumatore...anzi. Per ora mi fermo qui, anche perché non è bello che io continui imperterrito se la cantonata l'ho già presa al primo rigo. In ogni caso, grazie.

Provo

michele boldrin 11/11/2015 - 01:05

Nell'ordine.

1) che differenza c'e' fra Lindhal e la soluzione "alla Coase"? Che il primo e' anonimo (gli individui dichiarano le loro vere utilita' marginali di tutto e pagano accordingly) mentre il secondo richiede si siedano attorno ad un mitico tavolo e contrattino. Quindi l'esempio dei due amici si avvicina di piu' al caso in cui il cd "coase theorem" funziona perche' i costi di transazione sono bassi.

2) La parte sulle reti non l'ho capita ed ho il mio workshop fra 5 minuti, ci ritorno stasera.

3) Fumatori diversi da rete. Certo. Qui si mischiano diversi punti che volevo fare, forse tutti assieme. Da un lato, ma credo che ci siamo capiti, ci sono chiaramente casi in cui essendo i costi di transazione bassi e l'informazione reciproca alta contrattare bi- o multi-lateralmente risolve. Ma non risolve sempre, onde per cui le esternalita' ci sono (io non nego che ci siano, nego che ci siano ad ogni pie' sospinto e siano la causa di tutto cio' che non si capisce in loro assenza). Nel caso specifico della rete metto in evidenza che, probabilmente, le esternalita' nemmeno ci sono proprio per come, concretamente, le reti sono organizzate. Cioe', come per le fiere ed i mercati, ci sono delle imprese che le organizzano ed eliminano le possibili esternalita'. A me questo non sembra Coase, nel senso che non vedo agenti riunirsi e fare bargaining. Vedo un'impresa che si inventa un prodotto/servizio e lo vende a certe condizioni. In entrambi i casi l'esternalita' sparisce o diventa infinitesima, ma i meccanismi al lavoro sono distinti.

4) Come si individua? Complicato, appunto. Questo era uno dei messaggi che volevo mandare perche', come vedremo, l'uso e l'abuso di esternalita' a portato a molte strade senza uscita. Certamente vale quello che tu chiami "sistema di riferimento" (alla fine, diritti di proprieta', o ben legalmente definiti o ben stabiliti per prassi e consuetudine) il quale definisce una bargaining position (chi pensa che l'allocazione dei diritti di proprieta' sia irrilevante all'efficienza dell'allocazione finale non ha chiaramente capito bargaining games ed il fatto che le loro regole determinano equilibri molto diversi). In generale, a me sembra, le esternalita' ci sono quando persone ragionevoli condividono ci siano. Nel caso dell'inquinamento siamo tutti d'accordo che vi sia esternalita'. Nel caso dell'educazione (ossia che il tuo capitale umano ha un effetto esterno sulla mia produttivita') non e' altrettanto ovvio ... 

Un passetto avanti l'ho fatto, ho ancora un pò di dubbi ma è meglio se li tengo per me sperando di vederli risolti con il proseguire degli articoli. Grazie!

Forse queste sono una esternalità, in quanto non influenzabili dall'uomo e neppure completamente prevedibili. Il concetto di esternalità prevede l'inconsapevolezza e l'assenza di strumenti di controllo. Quindi Michele, condivido sostanzialmente quello che dici, ed aggiungerei soltanto un concetto di "esternalità marginale" volendo con questo significare che molto spesso la consapevolezza e gli strumenti di controllo sono parziali, perciò l'esternalità non è assente ma parzialmente presente, come nel caso dei marcati, che sono parzialmente ma non totalmente influenzabili.

In margine alla pubblicita' di questo articolo su FB, Pietro Senesi (che di professione fa l'economista) scrive: 

Like · Reply · November 6 at 9:37pm Pietro Senesi

Pietro Senesi Se costruisco, a mie spese, un faro (sostenendo un costo marginale pari alla produttività marginale della mia barca che porta i turisti a fare gite notturne) con l'intenzione di fare un favore alle altre barchette, è ancora un bene pubblico?

La mia risposta e' che continua a rimanere un bene pubblico ma non c'e' piu' alcuna esternalita' se l'utilita' che provi nell'aver fatto un favore alle altre barchette e' uguale all'utilita' che le barchette ne derivano. Infatti, hai pagato per un bene pubblico secondo il criterio di Lindhal (il costo per te e' uguale al tuo beneficio marginale che e' pari alla somma  del guadagno monetario con la tua barchetta e di quello morale d'aver fatto un favore ai tuoi colleghi della notte.

Il bene pubblico e' tale per ragioni tecnologiche, non perche' debba per forza esserci un'esternalita' non compensata nella sua produzione di equilibrio. Il faro e' un bene pubblico, come la carita'. Ma non vi e' alcuna esternalita' da compensare, se valgono le tue ipotesi.  

giusto perché mi piacciono gli spoiler... il fatto che lei abbia scelto di iniziare una serie di appunti sulla teoria della crescita sostenendo che l'uso delle esternalità nei modelli della letteratura più recente è stato eccessivo e poco robusto, che cosa ci fa presagire? dubito che leggeremo argomentazioni a sostegno di modelli di crescita esogena o di tipo AK. quindi, che approccio seguirà? non sono un economista, per cui al di là di un certo livello di dettaglio (piuttosto grossolano) non sarei in grado di cogliere i riferimenti alla letteratura e al dibattito specialistico. sono invece molto interessato alle implicazioni politiche della sua interpretazione della materia.

Uno dei mali peggiori della ricerca macroeconomica (e non solo) contemporanea e' la fissazione con le "policy implications". Esse tendono a dominare il dibattito, distorcere la ricerca, occultare o ingigantire senza senso i risultati, e cosi' via. E sono, nel 99% dei casi, infondate e pretestuose.

La teoria della crescita, oggi come oggi, e' in grado di dare pochissime indicazioni politiche. E chiunque faccia finta del contrario mente sapendo di mentire. Ecco, se a qualcosa possono servire i miei appunti e' per dissolvere l'illusione secondo cui ci siano chiare e precise (e non ovvie) policy implications que seguono da quanto la ricerca e' riuscita a capire.  

ricevuto forte e chiaro.

la sua è una risposta da vero scienziato e da un punto di vista epistemologico ne comprendo assai bene il senso. essa pone però implicitamente due grandi problemi:

1. quale rapporto può sussistere in generale tra teoria economica e politica, assunto che l'interpretazione dell'economia come fondamento di interventi di ingegneria sociale (che pure ha accompagnato tanta parte della storia di questa disicplina) non è più sostenibile;

2. come dare fondazione razionale (ragionevole) alla politica economica, assunto che - soprattutto in materia di crescita e sviluppo - la navigazione a vista non funziona e la centralità che hanno via via assunto istituzioni e strumenti costitutivamente inadeguati come le banche centrali, le politiche monetarie o i fondi per lo sviluppo, ha prodotto effetti di dubbia utilità quando non manifestamente distorsivi.

spero che i suoi appunti possano toccare anche marginalmente tali questioni, perché credo che siano tra le domande più importanti che le democrazie moderne devono porsi.


Vede, non s'offenda: io scommetto che lei ha fatto il classico.

Uno dei peggiori difetti della "cultura classica italiota" (da distinguersi, molto attentamente, dalla conoscenza dei vari "classici") è di inculcare l'idea (del tutto ilare) che sia importante occuparsi di "grandi temi", che questi siano gli unici meritevoli dell'attenzione delle grandi menti e che essi, grandi temi meritevoli dell'attenzione delle grandi menti, vadano definiti in "un certo modo" che è trasparente in quanto scrive, anche se per definirlo dovrei perdere un'ora che non ho (il volo per Chicago dura 11 ore e mezzo, ma spero di poter fare anche altro ...)

Legga il suo punto 1: che cazzo vuol dire? Per me non dice nulla, nulla. Le sue sono, in perfetta buona fede, parole al vento prodotte da una certa cultura parolaia che s'inventa realtà inesistenti. E le "eleva" al suo mondo di sanguinolente (perché fatte con la carta vetrata in mano) seghe più o meno crociane. Mi creda, non voglio offenderla, né essere irriguardoso. È che a me certe frasi fanno solo ridere, quindi la butto in vacca con le seghe di carta vetrata. Lei si rende conto di quante cose diverse fanno gli economisti, anche solo volendo restringersi a quei 700 che sono Fellows dell'Econometric Society? Come vuole che riduca la varieta' di ricerche fatte da queste persone alla strana domanda che lei fa? 

Non so proprio cosa risponderle, ma son certo che qualche conduttore di talk show televisivi (tutti, impeccabilmente, diplomati al classico) riuscirebbe farci su un' intera stagione di  chiacchiere a partire dalle domande che lei pone. Io no, io non so che dire.

L'abbraccio e, ripeto, non si offenda. Davvero.  

meno male che non voleva offendermi, a sentirmi dare dell'idiota parolaio segaiolo e folle per un momento mi ero preoccupato :)

passi per il segaiolo e il parolaio ma crociano proprio no! per questo sarei quasi tentato di prendermela... ma non è proprio nella mia natura.

mi dispiace di averla fatta arrabbiare, non ne avevo la minima intenzione.

ho riletto il punto 1. non mi pare così meritevole di ira. esiste di fatto un rapporto tra teoria economica e politica. sarebbe interessante discuterne. almeno per me, pensavo anche per lei, ma non lo pretendo mica. è un fatto che tanta teoria economica abbia ispirato e fondato tanta politica, anche pesantemente ingegneristica dal punto di vista sociale (di primo acchito, mi viene da pensare a ciò che si è realizzato sulla base di convincimenti teorici nella gestione ad esempio dei prestiti per lo sviluppo ai paesi del terzo mondo). non vedo francamente così tanta assurdità in questo, perlomeno non abbastanza da giustificare i suoi strali. 

ho l'impressione che lei abbia inteso il mio messaggio più o meno in questo senso: "lasciamo perdere i dettagli della teoria, parliamo delle grandi questioni filosofiche che si agitano sullo sfondo...", e che si sia adirato. ma io non volevo affatto intendere questo. non volevo né sminuire il valore dei suoi appunti né tantomeno dare a intendere che ci siano questioni più alte e più profonde alle quali i suoi appunti avrebbero dovuto rivolgersi. anzi, da umile lettore ansioso di apprendere, mi ero chiesto soltanto se i suoi post sulla teoria della crescita avrebbero potuto incrociare ("anche marginalmente") due questioni che mi parevano importanti.

avevo particolarmente apprezzato la sua convinzione che "La teoria della crescita, oggi come oggi, e' in grado di dare pochissime indicazioni politiche ", ne ero stato colpito e mi/le chiedevo se da questa idea si potesse passare a ragionare più in generale dei rapporti che ci sono e ci possono essere tra teoria e prassi politica.

non so perché questo abbia suscitato tanta acrimonia. ho l'impressione di esserle diventato antipatico e questa è la cosa di cui mi dispiaccio di più in assoluto.

ps: la scommessa l'ha persa, in ogni caso. ho fatto lo scientifico. mi concederà un pò più di benevolenza almeno per questo?

Ho cercato di buttarla in ridere, visto che non c'era maniera ci capissimo.  Infatti, continuiamo a non capirci :)

Non c'e' alcuna acrimonia, nulla di nulla. Ti voglio bene lo stesso, credimi. Solo che le "questioni" che definisci non stanno ne' in cielo ne' in terra. E non son definite in modo tale da poter ricevere una risposta sensata. 

Pero' vedo che continui a non comprendermi, forse leggi troppo velocemente. Vedi ira dove io volevo mettere ironia, colpa mia suppongo. Dovevo mettere piu' faccine ridenti ::::::::::)))))))))

Ripeto: la ricerca economica ha pochissime, quasi zero, implicazioni politiche (non di "teoria politica", non confondiamo le due cose) che vadano al di la' del veramente banale (tipo: i politici dovrebbero evitare di rubare ed essere buoni e non vendersi ad interessi organizzati ...) fatte salve alcune questioni risolte da sempre (free trade, per dire).  Che implicazioni di policy vuoi che abbia non-expected utility theory?

Ma il punto di fondo e' che la politica non si ispira alla teoria economica ne' interagisce con essa se non in modo strumentale. Il famoso dictum di JMK secondo cui i politici sono prigionieri di qualche economista morto e' una pippa autocelebrativa di uno che, per ragioni personali e di status, influenzava i politici e che molti colleghi ripetono per sentirsi importanti. Ma non lo sono e non lo siamo.

La politica cerca potere e, per giustificarlo, usa tutto quanto sia disponibile: dai valori della famiglia tradizionale a JMK a "ricerche storiche" sulla razza padana ed i celti, se utile. Ma sono foglie di fico, usi strumentali della "scienza". La famiglia tradizionale interessa a Berlusconi (o lo influenza) tanto quanto JMK interessa a Renzi (o lo influenza): zero. Di cosa vogliamo discutere? 

Possiamo discutere solo di cose ultra precise e specifiche. La qual cosa si puo' anche fare ma deve riguardare argomenti super definiti, come quello che ho trattato con Brighella qualche  settimana fa (la tassazione sulla casa). Tutto li'. 

Ma t'immagini, non m'arrabbio proprio, ci vuol ben altro! Infatti son qui che, nonostante i miei propositi, ti rispondo! 

Vedo che ho perso la scommessa: bene. Allora non c'e' proprio scampo. D'altra parte, come avrai letto, io sono convinto che la "cultura del classico" infetti l'intero sistema scolastico italiano che, proprio per questo, va rivoltato come il famoso calzino. Ma non succedera' mai. Questo mi sembra ovvio :)

Stai sereno. Mi sto godendo dell'ottimo porto, omaggio di Turskish Airlines e la conversazione mi e' sembrata solo piacevole. Io parlo cosi', se vuoi dialogare con me meglio che ti abitui. ciao. 

Il sig. Savino sarà stato un po' ampolloso, ma credo che la sua domanda sia abbastanza ragionevole. In sunto io la leggo così: "Se gli studi di economia non offrono indicazioni operative, il bravo politico onesto e pragmatico a che s'attacca per prendere decisioni efficaci?"

Che, per altro, assume l'esistenza del "politico onesto e pragmatico" (che ci sia ognun lo dice, dove sia nessun lo sa). Il quale, ovviamente, corrisponde al benevolent planner. 

Bene, se dovesse esistere avrebbe plenty di risultati "elementari" della ricerca economica da applicare. Palma, nei suoi commenti recenti ha dato un esempio fondamentale. Io ho menzionato il libero commercio e, se proprio vogliamo aggiungerne un terzo, c'e' sempre il principio secondo cui i debiti di oggi si pagano prima o poi. Per il quarto vale quanto detto sulla tassazione "efficiente", che abbiamo usato con Brighella per argomentare l'utilita' sociale della tassazione degli immobili. E cosi' via. Tutte cose piuttosto note che poco hanno a che fare con la ricerca "di frontiera" sui meccanismi di crescita, di cui l'articolo originariamente (ora sembra non piu' :)) si occupava. Sul tema in questione, come vedra', c'e' abbastanza poco di "direttamente usabile" che la ricerca economica anche di frontiera possa fornire. Se non nella forma (ma questo e' un tema trito e ritrito su nFA sin dai suoi inizi) di "evitate di fare gli apprendisti stregoni, le ricette magiche non ci sono" ...

In sostanza, il politico in questione basta che faccia domande precise, del tipo: a vostro avviso e' una buona idea sussidiare i campi di celle fotovoltaiche? Si prende il paese in questione, si cerca di capire che dotazioni energetiche ha e si cerca di dare una risposta. Circostanziata.

Quello che la ricerca economica non puo' fornire (e mai fornira', mi creda) sono risposte generali a domande sui massimi sistemi.

Domande che, a mio neanche tanto umile avviso, e' tempo perso porsi. 

du runshhheng

 

 

il (qui ritratto) signore fu un quadro militare dal 1935/1936 del partito comunista cinese. tra i suoi, poco noti, episodi di vita fu che fu uno dei pochissimi comunisti che oppose i massacri di Tien an Men. quel che conta, qui e' che fu la persona, che quasi da solo, fece sparire le "comuni rurali" e (quasi una risposta all tragedia dle comune  di Loyd & Hardin) introdusse i redditi per famiglia. Non dubito abbia letto che mori' all'inizio del suo 1o3-simo anno, il mese scorso.

Era un economista che osservo' un fatto e applico' una teoria degli incentivi.

che c'entra l'epistemologia?

Esatto

michele boldrin 9/11/2015 - 16:26

Thanks Adriano. 

per

palma 9/11/2015 - 06:35

chi segua questi problemi (e si chiama, secondo i cristiani averroeh, ma poco importa e dello spelling invito chiunque a farsene un baffo con lo stantuffo.)

mentre Michele Boldrin sa che sono uno di quelli che non crede ne alla volizione ne al libero "arbitrio" dei preti & co, vi inviterei a vedere quel che fanno i filosofi.

due cosette semplici, e.g. l'eccellente John M. Doris, Talking to Our Selves: Reflection, Ignorance, and Agency, Oxford University Press, 2015,


e ancor piu' curioso il "famoso" (per chi legge) effetto di Knobe, http://web.mit.edu/holton/www/pubs/Norm&Knobe.pdf




i due punti, John e' dell'opinione che nessuno, in generale, sa quel che fa, Joshua Knobe mostra come le intuizioni, cosidette, sul tema di che cosa sia un comportamente intenzionale, siano fallaci.

Per incentivo a leggere, Knobe prese proprio il caso dell'inquinamneto ambientale che e' causato da un'impresa, scaricando nel fiume cianuro..... siccome so che vengo giudicato oscuro, cito chi e' chiaro, (Holton, MIT)   :


    In a justly famous study, Joshua Knobe found an asymmetry in the way we ascribe intentional action (Knobe 2003a). Consider an executive who, motivated entirely by the goal of maximizing profit, embarks on a policy that he knows will also cause environmental damage. Does he intentionally harm the environment? Most people hold that he does. In contrast, when considering an otherwise identical case in which the side effects would be beneficial to the environment, most people hold that the executive does not intentionally help the environment. A number of follow-up studies have found that the finding is robust, that it applies to children as young as four, and that it occurs in other languages and cultures (Knobe 2006).


tr in uno studio celebre Joshua Knobe scopre un'asimmetria nella maniera in cui giudichiamo le azioni intenzionali. Si prenda in esame un direttore che, puramente moticato per accrescre i profitti d'imresa, mette in essere un piano che sa produrre danni all'ambiente. Sta scientemente danneggiando l'ambiente? La maggiorzana pensa che si'. D'altro canto, si prenda in esame il caso identico in cui gli effetti collaterali siano benefici rispetto all'ambiente. La maggiornza pensa che il direttore non stia intenzionalmente aiutando l'ambiente. Una grande quantita' di esperimenti e di studi successvi nel decennio successivo dimostro' la solidita' della scoperta, e' identica tra i bambini, i vecchi e i giovani e si riscontra in tutte le culture.





end/quote



PER esser chiari (trattasi di x-phil) questi studi sono empirici, vale a dire si chiede alla gente,

si supponga che "alfa" sia un'industria che esternalizza merda velenosa nel torrente, e lo sa il direttore generale. sta l'industria intenzionalmente facendo danni all'ambiente? (risposta: SI')

si supponga che "beta" sia un'industria che esternalizza la crescita di orchidee magnifiche  con le emissioni di un nuovo prodotto chimico, e lo sa il direttore generale. sta l'industria beneficiando l'ambiente" (rispota: NO)


Perfetto: già facevo fatica prima...:) Mi prendo qualche giorno...
Pensa te che casualmente (ma anche no) mi ero imbattuto proprio nella discussione sul libero arbitrio (o meglio un accenno di discussione) tra te e Michele, nei commenti ad un tuo post. Neppure io credo nel libero arbitrio. Ma allora, se te dici questo, allora c'è un link, non me lo sono sognato. 

Ma John, come ci arriva lì?
E che cosa implica, secondo te, quanto da te riportato?
Grazie.

a l sig g Savino

palma 10/11/2015 - 06:46

Gentile Savino, mi auguro non si offenda. davvor "non c'e' di che."

Il punto che forse (boldrin stanco e in viaggio mise) va sottolineato.

L'esempio di du run-sh'engh (che e' la person fotografata) e' amio avvio pregnante e facile.

Il personaggio non fu un economista di professione (o accademico, se preferisce.) Osservo' che durante i vari "balzi in avanti" e la formazione della "comune rurale" in aree immense della repubblica, numerosi milioni (persino i numeri sono difficili da capire) morivano di fame esclusivamente per il collasso della produttivita' (delle terre, dei bufali, dei raccolti etc.)

 

prese una teoria, ad usar un termine forse pomposo, economica che dice semplicemente che gli agenti rispondono ad incentivi. L'incentivo prodotto dalla struttura della comune rurale era a far nulla ogni santo giorno (non vi erano domeniche.) du runsheng opero' per abolirla, introducendo il reddito per unita' familaire ed alcune misure che davano status di proprieta' di alcune terre. Il programma produsse incentivi con effetti (e' uno dei motivi per cui la popolazione cinese e' di 1,4 ~ miliardi di individui.)

Ora davvero, che c'entra l'epistemologia? epistemologia, sottodisciplina a volte nobile a volte sciocca della filosofia, a volte persino la insegno, mi appare aver nulla a che fare con la domanda. Quando, e.g. Michele Boldrin, cita teorie assai piu' complesse e sofisticate, come gli effetti di aspettative irrazionali e razionali, gli equilibri di Lindhal, etc. penso sia (quasi?) autoevidente che le chiacchere dei venditori di giornali hanno scarso effetto, tranne uno nefasto: far confusione alla gente che ascolta improvvisati "guru" cosidetti intellettuali.

 

 

Vorrei comprendesse che se il tono trascende, nFA e' perfettamente in grado, di certo da parte mia, di accettare critiche fossero pur dure. non si accetta la pigrizia mentale, per quello sta bene la "gabbia" a cui parla la mia attuale bestia nera, tal fusaro che strologa di debiti, di monete sovrane, di sesso, di genere, di lingue, appunto di "tutto e di nulla", mai essendo in grado di dire che cosa voglia che non siano sciocchezze come obbligar la gente a leggere scorregge sotto vuoto spinto come giovanni gentile.

 

 

siccome sempre vengo attaccato per oscurita', du rung-sheng e' uno degli economisti che ebbe piu' effetti in "implicazioni per le politiche adottate" nella storia del 20esimo secolo. seguo poco la pubblicistica italiana perche' e' scritta da deficienti, tuttavia per un inizio le suggerisco

 

http://www.ft.com/cms/s/0/88cac6ae-83b8-11e5-8e80-1574112844fd.html#axzz...

 

 

sine ira ac studio


suo

gentile sig. Palma, purtroppo per me non ci conosciamo di persona ma, mi creda, io davvero non mi offendo mai. quando ho letto la risposta di boldrin la mia unica preoccupazione è stata quella di verificare piuttosto che non avessi io involontariamente scritto qualcosa di tanto gravemente stupido o potenzialmente offensivo da suscitare quella reazione. ho verificato, sono sicuro di non averlo fatto, la cosa finisce lì. (poi boldrin è stato così bravo a tranquillizzare la mia naturale affettuosità di napoletano... :))

lei fa l'esempio di un politico cinese che ha applicato una idea che gli economisti in qualche modo hanno formalizzato, cioè un esempio di rapporto elementare tra scienza economica e politica. altri esempi li da il prof. boldrin nella risposta sopra, quando dice grosso modo che se i politici fanno agli economisti domande puntuali e circoscritte possono trovare nella teoria argomenti che diano più o meno fondatezza a determinate scelte. benissimo. 

poi le mi chiede: che c'entra l'epistemologia? e io le rispondo: appunto, che c'entra?

ho usato questa parola soltanto una volta e in questo senso: non essendo io un economista e non potendo seguire la discussione teorica oltre un certo livello di dettaglio (come avevo precedentemente chiarito) ma avendo interesse per quel genere di questioni che sorgono un pò sul bordo della teoria e che sono affrontate dai filosofi o dagli storici delle idee, potevo capire l'affermazione di boldrin sull'assenza di policy implications proprio da questo punto di osservazione, meramente metateorico, meramente epistemologico. tutto qui.

quando ho letto che un importante economista, che ha anche tentato la strada di un impegno diretto in politica, sostiene (credo anche minoritariamente nell'ambiente degli specialisti di macroeconomia) che l'attuale stadio della teoria economica sulla crescita non consente policy implications e che (cito) "Esse tendono a dominare il dibattito, distorcere la ricerca, occultare o ingigantire senza senso i risultati, e cosi' via. E sono, nel 99% dei casi, infondate e pretestuose. La teoria della crescita, oggi come oggi, e' in grado di dare pochissime indicazioni politiche. E chiunque faccia finta del contrario mente sapendo di mentire." , mi sono detto: wow! (in realtà l’esclamazione è stata un’altra, sono di napoli non del north carolina) chi meglio di lui allora potrà dire qualcosa di acuto e interessante sul reale rapporto che sussiste tra scienza economica e prassi politica, sia dal punto di vista delle ambizioni (eventuali) che la teoria nutre sulla sua capacità di influenzare le decisioni politiche, sia sulla necessità/opportunità/eventualità che la politica attinga dall'elaborazione teorica strumenti per orientarsi nella decisione.

il sig. rocchi sopra traduce in lingua meno ampollosa della mia una parte della mia domanda, rendendola più ragionevole. in realtà però io la pongo in termini assai astratti e generali (la "teoria", la "politica", la “democrazia”!) non perché sono malato di retorica ma perché sono convinto che si possa discutere formalmente di astrazioni senza che questo implichi pochezza intellettuale.

che tanti macroeconomisti, a partire diciamo dagli anni '40, abbiano manifestamente espresso l'ambizione a determinare la politica economica mi sembra un fatto fuori discussione (uno per tutti Jan Tinbergen, Economic policy : principles and design). che tante scelte politiche dense di ricadute siano state e siano tutt'oggi assunte sulla base di giustificazioni teoriche (più o meno correttamente intese, non importa) mi sembra palese. e che la teoria della crescita sia un ambito particolarmente sensibile al rapporto tra scienza e politica mi sembra altrettanto pacifico. quindi francamente continuo a non vedere l'assurdità delle mie domandine. capisco invece che si possa legittimamente ritenerle prive di interesse o off-topic rispetto al contesto. capisco anche che si possa avere un'avversione verso un modo di porre le questioni troppo astratto e generale.

il fatto però è che non soltanto io (nello stringato spazio di un commento a un post) pongo la questione del rapporto tra teoria economica e prassi politica in questi termini così vaghi e astratti, ma lo fanno anche importanti economisti. lo fa, ad esempio, nel suo ultimo bellissimo libricino Deirdre McCloskey, la quale tra l'altro – e perfino senza aver fatto il classico! - pare particolarmente convinta dell'importanza per l'avanzamento della scienza proprio della retorica e di quel genere di persuasione che solo la discussione astratta (la chiacchiera) può fornire.

(e con questo ultimo riferimento credo di essermi appena guadagnato una risposta da boldrin del tipo: ah str...! ma fatte na pip..!... )  :)

(si scherza, prof, si scherza. io le sono veramente affezionatissimo)

 

mi scuso per la lunghezza e non vedo l’ora di godermi i prossimi post.

per capirci. La macroeconomia (o meglio l'economia - la distinzione fra macro e micro è ormai abbastanza obsoleta) è una disciplina scientifica molto ampia e ramificata - come la medicina. Boldrin parla di un campo di ricerca molto specifico ed 'avanzato' - diciamo la genetica. Se lei chiede ad un genetista di punta 'quando scoprirete la cura per il raffreddore', riceverà la risposta di Boldrin. Io faccio scienza. Forse fra trent'anni qualcuno scoprirà la cura genetica per il raffreddore e sarà un grande momento. Ma non è questo lo scopo del mio lavoro: io sono uno scienziato puro che (in teoria) studia per il piacere di scoprire. D'altra parte, se lei chiede ad un medico generico una cura per il raffreddore, le prescriverà un antistaminico. Se lei chiede ad un economista applicato (o anche a Boldrin) come risolvere un problema pratico (è giusto abolire l'IMU?), avrà risposte empiriche, basate su una teoria economica molto semplice, da 2-3 anno di università

La retorica di Deirdre non c'entra nulla con la chiacchera. Intende una forma di comunicazione e tecniche persuasive accettate dagli economisti, che sono altamente specialistiche e non si rivolgono al pubblico (quella è casomai divulgazione). Lei si contrappone alla visione dell'economia come scienza naturale che scopre la realtà.

ma lasciami aggiungere una cosa (per nulla originale, l'ho infatti gia' detta in un commento precedente ma dev'essere passata inosservata).

Che per decenni molti si siano fatti delle pippe galattiche (JMK per primo) con l'idea che erano gli "economisti" ad influenzare la politica, non ci piove.

Che fossero pippe non ci piove ugualmente: ai politici del secondo post-guerra il "keynesismo generalizzato" (lo stato interviene sempre in tutto per risolvere qualsiasi problema: fidatevi, dateci soldi e potere che mettiamo i tecnici piu' bravi a far questo ed a far quello) venne estremamente comodo. Non scordiamoci che e' allora e solo allora che comincia ad esserci la "democrazia" come l'intendiamo oggi, ossia tutti votano e la competizione fra partiti e' piu' o meno vera. Quindi tutti sono a caccia di voti da tutti. E la promessa della panacea, l'abbiamo appreso, fa acquisire voti. Mai teoria economica (chiamiamola cosi' per carita' di patria) fu piu' utile al principe del "keynesismo generalizzato" degli anni 40-60. 

Siccome ci si recuperava dalla guerra (e dalla great depression prima) vi fu crescita sostenuta quasi ovunque nel mondo occidentale per circa 20-25 anni e questo creo' l'illusione che la crescita fosse il prodotto di tali illuminati interventi. Credenza smontata da fatti e ricerca negli ultimi trent'anni ma il "popolo" se la crede ancora (e se la credera' per sempre) visto che non e' certo interesse del politico spiegare che cosi' non fu.

Ma la realta' dei fatti e' altra e Tinbergen (per usare l'esempio da lei scelto) non ha prodotto, mi creda, nulla di scientificamente rilevante . Certamente nulla di duraturo (sento orde di econometrici sollevarsi, attendo che mi spieghino COSA dobbiamo al signore in questione o ai suoi simili ...) e lo stesso vale per le centinaia che oggi stimano VAR e DSGE models per fare "politica monetaria" secondo le regole che il timoniere di turno preferisce. Vede, il fatto e' che molta, quasi tutta, la ricerca applicata e' "backward": si parte dalle conclusioni a cui si vuole arrivare e si costruisce il modello.

Se non violasse la privacy le racconterei un nanetto interessante che riguarda MIT ed il figlio (geniale e coraggioso) d'un collega mio ... ma viola la privacy.  

l'altro giorno, alla presentazione della nuova "cosa rossa", l'imperdibile Fassina ha proclamato con voce stentorea (?): noi siamo keynesiani! Chissà cose ne hanno pensato certi vecchi comunisti in platea ...

ecco vedo, oggi

palma 10/11/2015 - 06:53

http://www.repubblica.it/economia/2015/11/09/news/perotti_dimissioni-126...

 

 

il sig perotti di fronte ad un problema politico (non si bene perche' non di debba dire "riduzione delle spese dei ministeri", ma "spending review" osserva come la sua utilita' sia zero.

 

 

 

buona giornata a tutte e tutti

Ho assistito in diretta ieri sera all'uscita, in tutti i sensi, del prof. Perotti (non sono un fanatico dell'uso dei titoli accademici, ma è giusto riconoscere chi si merita i titoli che ha).

Invitato per la prima puntata di una trasmissione di costume, è stato presentato come "consigliere economico del governo per la spending review" (Palma non si arrabbi, cito letterale). A una domanda diretta di B. Severgini (il presentatore) sul suo ruolo e sui progressi del suo lavoro, Perotti si è schermito dicendo: "A dire la verità ho dato le dimissioni sabato". Il presentatore stupito della dichiarazione, fuori tema per il momento, non ha saputo sottrarsi alla domanda sul motivo delle dimissioni. Risposta: "Non mi sentivo molto utile in questo momento".

Rientrando nel topic, qui il problema è diverso, Il prof. Boldrin sta argomentando se certe teorie siano utili o meno a determinare l'agire politico. Sulla riduzione delle spese improduttive in Italia penso che (quasi) tutte le teorie siano concordi non solo sulla utilità ma sulla necessità.

La politica invece è ridotta alla ricerca del consenso, e purtroppo i tagli alle spese non fanno fare balzi in avanti nei sondaggi.

"poiché posso sempre imitare la strategia vincente, il vincente produce un'esternalità positiva non contrattabile"

L'esternalità positiva non viene annullata dal copyright, quando per "vincente" si intende uno che ha inventato un bene o un servizio e lo commercializza senza concorrenza?

 

E se ho capito il suo pensiero in materia di copyright, lei sostiene che il compenso garantito dal copyright sia troppo alto, e compensi ad abundantiam l'esternalità. O no?

Sostengo due cose banali:

- che tutti imitano tutti, quando gli altri fanno qualcosa di giusto. Che facciamo? Tassiamo/sussidiamo/brevettiamo ogni atto umano "efficace"? Nonsense, i transaction costs ci distruggerebbero (infatti, stanno gia' facendo un "ottimo" lavoro esattamente in quella direzione)

- la seconda cosa ... oh well, forse non e' cosi' banale ed io sono un po' stanco (mi svegliai ad Istanbul 25 ore orsono ...) ed e', alla fine, una delle cose che vorrei argomentare negli appunti che seguono. Porti pazienza, arrivera' glielo prometto :) 

Copyright

michele boldrin 29/11/2015 - 04:24

Si, puo' essere che il copyright internalizzi l'esternalita' positiva indotta dal fatto che quando X canta o incide una canzone che ci piace crea anche l'opportunita' per noi di copiarlo. 

Il mio punto e' che, siccome questo succede praticamente ogni volta che uno fa qualcosa di utile, potremmo generalizzare l'idea del copyrights a centinaia di azioni umane al prezzo di bloccare ogni processo imitativo ed aumentare in modo smisurato i costi legali di transazione associati alle relazioni umane.

In particolare, generalizzare il "principio" che sta dietro al copyright (che con quella modificazione dei property rights si internalizza l'esternalita') porta, paradossalmente, alla illegalizzazione della concorrenza, la quale si fonda sul diritto ad imitare.

Vedo che e' stato postato sotto un link al vecchio paper di Harold Demsetz sui diritti di proprieta' e su come essi siano da un lato utili per internalizzare esternalita' e, dall'altro, si siano (in parte, direi io, mentre Harold sembra suggerire essenzialmente) evoluti per favorire proprio questo processo.

Il mio quarrel di fondo con quell'approccio e' che (ammesso e non concesso funzioni in generale, ma credo HD fosse consapevole dei limiti del meccanismo transattivo) la sua applicazione porta ad un mondo di singoli monopolisti. Ma questo credo richiederebbe un post a parte, perche' e' un argomento un po' intricato.

Sullo specifico del copyright: la mia valutazione, del tutto empirica, e' che le esternalita' in questione sono minime e che, in ogni caso, il surplus per l'autore, generato dalla vendita dei prodotti oggi soggetti a copyright in assenza del medesimo, sarebbe piu' che sufficiente per coprire i costi-opportunita' di coloro che quei beni producono. Deto altrimenti: tutta l'evidenza disponibile dimostra che non c'e' alcun guadagno di efficienza via copyright perche' l'offerta di libri/musica/eccetera da parte di ogni singolo autore diventa piuttosto piatta rapidamente. Quindi i profitti di monopolio che vanno, per dire, a Beyonce sono solo trasferimenti dai consumatori alla signorina in questione, non incentivi perche' produca di meglio e di piu' ...

La tua ultima osservazione suggerisce di concedere un copyright solo per le opere iniziali. Intraprendere una carriera di scrittore o artista professionista, invece di scrivere il proprio diario o cantare per gli amici, implica alti costi opportunità iniziali con elevato rischio di fallimento. Senza alcun copyright molti potenziali artisti di livello potrebbero essere scoraggiati e quindi la società perderebbe il loro talento. D'altra parte, se l'offerta diventasse comunque piatta una volta che l'autore è divenuto famoso (ne sei sicuro?), sarebbe inutile proteggere opere successive. 

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